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16 April 2015

Leonardo, genio toscano e milanese. Milano dedica all'eccelso artista la più grande mostra che il mondo di lui abbia mai avuto.




L  E  O  N  A  R  D  O
genio toscano e milanese



Milano dedica all'eccelso artista 
la più grande mostra che il mondo di lui abbia mai avuto



Doveva essere Milano a tributargli una accoglienza tanto solenne e ricca, proprio durante l'Esposizione Universale, che farà arrivare in città genti da tutto il mondo. Perchè Milano? Quale altra città se non la sua, quella del Maestro per eccellenza, quella che lo accolse non ancora trentenne in un momento di prosperità e potenza, di produttività e di innovazione, la città che gli diede la possibiltà d'esprimere senza limiti quello che era in lui, e che lui scelse per viverci. Nacque in quegli anni del XV secolo un feeling tra l'uomo che divenne il simbolo stesso del genio unioversale e la città che ne rese possibile la realizzazione. Vero è che egli divenne peer chiunque autenticamente un genio, ma già i suoi contemporanei, conterranei milanesi, riconoscevano in lui subito la sua naturale, sottile, talentuosità.



Qui sopra riportiamo i 7 dipinti presenti nella mostra milanese. Sono tutti notissimi, ma alcuni non facili da vedere se non ora. Dall'alto: "Annunciazione", opera condivisa con Lorenzo di Credi e tuttora di incerta attribuzione, del Duomo di Pistoia, "La Madonna Dreyfuss" prestato dalla National Gallery di Washington, il "San Gerolamo" dei Musei Vaticani, La "Belle Ferronière", gioiello che ha casa al Louvre, il "Musico" dell'Ambrosiana di Milano, il "San Giovanni Battista", conservato al Louvre, la "Dama con l'ermellino", ossia il ritratto di Cecilia Gallerani che fu amante di Ludovico il Moro, del Museo Czartoryski di Cracovia


Fu alla corte del Moro infatti che furono subito messe alla prova le sue eccentriche e non comuni abilità, sia nel campo artistico, e perfino musicale, ma anche ingegneristico e tecnico, in campo sia civile che militare, anzi in ogni campo del sapere umano. Alle numerose feste che egli organizzava per la corte, non appena giunto a Castello, affiancava continue ricerche atte a perfezionare le tecniche da guerra e tutto il corollario di problemi e questioni che potessero agevolare e migliorare lo sviluppo d'una città impegnata in continue campagne di difesa e di conquista. E le idee di Leonardo non tardarono assolutamente ad essere prese in considerazione tanto utili si mostrarono subito a far progredire la macchina del potere di Ludovico Maria Sforza e a far si che i suoi territori prosperassero ed ingrandissero.





Ebbe modo Leonardo, in quel lungo periodo durato 18 anni, di avviare tutto quanto ancora oggi lo connota quale uomo di genio, dai multiformi interessi, a partire dalle testimonianze rimaste: centinaia di disegni e poche unità di dipinti e alcuni affreschi. Seppe egli coniugare al massimo delle potenzialità d'allora le notevoli risorse conoscitive e materiali che la città di Milano esprimeva, nei suoi numerosi laboratori d'arti applicate e le sue botteghe artigiane così tanto avanzate nella sapiente manifattura quanto ricercate in bellezza e precisione, con le sue capacità sperimentali e le sue volontà d'apprendere e sapere, così dando vita ai primi passi delle metodologie scientifiche moderne. Il suo spiccato intuito e la sua inesauribile curiosità lo portarono a dare il via a numerosi differenti campi del sapere e del fare, assieme ad uno spiccato e innato senso comunicativo che nel disegno trovava la sua più naturale espressione strumentale, e nei dipinti il suo più sublime spirito dell'arte.




Nella mostra milanese di Palazzo Reale vi è molto di tutto ciò. Più di 5 anni di studi preparatorio ci sono voluti per organizzarla ed oltre 4 milioni di euro per concretizzarla, raccogliendo quanto di meglio si potesse, con affiancate opere di contemporanei, e costruendovi attorno attuali percorsi interpretativi entro le belle sale piermariniane, in un ben realizzato e vellutato allestimento.
Uno sforzo ingente per un risultato tra i più alti che ci si potesse aspettare.


Enrico Mercatali
Milano, 15 aprile 2015

14 April 2015

ART e FOOD - Quale cibo? ...ma soprattutto, come, dove e con chi. "Rituali dal 1851". Triennale apre le manifestazioni EXPO facendo storia del cibo come fatto di costume, di comportamento e di gusto estetico.





ART  e  FOOD
Quale cibo? 
...ma soprattutto, come, dove e con chi.



Rituali  dal  1851




Triennale apre le manifestazioni EXPO facendo storia del cibo come fatto di costume, di comportamento e di gusto estetico



Di come spazi ed evolva il dibattito sul cibo nel mondo durante Expo incominciamo già oggi ad averne un assaggio: anche in televisione incominciano i dibattiti e gli scontri sono duri, tra ottimisti e pessimisti, tra positivi e scettici, tra estimatori e contestatori dell'impostazione data all'esposizione universale di Milano, che aprirà i battenti il 1° maggio. Giornalisti e intellettuali non vedono che male ovunque si girino, mentra sponsors, aziende produttrici e distribitrici, organizzatori vedono tutto perfettamente a posto mentre in questi ultimi giorni di lavori si giocas tutta la partita della credibilità nazionale. Anche le istituzioni pubbliche incominciano a fare la loro parte: mentre Triennale e Comune di Milano ricostruiscono, contrariamente a ogni logica e discernimento, il Teatro Continuo di Burri, nel bel mezzo di Parco Sempione, vanificando il senso di uno degli assi visuali tra i più importanti d'Europa e del Mondo, la stessa istituzione milanese promuove l'ottimo restauro dei "Bagni Misteriosi" di De Chirico, proprio a ridosso dei suoi giardini esterni, restituendo all'opera tutta la sua vitale potenza cromatioca originaria, ed inaugura, nelle sale muziane, la gigantesca mostra curata da Germano Celant, "Art e Food - Rituali dal 1851", e allestita in modo un po' dispersivo da Italo Rota.



Una sequenza di immagini prese a caso dalle sale della mostra che dimostrano quanto essa sia stata costruita mescolando generi, materiali, pezzi unici e seriali, epoche, concetti, progetti e oggetti. Dai manifesti anni '50-'70 dello Studio Armando Testa, biciclette per trasportare il latte,un modulo di autosussistenza, il pesce-cucina di Gehry, il primo VolksWagen d'autosufficienza viaggiante, le 10 Campbells soups di Warhol, un modulo espositivo urbano, il Punt e Mes di Armando Testa, contenitori e stoviglie in plastica anni '60, vetrina Depero.


Anche questa mostra, attraverso la sua inconsueta dimensione e la sua fin troppo vasta sfaccettatura del panorama tematico, vorrebbe sollevare un ampio dibattito sui molteplici significati che hanno avuto, nelle diverse stagioni degli ultimi 15 decenni, i rituali della consumazione del cibo, nelle diverse situazioni sociali, nelle più svariate circostanze comportamentali dettate dalle mode, ma anche dai bisogni, dalle esigenze rappresentative o solo semplicemente funzionali, dai climi o dalla pura risposta a modelli predefiniti dagli ambiti produttivi, sia del prodotto preconfezionato destinato alle tavole, sia dei prodotti suggeriti, prima dagli stili artistici o architettonici, ed in seguito anche dal design del prodotto mobiliero, degli articoli per la casa, e perfino dalle case automobilistiche.



Angelo Morbelli, "Asfissia", 1884


La mostra è costituita, secondo lo stile del suo curatore, da un assemblaggio di pezzi autentici della produzione industriale, artigianale, pubblicitaria, artistica, visuale, progettuale architettonica grafica e di design, legate al tema del cibo come fatto di costume, di comportamento e di gusto estetico. Vi si accostano, secondo schemi non particolarmente rigorosi o forse poco comprensibili ai più, opere di pittura o di scultura ad ambientazioni e ricostruzioni di interni modernisti o deco, costruttivisti o razionalisti, autovetture a teche colme di oggetti pratici o simbolici, della vita domestica entro le mura dell'abitazione o della vita domestica proiettata fuori casa, elementi di design legati alla produzione o al consumo di cibo nelle più diverse circostanze, proposte progettuali destinate a razionalizzare il consumo o anche semplicementi a far sognare, proiettandoci nel futuro, il quale a volte ammicca al nostro desiderio di agguantare l'impossibile, altre volte sprofonda nella più catastrofistica delle visioni possibili.





Non mancano nella rassegna i nomi più noti e meno noti dell'arte, da De Nittis a Depero, da Boccioni a De Pisis, da James Ensor a Fontana, da Daniel Spoerri a Duchamp, da Braque a Oldemburg, Da Morandi a Lichtenstein, da Ghirri e Worhol, da Theo van Doesburg a Tom Wesselmann, così come non mancano quelli del Design, da Angelo Fasce a Gio Colombo, da Le Corbusioer a Zanuso, da Mackintosh a Mendini. Non mancano i grafici e i pubblicitari, come lo stesso Depero o lo studio Testa, Dudovich o Munari.
Ma non manca neppure Gabriele D'Annunzio, qui rappresentato dal suo studiolo al Vittoriale di Gardone, angusto e deprimente spazio nel quale, da vecchio, si faceva servire il lauto pranzo, al cospetto degli oggetti a lui più cari: un vitto tutto infarcito di gloriosi e mesti ricordi.



La casa futurista, la casa tecnologica-prefabbricata e quella autarchica (rispettivamente di Gerardo Dottori, di Jean Prouvé e di Angelo Fasce, tre esempi di linguaggio destinato, nelle intenzioni degli autori, non solo a modificare il tipo di arredo ma l'intero comportamento di chi vi vorrà abitare.


Intervallano qua e là la mostra importanti spezzoni di film, scelti da Antonio Somaini, così attribuendo un decisivo ruolo nel descrivere il rapporto uomo-cibo anche all'arte cinematografica. Ricordiamo di aver rigustato parti salienti e memorabili di "Monsieur Hulot", "la Grande Bouffe", "Mangiare bere uomo donna", tre gioielli in cui il tema dominante della mostra, rispettivcamente di Jacques Tati, Marco Ferreri, Ang Lee.

In complesso la mostra è un apprezzabile e perfino rilassante passatempo che non aggiunge, però, nulla di nuovo a quanto da essa avessimo potuto aspettarci, a parte qualche picco di novità, rappresentato ad esempio dal grande bancone-bar Campari, originale degli anni '30, e l'Autarca, di Angelo Fasce, prodotto di design sofisticato realizzato solo in prototipo, per una consumazione del cibo in compagnia d'amici senza dover ricorrere a personale di servizio.
Enrico Mercatali
Milano, 11 aprile 2015




05 April 2015

A great international event: il Nuovo Egizio di Torino - nella città si festeggia con il 1° aprile la riapertura del Museo Egizio, completamente rinnovato



Torino festeggia il 1° aprile 
un grande evento internazionale:
l'Egizio completamente rinnovato



A great international event





Il Nuovo Egizio
di Torino






Egyptian Museum
now completely renovated


compete per bellezza, così come per ricchezza delle collezioni, 
con quello di Il Cairo, che è il primo al mondo


Nel nuovo allestimento, completamente rinnovato rispetto a quello che ha preceduto i lavori di trasferimento, di riallestimento e di restauro, durati poco meno di sei anni, gli spazi ad esso ora destinati alla Manica Lunga di Palazzo Reale sono più che raddoppiati, passando dai precedenti 5000 della Galleria Sabauda agli odierni 10.000. Le collezioni si sono arricchite di nuove aggiunte documentali ed ora gli oggetti esposti hanno raggiunto il ragguardevole numero di 3.500, dai più piccoli a quelli monumentali, quali il sacofago di uno dei figli di Cheope (faraone della più grande piramide egizia dell'Antico Regno), il cui peso di tre tonnellate ha richiesto speciali tiranti per scaricarne il peso sui muri portanti dell'edificio.



 It competes in beauty, as well as richness of the collections,
with the Cairo one, which is the world's first



Il vecchio museo, che pur era il secondo al mondo per importanza, accusava da tempo problemi di spazio, e non ultimi erano i problemi legati alla sua vetustà, sia come concezione museografica che come adeguatezza degli spazi accessori di servizio. La disposizione dei reperti era caotica e incoerente e la visita risultava difficoltosa e dispersiva. Il nuovo museo, ormai a vocazione internazionale, che aveva già vista l'apertura di una prima sezione al piano terra lo scorso anno, dispone ora di spazi adeguati e ben arredati, oltre ad una serie di utili servizi per i visitatori. Il costo complessivo delle opere eseguite ammonta a 50 milioni di euro, un budget notevole, suddiviso tra diversi soggetti finasnziatori: 25 milioni provengono dalla Compagnia di San Paolo, 10 milioni dalla Città di Torino, 7 milioni dalla Regione Piemonte, 5 milioni dalla Fondazione Crt e 3 milioni dalla Provincia di Torino.




Il numero di visitatori ogni anno ormai supera il numero di 500.000. L'anno scorso, con l'apertura di una sola parte del nuovo museo ed i lavori in corso si è raggiunto il numero di 567.000 visitatori, mentre il numero più alto mai registrato è stato nell'anno 2011, con 577.000 presenze.

Ciò che ha fatto notizia, alla giornata inaugurale del nuovo allestimentio, è stato proprio il livello qualitativo che ha segnato l'intera organizzazione dei lavori, la quale, senza mai smettere di mostrare al pubblico le parti del museo non coinvolte direttamente nei lavori, è riuscita, nei tempi e coi costi previsti, a portare a termine l'opera, raggiungendo livelli che normalmente sono difficili da riscontrare nelnostro paese.

Molto apprezzati, sia dalla critica che dal pubblico, sono stati sia il progetto dell'architetto Aimaro Isola, sia il contributo operativo del giovane direttore  Christian Greco, sia il quadro delle maestranze tra cui spicca per perfezione tecnologica la squadra di Sandro Goppion cui si devono le splendide vetrine, sia il raconto grafico ed il logo di Ico Migliore e Mara Servetto, ed infine per il fine restauro dei manufatti il Centro di Restauro della Venaria Reale e dei Musei Vaticani: un "miracolo italiano" al quale non eravamo più abituati.





Il nuovo museo dispone ora di una coerenza espositiva che prima non poteva avere per la ristrettezza dei suoi spazi: Il percorso si svolge ora secondo un criterio rigidamente cronologico a partire dal piano terra, per svilupparsi ai piani superiori, partrendo dal Periodo Predinastico, 4000-3400 a.C., per passare all'Epoca Islamica attraverso l'Antico Regno, il Primo Perodo Intermedio, il Medio e Nuovo Regno, i successivi Periodi Intermedi fino a quello Nubiano, le epoche Tolemaicha e Romana, il Periodo Islamico (VII-VIII secolo), mentre al piano interrato vi è la più parte della collezione storica.

Quest'ultima è quella che maggiormente lega il Museo ai torinesi, quella che dice come nacque qui la collezione a partire dalla Mensa Isiaca acquistata nel 1628 dal re Carlo Emanuele I assieme al nucleo originario della collezione sabauda. Vi si aggiunsero nel 1700 la Iside di basalto, fino ad ora immaginata come l'effige della dea Hathor, e la Sekhmet di diorite, divinità menfita dalla testa leonina, entrambe portate nella città da Vitaliano Donati su incarico di Carlo Emanuele III. Nel 1820 i monarchi sabaudi acquistaronio per una cifra iperbolica l'intera collezione di Bernardino Drovetti. Subito dopo, nel 1825 Carlo Alberto fondò l'Egizio, mentre giungeva dalla Francia Francois Champollion, che verificò proprio a Torini, studiandone i reperti, il suo metodo di decifrazione dei geroglifici. Poi fu la volta dell'acquisizione del Papiro Iufankh, il più lungo al mondo coi suoi 18,45 metri, ed infine di un dipinto ottocentesco di Delleani raffigurante lo stesso museo in quell'epoca, libri, reperti e documentazione varia proveniente dagli scavi che fece Ernesto Schiapparelli mentre era direttore del Museo Egizio tra '8 e '900.





La parte più scenografica e spettacolare dell'allestimento, che ora tutti possono vedere, è alle sale superiori, ove domina il criterio cronologico a discendere dal piano più alto al più basso, tra cui campeggia la stupenda ricostruzione della tomba di Ini del Primo periodo Intermedio, la sala dei Sarcofagi, tra Medio e Nuovo Regno, il sarcofago ligneo di Iquer, sulla cui superficie si sviluppa la raffigurazione del più antico calendario astronomico, risalente a 4000 anni fa. Scendendo di piano, troviamo anche, completamente ricostruito, l'intero tempio di Ellesija, che fu donato all'italia in segno di riconoscenza per l'aiuto dato dal nostro paese durante i lavori di savataggio dei monumenti che sarebbero stati sommersi dopo la costruzione della diga di Assuan dalla formazione del nuovo lago Nasser.




I supporti multimediali sono la grande novità del nuovo museo, che rendono immediato il collegamento tra i suoi diversi episodi a quelli analoghi di altri musei nel mondo oppure a quelli non disponibili se non a magazzino dello stesso museo, rendendo personalizzabile qualunque ricerca possa essere fatta da ciascun visitatore, ancorchè indirizzato dalla narrazione complessiva che l'allestimento attuale fa del materiale esposto. Ma di "narrazioni" ve ne posso essere infinite, dice il direttore del museo Christian Greco, ed è proprio sua intenzione poter offrire del museo stesso, una immagine completamente flessibile ed aperta, ovvero capace di mutarsi nel tempo in nuove e diverse "storie da raccontare", sia attraverso le mostre specialistiche da affiancare al percorso principale, sia attraverso una "rimodellazione" dei percorsi ed un "riciclo" delle opere dal magazzino alle sale e viceversa, tali da costituire, ogni volta che vi si vada a farvi visita, una diversa e particolare esperienza a sorpresa.


 



Enrico Mercatali
Torino,  3 aprile 2015





31 March 2015

MUDEC - Museo delle Culture. Un museo della conoscenza per la fratellanza tra i popoli -. Milano - Ex Ansaldo





MUDEC 


Un museo della conoscenza 
per la fratellanza tra i popoli




MUDEC - Museum of Cultures.  
A museum of knowledge for brotherhood among peoples
Milan - Ansaldo Area



Anche Milano ha ora il suo "Musée du quai Branly". Apre a Milano, infatti, una nuova istituzione, metà pubblica e metà privata, nell'area dell'Ex Ansaldo, ad opera sia del Comune di Milano che di 24 Ore Cultura in partnership. Si chiama MUDEC, acronimo che sta per Museo delle Culture.  E' un museo che da tempo si pensava di realizzare a Milano, per riunire le innumerevoli quanto ricche e prestigiose collezioni etnografiche otto e novecentesche, sia civiche che private, che richiedevano d'essere raccolte entro un unico spazio per essere rese disponibili al pubblico e agli studiosi.

Finalmente il Museo è nato e raccoglie oltre 7000 pezzi, tra oggetti vari ed opere, dalle porcellane preziose del Giappone, alle lacche cinesi, dalle maschere africane, agli idoli in terracotta delle Americhe, a tappeti, tessuti, costumi, ecc., il tutto corredato da documentazione cartografica e fotografica di grande valore.




L'incarico per la realizzazione della nuova sede, dato a suo tempo all'architetto inglese di fama internazionale David Chipperfield, ha prodotto un bell'edificio architettonico, di circa 17.000 metri quadrati, già approdato su un tavolo di polemiche per la mancata accettazione da parte del progettista di un pavimento che, pare, non sia stato realizzato secondo progetto.

Ma, al di là delle polemiche, tutta l'operazione sembra essere ben lievitata e pronta per essere infornata presso il pubblico. Difatti, anche se non tutte le parti delle collezioni implicate, per lo più nate da raccolte private, pubblico e critica hanno già potuto sperimentarne gli spazi, i servizi, la collocazione delle raccolte della parte stabile del museo e la realizzazione delle prime due mostre collaterali preparate per l'inaugurazione. Di queste, una è dedicata all'Africa, e allo spirito che anima la sua produzione oggettuale e artistica, intitolata "Africa, la terra degli spiriti", prevalentemente incentrata sul tema delle maschere.




La seconda dedicata alle storiche esposizioni internazionali svoltesi a Milano all'inizio del nuovo secolo.  Negli allestimenti di queste, specialmente in quella più ricca di testimonianze, quella del 1906, aleggiavano intensi gli esotismi tanto cari ad una cultura che da decenni, e per molti anni ancora, annaspava alla ricerca di uno stile che caratterizzasse l'epoca, spesso ricalcando le orme delle epoche passate, a volte richiamandone gli stili o i riferimenti alle culture lontane che costituivano vere e proprie mode, a causa di un turismo di elite che ne riportava a casa oggetti e supellettili da collezione, oltre alle prime immagini fotografiche.



Padiglioni stranieri all'Esposizione Universale di Milano del 1906, in una cartolina d'epoca dal titolo "Il Cairo a Milano".


Le collezioni permanenti del Mudec  comprendono oggetti, arredi, mobili, gioielli, tappeti provenienti dai paesi che sono stati oggetto di vero e proprio culto turistico da parte degli "esploratori" europei, specialmente a caccia di "trofei" da collezione, che nulla avevano a che vedere con logiche colonialiste. Ricordiamo qui, tra tutti Manfredo Settala, che fu uno dei più importanti collezionisti nel '600, e la sua Wunderkammer, qui riconfermata nel museo, ove sono stati reperiti 100 pezzi ripartiti in sezioni: "naturalia", "mirabilia" ed "exotica".
 



Esposti al MUDEC, tra gli altri, questi oggetti (dall'alto): Maschera africana in legno dipintom e saggina; un Cavaliere, dell'Atelier Bamana di Segou, nel Mali, inizio XX secolo, in legno nero; "Poggiatesta" della Repubblica Democratica del Congo, della fine del XIX secolo, in legno decorato con collane di pietra; portapietre raffigurante un cane, proveniente dall'asia orientale, in metallo laccato; coppia di gemelli, Atelier Yoruba di Igbuke a Oyo, Nigeria, inizio del XX secolo, in legno e perline di vetro; pipa africana antropomorfa, in radica e avorio; statua per uso magico-religioso, in legno, pelliccie, piume, collane in pietra.



Allestimento della mostra "Gli spiriti dell'Africa",  al MUDEC di Milano per l'inaugurazione.


Enrico Mercatali
Milano, 28 marzo 2015