THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

25 November 2014

I muliebri profili del Pollaiolo al Poldi Pezzoli ("belle pollaiole in gabbia"), Milano (magnifica l'idea, inadeguato l'allestimento) - di Enrico Mercatali




I muliebri profili del Pollaiolo
a Milano  

MUSEO POLDI PEZZOLI





Belle pollaiole in gabbia




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Magnifica l'idea - Inadeguato l'allestimento
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Grande idea, splendida invenzione, quella di riunire le quattro dame fiorentine, alle quali Antonio e Piero Pollaiolo ritrassero il profilo sinistro nel bel mezzo del Quattrocento, nella sede abituale di una di esse, al Museo milanese Poldi Pezzoli (ammicca Philippe Daverio, in un articolo su Style, all'idea che a Firenze uno sguardo a sinistra fosse già allora una abitudine). Idea geniale, comunque, e riuscita operazione di marketing sotto EXPO, per il Museo stesso, per la Città di Milano e per il mondo dell'arte nella sua interezza. Difficile operazione, come si sà quella di riunire opere provenienti da diverse istituzioni mondiali, nello stesso luogo ed in contemporanea, qui riuscita benissimo. Dobbiamo questo riuscito ed intelligente sforzo alla direttrice del museo che ora ospita tutte assieme le quatro opere, Annalisa Zanni ed ai partners Style ed Io Donna.



Eccole qui tutte e quattro le belle dame toscane, che mostrano i loro profili assai diversi (molti critici in passato avevano creduto fosse la medesima donna colta nelle sue diverse età, ma non è così). Esse mettono in mostra, quali simboli di appartenenza a nobili famiglie fiorentine, le loro accurate acconciature, ornate da magnifici gioielli, i loro décolleté, arricchiti da collane elegantissime proprio perchè non sfarzose, il loro gusto nella scelta degli abiti i cui tessuti riccamente ricamati costituivano allora una delle maggiori specialità produttive della città, i loro enigmatici sguardi. Dall'alto al basso: Antonio Pollaiolo, 1470-75 Ritratto di dama, Milano- Museo Poldi Pezzoli; Antonio e Piero del Pollaiolo, Ritratto femminile, Berlino - Gemaldegalerie; Piero del Pollaiolo, Ritratto femminile, New York - Metrtoipolitan Museum of Art; Piero del Pollaiolo, Ritratto femminile, Firenze - Galleria degli Uffizi. Vent'anni sono trascorsi tra il primo e l'ultimo dei ritratti.

La mostra si completa dando uno sguardo sintetico ma non superficiale alla produzione grafica della bottega dei Pollaiolo ed alle sue specialità orafe, tra cui eccelle l'incisione su metalli, argenti ed oro, produzione di monete (di qui la specificità di tracciar profili!), e la realizzazione di oggetti preziosi destinati alle funzioni religiose. La fama della bottega diventa sempre maggiore mano a mano che i due fratelli Antonio e Piero incrementano le rispettive commesse, tra cui numerose anche le opere scultoree e pittoriche. Il primo eccelle nel disegno, il secondo nell'arte orafa. Nel tempo hanno messo le proprie abilità al servizio dell'altro, così che la bottega prosperò: il primo preparava i bozzetti e i disegni esecutivi, mentre il secondo coordinava le realizzazioni. Spesso collaborarono sulla medesima opera, tanto che poco chiare sono tuttorale attribuzioni, ed ancora oggi difficile è essere certi di chi sia l'una o l'altra delle quattro belle signore fiorentine oggi riunite nella mostra milanese. Qualcuno sostiene che tutte e quattro siano di mano di Antonio, ma la tradizione vuole che sia sua solo la prima, quella che abita a Milano.



Piero del Pollaiolo, Apollo e Dafne, 1470-80, Londra, National Gallery



Antonio Pollaiolo, Ercole e Anteo, 1475 Firenze - Galleria degli Uffizi

Le opere che abbiamo riportato qui sopra sono attribuibili invece certamente la prima, "Apollo e Dafne", a Piero e la seconda "Ercole e Anteo" ad Antonio. Ispirati ai medesimi paesaggi, ai soggetti mitologici, allo studio dell'anatomia, entrambi rivelano costantemente nelle loro opere, che siano disegnate, oppure di incisione, di scultura o di pittura, un talento portentoso per il segno puro e netto, per l'analisi del dettaglio visto principalmente come forma disegnata, più che come espressione di colore.



Come rovinare un successo d'idea e di pubblico: non siamo riusciti ad avvicinarci più di così ai ritratti  dei Pollaiolo nella saletta allestita al piano terra del Museo Poldi Pezzoli di Milano. Quadri appesi troppo in basso, troppo vicini l'uno all'altro in uno spazio angusto anche per esporvi una sola delle opere, pubblico maleducato che sostava a lungo senza neppure guardare i soggetti.


Perchè abbiamo titolato questo articolo "Belle pollaiole in gabbia"?
Così come siamo stati affascinati dall'idea dei curatori di creare, dei ritratti, un unico gruppo, quasi che i profili femminili dei Pollaiolo fosse stati concepiti tutti quanti assieme come parti d'una unica opera, così anche tanto abbiamo deprecato l'insufficientissimo allestimento, costretto come era tra l'esigenza stessa di maggiore spazio per le opere e quelle d'un pubblico che non poteva altro che essere immaginato fin dall'inizio come molto numeroso ed un ambiente che non bastava neanche lontanamente allo scopo.
Difatti non siamo riusciti in un'ora a vedere i quattro soggetti primi della mostra, se non da una terza e quarta fila, dietro a una folla che mal si spostava da una parte all'altra resa lenta dallo stesso nutrito numero di persone che la formava: un vero insuccesso proprio dovuto al suo notevole successo.
Crediamo fosse possibile, sia pure a costo di maggiori oneri, dedicare alla mostra un paio delle ampie sale del piano superiore, oppure rinunciare alle opere complementari, pur tanto apprezzate e forse necessarie per fornire al pubblico un quadro almeno sintetico della produzione di bottega.
Un vero peccato perchè le belle "pollaiole", in quell'angusto spazio, parevano davvero in gabbia.


Milano, novembre 2014
Enrico Mercatali


19 November 2014

Venezia e la Divina Marchesa - di Enrico Mercatali






Venezia 
e
 la Divina Marchesa




Sopra al titolo: Man Ray "La marchesa Casati", 1922, con intervento di Luisa Casati del 17 dicembre 1923 e scritto autografo di Gabriele d'Annunzio (opera conservata a Gardone Riviera, Fondazione Il Vittoriale degli Italiani).
Sotto al titolo: Anne-Karin Furunes "Crystal Image/Marchesa Casati", 1912-14; immagine dell'atrio di ingresso alla mostra odierna a Palazzo Fortuny, ove si vede sullo sfondo il ritratto macrofotografico oggi rrealizzato dall'originaria foto di Anne-Karin Furunes ed, in primo piano, un manichino che indossa un abito d'epoca indossato dalla marchesa Luisa Casati Stampa (fotografia di Enrico Mercatali)



E' in corso nella città lagunare una mostra che descrive due eccentricità a confronto, dalla personalità spiccata e un fascino prorompente. L'epoca è quella d'una Belle Epoque capace di mostrarsi al mondo senza porre limiti alle proprie follie: una città sfarzosa e affascinante ed una donna dalle inesauribili promettenti risorse.
La città rappresentata è la stessa Venezia, e la donna di cui si parla è la Marchesa Casati Stampa di Soncino, detta Divina da artisti e poeti, la quale in laguna ha trovato, tra gli anni ruggenti e quelli ancor più folli che seguironio, un palcoscenico perfetto per mettere in mostra il proprio charme e la propria vitalità estetizzante.



Sopra: molto in vista nelle cronache del tempo era anche l'ereditiera del grande collezionista d'arte Solomon Guggenheim, Peggy, in questa foto ritratta da Man Ray, in abito dorato di Paul Poiret e copricapo di Vera Stravinskij. Sotto: la facciata di Palazzo Fortuny in campo San Beneto (fotografia di E. Mercatali), fucina creativa, centro di produzione e di promozione, teatro e passerella di tanta moda dell'alta società veneziana tra gli anni '10 e '30 del secolo XX.


L'evento si svolge oggi in uno dei più affascinanti palazzi della Venezia più interna, che fu proprio quello che la ospitò e che le diede lustro: Palazzo Fortuny, già appartenuto ai Pesaro (Pietro nel 1522 vi divenne Procuratore di San Marco) ed in seguito divenuto proprietà di Mariano Fortuny Madrazo, spagnolo, creatore di moda e fotografo di fama, la cui mondanità a contatto con le personalità più illustri dell'epoca, lo elessero intimo amico della Marchesa Casati Stampa e compartecipe alle numerose sue esibizioni davanti allo scenario della città, tra gli anni ruggenti e quelli che seguirono, segnando la fortuna mediatica dei due tra le due grandi guerre. Palazzo Fortuny, mantenuto quale sede abitativa e professionale fino alla sua morte del suo proprietario, nel 1949, a partire dagli ultimi anni dell''800, fu, delle stravaganze veneziane della famosa aristocratica signora e delle sue volubili ed estetizzanti passioni, lo scenario ideale. Nei suoi grandi e luminosi saloni infatti, proprio dove oggi ha corso di svolgimento la mostra che ne narra le vicende, si svolgevano grandi ricevimenti, e vi si intrecciavano storie di lavoro e di produzione artistica, nonchè avvincenti relazioni tra persone che erano destinate a segnare i tempi con la loro azione, mossi che fossero da sentimenti o interessi personali, da puro desiderio segnaletico in un periodo di nuovi esibizionismi oppure da autentiche e travolgenti estetizzanti follie.



La Divina Marchesa ha qui sopra dato il suo volto e il suo corpo in ritratti a lei dedicati da diversi artisti, assai in voga in quell'epoca. Dall'alto al basso: di Kees Van Donghen, "Il molo" Venezia 1921; Giovanni Boldini "La marchesa Casati con levrieri", 1908; Augustus Edwin John, "La marchesa Casati" 1919; Romaine Brooks "La Marchesa Casati", 1920; Roberto Montenegro "Ritratto della marchesa Luisa Casati Stampa, 1914; Alberto Martini "Ritratto della marchesa Casati nel mio atelier a Parigi - Una grande artista, 1925.



Da Palazzo Fortuny sono transitate infatti schere di artisti, poeti, scenografi, coreografi tra i più noti, che sono stati travolti dalla forte personalità della Marchesa, e che, in diversi modi, hanno avuto parte attiva nella sua vita in continuo divenire nelle cronache dei primi decenni del '900, lasciandovi testimonianze nelle lettere, nelle fotografie, nella moda di quegli anni, in dipinti e disegni che la ritraevano nelle sue esplicite sembianze oppure, secondo il costume che accompagnava le feste più sfarzose che la nobiltà veneziana in quegli anni si inventava, in travestimenti più o meno riusciti di personaggi storici o di fantasia a seconda dei copioni da rappresentare.
Attorno agli anni '10 destavano già scalpore le sue famose uscite in gondola negli oscuri canali della venezia notturna, o nelle passeggiate in piazza San Marco, accompagnata dal servitoire nubiano Garbi che la illuminava reggendole un candeliere dorato, e dal suo inseparabile felino, un ghepardo dal collare di diamanti spesso al suo fianco nei quadri che la ritraevano, e dai levrieri dipinti di blu o di viola, "accessori animati" dei ricchi abiti che indossava. Mentre lei indossava scarpine dorate dai tacchi di madreperla, sulle spalle di Garbi facevano gruppo pappagalli multicolori o scimmiette squittenti, ed assieme propagandavano l'essenza di una donna che avrebbe sorpreso e poi stimolato alcuni tra i più grandi artisti dell'epoca, i quali incominciavano a ritrarla nelle loro opere, così alimentando il narcisismo della Divina signora in un circuito senza fine.

Perfino il famoso coreografo russo ed il suo scenografo allora più in vista, Diaghilev e Léon Bakst, ebbero parte attiva nella vestizione e travestimento della Marchesa Casati negli anni, che la ritrassero nelle vesti di danzatrice


 
 
 

Altri ritratti della Divina Marchesa in opere di altrettanti artisti della sua epoca d'oro, o in quella della sua decadenza. Dall'alto al basso:  di Léon Bakst "Danse indo-persane/Marquise Casati", 1912; Paolo Troubetzkoy "Ritratto della marchesa Casati con levriero", 1914; Giacomo Balla "La marchesa Casati con levriero e pappagallo", 1916; Giacomo Balla "Fluidità delle forze rigide della marchesa Casati, 1917; Fortunato Depero "La marchesa Casati", 1917-46; T.J. Wilcox "Night Cloaked Casati",  2008.


Musa di modernità ed ispiratrice di stravaganze modaiole, modella d'avanguardie artistiche ed essa stessa portatrice di vento nuovo, artista performantica avant-lettre ed incarnato idolo di poeti scrittori commediografi l'aristocratica signora fu corteggiata, ed anche amata, nelle più diverse forme che essa andava concedendo, da Gabriele d'Annunzio (Ariel per lei, e Corè per lui), al barone Adolf de Meyer, da Léon Bakst ad Alberto Martini, da Gacomo Balla a Giovanni Boldini, da Mariano Fortuny i Madrazo a Paolo Trubetzkoy, da Kees van Dongen a Filippo Tommaso Marinetti, da Fortunato Depero ad Augustus Edwin John, da Man Ray a Romaine Brooks, da Axel Munthe a numerosi altri.

Hanno scritto ispirandosi a lei Gabriele d'Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti, Tennessee Williams, Jack Kerouac, Maurice Druon, e tanti altri.



Adolf de Meyer "La marchesa Casati", 1911, con una massima autografa di Gabriele d'Annunzio del 6 agosto 1913, riutilizzata nel suo "Libro segreto", 1935 (Gardone Riviera, Fondazione Il Vittoriale degli Italiani).


Venezia, ottobre 2014
Enrico Mercatali

09 November 2014

Per ARTISSIMA Torino 2014 - SHIT AND DIE - Lo "stato dell'arte" dell'ARTE contemporanea





Per
A R T I S S I M A 
Torino 2014


SHIT
AND
D I E
*




Lo "stato dell'arte"
sull'ARTE contemporanea



E' di Alessandro Mendini, altro creativo provocatore disponibile sul mercato, lo schizzo qui sopra riportato,  creato per la mostra Shit and Die, non a caso chiamato da Cattelan a promuovere l'evento torinese



"Caga e muori" (*) è il titolo in inglese (forse per renderlo meno esplicito alla percezione dei connazionali) che Marurizio Cattelan ha dato alla grande mostra quest'anno organizzata a Palazzo Cavour per la seconda edizione di One Torino, il progetto espositivo annuale che la Città di Torino ha avviato lo scorso anno, nell'ambito di "Artissima", per dare nuova linfa al ruolo di Torino nell'ambito delle arti contemporanee nel mondo.

Apre perciò nel segno di un nome che è già sinonimo di forte provocazione la manifestazione artistica torinese che, da quest'anno, si veste soprattutto coi panni di prodotti altamente "performanti". E' questa la sigla impressa dal curatore del progetto "One Torino", e della sua straordinaria mostra a Palazzo Cavour, intitolata "Shit and Die", Cattelan appunto, dissacratore e provocatore per eccellenza, coraggiosamente chiamato dalla curatrice dell'intero evento Sara Cosulich Canarutto, ad ispirare ancora e soprattutto forme di spettacolarità d'arte spinte all'eccesso, alle azioni sbalordenti, ad una teatralità fatta appositamente per creare stupore, e, se possibile e meglio, scandalo.

Si sà, l'arte moderna è sempre stata improntata ad azioni ad effetto, costruita per creare choc, inventata al fine di provocare scandalo, e questo è quanto l'artista italiano Maurizio Cattelan,  internazionalmente più quotato, ben conosce ed al cui copione normalmente si ispira.




Qui sopra Maurizio Cattelan è in posa con le due co-curatrici 
dell'evento torinese Myriam Ben Salah e Marta Papini



Questa volta l'effetto choc si è istituzionalizzato nel momento in cui a curare la mostra più significativa dell'intera manifestazione è stato messo proprio lui, il guastafeste per eccellenza, il giamburrasca che fin qui aveva scelto di compiere gesti isolati, ma che adesso tende a coinvolgere una generazione intera di artisti, provando a renderli capaci a mettere in moto quante più possibili reazioni di sdegno, o di dissenso, da parte del pubblico, che diventino se possibile anche di aperta opposizione, ma sempre e comunque tali da provocare apprensione, disturbo, disgusto, oppure pura e semplice intolleranza.



Una serie di ritratti di personaggi famosi d'ogni ambito è chiamata a provocare con essi i selfie del pubblico: qui sopra il sindaco Fassino: una tipica posa riflessiva del sindaco di Torino che ha reagito con grande divertimento: «Ringrazio gli autori e spero di vedere presto la mostra».  Poteva forse il sindaco "indignarsi" per essere stato deformato in quel modo? Certo che no. E così anche Alba Parietti, ritratta sul lato B, che si è detta «orgogliosa che Cattelan abbia messo in mostra la mia parte migliore, che non ho mai usato per fare carriera. A 53 anni è un bella soddisfazione». Come loro anche i volti rimaneggiati di Marco Travaglio, con un piercing al naso, Sergio Marchionne, Lapo e John  Elkann, Lavinia Borromeo, Piero Angela, Chiambretti e numerosi altri.


Stavolta il guru dell'arte più estrema ha voluto chiamare a sè, per ottemperare all'incarico ricevuto, giovanissimi artisti che vedono il nuovo soprattutto nelle forme totalizzanti dell'espressione, ove la vera modernità si annida nel complesso intreccio tra le avanguardie musicali, di danza, poesia e teatro, all'insegna della più ricca e plastica immaterialità.
Le opere hanno il compito qui prevalentemente di suscitare azioni attorno ad esse, oltre che, come normalmente avviene, dibattito. Se quest'ultimo c'è esso è volto a creare nuova azione tale da far diventare questa motore di autopromozione, ed infine merchandising.





E' dalla consapevolezza che il mercato, non solo artistico, necessita di scosse, e che le scosse siano il motore di nuovo mercato l'arte di oggi si spinge ai suoi estremi tentativi pur di riuscire a creare interesse e coinvolgimento. Ancora vi riesce, questo è certo, a giudicare dai grandi numeri registrati all'inaugurazione, e a quanto già si legge nelle cronache.
Il mondo dell'arte, che sia arte pura, oppure design, architettura, grafica, commiste alla poesia, alla musica, alla danza ed al teatro, è consapevole d'un rapporto, oggi privilegiato, con il mondo della moda da offrire allae grandi masse ed anche al lusso. Anzi esso è divenuto consapevole di essere il motore stesso della moda, ovvero ciò che oggi sa creare, non solo nel nostro paese ma in ogni altro angolo del mondo occidentale, i grandi numeri dell'economia. La moda ricambia oggi l'azione degli artisti contemporanei costruendo una altrettanta consapevolezza nei suoi creatori che le due sfere creative siano ormai così ben saldate tra loro da essere diventate indispensabili l'una all'altra e viceversa. E così la grande kermesse diventa un appuntamento ogni anno sempre più necessario e ineludibile per ogni operatore, ma anche per chi, del pubblico, voglia mantenersi ben informato.




Alcune immagini qui sopra e sotto testimoniano della estrema varietà d'eventi proposti nelle passate edizioni della manifestazione artistica torinese



Resa viva da molte gallerie internazionali, da 40 paesi del mondo, Artissima, la sempre giovane ed effervescente manifestazione torinese dell'arte contemporanea, compie oggi 20 anni e sfida la crisi moltiplicando gli espositori, che sono quest'anno 190, tra cui 130 gallerie provenienti dall’estero e 60 italiane. Tra i nuovi arrivati vi sono il Sud Est asiatico, il Medio Oriente e il Brasile. E' un buon segnale questo interesse proveniente da lontano, capace di far nascere nuove tendenze e mettere in moto nuove vendite. Tra il pubblico c'è stato quest'anno anche il presidente della Fiat, John Elkann, arrivato "da visitatore, per capire cosa propongono gli artisti, soprattutto quelli giovani. Questa è una delle fiere di arte contemporanea più importanti al mondo. Sono molto curioso", ha detto, "perché Artissima ci permette di capire cosa si muove nel mondo".


Enrico Mercatali
Torino  8 novembre 2014


01 October 2014

Milano - Il Napoleone del Canova è stato restituito alla Citta, dopo i restauri - di Enrico Mercatali






Napoleone Bonaparte
opera del Canova a Brera



è stato restituito ieri ai milanesi 
dopo il lungo restauro




Sopra al titolo: ingresso al cortile d'onore del Palazzo di Brera, già Collegio dei Gesuiti, opera di Francesco Maria Richini iniziata nel 1615, con al centro la statua canoviana di Napoleone. Sotto al titolo: i ponteggi per il restauro della statua, ieri asportati definitivamente per mostrare l'opera nella sua originaria bellezza.



E' questa di Brera, posta al centro dello splendido cortile cinquecentesco del Richini,  una statua-simbolo di milanesità colta e raffinata, commissionata nel 1811 in omaggio a chi fu fondatore della Real Galleria di Brera, ed ivi collocata, al centro della corte di ingresso, nel 1859. Nel tempo essa rappresentò Milano, le sue munifiche istituzioni, prosperate specialmente sotto Maria Teresa d'Austria, il suo amore per il periodo artistico che la fece più internazionalmente più nota, più bella, e più ricca di "magnificenza civile". Ecco perchè, quando la statua mostrò segni di malattia,  al suo capezzale, ove si sono rese necessarie le cure ora terminate con successo, erano accorsi così tanti privati, la più parte raccoltasi attorno all'associazione "Amici di Brera", presieduta da Aldo Bassetti. Ecco perchè da ieri è aumentato il flusso di curiosi, e di amanti dell'arte, da quando appunto, al centro del cuore di Brera,  è tornato a vivere in bellezza uno dei più bei nudi maschili della storia dell'arte neoclassica, opera di quello che fu il più grande innovatore dell'arte scultorea dopo Bernini, Antonio Canova, al cui nome così tanto alla città è legato non solo per quest'opera, ma per tutto il lascito ampio di scoperte e di magnificenze che lo stile neoclassico da lui al meglio rappresentato di cui la città ha più di tante altre beneficiato.




Il ritorno dell'opera è stata giustamente salutata come un benefico ritorno alla normalità, essendo stata assai "sentita" come perdita, da tutta la città, sia pure momentanea, quella che ha visto vuoto, e privo del suo maggior ornamento, lo spazio pubblico più amato di Milano. I motivi di questo amore sono molteplici, primo tra tutti quello di aprire le porte alla Pinacoteca di Brera, insigne momumento dell'arte mondiale, che tanti capolavori annovera nelle sue sale; secondo quello di rappresentare il luogo-simbolo della rinascita della città, avvenuto più volte, qui, nelle diverse epoche, a partire da quella tardo cinquecentesca che vide la presenza di Galileo all'interno della sua innovativa specola, per passare a quella napoleonica, che ha visto Milano per la prima volta annoverarsi tra i più importanti e influenti centri urbani d'Europa (valorizzazione del Castello Sforzesco, progetto del Foro Bonaparte, avvio di una politica urbanistica di grande respiro con l'apertura di importanti collegamenti tra la Ca' Granda e l'arrivo in città della Strada del Sempione, suggellato dal nuovo simbolico punto di arrivo in città dalla direzione di Parigi, l'Arco della Pace), e che vide sorgere, sotto Maria Teresa d'Austria, i suoi luoghi istituzionali più prestigiosi nella Biblioteca Braidense, nell'Accademia di belle Arti, nell'Orto Botanico, per attraversare infine la sua ultima fatica, che lo vide semidistrutto durante la seconda guerra mondiale e quindi rinato nella sua forma attuale.

Attende ora, il monumento che attornia come prezioso perno immortale la grande statua del Canova, una sua ulteriore fase di rinascita, che la vedrà nei prossimi anni di nuovo al centro di un importante ampliamento che già tanti sforzi è costato, sia in termini di appassionata e pervicace volontà intellettuale da parte dei suoi sovrintendenti, a partire dalla seconda metà degli anni '60, che in termini di impegno economico, sempre ai limiti dell'irreale.





L'opera canoviana, rimessa ora in perfetta forma sul suo piedistallo, segnerà simbolicamente l'avvio di questa fase, che dovrà vedere meglio allineata la Pinacoteca agli altri grandi musei del mondo, sia in termini di organizzazione delle sale, sia riguardo ad una più consistente rotazione delle opere poste a magazzino nelle sale aperte al pubblico e nelle mostre specializzate, sia nell'articolazione degli spazi museali, da quelli propriamente espositivi a quelli di servizio al pubblico ed ai tecnici, che potranno disporre dei maggiori spazi derivanti dall'acquisizione di quelli del vicino Palazzo Citterio, e da quelli dell'Accademia, in fase di trasferimento nelle nuove sedi.





Tornando all'evento che apre questo articolo, la ricollocazione definitiva della statua bronzea al centro della corte del Richini, hanno fatto scalpore le notizie che sono su di essa state diramate in questi giorni sui giornali, raccolte nel corso delle ricerche effettuate durante i restauri. Una di questa rigurada l'enorme somma di denaro che l'opera venne a costare quando fu ordinata. Si parla di 40 chili d'oro, che corrisponderebbero alla cifra odierna di un milione e 200 mila euro. Di questi 40 chili d'oro, per la fusione se ne spesero solamente un chilo e mezzo. Questo significa che gli altri 38, 5 chili hanno fatto da lauto onorario per il suo autore, che ne progettò la realizzazione, ne fece un modello in creta e ne curò personalmente la patinatura. Sapevamo che Canova era a capo di un grande e moderno laboratorio, pieno di maestranze specializzate, e pieno anche di commesse internazionali, ma tanto non avevamo immaginato.




L'intero complesso di Brera nella visione aerea




Il restauro si deve al finanziamento prevalente della Bank of America Merrill Lynch. Piero Bassetti ha ieri preso l'impegno di spendere i 100 mila euro raccolti dagli Amici di Brera per eseguire una nuova illuminazione di due sale della Pinacoteca e per avviare il restauro di 6 statue del cortile, quelle più fortemente danneggiate dalla loro lunga vita priva di manutenzione.

 Restiamo in attesa di veder avviare i grandi e ben più complessi lavori per il recupero di Palazzo Citterio e degli spazi oggi dell'Accademia. Brera ha bisogno di dare più vigore la sua attività scientifica, espositiva e turistica, anche, e non solo, per diventare più diretto ed efficace concorrente delle altre analoghe istituzioni pibbliche e private del mondo, ma anche per diventare parte di un processo più ampio di sviluppo del nostro Paese, e motore essa stessa di una ripresa oggi più che mai necessaria della sua economia.

 

Un ritratto dipinto, un monumento: due realtà simboliche di una Milano in grande crescita, non solo economica, ma anche culturale ed istituzionale. Maria Teresa, arciduchessa d'Austria, in un ritratto di Martyn van Meytens, 1759, e  L'Arco della Pace (Luigi Cagnola, realizzazione tra il 1807 e il 1838).

La statua bronzea di Napoleone, in veste di "Marte Pacificatore", realizzata da Canova a partire dal 1811, e posta in mezzo al cortile richiniano di Brera, si colloca al centro di questo arco di tempo, sintetizzandone il percorso nella memoria simbolica dei milanesi di oggi, che vorrebbero si potesse ritornare a guardare in avanti con fiducia e spirito creativo, come fecero i cittadini di allora.


Enrico Mercatali
Milano, 2 Ottobre 2014