THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

25 November 2014

Belle pollaiole in gabbia - al Poldi Pezzoli, Milano (magnifica l'idea, inadeguato l'allestimento) - di Enrico Mercatali





a Milano 
POLDI PEZZOLI





Belle pollaiole in gabbia




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Magnifica l'idea - Inadeguato l'allestimento
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Grande idea, splendida invenzione, quella di riunire le quattro dame fiorentine, alle quali Antonio e Piero Pollaiolo ritrassero il profilo sinistro nel bel mezzo del Quattrocento, nella sede abituale di una di esse, al Museo milanese Poldi Pezzoli (ammicca Philippe Daverio, in un articolo su Style, all'idea che a Firenze uno sguardo a sinistra fosse già allora una abitudine). Idea geniale, comunque, e riuscita operazione di marketing sotto EXPO, per il Museo stesso, per la Città di Milano e per il mondo dell'arte nella sua interezza. Difficile operazione, come si sà quella di riunire opere provenienti da diverse istituzioni mondiali, nello stesso luogo ed in contemporanea, qui riuscita benissimo. Dobbiamo questo riuscito ed intelligente sforzo alla direttrice del museo che ora ospita tutte assieme le quatro opere, Annalisa Zanni ed ai partners Style ed Io Donna.



Eccole qui tutte e quattro le belle dame toscane, che mostrano i loro profili assai diversi (molti critici in passato avevano creduto fosse la medesima donna colta nelle sue diverse età, ma non è così). Esse mettono in mostra, quali simboli di appartenenza a nobili famiglie fiorentine, le loro accurate acconciature, ornate da magnifici gioielli, i loro décolleté, arricchiti da collane elegantissime proprio perchè non sfarzose, il loro gusto nella scelta degli abiti i cui tessuti riccamente ricamati costituivano allora una delle maggiori specialità produttive della città, i loro enigmatici sguardi. Dall'alto al basso: Antonio Pollaiolo, 1470-75 Ritratto di dama, Milano- Museo Poldi Pezzoli; Antonio e Piero del Pollaiolo, Ritratto femminile, Berlino - Gemaldegalerie; Piero del Pollaiolo, Ritratto femminile, New York - Metrtoipolitan Museum of Art; Piero del Pollaiolo, Ritratto femminile, Firenze - Galleria degli Uffizi. Vent'anni sono trascorsi tra il primo e l'ultimo dei ritratti.

La mostra si completa dando uno sguardo sintetico ma non superficiale alla produzione grafica della bottega dei Pollaiolo ed alle sue specialità orafe, tra cui eccelle l'incisione su metalli, argenti ed oro, produzione di monete (di qui la specificità di tracciar profili!), e la realizzazione di oggetti preziosi destinati alle funzioni religiose. La fama della bottega diventa sempre maggiore mano a mano che i due fratelli Antonio e Piero incrementano le rispettive commesse, tra cui numerose anche le opere scultoree e pittoriche. Il primo eccelle nel disegno, il secondo nell'arte orafa. Nel tempo hanno messo le proprie abilità al servizio dell'altro, così che la bottega prosperò: il primo preparava i bozzetti e i disegni esecutivi, mentre il secondo coordinava le realizzazioni. Spesso collaborarono sulla medesima opera, tanto che poco chiare sono tuttorale attribuzioni, ed ancora oggi difficile è essere certi di chi sia l'una o l'altra delle quattro belle signore fiorentine oggi riunite nella mostra milanese. Qualcuno sostiene che tutte e quattro siano di mano di Antonio, ma la tradizione vuole che sia sua solo la prima, quella che abita a Milano.



Piero del Pollaiolo, Apollo e Dafne, 1470-80, Londra, National Gallery



Antonio Pollaiolo, Ercole e Anteo, 1475 Firenze - Galleria degli Uffizi

Le opere che abbiamo riportato qui sopra sono attribuibili invece certamente la prima, "Apollo e Dafne", a Piero e la seconda "Ercole e Anteo" ad Antonio. Ispirati ai medesimi paesaggi, ai soggetti mitologici, allo studio dell'anatomia, entrambi rivelano costantemente nelle loro opere, che siano disegnate, oppure di incisione, di scultura o di pittura, un talento portentoso per il segno puro e netto, per l'analisi del dettaglio visto principalmente come forma disegnata, più che come espressione di colore.




Perchè abbiamo titolato questo articolo "Belle pollaiole in gabbia"? Così come siamo stati affascinati dall'idea dei curatori di creare, dei ritratti, un unico gruppo, quasi che i profili femminili dei Pollaiolo fosse stati concepiti tutti quanti assieme come parti d'una unica opera, così anche tanto abbiamo deprecato l'insufficientissimo allestimento, costretto come era tra l'esigenza stessa di maggiore spazio per le opere e quelle d'un pubblico che non poteva altro che essere immaginato fin dall'inizio come molto numeroso ed un ambiente che non bastava neanche lontanamente allo scopo.
Difatti non siamo riusciti in un'ora a vedere i quattro soggetti primi della mostra, se non da una terza e quarta fila, dietro a una folla che mal si spostava da una parte all'altra resa lenta dallo stesso nutrito numero di persone che la formava: un vero insuccesso proprio dovuto al suo notevole successo.
Crediamo fosse possibile, sia pure a costo di maggiori oneri, dedicare alla mostra un paio delle ampie sale del piano superiore, oppure rinunciare alle opere complementari, pur tanto apprezzate e forse necessarie per fornire al pubblico un quadro almeno sintetico della produzione di bottega.
Un vero peccato perchè le belle "pollaiole", in quell'angusto spazio, parevano davvero in gabbia.


Milano, novembre 2014
Enrico Mercatali


19 November 2014

Venezia e la Divina Marchesa






Venezia 
e
 la Divina Marchesa




Sopra al titolo: Man Ray "La marchesa Casati", 1922, con intervento di Luisa Casati del 17 dicembre 1923 e scritto autografo di Gabriele d'Annunzio (opera conservata a Gardone Riviera, Fondazione Il Vittoriale degli Italiani).
Sotto al titolo: Anne-Karin Furunes "Crystal Image/Marchesa Casati", 1912-14; immagine dell'atrio di ingresso alla mostra odierna a Palazzo Fortuny, ove si vede sullo sfondo il ritratto macrofotografico oggi rrealizzato dall'originaria foto di Anne-Karin Furunes ed, in primo piano, un manichino che indossa un abito d'epoca indossato dalla marchesa Luisa Casati Stampa (fotografia di Enrico Mercatali)



E' in corso nella città lagunare una mostra che descrive due eccentricità a confronto, dalla personalità spiccata e un fascino prorompente. L'epoca è quella d'una Belle Epoque capace di mostrarsi al mondo senza porre limiti alle proprie follie: una città sfarzosa e affascinante ed una donna dalle inesauribili promettenti risorse.
La città rappresentata è la stessa Venezia, e la donna di cui si parla è la Marchesa Casati Stampa di Soncino, detta Divina da artisti e poeti, la quale in laguna ha trovato, tra gli anni ruggenti e quelli ancor più folli che seguironio, un palcoscenico perfetto per mettere in mostra il proprio charme e la propria vitalità estetizzante.



Sopra: molto in vista nelle cronache del tempo era anche l'ereditiera del grande collezionista d'arte Solomon Guggenheim, Peggy, in questa foto ritratta da Man Ray, in abito dorato di Paul Poiret e copricapo di Vera Stravinskij. Sotto: la facciata di Palazzo Fortuny in campo San Beneto (fotografia di E. Mercatali), fucina creativa, centro di produzione e di promozione, teatro e passerella di tanta moda dell'alta società veneziana tra gli anni '10 e '30 del secolo XX.


L'evento si svolge oggi in uno dei più affascinanti palazzi della Venezia più interna, che fu proprio quello che la ospitò e che le diede lustro: Palazzo Fortuny, già appartenuto ai Pesaro (Pietro nel 1522 vi divenne Procuratore di San Marco) ed in seguito divenuto proprietà di Mariano Fortuny Madrazo, spagnolo, creatore di moda e fotografo di fama, la cui mondanità a contatto con le personalità più illustri dell'epoca, lo elessero intimo amico della Marchesa Casati Stampa e compartecipe alle numerose sue esibizioni davanti allo scenario della città, tra gli anni ruggenti e quelli che seguirono, segnando la fortuna mediatica dei due tra le due grandi guerre. Palazzo Fortuny, mantenuto quale sede abitativa e professionale fino alla sua morte del suo proprietario, nel 1949, a partire dagli ultimi anni dell''800, fu, delle stravaganze veneziane della famosa aristocratica signora e delle sue volubili ed estetizzanti passioni, lo scenario ideale. Nei suoi grandi e luminosi saloni infatti, proprio dove oggi ha corso di svolgimento la mostra che ne narra le vicende, si svolgevano grandi ricevimenti, e vi si intrecciavano storie di lavoro e di produzione artistica, nonchè avvincenti relazioni tra persone che erano destinate a segnare i tempi con la loro azione, mossi che fossero da sentimenti o interessi personali, da puro desiderio segnaletico in un periodo di nuovi esibizionismi oppure da autentiche e travolgenti estetizzanti follie.



La Divina Marchesa ha qui sopra dato il suo volto e il suo corpo in ritratti a lei dedicati da diversi artisti, assai in voga in quell'epoca. Dall'alto al basso: di Kees Van Donghen, "Il molo" Venezia 1921; Giovanni Boldini "La marchesa Casati con levrieri", 1908; Augustus Edwin John, "La marchesa Casati" 1919; Romaine Brooks "La Marchesa Casati", 1920; Roberto Montenegro "Ritratto della marchesa Luisa Casati Stampa, 1914; Alberto Martini "Ritratto della marchesa Casati nel mio atelier a Parigi - Una grande artista, 1925.



Da Palazzo Fortuny sono transitate infatti schere di artisti, poeti, scenografi, coreografi tra i più noti, che sono stati travolti dalla forte personalità della Marchesa, e che, in diversi modi, hanno avuto parte attiva nella sua vita in continuo divenire nelle cronache dei primi decenni del '900, lasciandovi testimonianze nelle lettere, nelle fotografie, nella moda di quegli anni, in dipinti e disegni che la ritraevano nelle sue esplicite sembianze oppure, secondo il costume che accompagnava le feste più sfarzose che la nobiltà veneziana in quegli anni si inventava, in travestimenti più o meno riusciti di personaggi storici o di fantasia a seconda dei copioni da rappresentare.
Attorno agli anni '10 destavano già scalpore le sue famose uscite in gondola negli oscuri canali della venezia notturna, o nelle passeggiate in piazza San Marco, accompagnata dal servitoire nubiano Garbi che la illuminava reggendole un candeliere dorato, e dal suo inseparabile felino, un ghepardo dal collare di diamanti spesso al suo fianco nei quadri che la ritraevano, e dai levrieri dipinti di blu o di viola, "accessori animati" dei ricchi abiti che indossava. Mentre lei indossava scarpine dorate dai tacchi di madreperla, sulle spalle di Garbi facevano gruppo pappagalli multicolori o scimmiette squittenti, ed assieme propagandavano l'essenza di una donna che avrebbe sorpreso e poi stimolato alcuni tra i più grandi artisti dell'epoca, i quali incominciavano a ritrarla nelle loro opere, così alimentando il narcisismo della Divina signora in un circuito senza fine.

Perfino il famoso coreografo russo ed il suo scenografo allora più in vista, Diaghilev e Léon Bakst, ebbero parte attiva nella vestizione e travestimento della Marchesa Casati negli anni, che la ritrassero nelle vesti di danzatrice


 
 
 

Altri ritratti della Divina Marchesa in opere di altrettanti artisti della sua epoca d'oro, o in quella della sua decadenza. Dall'alto al basso:  di Léon Bakst "Danse indo-persane/Marquise Casati", 1912; Paolo Troubetzkoy "Ritratto della marchesa Casati con levriero", 1914; Giacomo Balla "La marchesa Casati con levriero e pappagallo", 1916; Giacomo Balla "Fluidità delle forze rigide della marchesa Casati, 1917; Fortunato Depero "La marchesa Casati", 1917-46; T.J. Wilcox "Night Cloaked Casati",  2008.


Musa di modernità ed ispiratrice di stravaganze modaiole, modella d'avanguardie artistiche ed essa stessa portatrice di vento nuovo, artista performantica avant-lettre ed incarnato idolo di poeti scrittori commediografi l'aristocratica signora fu corteggiata, ed anche amata, nelle più diverse forme che essa andava concedendo, da Gabriele d'Annunzio (Ariel per lei, e Corè per lui), al barone Adolf de Meyer, da Léon Bakst ad Alberto Martini, da Gacomo Balla a Giovanni Boldini, da Mariano Fortuny i Madrazo a Paolo Trubetzkoy, da Kees van Dongen a Filippo Tommaso Marinetti, da Fortunato Depero ad Augustus Edwin John, da Man Ray a Romaine Brooks, da Axel Munthe a numerosi altri.

Hanno scritto ispirandosi a lei Gabriele d'Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti, Tennessee Williams, Jack Kerouac, Maurice Druon, e tanti altri.



Adolf de Meyer "La marchesa Casati", 1911, con una massima autografa di Gabriele d'Annunzio del 6 agosto 1913, riutilizzata nel suo "Libro segreto", 1935 (Gardone Riviera, Fondazione Il Vittoriale degli Italiani).


Venezia, ottobre 2014
Enrico Mercatali

09 November 2014

Per ARTISSIMA Torino 2014 - SHIT AND DIE - Lo "stato dell'arte" dell'ARTE contemporanea





Per
A R T I S S I M A 
Torino 2014


SHIT
AND
D I E
*




Lo "stato dell'arte"
sull'ARTE contemporanea



E' di Alessandro Mendini, altro creativo provocatore disponibile sul mercato, lo schizzo qui sopra riportato,  creato per la mostra Shit and Die, non a caso chiamato da Cattelan a promuovere l'evento torinese



"Caga e muori" (*) è il titolo in inglese (forse per renderlo meno esplicito alla percezione dei connazionali) che Marurizio Cattelan ha dato alla grande mostra quest'anno organizzata a Palazzo Cavour per la seconda edizione di One Torino, il progetto espositivo annuale che la Città di Torino ha avviato lo scorso anno, nell'ambito di "Artissima", per dare nuova linfa al ruolo di Torino nell'ambito delle arti contemporanee nel mondo.

Apre perciò nel segno di un nome che è già sinonimo di forte provocazione la manifestazione artistica torinese che, da quest'anno, si veste soprattutto coi panni di prodotti altamente "performanti". E' questa la sigla impressa dal curatore del progetto "One Torino", e della sua straordinaria mostra a Palazzo Cavour, intitolata "Shit and Die", Cattelan appunto, dissacratore e provocatore per eccellenza, coraggiosamente chiamato dalla curatrice dell'intero evento Sara Cosulich Canarutto, ad ispirare ancora e soprattutto forme di spettacolarità d'arte spinte all'eccesso, alle azioni sbalordenti, ad una teatralità fatta appositamente per creare stupore, e, se possibile e meglio, scandalo.

Si sà, l'arte moderna è sempre stata improntata ad azioni ad effetto, costruita per creare choc, inventata al fine di provocare scandalo, e questo è quanto l'artista italiano Maurizio Cattelan,  internazionalmente più quotato, ben conosce ed al cui copione normalmente si ispira.




Qui sopra Maurizio Cattelan è in posa con le due co-curatrici 
dell'evento torinese Myriam Ben Salah e Marta Papini



Questa volta l'effetto choc si è istituzionalizzato nel momento in cui a curare la mostra più significativa dell'intera manifestazione è stato messo proprio lui, il guastafeste per eccellenza, il giamburrasca che fin qui aveva scelto di compiere gesti isolati, ma che adesso tende a coinvolgere una generazione intera di artisti, provando a renderli capaci a mettere in moto quante più possibili reazioni di sdegno, o di dissenso, da parte del pubblico, che diventino se possibile anche di aperta opposizione, ma sempre e comunque tali da provocare apprensione, disturbo, disgusto, oppure pura e semplice intolleranza.



Una serie di ritratti di personaggi famosi d'ogni ambito è chiamata a provocare con essi i selfie del pubblico: qui sopra il sindaco Fassino: una tipica posa riflessiva del sindaco di Torino che ha reagito con grande divertimento: «Ringrazio gli autori e spero di vedere presto la mostra».  Poteva forse il sindaco "indignarsi" per essere stato deformato in quel modo? Certo che no. E così anche Alba Parietti, ritratta sul lato B, che si è detta «orgogliosa che Cattelan abbia messo in mostra la mia parte migliore, che non ho mai usato per fare carriera. A 53 anni è un bella soddisfazione». Come loro anche i volti rimaneggiati di Marco Travaglio, con un piercing al naso, Sergio Marchionne, Lapo e John  Elkann, Lavinia Borromeo, Piero Angela, Chiambretti e numerosi altri.


Stavolta il guru dell'arte più estrema ha voluto chiamare a sè, per ottemperare all'incarico ricevuto, giovanissimi artisti che vedono il nuovo soprattutto nelle forme totalizzanti dell'espressione, ove la vera modernità si annida nel complesso intreccio tra le avanguardie musicali, di danza, poesia e teatro, all'insegna della più ricca e plastica immaterialità.
Le opere hanno il compito qui prevalentemente di suscitare azioni attorno ad esse, oltre che, come normalmente avviene, dibattito. Se quest'ultimo c'è esso è volto a creare nuova azione tale da far diventare questa motore di autopromozione, ed infine merchandising.





E' dalla consapevolezza che il mercato, non solo artistico, necessita di scosse, e che le scosse siano il motore di nuovo mercato l'arte di oggi si spinge ai suoi estremi tentativi pur di riuscire a creare interesse e coinvolgimento. Ancora vi riesce, questo è certo, a giudicare dai grandi numeri registrati all'inaugurazione, e a quanto già si legge nelle cronache.
Il mondo dell'arte, che sia arte pura, oppure design, architettura, grafica, commiste alla poesia, alla musica, alla danza ed al teatro, è consapevole d'un rapporto, oggi privilegiato, con il mondo della moda da offrire allae grandi masse ed anche al lusso. Anzi esso è divenuto consapevole di essere il motore stesso della moda, ovvero ciò che oggi sa creare, non solo nel nostro paese ma in ogni altro angolo del mondo occidentale, i grandi numeri dell'economia. La moda ricambia oggi l'azione degli artisti contemporanei costruendo una altrettanta consapevolezza nei suoi creatori che le due sfere creative siano ormai così ben saldate tra loro da essere diventate indispensabili l'una all'altra e viceversa. E così la grande kermesse diventa un appuntamento ogni anno sempre più necessario e ineludibile per ogni operatore, ma anche per chi, del pubblico, voglia mantenersi ben informato.




Alcune immagini qui sopra e sotto testimoniano della estrema varietà d'eventi proposti nelle passate edizioni della manifestazione artistica torinese



Resa viva da molte gallerie internazionali, da 40 paesi del mondo, Artissima, la sempre giovane ed effervescente manifestazione torinese dell'arte contemporanea, compie oggi 20 anni e sfida la crisi moltiplicando gli espositori, che sono quest'anno 190, tra cui 130 gallerie provenienti dall’estero e 60 italiane. Tra i nuovi arrivati vi sono il Sud Est asiatico, il Medio Oriente e il Brasile. E' un buon segnale questo interesse proveniente da lontano, capace di far nascere nuove tendenze e mettere in moto nuove vendite. Tra il pubblico c'è stato quest'anno anche il presidente della Fiat, John Elkann, arrivato "da visitatore, per capire cosa propongono gli artisti, soprattutto quelli giovani. Questa è una delle fiere di arte contemporanea più importanti al mondo. Sono molto curioso", ha detto, "perché Artissima ci permette di capire cosa si muove nel mondo".


Enrico Mercatali
Torino  8 novembre 2014


03 October 2014

Burri riavrà nel Parco Sempione il suo teatrino, ma Milano avrà perso uno dei suoi più importanti biglietti da visita






Burri riavrà nel Parco Sempione
il suo teatrino



ma Milano avrà perso 
uno dei suoi più importanti biglietti da vista


Abbiamo appreso con sgomento la notizia
che Soprintendenza e Giunta hanno dato il loro via libera alla ricostruzione dell'opera come e dove era in precedenza




Tanto abbiamo amato ed amiamo Alberto Burri e la sua arte, indubbiamente importante nel quadro di livello mondiale in cui s'è saputa inserire, quanto abbiamo osteggiato, ed ancora intendiamo osteggiare, il suo teatrino al centro del Parco Sempione nei numerosi anni che lì lo videro, cementizio e inadeguato, impattante e insensato, tra il 1973 e il 1989.

Tanto amiamo l'arte moderna, nella quale Burri ha assunto una posizione qualificata e di rilievo, e particolarmente le istallazioni che essa propone oggi, anche nel cuore delle grandi città, ed anche quanto essa generalmente sappia esprimere nel rapporto con l'antico, o sappia dire nel colloquio con i grandi scorci urbani, o con la storia, quanto quest'opera non ci abbia mai convinto, fin dal suo nascere (se non come istallazione appunto con caratteri di provvisorietà, e non ci convince tuttora, come mai ci potrà convincere in futuro.




Il "Teatro Continuo" che Alberto Burri aveva realizzato nel bel mezzo del Parco Sempione di Milano nel 1973, in occasione della XV Triennale, era stato demolito nel 1989. Nonostante la sua struttura cementizia di grandi dimensioni impattasse in maniera eccessiva all'interno dell'unica e splendida prospettiva visiva tra Castello Sforzesco ed Arco della Pace,  essa è durata in sito ben 16 anni, finchè la Giunta di Paolo Pillitteri, allora Sindaco di Milano, ne decise l'asportazione.


Siamo pertanto ora a denunciare l'intervento ora proposto di ricostruire entro il 2015 il Teatro Continuo di Burri, nella sua posizione originaria, purtroppo già deciso (anche se molti oppositori stanno cercando di indire un referendum tra i cittadini per evitarlo), cercando di dire la nostra sperando che la nostra voce possa unirsi a quelle di tanti altri per sventare, per un'altra volta, quello che a nostro avviso è, nei fatti, un vero e proprio attentato al cuore della città, costituito, non già dall'elemento in sè, sul quale non vi sarebbe nulla da obiettare, quanto dal suo inserimento proprio sull'asse della principale prospettiva, storicamente consolidatasi tra i principali monumenti di Milano, che collega la direttrice del Sempione e l'arco della Pace al Castello Sforzesco nella direzione di via Dante, sino al Duomo, quella prospettiva indicata dall'Antolini nel 1806 come asse fondamentale dell'impianto urbanistico milanese, il quale, nella sua visione, avrebbe dovuto attribuire alla città un'aura di magnificenza civile pari, se non superiore, a quella di Parigi.

All'interno di questo quadro storio-ambientale, valorizzato oggi da una nuova e migliore manutenzione del verde arboreo dell'Alemagna che vi fa da quinta, poco, anzi per nulla di addice l'opera in questione, la quale peraltro avrebbe riscontri poco felici anche sul piano d'un utilizzo, peraltro intrinsecamente suggeritovi, di forte richiamo di pubblico, inadatto quindi in quella sua precisa collocazione (già peraltro sciaguratamente già collaudata).



Sopra e sotto:  l'opera, nel corso degli anni '70 e '80 si degradò parecchio, tanto che la decisione della sua demolizione arrivò non tanto per ragioni di tipo storico-ambientale, quanto a causa degli ammaloramenti avanzati che alcune sue parti denunciavano, ma anche a causa dell'uso poco decoroso delle sue superfici da parte dei "graffittari" dell'epoca.



Ci spiace assumere la posizione, generalmente considerata "bacchettona", di chi nega il nuovo in ragione d'una linea conservatrice dello statu quo, erigendoci a difensori d'ona realtà presuntamente ritenuta immadificabile, ma, pur essendo qui esattamente ciò che stiamo facendo, essa ha, credo in questo caso, una giustificazione di notevoile importanza, anzi d'una tale importanza da far superare in forza il mantenimento d'uno stato di fatto, realmente di grandissimo valore, se messo a confronto con una sia pur pregevole opera, o, se si vuole, di una sia pur interessante ed originale proposta aetistica avanzata da uno dei maggiori artisti italiani (e mondiali) del XX secolo.

Crediamo in ultima istanza sia possibile, oltrechè auspicabile, un compromesso, ovvero quello di ricostruire il segno burriano, ad memoriam, entro qualche enclave arboreo del parco stesso, che ne ricordi il senso originario quando fu posto nella prospettiva antoliniana, senza però esservi di fatto. Qualcuno potrebbe indicare in questo compromesso una sorta di non-sense, in quanto contriddirebbe la matrice stessa dell'originaria idea del suo autore, ed in tal caso allora, se neppure se ne voglia attivare la pura memoria come intento temporaneo se pur provocatorio, meglio tralasciarne del tutto la ricostruzione.



Vi sono contesti nei quali l'opera moderna s'adegua perfettamente anche accanto ad una chiesa antica  (ad esempio la fontana Strawinsky di Tinguely tra il Beauburg e la Chiesa gotica di St Eustache, o, perchè no, quanto noi stessi proponevamo in un'altro articolo di questa blog, che voleva vedere accanto al Duomo di Milano un moderno impianto di risalita),  ma ve ne sono altri nei quali nulla necessita in essi in più di quanto già non vi sia, se non di peggiorativo.
Questo è il caso in questione, che rischierebbe di diventare un secondo atto sbagliato d'una storia destinata a ripetersi, ovvero a rivedere tra qualche anno una ennesima decisione demolitoria.

Crediamo che i milanesi preferiscano avere il loro Alberto Burri ben collocato in altra posizione, e mantenere la loro superba veduta prospettica che dal castello vada all'Arco della Pace ed oltre, che tanto la sanno rendere "grande città europea". Tutt'attorno grandi segni di storia e di creatività ne fanno un comparto urbani centrale ed unico nel suo genere: Duomo, Palazzo della Ragione, Castello Sforzesco, Torre del Filarete e Musei Civici (Pietà Rondanini), Parco Sempione, Palazzo della Triennale, Torre pontiana del Parco, Arena, Arco della Pace. Anche all'interno del Parco emergono segni di storia della città, dal teatrino di Arman, ai Bagni Misteriosi di De Chirico, il ponte delle Sirenette, e, perchè no, il Teatro Continuo di Burri, ma non in quella proposta scorretta collocazione.



Qui sopra: piccoli giorielli interni al Parco Sempione, tutti posti in posizione defilata sia pure ben visibili ed utilizzate dal pubblico, tra cui potrebbe ancora annoverarsi il Teatro burriano: il teatrino di Arman, i "Bagni Misteriosi" di De Chirico, l'ottocentesco Ponte delle Sirenette", già collocato in via Senato per attraversare la Cerchia del Navigli.


Milano, 3 ottobre 2014
Enrico Mercatali