THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

03 October 2014

Burri riavrà nel Parco Sempione il suo teatrino, ma Milano avrà perso uno dei suoi più importanti biglietti da visita






Burri riavrà nel Parco Sempione
il suo teatrino



ma Milano avrà perso 
uno dei suoi più importanti biglietti da vista


Abbiamo appreso con sgomento la notizia
che Soprintendenza e Giunta hanno dato il loro via libera alla ricostruzione dell'opera come e dove era in precedenza




Tanto abbiamo amato ed amiamo Alberto Burri e la sua arte, indubbiamente importante nel quadro di livello mondiale in cui s'è saputa inserire, quanto abbiamo osteggiato, ed ancora intendiamo osteggiare, il suo teatrino al centro del Parco Sempione nei numerosi anni che lì lo videro, cementizio e inadeguato, impattante e insensato, tra il 1973 e il 1989.

Tanto amiamo l'arte moderna, nella quale Burri ha assunto una posizione qualificata e di rilievo, e particolarmente le istallazioni che essa propone oggi, anche nel cuore delle grandi città, ed anche quanto essa generalmente sappia esprimere nel rapporto con l'antico, o sappia dire nel colloquio con i grandi scorci urbani, o con la storia, quanto quest'opera non ci abbia mai convinto, fin dal suo nascere (se non come istallazione appunto con caratteri di provvisorietà, e non ci convince tuttora, come mai ci potrà convincere in futuro.




Il "Teatro Continuo" che Alberto Burri aveva realizzato nel bel mezzo del Parco Sempione di Milano nel 1973, in occasione della XV Triennale, era stato demolito nel 1989. Nonostante la sua struttura cementizia di grandi dimensioni impattasse in maniera eccessiva all'interno dell'unica e splendida prospettiva visiva tra Castello Sforzesco ed Arco della Pace,  essa è durata in sito ben 16 anni, finchè la Giunta di Paolo Pillitteri, allora Sindaco di Milano, ne decise l'asportazione.


Siamo pertanto ora a denunciare l'intervento ora proposto di ricostruire entro il 2015 il Teatro Continuo di Burri, nella sua posizione originaria, purtroppo già deciso (anche se molti oppositori stanno cercando di indire un referendum tra i cittadini per evitarlo), cercando di dire la nostra sperando che la nostra voce possa unirsi a quelle di tanti altri per sventare, per un'altra volta, quello che a nostro avviso è, nei fatti, un vero e proprio attentato al cuore della città, costituito, non già dall'elemento in sè, sul quale non vi sarebbe nulla da obiettare, quanto dal suo inserimento proprio sull'asse della principale prospettiva, storicamente consolidatasi tra i principali monumenti di Milano, che collega la direttrice del Sempione e l'arco della Pace al Castello Sforzesco nella direzione di via Dante, sino al Duomo, quella prospettiva indicata dall'Antolini nel 1806 come asse fondamentale dell'impianto urbanistico milanese, il quale, nella sua visione, avrebbe dovuto attribuire alla città un'aura di magnificenza civile pari, se non superiore, a quella di Parigi.

All'interno di questo quadro storio-ambientale, valorizzato oggi da una nuova e migliore manutenzione del verde arboreo dell'Alemagna che vi fa da quinta, poco, anzi per nulla di addice l'opera in questione, la quale peraltro avrebbe riscontri poco felici anche sul piano d'un utilizzo, peraltro intrinsecamente suggeritovi, di forte richiamo di pubblico, inadatto quindi in quella sua precisa collocazione (già peraltro sciaguratamente già collaudata).



Sopra e sotto:  l'opera, nel corso degli anni '70 e '80 si degradò parecchio, tanto che la decisione della sua demolizione arrivò non tanto per ragioni di tipo storico-ambientale, quanto a causa degli ammaloramenti avanzati che alcune sue parti denunciavano, ma anche a causa dell'uso poco decoroso delle sue superfici da parte dei "graffittari" dell'epoca.



Ci spiace assumere la posizione, generalmente considerata "bacchettona", di chi nega il nuovo in ragione d'una linea conservatrice dello statu quo, erigendoci a difensori d'ona realtà presuntamente ritenuta immadificabile, ma, pur essendo qui esattamente ciò che stiamo facendo, essa ha, credo in questo caso, una giustificazione di notevoile importanza, anzi d'una tale importanza da far superare in forza il mantenimento d'uno stato di fatto, realmente di grandissimo valore, se messo a confronto con una sia pur pregevole opera, o, se si vuole, di una sia pur interessante ed originale proposta aetistica avanzata da uno dei maggiori artisti italiani (e mondiali) del XX secolo.

Crediamo in ultima istanza sia possibile, oltrechè auspicabile, un compromesso, ovvero quello di ricostruire il segno burriano, ad memoriam, entro qualche enclave arboreo del parco stesso, che ne ricordi il senso originario quando fu posto nella prospettiva antoliniana, senza però esservi di fatto. Qualcuno potrebbe indicare in questo compromesso una sorta di non-sense, in quanto contriddirebbe la matrice stessa dell'originaria idea del suo autore, ed in tal caso allora, se neppure se ne voglia attivare la pura memoria come intento temporaneo se pur provocatorio, meglio tralasciarne del tutto la ricostruzione.



Vi sono contesti nei quali l'opera moderna s'adegua perfettamente anche accanto ad una chiesa antica  (ad esempio la fontana Strawinsky di Tinguely tra il Beauburg e la Chiesa gotica di St Eustache, o, perchè no, quanto noi stessi proponevamo in un'altro articolo di questa blog, che voleva vedere accanto al Duomo di Milano un moderno impianto di risalita),  ma ve ne sono altri nei quali nulla necessita in essi in più di quanto già non vi sia, se non di peggiorativo.
Questo è il caso in questione, che rischierebbe di diventare un secondo atto sbagliato d'una storia destinata a ripetersi, ovvero a rivedere tra qualche anno una ennesima decisione demolitoria.

Crediamo che i milanesi preferiscano avere il loro Alberto Burri ben collocato in altra posizione, e mantenere la loro superba veduta prospettica che dal castello vada all'Arco della Pace ed oltre, che tanto la sanno rendere "grande città europea". Tutt'attorno grandi segni di storia e di creatività ne fanno un comparto urbani centrale ed unico nel suo genere: Duomo, Palazzo della Ragione, Castello Sforzesco, Torre del Filarete e Musei Civici (Pietà Rondanini), Parco Sempione, Palazzo della Triennale, Torre pontiana del Parco, Arena, Arco della Pace. Anche all'interno del Parco emergono segni di storia della città, dal teatrino di Arman, ai Bagni Misteriosi di De Chirico, il ponte delle Sirenette, e, perchè no, il Teatro Continuo di Burri, ma non in quella proposta scorretta collocazione.



Qui sopra: piccoli giorielli interni al Parco Sempione, tutti posti in posizione defilata sia pure ben visibili ed utilizzate dal pubblico, tra cui potrebbe ancora annoverarsi il Teatro burriano: il teatrino di Arman, i "Bagni Misteriosi" di De Chirico, l'ottocentesco Ponte delle Sirenette", già collocato in via Senato per attraversare la Cerchia del Navigli.


Milano, 3 ottobre 2014
Enrico Mercatali




01 October 2014

Milano - Il Napoleone del Canova è stato restituito alla Citta, dopo i restauri






Napoleone Bonaparte
opera del Canova a Brera



è stato restituito ieri ai milanesi 
dopo il lungo restauro




Sopra al titolo: ingresso al cortile d'onore del Palazzo di Brera, già Collegio dei Gesuiti, opera di Francesco Maria Richini iniziata nel 1615, con al centro la statua canoviana di Napoleone. Sotto al titolo: i ponteggi per il restauro della statua, ieri asportati definitivamente per mostrare l'opera nella sua originaria bellezza.



E' questa di Brera, posta al centro dello splendido cortile cinquecentesco del Richini,  una statua-simbolo di milanesità colta e raffinata, commissionata nel 1811 in omaggio a chi fu fondatore della Real Galleria di Brera, ed ivi collocata, al centro della corte di ingresso, nel 1859. Nel tempo essa rappresentò Milano, le sue munifiche istituzioni, prosperate specialmente sotto Maria Teresa d'Austria, il suo amore per il periodo artistico che la fece più internazionalmente più nota, più bella, e più ricca di "magnificenza civile". Ecco perchè, quando la statua mostrò segni di malattia,  al suo capezzale, ove si sono rese necessarie le cure ora terminate con successo, erano accorsi così tanti privati, la più parte raccoltasi attorno all'associazione "Amici di Brera", presieduta da Aldo Bassetti. Ecco perchè da ieri è aumentato il flusso di curiosi, e di amanti dell'arte, da quando appunto, al centro del cuore di Brera,  è tornato a vivere in bellezza uno dei più bei nudi maschili della storia dell'arte neoclassica, opera di quello che fu il più grande innovatore dell'arte scultorea dopo Bernini, Antonio Canova, al cui nome così tanto alla città è legato non solo per quest'opera, ma per tutto il lascito ampio di scoperte e di magnificenze che lo stile neoclassico da lui al meglio rappresentato di cui la città ha più di tante altre beneficiato.




Il ritorno dell'opera è stata giustamente salutata come un benefico ritorno alla normalità, essendo stata assai "sentita" come perdita, da tutta la città, sia pure momentanea, quella che ha visto vuoto, e privo del suo maggior ornamento, lo spazio pubblico più amato di Milano. I motivi di questo amore sono molteplici, primo tra tutti quello di aprire le porte alla Pinacoteca di Brera, insigne momumento dell'arte mondiale, che tanti capolavori annovera nelle sue sale; secondo quello di rappresentare il luogo-simbolo della rinascita della città, avvenuto più volte, qui, nelle diverse epoche, a partire da quella tardo cinquecentesca che vide la presenza di Galileo all'interno della sua innovativa specola, per passare a quella napoleonica, che ha visto Milano per la prima volta annoverarsi tra i più importanti e influenti centri urbani d'Europa (valorizzazione del Castello Sforzesco, progetto del Foro Bonaparte, avvio di una politica urbanistica di grande respiro con l'apertura di importanti collegamenti tra la Ca' Granda e l'arrivo in città della Strada del Sempione, suggellato dal nuovo simbolico punto di arrivo in città dalla direzione di Parigi, l'Arco della Pace), e che vide sorgere, sotto Maria Teresa d'Austria, i suoi luoghi istituzionali più prestigiosi nella Biblioteca Braidense, nell'Accademia di belle Arti, nell'Orto Botanico, per attraversare infine la sua ultima fatica, che lo vide semidistrutto durante la seconda guerra mondiale e quindi rinato nella sua forma attuale.

Attende ora, il monumento che attornia come prezioso perno immortale la grande statua del Canova, una sua ulteriore fase di rinascita, che la vedrà nei prossimi anni di nuovo al centro di un importante ampliamento che già tanti sforzi è costato, sia in termini di appassionata e pervicace volontà intellettuale da parte dei suoi sovrintendenti, a partire dalla seconda metà degli anni '60, che in termini di impegno economico, sempre ai limiti dell'irreale.





L'opera canoviana, rimessa ora in perfetta forma sul suo piedistallo, segnerà simbolicamente l'avvio di questa fase, che dovrà vedere meglio allineata la Pinacoteca agli altri grandi musei del mondo, sia in termini di organizzazione delle sale, sia riguardo ad una più consistente rotazione delle opere poste a magazzino nelle sale aperte al pubblico e nelle mostre specializzate, sia nell'articolazione degli spazi museali, da quelli propriamente espositivi a quelli di servizio al pubblico ed ai tecnici, che potranno disporre dei maggiori spazi derivanti dall'acquisizione di quelli del vicino Palazzo Citterio, e da quelli dell'Accademia, in fase di trasferimento nelle nuove sedi.





Tornando all'evento che apre questo articolo, la ricollocazione definitiva della statua bronzea al centro della corte del Richini, hanno fatto scalpore le notizie che sono su di essa state diramate in questi giorni sui giornali, raccolte nel corso delle ricerche effettuate durante i restauri. Una di questa rigurada l'enorme somma di denaro che l'opera venne a costare quando fu ordinata. Si parla di 40 chili d'oro, che corrisponderebbero alla cifra odierna di un milione e 200 mila euro. Di questi 40 chili d'oro, per la fusione se ne spesero solamente un chilo e mezzo. Questo significa che gli altri 38, 5 chili hanno fatto da lauto onorario per il suo autore, che ne progettò la realizzazione, ne fece un modello in creta e ne curò personalmente la patinatura. Sapevamo che Canova era a capo di un grande e moderno laboratorio, pieno di maestranze specializzate, e pieno anche di commesse internazionali, ma tanto non avevamo immaginato.




L'intero complesso di Brera nella visione aerea




Il restauro si deve al finanziamento prevalente della Bank of America Merrill Lynch. Piero Bassetti ha ieri preso l'impegno di spendere i 100 mila euro raccolti dagli Amici di Brera per eseguire una nuova illuminazione di due sale della Pinacoteca e per avviare il restauro di 6 statue del cortile, quelle più fortemente danneggiate dalla loro lunga vita priva di manutenzione.

 Restiamo in attesa di veder avviare i grandi e ben più complessi lavori per il recupero di Palazzo Citterio e degli spazi oggi dell'Accademia. Brera ha bisogno di dare più vigore la sua attività scientifica, espositiva e turistica, anche, e non solo, per diventare più diretto ed efficace concorrente delle altre analoghe istituzioni pibbliche e private del mondo, ma anche per diventare parte di un processo più ampio di sviluppo del nostro Paese, e motore essa stessa di una ripresa oggi più che mai necessaria della sua economia.

 

Un ritratto dipinto, un monumento: due realtà simboliche di una Milano in grande crescita, non solo economica, ma anche culturale ed istituzionale. Maria Teresa, arciduchessa d'Austria, in un ritratto di Martyn van Meytens, 1759, e  L'Arco della Pace (Luigi Cagnola, realizzazione tra il 1807 e il 1838).

La statua bronzea di Napoleone, in veste di "Marte Pacificatore", realizzata da Canova a partire dal 1811, e posta in mezzo al cortile richiniano di Brera, si colloca al centro di questo arco di tempo, sintetizzandone il percorso nella memoria simbolica dei milanesi di oggi, che vorrebbero si potesse ritornare a guardare in avanti con fiducia e spirito creativo, come fecero i cittadini di allora.


Enrico Mercatali
Milano, 2 Ottobre 2014

07 August 2014

Ranzoni, Tominetti, Troubetzkoy, de Fichard, Zapelloni, Ferraguti, Boggiani e altri scapigliati e veristi in mostra - Estate 2014: "Genius Loci" e "Magia del Lago" - Ispirazioni sull'acqua (Belgirate e Verbania-Pallanza)







I s p i r a z i o n i    s u l l ' a c q u a







"Genius Loci" e "Magia del Lago"






 Arte scapigliata, verista e naturalista, in mostra


 Due distinti appuntamenti d'arte
di tardo ottocento sul Lago Maggiore

- Estate  2014 -



Sopra al titolo: Daniele Ranzoni "Villa Dolgorukij", a Belgirate (detta Malgirata) (Belgirate 2014 Mostra "Magia del Lago"); 
Sotto al titolo: Arnaldo Ferraguti "Lavandaie", 1897 circa, olio su tela, cm 178x148  (Verbania Pallanza 2014, mostra "Genius Loci, i capolavori del Museo del Paesaggio a Villa Giulia"); 
Qui sopra: Andrea Zapelloni,"Bambina in rosso, 1903 (Belgirate 2014, Mostra "Magia del Lago")



Era da tempo che non vedevamo in mostra la pittura scapigliata. Naturalismi e verismi pittorici di tardo ottocento, neppure.
Rarissimo poi che due mostre d'arte, in contemporanea, e peraltro territorialmente vicine, trattino più o meno il medesimo tema, il medesimo contesto culturale.

Che sia tornata in auge un po' di voglia d'ottocento dopo le ubriacature moderniste e contemporaneiste nelle più recenti curatele d'Alta Italia?
A dire il vero lo scorso anno, a Milano, e successivamente a Roma, tra le tantissime mostre, ha trionfato la grande retrospettiva su August Rodin, intitolata "Rodin, il marmo, la vita (in Taccuini Internazionali scrivemmo una recensione dal titolo "Marmo caldo": http://taccuinodicasabella.blogspot.it/2013/11/august-rodin-marmo-e-sentimento-milano.html).




Guido Boggiani, "Il lago Maggiore dal Mottarone", 1881, cm 70x140. (Verbania Pallanza 2014, Mostra "Genius Loci, i capolavori del Museo del Paesaggio a Villa Giulia")

Ma l'ottocento scapigliato lombardo, quale emergenza e quasi vitale prorompenza delle componenti veriste e naturaliste, specialmente proliferanti a cavallo dell'arco alpino e dei suoi grandi laghi dalla seconda metà del secolo unitario fino agli albori di quello "breve", stentava da tempo a farsi ancora avanti (cadeva in disgrazia, perfino, il Museo che per eccellenza ad esso localmente era stato dedicato: il Museo del Paesaggio di Pallanza, chiuso per difficoltà finanziarie, ora coinvolto nella mostra di cui parliamo "Genius Loci").  Ricordiamo solo l'ultima grande antologica su Segantini alle Albere di Trento, del 1987.
Ma non crediamo che questa nuova voglia d'ottocento sia causata da riflussi conservatori. Se mai, al contrario, da un desiderio di ricominciare a studiare gli inizi d'una avventura che dovrà condurre, come sua logica conseguenza, all'esplosione del moderno attraverso tante fasi di sperimentazione, non necessariamente radicali, quali prove della già matura consapevolezza d'allora che l'arte stesse affrontando epocali cambiamenti, verso una innovazione stilistica tanto profonda da sfociare nella metamorfosi divisionista della realtà sensibile,  come nuova via da percorrere per affermare una più profonda sensibilità conoscitiva della percezione visiva della realtà. D'all'altro, che l'arte dovesse anche farsi carico, specie nella sua componente verista, degli aspetti sociali più marginalizzati e sino ad allora poco conosciuti, era nell'aria da tempo. Certamente, entrambi gli aspetti, erano tendenzialmente già orientati verso quella tensione interpretativa del reale che definiremo meglio in seguito come "modernità".



Achille Tominetti, "Autunno" (Belgirate 2014 Mostra "Magia del Lago"). In questo quadretto dalle dimensioni ridottissime, nel quale è rappresentata una vista tipica del lago dai terrazzamenti boschivi di mezza costa,  è evidente il processo di sintesi stilistica del nervoso pennello tominettiano, capace di appuntare precisamente una atmosfera autunnale, nelle trasparenze dei diversi piani, segnati da un accurato controllo dei chiaroscuri a macchia, e dalla limpidissima resa luministica tipica proprio del lago Maggiore.



L'acqua del lago, protagonista numero uno di questa produzione, se non altro perchè ha fatto da richiamo ai numerosi e talentuosi artisti che hanno dato vita a queste forme d'arte tardo ottocentesche, ritorna ad essere (come torna ad essere oggi anche per le nuove forme di turismo che attorno ad esse vi si spingono) motivo di riscoperta e di rivisitazione in queste opere di pittura (e di scultura), cui si collegano, per ragioni geografiche, anche i più diversi scorci di paesaggio e di vita nell'acrocoro alpino (la montagna, i paesi della vita contadina, gli alpeggi, la miseria di allora raffrontata alle nuove povertà di oggi, l'abbandono di quei villaggi alla ricerca di maggiore benessere, il ritorno ad essi per le curiosità turistiche, per la riscoperta di un mondo diverso e per taluni versi ancora più affascinante, ecc.).


I sottotitoli delle due mostre, casualmente allestite in contemporanea questa estate sulle sponde del Lago Maggiore, meglio spiegano le distinte intenzioni dei loro curatori e le diverse finalità ad esse attribuite, le quali, in una stagione di grandi pioggie quale da più di un secolo non se ne vedevano da queste parti in questa estate 2014, hanno offerto ai villeggianti in cerca di riparo, forse per questo,  una doppia occasione in più del solito per attingere cultura:


Il primo sottotitolo, riferirto alla mostra verbanese "Genius Loci", realizzata a Villa Giulia di Pallanza, è:  "I capolavori del Museo del Paesaggio a Villa Giulia". L'altro sottotitolo, "Magie del Lago", allestita dal Comiune di Belgirate in collaborazione con l'associazione culturale Pietro Borsieri nei locali della Biblioteca, recita invece: "Dipinti di Coppa Legora, De Fichard, Moretti Foggia, Ranzoni, Sala, Tominetti, Zapelloni".




Sopra: Guido Boggiani, "Il lago Maggiore dal Mottarone", 1881, cm 70x140 (sopra); Federico Ashton "Interno del villaggio Ceppomorelli in Valle Anzasca, 1883, olio su tela cm 124x198; 
Sotto: Eugenio Gignous, "Fletschorn (sempione)", 1900, olio su tela cm 50x65 - (Verbania Pallanza 2014, Mostra "Genius Loci, i capolavori del Museo del Paesaggio a Villa Giulia")


Se la mostra verbanese è incentrata sull'intenzione di superare l'enpasse che sta vivendo il Museo del Paesaggio, attraverso le gravi difficoltà economiche che ne impediscono una normale esistenza, mostrando comunque al pubblico, principalmente per non disaffezionarlo, una selezione d'alta qualità delle opere che esso custodisce, costituite da capolavori pittorei e scultorei del tardo ottocento e dei primi novecento d'artisti ispirati dai paesaggi del Lago Maggiore, la mostra belgiratese, del medesimo crogiuolo culturale, ne addita subito alcuni, rappresentandone una interessante selezione del proprio migliore repertorio.






Sopra: Achille Tominetti, "Preghiera a sera"; Sotto: Mario Moretti Foggia, "Giornata serena Monte Rosa" (Belgirate 2014, Mostra "Magia del Lago")



Che la selezione effettuata per la mostra belgiratese sia ottima, oltre al nostro giudizio di piena conferma, dopo la rapida visita seguita all'inaugurazione, a dircelo è lo stesso Paul Nicholls, ovvero il critico che ne ha curato la presentazione su invito di Vittorio Grassi, curatore e creatore del catalogo. Dice Nicholls, non potendone riferire il nome per ragioni di riservatezza, che garanzia della qualità delle opere in mostra a Belgirate sia lo stesso proprietario il quale, in tanti anni, numerose e di ottimo livello ne ha collezionate, con la più grande dedizione e passione, essendo egli autentico cultore, sia per affinità di genere, sia per predilezione dei luoghi.




Sopra: Paolo Troubetzkoy, detto da molti "scultore impressionista", "Ritratto di Giovanni Segantini", 1896 bronzo, cm 113x72x46 (foto di E. Mercatali); Al centro: "Dopo il ballo o Adelaide Aurnheimer o Madame Hoernheimer", 1897, gesso patinato rosa chiaro, cm 54x69,5x71,5; Sotto: "Dopo il ballo o Adelaide Aurnheimer o Madame Hoernheimer", 1897, gesso patinato rosa chiaro, cm 54x69,5x71,5, particolare.

Qui sotto, di Pierre Troubetzkoy, "Ritratto di Mery Alice Francfort, 1882, olio su tela, cm 68x48,5 (Verbania Pallanza 2014, Mostra "Genius Loci, i capolavori del Museo del paesaggio a Villa Giulia").




Nella mostra belgiratese, "Magia del Lago",  troviamo riuniti i migliori nomi che hanno caratterizzato la produzione artistica d'area lombarda, e specialmente milanese e del Lago Maggiore, tra gli anni '70 e '90 dell'800, una produzione per molti versi omogenea sia nello stile che nelle tematiche trattate, realizzata da artisti che si muovevano tra l'Accademia di Brera e gli ambiti locali della sponda piemontese del lago, ai quali, per ragioni anagrafiche o di villeggiatura, offriva loro splendidi spunti paesaggistici o tratti di vissuta quotidianità. Quest'ultima spaziava tra i più umili e aspri aspetti della vita contadina e gli scenari della agiata spensieratezza aristocratica od alto borghese nelle cui ville e nei cui giardini si rappresentava la vita dei sui villeggianti, amanti essi stessi, sia pure in diverso modo, di quei dolci paesaggi offerti dalla natura.




Andrea Zapelloni, "Davanti a una croce", 1902 (Belgirate 2014, Mostra "Magia del Lago")



Era giocoforza che la maggior parte di questi artisti si trovasse a dover bilanciare la propria vita, spesso fatta di stenti e povertà tanto spesso rappresentate nei loro quadri, con quei mondi lussuosi presso i quali poter mettere a frutto i propri talenti, sia nella ritrattistica che nelle rappresentazioni di genere e paesaggistiche, altrettanto molto richieste.

Di Daniele Ranzoni, uno dei nomi di punta della pittura scapigliata d'area lombarda, ha fatto la sua apparizione in mostra, a Belgirate, un quadretto di ridotte dimensioni (che apre questo stesso articolo),  che rappresenta appunto una di queste ville della cittadina lacustre, detta "Malgirata" per il suo anomalo orientamento rispetto al lago, che apparteneva alla famiglia russa Dolgorukij. L'artista la frequentava, ed ha lasciato di quel soggetto colto di scorcio una testimonianza stilistica altissima, particolarmente per quei caratteri già presenti in tutta la sua pittura, che molta parte avrebbero avuto, a detta della critica che ne ha sostenuto la figura d'artista, nel precorrere la modernità impressionista e futurista, in cui la grande novità costituita dalla divisività cromatica ha dato i suoi più cospicui frutti.
In occasione dell'inaugurazione della mostra, Nichols ha sottolineato quanta parte abbia avuto, in questo quadro di piccole dimensioni, l'uso del giallo e del viola nel particolare tocco da bozzetto che caratterizza i suoi così speciali effetti luminosi, nell'intenzione del suo autore di cogliere, in modo tanto fresco e repentino, quella cristallina luminosità che solo le belle giornate sul lago Maggiore sanno offrire. E' certamente un nuovo modo, questo di Ranzoni, di percepire la realtà nel fuggevole volgere di qualche istante, un incredibile passo avanti nell'arte della rappresentazione visiva, nell'interpretazione dell'umano sentire, e vedere.




Achille Tominetti, "Aratura a Miazzina", 1901 circa   (Verbania Pallanza 2014, Mostra "Genius Loci, i capolavori del Museo del Paesaggio a Villa Giulia")


Ma un altro modo di "vedere, e di sentire" il nuovo, in quegli anni, stava prendendo piede, entro un crogiuolo di contrasti, tra valli alpine e grandi metropoli industriali, lombarde e piemontesi, e si stava incaricando d'esporre in modo vivo e fulgido, quasi epico, il proprio manifesto fatto d'una rappresentazione disincantata di scene vere della vita di ogni giorno, ove la sofferenza della povera gente, e la mestizia della umile vita contadina, ancora non preludono ai segnali della ribellione, che di lì a poco si sarebbero mostrati, così nella società anche nell'arte, con tutta la propria virulenza.

E' questo, come già anche in Segantini dell'Engadina svizzera, l'apporto di Achille Tominetti, alla pittura di quel periodo, pronto ad incaricarsi di ciò. Questo grande artista lombardo (il cui ritratto nella mostra di Pallanza viene rappresentato così efficacemente, ed altrettanto "scapigliatamente", in una scultura di Paolo Trubeskoij, qui sopra da noi riportata), originario di Miazzina, è assai legato alla cultura contadina e pastorale nella quale vivono i suoi famigliari, tanto da ricorrere spesso, con la sua pittura formatasi a Milano all'Accademia di Brera, ai temi della povera esistenza di quelle anonime figure che popolano i suoi quadri, dalle fatiche del loro eterno lavoro nei campi, alle meste rappresentazioni iconiche del loro riposo senza speranza, nella preghiera. Il tema dell'aratura a Miazzina è stato provato e riprovato in numerose varianti dal grande pittore (se ne conoscono sei, le a più bella delle quali, secondo noi, è proprio quella del Museo del Paesaggio, qui riprodotta), nel contrappunto, in ognuna di esse ricercato, tra la bellezza del paesaggio e la miseria delle umane fatiche, che in esso vivono di leggendarie ritualità nel loro dispiegarsi, e perfino di arcaizzante eroicismo, che nelle posture dei personaggi ripresi di spalle, rifulge in controluce radente, dipanando tramonti non contemplabili durante la conduzione dell'aspro e troppo lungo lavoro d'ogni giornata.



Max de Fichard, "Strada di campagna" (sopra); "Lago Maggiore" (al centro); "Betulle sul lago" (sotto) (Belgirate 2014 Mostra "Magie del Lago"


In entrambi questi filoni di interesse e di pensiero, lo stile di questi pittori rimane invariato. Essi lavorano a macchia, e a punta di pennello, mediante tocchi veloci di preciso colore, ricercando atmosfere di limpidezza nei toni chiari e forti contrasti con le zone d'ombra, mediante gli scuri, in ciò prevalendo l'interesse per la scomposizione cromatica nelle tinte primarie, che meglio sapevano rendere tersa l'aria d'alta quota e più ricca l'analisi del dettaglio, attraverso la luce. La lezione dei macchiaioli toscani sa diventare, in questi pittori e in questi luoghi alpini e prealpini, quasi una frenesia dell'istinto, preludendo in taluni casi alla tavolozza simbolista di Previati, e in taluni altri perfino a quella futurista, di Russolo e Boccioni (il quale pure realizzò ritratti e paesaggi nel corso di un suo soggiorno pallanzese), che non a caso sfocia, per alcuni di loro, in esperienze di viaggi avventurosi, come accadde a Guido Boggiani, che a lungo girovagò per l'Africa e l'America Latina, o ai Troubetzkoy, in particolare Pierre, che cambiò spesso luogo di residenza in diversi paesi e  continenti, senza però mai smettere di lavorare come ritrattista di personaggi dell'alta società alla quale egli stesso apparteneva.



Daniele Ranzoni, "Ritratto della principessa Margherita di Savoia", 1869-70, olio su tela, cm 42x32, e "Ritratto di Agostino Rossi (particolare), 1862, olio su carta, cm 22,5x17 (Verbania Pallanza 2014, Mostra "Genius Loci, i capolavori del Museo del Paesaggio a Villa Giulia")


Tutte vite per lo più tranquille, quelle dei nostri pittori lombardo-piemontesi, a differenza di quelle dei macchiaioli toscani, che spesso erano coinvolte in attività di propaganda o di partecipazione politica, a quel tempo assai pericolose. In questo scorcio di secolo, alla limpida trasparenza delle acque del lago e all'ombra dei boschi alpini, invece, l'arte è vissuta spesso come un passatempo, in solitudine o in compagnia, di giornate di riposo o di vacanza, divenendo routine, ed anche un modo per dedicarsi all'astrazione contemplativa di sè, nel rapporto con quel paesaggio tanto serenante, oppure per concentrarsi senza sforzo nel ricercare minuzioso ed attento del dettaglio naturale, riprodotto veristicamente in modi che rasentano spesso la maniera. 
Certamente nella magnifica villa di Ghiffa, proprietà dei Troubetzkoy, ove, oltre ai membri della numerosa famiglia, erano ospiti numerosi amici artisti, tra cui Daniele Ranzoni, Achille Tominetti, Eugenio Gignous, Filippo Carcano, la vita scorreva tranquilla in conversazioni, in passeggiate distensive al seguito del proprio onnivoro cavalletto, o in infervorate dissertazioni sull'arte, intervallate da feste ed allegri convivii.



Giovanni Cappa Legora, "Mattino. Tetti di Stresa" (sopra), "Sole d'inverno" (sotto) - (Belgirate 2014, mostra "Magia del Lago")


Gli scorci più ameni, nella maggior parte dei dipinti di "puro paesaggio" presenti in entrambe le mostre che oggi vediamo sul lago, rivelano un interesse molto accentuato per questo tema tanto da farlo diventare, per la prima volta forse (dopo i manifesti pittorici di Lorrain oppure di Turner, fatti per travolgere lo spettatore nei misteri della natura, come soggetto per molti aspetti ancora sconosciuto), protagonista della scena, e non solo fondale, oggetto d'una contemplazione a volte incantata, scandita su piani di profondità, d'una bellezza ben conosciuta perchè fortemente interiorizzata, costituita dai luoghi delle proprie radici, della propria memoria, ed anche del proprio disimpegnato "passare del tempo". Un paesaggio, quindi, inteso come soggetto amato, ed anche come prima presa d'atto d'un bene da dover preservare, perchè conosciuto e fruito attraverso la conoscenza integrale delle sue stagioni, i suoi cambiamenti di sostanza e di colore nell'arco dell'anno. Una forma ante litteram di indagine d'un patrimonio comune da finalizzare alla salvaguardia.
Non è un caso che molti di questi nostri artisti si siano cimentati non solo con le bellezze canoniche dei luoghi, dalle isole alle località più note del Verbano, ma anche con le più sperdute realtà dell'insediamento umano, e con le porzioni di quel territorio meno accessibili. La loro capacità di cogliere non solo le forme, i colori, le atmosfere, ma anche, e sempre più accuratamente, lo spirito dei luoghi, rende esplicita ogni argomentazione circa il sentimento di forte appartenenza che in ciascuno di loro si rafforzava, di dipinto in dipinto, anche proprio attraverso il filtro dell'arte. Tra i più significativi esempi in tal senso sono stati ravvisati, anche a detta del critico Paul Nicholls, nei dipinti di Giovanni Cappa Legora, ed in particolar modo in quel "Sole d'inverno", che qui sopra riportiamo (facente parte della Mostra "Magia del Lago" in Belgirate 2014), nel quale magnificamente luminosa è la rappresentazione dei piani-sequenza, che fanno risaltare, per trasparenze sempre più velate verso il fondo, proprio il soggetto meno dichiarato e facilmente distinguibile, eppure il più noto, costituito dall'Isola Bella delle Borromee, come in questo "Mattino" qui riportato, sostanziatosi quasi per incanto tra le quinte a più strati dei boschi cedui e delle betullaie.




Sophie Browne, "Eva", 1898 circa, pastello su carta applicata su tela, cm 52,5x152,5 (Verbania Pallanza 2014, Mostra "Genius Loci, i capolavori del Museo del Paesaggio a Villa Giulia")


Episodi paralleli quanto a stile, e pur sempre molto radicati nella cultura aleggiante sul lago negli ultimi anni dell'ottocento, sono costituiti dalle produzioni pittoriche o scultoree di artisti appartenenti a famiglie altolocate, impiantatesi sul lago ma provenienti da lidi lontani, quali i Troubetzkoy o i Brown, e le rispettive discendenze.
Abbiamo riportato qui due tele, una di Pierre Troubetzkoy, e l'altra di Sophie Browne, entrambe aventi per soggetto ritratti femminili. Il primo, ritraente Mary Alice Francfort, eseguito con tecnica scapigliata, di derivazione tominettiana (non casualmente Pierre apprrese i rudimenti della pittura proprio dal Maestro miazzinese. Il secondo, facente parte di un trittico conservato nel Museo del Paesaggio, con Ninpha e Flora, raffigurante Eva, in uno stile assai vicino al simbolismo neo-medioevalista inglese.

Vorrei far notare quanto queste due diverse forme d'espressione pittorica fossero in realtà vicine di casa: entrambe nate in due splendide limitrofe ville alla Castagnola di Pallanza, divenute centri di fervida vita culturale a cavallo dei secoli XIX e XX. Una delle due ville, realizzata da Peter Brown nel 1859 divenne in seguito villa San Remigio, a cura della nipote di questo Sophie Brown, che elesse a propria residenza-studio dopo averla integralmente trasformata ed arredata, dedicando particolari cure al giardino. I numerosi ospiti illustri della villa testimoniano quanta parte essa ebbe nella cultura dell'epoca e quale alto livello di interesse ebbero allora le sponde del Lago Maggiore. Tra questi i pianisti Clara Wieck Schumann, Emil von Sauer, Eugen d'Albert, Wilhelm Kempf, i compositori Hugo Wolf e Ferruccio Busoni, lo storico George Brandes, gli scrittori Carmen Sylva, Isolde Kurz, Richard Voss, Gabriele D'Annunzio, l'Artista Umberto Boccioni. Quest'ultimo, nel 1916 eseguì qui, tra gli altri 8 dipinti, proprio durante un soggiorno estivo, il famoso "Ritratto di Ferruccio Busoni" (oggi alla galleria d'Arte Moderna di Roma).



Paolo Sala, "Lago Maggiore" (Belgirate 2014 Mostra "Magia del Lago")




Enrico Mercatali
(Belgirate, Verbania Pallanza 1 agosto 2014)


30 July 2014

Masculin - Male nude in art from the 19th Century onwards






M A S C U L I N



Male nudity in modern and contemporary art


at Musée d'Orsay - Paris
(september - december 2013)


In the pictures next to the title: "Mercurio", by Pierre et Gilles in 2001, and a picture of Yves Saint Laurent by Sieff in 1971.
In the pictures of the exhibition above: sculptures of Arno Breker, an advocate of the Aryan ideal under the Nazi regime of the time, "La Vie active", 1939, in the Section "Heoroic nudes", and the "Fauno Barberini" (Anonymous), between 1799 and 1829, in the section "The classical ideal" (photo by E.Mercatali).
"Masculin" exhibition is divided into different sections, each following a general project:  "The classical ideal", "Heroic nudes", "Nuda veritas", "Au natural", "Inside pain", "Non-exhibited nudes" (male nude in American art), "Object of desire". 
Many detailed reviews appear in the catalogue: "Superman" by Guy Cogeval, "The great absence: male nude in literature" by Charles Dantzig, "The handyman" by Claude Arnaud. Moreover, an interview to Pierre et Gilles, whose works best represent the current approach to the topic: the androgynous male nudity proposed in commercials by the media. It's no coincidence that "Mercurio",  one of these very works, became promotional symbol and manifesto of the exhibition. Another work by the same author (Below, "Vive la France") was symbol of a smaller, similar exhibition in Wien last year. Unfortunately, the photo was considered scandalous by many and it soon disappeared from the bulletin boards and streets of the capital.  



In his review about literature and male nudity, Charles Danzig describes the difference between roles and genders (male and female nudity), highlighting that an equivalent of male nudes can be found also in visual modern and contemporary arts, as the exhibition shows. As he highlights, writers often had themselves portrayed naked as a symbol of their being laid bare by their own works, but also owing to a latent, extreme exhibitionism. 
In the three pictures above: Truman Capote, writer, New York, 1955 (detail) in a photo by Richard Avedon; Gabriele D'Annunzio on Francavilla al Mare beach in Italy around 1880, and Yukio Mishima, in a photo by Kishin Shioyama in 1069.  


Male nude was always present in art, but it was only in the last decades that an explicit, unmasked version appeared both in a real and metaphorical sense. Such process can be easily seen in the picture above the title "Mercurio" and that of Yves Saint Laurent, portrayed for a perfume commercial.



Jean Delville "The school of Plato" (detail), oil on canvas, 1898, size 260 x 605 cm, Musée d'Orsay, Paris.


Unless we consider the Classical Period, marked by athletic-heroic and mythological ideals, and its revivals throughout the centuries, the only permanent feature in nude art was that of female nudity, always successful in both courts and private houses. Male nudity was never overused, but it gradually became an object to be put on display. The time has come to make it an object of pure art, aimed at nothing but aesthetic pleasure. 



These 3 images, belonging to different moments of history, show the typical, natural posture of a male body, representing both a state of rest and of thoughtful focus. The figure represented above, the oldest one, 1836, chosen by Hippolyte Flandrin for the study of a young, well-shaped body according to the academic model of the time ("Young man sitting in front of the sea, study"), was used as a model by Wilhelm von Gloeden in 1913 for his "Caino, Taormina", representing the relationship between nude male and nature. In 1981 Robert Mappelthorpe, known for the extreme precision and sharpness of his black and white pictures, portrayed natural subjects such as flowers and human bodies, especially black men as in this "Ajitto". Owing to his personal and artistic sensibility he prefers realistic subjects, especially when anatomic and erotic details make the scene. This is not the main topic of the exhibition, in fact only a few works by Mappelthorpe are shown; it is rather focused on the idea that eroticism, sometimes even close to pornography, has become of central importance both in the marketing field, and as expression of a general social acknowledgment of freedom and rights by the gay parts of the population.  

Masculin is a big, rich exhibition of sculptural, pictorial and photographic works, representing the male nude. It is the first of this kind in western museums (while eastern art has been representing orgasm for hundreds of years) if it weren't for another similar, much smaller one at Leopold museum in Wien last year. Held and organized by Museé d'Orsay in Paris,  the exhibition analyses not only aesthetic and artistic aspects, but also those relating society and mores, if not scandal itself. As the press reports, the works are proposed to a mature public (many visitors, even the little ones accompanied by parents, make comments on any detail with no embarrassment at all. Some time ago this would have been unthinkable). What causes embarrassment is not the art of the 19 Century but the more recent one, which widely discusses the male sex and the way it can be shown with artistic, aesthetic aims. 



Georger Paul Leroux, "Bathers of the Tibes", 1909


The various sections of the exhibition, dealing with different aspects of the artistic male nude, take the classical criteria of perfection, measure, symbolism and sensuality for granted. The exhibition is rather focused on the idea that the modern male essence of art, unlike its much more common female counterpart, has a crucial erotic component. The male behavioral patterns concerning the sphere of sexuality, both innate and induced, both latent and exaggerated, are drawn by the author upon reality, studied and represented in a social and interpersonal context, becoming a vehicle of art.


Many paintings show collective male nudes in the context of bath, which was a recurring subject during the 20th Century. Some examples: "Bathers" by Cezanne in 1890, "Bathers" by Edvard Munch in 1915, "Boys at the bath" by Ludvig Von Hofmann in 1908.  


The homosexual component of the exhibition can be found in every section, especially in "Object of desire". The projects are drawn upon the Freudian idea of sublimation artistically conveyed, revealing the deviation arising during childhood of an original sexual indeterminateness, corresponding to the original bisexuality.



"Autoportrait agenouillé" by Egon Schiele, 1910, and "Figure allongée" by Francis Bacon, 1969. Both date back to the 20th Century and appear in the section "Inside Pain", despite a different chronology and style. Their common element is nudity as an extreme form of loneliness and introspective pain, suffered by both of the artists during their life. The naked body symbolizes a deprivation of everything, including affection, which is what causes the condition of pain.  

Freud had "borrowed" the Platonic androgynous myth rediscovered by symbolism, well represented in the big painting by Jean Delville "The school of Plato", above in detail, (oil on canvas, 1898, size 260x605 cm, Musée d'Orsay, Paris), where male bodies are completely deprived of their masculine features, substituted by effeminate movements and traits.


The two works above represent the same subject, an embrace between 2 men. The first is "La Mort d'Hyacinthe" by Jean Broc in 1901, the second is "David et Jonathan (Jean Yves et Moussa)" by Pierre et Gilles, 2005. They belong to the "Object of desire" section of the exhibition. They were realized more than 200 years apart. Compared to other works, more representative or beautiful, they are highly iconic and destined to leave their mark in the near future. The bodies are clearly separated from the imaginary environment in the background. Their nudities highlight a physical attachment, a loving bond. Their homosexual union has no ethnic limits and becomes a postcard-like object. 


The female body has always been the object of attention in literature (from legends to novels of the 19th Centry onwards), in theatre, poetry, music and prose. Every part of the female body is well described, from feet to knees, from belly to breast, from shoulders to cheeks. Every detail has become object of songs, verses, stories and plays, with aims that range from love to eros to maternity. The male body played a completely different role in the course of history.


This work (a painted photograph) by Pierre et Gilles, 2006, entitled "Vive la France (Serge, Moussa et Robert)", represents a front view of 3 football players of different ethnicity, completely naked if it weren't for socks and football shoes. It was selected as image-manifesto for last year's exhibition in Wien, but it was harshly criticized by citizens shortly after the opening of the event. 

The male body has inspired ideals of strength and will, patriotism and collective sacrifice, fighting instinct, heroism, invincibility, and also every kind of wantonness when it was used as a pure exercise of pornography. In this last case, differences between genders become particularly highlighted. 


The two works above and below appear in the "Object of desire" section: "Shower after the battle" by Alexandre Deinaka, 1944 (oil on canvas), "Bath of sun" by David Hokney, 1966 (acrylic on canvas), "The bath" (detail) by Paul Cadmus, 1951, and "Le Sommeil, illustration pour Querelle de Brest de Gean Genet" by Jean Cocteau, 1946-47 (pencil drawing on paper). Even though the authors have different origins (Soviet Union, Great Britain, United States and France) they share similar stylistic features. All of them described the gay universe to which they were naturally attracted, with the only exception of Alexandre Deinaka, compelled by political reasons to hide the homosexual side of his works. For the rest, the male nude always becomes a vehicle of erotic experiences between men.


It's no coincidence that a small painting by Orlan (1989-2012) is also exhibited, showing the male sex right in the face of the public, as Jean Courbet did with the female sex in his painting "L'origine du monde", 1866, accusatorily entitled  "L'origine de la guerre". 





Only during the last years have differences between the nudes of both sexes diminished, in the works by Pierre et Gilles for instance, which allude to the finally accepted gay universe and mix genders and behaviors in a less sexist way. The public, more mature in moral terms and less distracted by superficiality, is offered a tolerant view of uninhibited nudity, and also an osmotic view of the expressive roles of genders, which leads to an investigation of the private sphere rather than a symbolic representation of civil topics.  



Richard Avedon "Andy Warhol and some members of the Factory, 30/10/1969" 
(detail), 1969


Laying bare men instead of women means inclining them towards the tasks they are assigned by modern society, compared to those assigned by ancient myths and by the middle class before the computer revolution, which weakened social differences between genders. If this is not yet seen in society, customs and traditions, it is well present in art, as the Parisian exhibition shows. Once again, art anticipates and digs a groove for seeds to be placed.


Enrico Mercatali
Paris, october 2013
(translated from italian by Penelope Mirotti, july 2014)