THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

13 November 2016

Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo, nelle fotografie di Ferdinando Scianna




Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo
nelle fotografie di Ferdinando Scianna

a Venezia - Galleria Tre Oci




Abbiamo appena trascorso tre giorni e tre notti nello splendido Ghetto veneziano, così ricalcando le nostre stesse orme degli ultimi cinque o sei anni in visita alla Biennale. Non abbiamo più abbandonato questa comoda ed ospitale collocazione in città soprattutto per via della sua spontanea accoglienza, per il calore del bell'alberghetto che ci ha ospitato, che compare quasi protagonista entro l'architettura del grande campo riprodotto nelle fotografie di Scianna, per la vivacità della vita quotidiana che dà ancora l'idea che Venezia esista come luogo per risiedervi, per la squisitezza delle preparazioni gastronomiche che vi propongono i ristoranti ebraici. Quest'anno, nel quale ricorrevano i 500 anni dalla nascita del Ghetto, abbiamo fatto di più, visitando la grande mostra di palazzo Ducale ad essa dedicata, e la mostra fotografica di Ferdinando Scianna, di cui qui di seguito riferiremo.



Qui sopra due immagini del campo del Ghetto Nuovo. 
Al di sopra della Locanda del Ghetto (protiro con loggia e terrazze) è la Sinagoga Italiana.


Venezia dedica alla memoria del Cinquecentenario della costituzione del Ghetto (il primo ghetto mai realizzato al mondo), oltre alla grande mostra di palazzo Ducale dal titolo "Venezia gli Ebrei e l'Europa 1516-2016"), una mostra di fotografie di Ferdinando Scianna per Magnum Photo scattate oggi nel Ghetto veneziano. La Galleria Tre Oci alla Giudecca ne ospita il lavoro prevalentemente incentrato sulla grande vitalità civile, religiosa, culturale che ancora si snoda davanti agli occhi del visitatore nelle strette strade e delle piazze del Vecchio, del Nuovo e del Novissimo Ghetto a Cannaregio. Come è nella sua sigla, quella che tanto Leonardo Sciascia aveva apprezzato quando vide la sua prima mostra in Sicilia, e quella che convinse Cartier-Bresson ad introdurlo nella prestigiosa agenzia Magnum Photos di cui divenne membre nel 1982, egli ritrae luoghi e personaggi cercando una forma.



Qui sopra:  Insegnamento del rabbino nel Midrash Luzzatto dentro la sinagoga Levantina 


Il Ghetto rivive, e indelebilmente si imprime perciò, in queste fotografie che danno testimonianza non solo di una sempre forte vitalità, sia diurna che notturna, della gente che ne popola le strade, le piazze, le case, i negozi, le scuole, le sinagoghe, rendendola ancora e sempre tipicamente veneziana proprio in quanto cosmopolita, ma anche di quella ricchezza di segni e di comportamenti che ne sanno raccontare, rafforzandone i caratteri, quella che forse è la più tenace tra le presenze etniche nella storia della città.


Qui sopra: visitatori di una comunità ebraica americana attraversano il ponte del Ghetto Vecchio


Ancora oggi, come ci segnala Scianna, così come avveniva un tempo, le persone e i luoghi divengono un tutt'uno entro il quotidiano che racconta la storia, così come oggi comportamenti civili e riti religiosi si mescolano nelle calli, si rappresentano nei campi e lungo i canali del Ghetto, si infondono nei cibi delle sue panetterie e dei suoi ristoranti koscher, oppure si illustrano e si plasmano nei suoi quadri e nel suo artigianato, divenendo oggi perfino esperienza turistica per chi vi entra e lo vive dall'interno.

Pietre d'inciampo nel campo del Ghetto Nuovo
Interno della Galleria Tre Oci di Venezia alla Giudecca



Enrico Mercatali
Venezia, 10 novembre 2016

22 October 2016

Il paesaggio del Lago Maggiore nei capolavori dell'arte fiamminga - i Brueghel a Venaria Reale








Il paesaggio del Lago Maggiore
nei capolavori dell'arte fiamminga
i Brueghel
a Venaria Reale

 
Sopra al titolo: autoritratto. Sotto al titolo: Paesaggio con la parabola del seminatore. 1557
entrambi di Pieter Brughel il Vecchio 

Brueghel - Masterpieces of Flemish Art 
(September 21st 2016 until February 19th 2017) 





Osserviamo i primi quattro paesaggi, proposti in questo articolo, rappresentati sullo sfondo di altrettanti dipinti di Pieter Brueghel il Vecchio, presenti nella grande mostra torinese sulla "dinastia" dei Brughel, pittori fiamminghi tra il '500 e il '700, allestita a cavallo tra il 2016 e il 2017 al Castello di Venaria: notiamo immediatamente quanto poco essi corrispondano alla realtà dei territori che oggi sono identificabili con l'Olanda e il Belgio. Il paesaggio di questi due paesi è caratterizzato da grandi distese pianeggianti, in parte perfino conquistate alla superficie del mare, o da lievissimi rilievi collinari. 
Come mai allora nella più parte delle vedute bruegheliane, specialmente in quelle realizzate dal loro capostipite Pieter Brueghel il Vecchio nella seconda metà del 1500, emergono paesaggi caratterizzati da una orografia altimetricamente tanto articolata, così profondamente segnata da ombrosi declivi, ove tra fiumi e laghi contenuti da ripide rocce, profonde valli e perfino paurosi anfratti, assai più simili al paesaggio alpino più che a quello delle fiandre?



Qui sopra, in alto "La fienagione"
In basso "La giornata buia", entrambe opere di Pieter Brugherl il Vecchio del 1565



Parla  dei paesaggi bruegheliani Giovanni Arpino, nella presentazione del libro "Brueghel" (collana "I Classici dell'Arte", 2003 Rizzoli/Skira, distribuzione Corriere della Sera) dal titolo "Apocalisse contadina", quando descrive la sola opera del capostipite di quella che divenne forse la più grande dinastia di pittori che la storia annoveri. Avendo, di quella pittura, egli ben separato le due principali sue componenti, quella messa a fuoco dalla lente di ingrandimento sull'uomo, necessaria all'osservatore sia per le piccole dimensioni dei quadri e sia per la miniaturistica dimensione delle figure, da quella che ne impone un allontanamento per cogliervi lo sfondo, il paesaggio, ne distingue d'entrambi bene i caratteri: "dell'uomo essa ne fa un mostro, rendendovi evidente la goffaggine". Così lo descrive: "questo insulso bipede non ha la dignità di un albero, una foglia, una pietra". Mentre invece del paesaggio ne distingue e ne distilla, esaltandola,  la "vena romantica", precisando che questa "non gli fu data dal Brabante, dai suoi Paesi Bassi", bensì piuttosto "dal suo amore per le Alpi, per il Lago Maggiore, per i colli intorno a Roma."



Jan Brueghel il Vecchio, paesaggio fluviale con bagnanti, 1595-1600, collezione privata, Svizzera



Anzi, aggiungeremo ora noi, più forse dai laghi alpini e dal Maggiore, o dalla Valle del Ticino più ancora, che dai colli di Roma, presso i quali ultimi pur maggiormente vi si attardò prima del ritorno ad Anversa. Queste sono infatti state le principali mete del suo viaggio ben documentato nel nostro paese, tra il 1551 ed il 1555. 

Ebbe a conoscere Pieter Brueghel il Vecchio, durante questa sua lunga permanenza in Italia, soprattutto i luoghi, dall'attraversamento delle Alpi, alle brevi soste sul Maggiore e lungo la Valle del Ticino, soprattutto le campagne, i fiumi, i laghi, le strette ed altissime gole ei larghi paesaggi fluviali coi loro villaggi e le loro popolazioni intente ai lavori, mentre a Roma e a Napoli conobbe soprattutto l'arte italiana ed i suoi Maestri, conobbe Michelangelo e Raffaello, delle loro maestose ed enormi opere ne vide e comprese l'umana visione, ne assaggiò la grandiosa concezione unitaria, ispirata allo spirito religioso del suo tempo, ma ancor più dalla filosofia umanistica. Nel lungo arco di tutte queste frequentazioni fu però la natura a maggiormente impressionarlo, più che l'uomo e le sue opere. Tornò egli infatti al suo Brabante maggiormente influenzato da quella piuttosto che da queste. E restarono in lui quelle immagini potenti della natura alpina più che quelle della Sistina o delle Stanze Vaticane.

Arpino ne distingue una, tra quelle, assai lontana dall'essere generica: il grande lago che, dalle montagne svizzere dell'Alto Ticino e dall'Ossola, si estende fino al suo naturale sbocco nel Ticino prossimo alla bassa, componendo un territorio assai frastagliato tra monti, valli ed acque d'ogni tipo, il Lago Maggiore.  Fu il passaggio alpino del Sempione ad imprimere in lui l'idea di una natura articolata e soverchiante, all'andata del suo viaggio, e poi quello in direzione di Innsbruck, durante il viaggio di ritorno.

 


Pieter Brueghel il Vecchio, La fuga in Egitto, 1563,  olio su tavola, cm 37 x 55,5
 Courtauld Gallery di Londra



Ed in effetti fu l'ambientazione a fare da protagonista, nei quadri che Pieter Brueghel il Vecchio fece lungo tutto l'arco della sua attività di pittore, fu il paesaggio delle Alpi Lepontine del versante italiano, nel quale si descrive l'istante di un racconto popolare, oppure la rappresentazione di una parabola, nei cui fermo-immagine vi si accentua con ironica minuzia il rapporto apparentemente inconciliabile tra le scenette di genere popolate da rubizzi volti brabantini, con gli altisonanti, austeri e talvolta perfino terrifici reinventati scenari che nulla hanno a che fare con l'umano racconto . Vedi ad esempio quella Fuga in Egitto del 1563, tra larici e pini mediterranei, tra verdeggianti sponde lacustri e montuosi picchi, tra guglie e ripidi declivi, con quale naturalezza s'incarica di sublimarne il racconto entro la sfera d'una vasta visione romantica e a-temporale.




Della grande visione plurigenerazionale che la mostra di Venaria sta dando della pittura fiamminga dei Brueghel (padre, figli, nipoti e pronipoti), nel dipanare l'evolversi di uno stile pittorico familiare lungo quasi due secoli di storia tra il Cinquecento ed il Settecento, siamo qui solo soffermati sul messaggio artistico del del suo iniziatore, il Vecchio Pieter, copiosamente rappresentato nella prestigiosa sede torinese, la cui minuziosa cura del dettaglio, entro disegni ed olii di piccolo formato, posto sui diversi e differentemente definiti piani. In queste preziosissime opere, tanto apprezzate dalla clientala internazionale che già il suo autore annovarava in vita, diventa "sigla" il suo ben distinto binomio "scena e attori", entrambi protagonisti in un personalissimo schema che caratterizza e  distanzia il suo autore sia dai suoi contemporanei italiani, totalmente e in ogni senso a lui lontani, sia dai suoi diretti discendenti, che ne adattano di volta in volta soggetti e caratteri allo stile del tempo, mantenendone integra la ragione realista che tutti li anima.


Enrico Mercatali
Torino, 22 ottobre 2016

11 October 2016

Renzo Mongiardino nel moderno - Quando l'architetto dei VIP opera nei BBPR







Renzo Mongiardino nel Moderno 

ovvero

quando l'architetto dei VIP opera nei  BBPR



e l'iconoclasta caparbiamente cerca
ritrovando l'oggetto che aveva distrutto
 nel solco d'una riscoperta memoria.




Ingresso con scala alla zona notte

Si tratta in questo articolo di un arredo siglato Renzo Mongiardino nei locali agli ultimi piani di un palazzo progettato a Milano dai BBPR (Belgioioso, Banfi, Peressutti e Rogers, gli architetti della Torre Velasca) negli anni '60 (vedi: http://taccuinodicasabella.blogspot.it/2016/10/quando-io-iconoclasta-del-surreal-neo.html). Nel titolo se ne sintetizzano i contenuti, nei quali si racconta d'un cambio di destinazione d'uso dei locali (attico, superattico e giardino pensile) che ha comportato la demolizione dell'arredamento mongiardiniano per fare spazio ad una nuova configurazione architettonica degli interni che più corrispondesse alle nuove necessità abitative del proprietario. All'autore delle nuove sistemazioni, tra l'altro autore anche di queste note, a così tanti anni di distanza da quegli eventi demolitori, pare oggi, anno in cui una bella mostra al Castello Sforzesco  tratteggia la geniale figura di Renzo Mongiardino, d'essere stato complice d'una azione iconoclasta.


Il cerchio che chiude un personale raggiungimento di scopo
lascia comunque il vuoto d'un documento perduto
che può ritenersi oggi di ragguardevole valenza artistica



Ingresso con passaggio al soggiorno


Quegli arredi  griffati  Mongiardino, andati in demolizione alla fine dei '70 per raggiunti limiti di funzionalità d'un appartamento in uno stabile realizzato nel centro di MIlano una quindicina d'anni prima dai modernisti Belgioioso Peressutti e Rogers, era stato fotografato, poco prima di quell'evento, allo scopo non già di documentare un'opera che oggi vediamo almeno meritevole di memoria, quanto quello di rilevare, con intento puramente tecnico, tutti gli elementi fissi di quegli interni che potessero essere poi utili alla realizzazione della nuova progettazione. Alcune di quelle fotografie, che qui vogliamo mostrarvi, sono state realizzate dal sottoscritto, autore materiale anche di quella avvenuta demolizione oltre che della successiva riprogettazione, nel corso seconda metà degli anni settanta, e ben descrivono i caratteri di quella abitazione, i suoi stucchi e le sue modanature in gesso, gli encausti eseguiti in sito, le tappezzerie coordinate a parte della mobilia, le componenti lignee fisse e mobili,  le suppellettili selezionate personalmente dal loro augusto autore, gli intarsi pavimentali e quant'altro occorre a rendere unico e speciale il suo odierno dispiegarsi ai nostri occhi.



Il soggiorno



L'opera di Renzo Mongiardino insegna che
dalla storia possano attingersi infiniti linguaggi,
la cui attualità può dirsi eterna
sia che si tratti di una rappresentazione teatrale, 
 sia che si tratti di una perfetta rappresentazione di sè




Sala da pranzo


Queste fotografie, che illustrano l'area di ingresso alla casa, con la scala lignea rettilinea che conduce al piano superiore destinato alla zona notte, l'ampio soggiorno, lo studiolo annesso all'area living con la sua pregiata boiserie, la sala da pranzo, sono state a lungo ricercate negli archivi del loro autore tanto da costituire un vero e proprio scoop il loro recentissimo ritrovamento, così potendosi ora esse aggiungere all'ormai davvero cospicuo materiale documentale dell'opera mongiardiniana, la cui parte più significativa è stata in questi mesi raccolta nel bel libro di Officina Libraria dal titolo "Renzo Mongiardino Architettura da Camera".
Oggi quindi, nell'anno in cui decorrono i cent'anni dalla nascita di Renzo Mongiardino ed in cui il Comune di Milano ha dedicato una bella mostra documentaria alla sua ampia produzione artistica, sia come sapiente architetto di interni che come scenografo di grande talento, i documenti ora ritornati alla luce costituiscono un prezioso contribito di conoscenza e di omaggio al loro autore. Nelle cinque immagini qui riportarte leggiamo la mano sicura di uno dei maggiori maestri d'interior design del XX secolo, il quale, in una delle sue rare apparizioni in veste di scrittore, ha definito il suo stile "surreal neobarocco".



Lo studiolo



In questo scritto, riportato all'interno del catalogo della mostra milanese, il maestro dell'"architettura da camera" prende le distanze non solo dal modernismo, pur essendo egli stato allievo di Gio Ponti e, per un certo periodo giovanile, anche estimatore di le Corbusier, ma anche dal postmodernismo, il cui atteggiamento ironico denuncia un complesso d'inferiorità nei confronti dell'antico, che ne limita il libero dispiegarsi del linguaggio secondo formule maggiormente e totalmente creative. Se ne deduce che il suo fluido e spontaneo appoggiarsi alla storia, piuttosto che alle incognite di un futuro tutto ancora da inventare, sia per lui il veicolo d'una più libera ma anche più sicura interpretazione degli  intimi e talvolta occulti autentici desideri dei suoi committenti, il modo di creare uno sfondo alla loro personalità, fornendo loro un palcoscenico nel quale ben rappresentarsi.


Enrico Mercatali
Milano, 10 ottobre 2017

P.S.

L'ironia della sorte ha voluto che, se delle immagini della sistemazione mongiardiniana è avvenuto sia pure tanto tardivamente il ritrovamento, e la avvenuta loro pubblicazione, della sistemazione successiva, quella realizzata dal sottoscritto in quogo della precedente, non sono mai state ritrovate fotografie che ne potessero documentare quanto meno la riuscita del prodotto finale rispetto alle aspettative dei committenti, se non proprio la possibilità di un confronto tra un "prima" e un "dopo" così diversi tra loro.

E.M.
Lesa, 13/10/2016

05 October 2016

Il "surreal neobarocco" Renzo Mongiardino - Una storia d'iconoclastia






Quando io, iconoclasta
del "surreal neobarocco"

Renzo Mongiardino



Verso la fine dei settanta, senza averlo deciso di persona, tuttavia con un certo sensibile piacere, ho vissuto l'esperienza di ordinare la demolizione, entro una casa d'appartamenti costruita dai BBPR nel centro di Milano, di un arredamento su tre piani (con attico, superattico e giardino pensile) che qualche anno prima era stato realizzato, nientemeno che (così penso oggi) da Renzo Mongiardino.

Proprio ora Milano, al Castello Sforzesco, ne celebra la figura d'artista, architetto e scenografo in una mostra a lui dedicata nel centenario dalla nascita, la quale, come fa ogni buona mostra commemorativa, ne analizza e ne divulga le qualità. 

Quell'arredamento di cui ho accennato più sopra, spazzato via ormai quasi cinquanta anni fa, definitivamente cancellato dalla futura memoria, eseguito nello stile inconfondibile "surreal-neo barocco" del suo autore, come lui stesso amava definirlo, se fosse stato conservato dai suoi proprietari anzichè sostituito da un altro dallo stile totalmente diverso e per quel tempo in un certo senso assai più "accademico", del quale io stesso sono stato l'autore, sarebbe forse oggi anch'esso annoverato in quella mostra milanese, o pubblicato nell'ampio volume "Architettura da camera", che Officina Libraria ha pubblicato per l'occasione. 


massimo interprete del gradimento abitativo
delle più elevate classi sociali al mondo 



Sopra al titolo: Renzo Mongiardino a Potsdam nel 1991.
Qui sopra: allestimento della mostra dedicata a Renzo Mongiardino (Milano Castello Sforzesco, Cortile della Rocchetta,  28 settembre - 11 dicembre 2016). Espositore-zigurrat disegnato da Michele De Lucchi. Sullo sfondo un affresco recentemente scoperto e restaurato del Bramantino, al centro della sala lampadario disegnato dagli architetti BBPR per il restauro del Cortile della Rocchetta nel 1963. 


La mostra, dopo tanti anni di totale indifferenza critica, è stata allestita proprio al fine di omaggiare, restituendolo alla curiosità degli studiosi ed all'intera collettività professionale che fin lì lo aveva snobbato, colui che ha creato gli spazi dentro ai quali si sono così ben rappresentati tutti i personaggi d'altissimo bordo quali i Rotschild, gli Agnelli, i Thyssen-Bornemisza, gli Hearst, gli Heinz, che avevano affidato alle sue cure gli ambienti delle loro case. E così come questi anche gli Onassis (epoca Jacqueline Kennedy), e quindi poi anche Maria Callas, Gianni Versace, Giorgio Armani, Franco Zeffirelli e così via comprendendo Elisabeth Taylor e Richard Burton, Rudolph Nureyev, Valentino, e così dimenticandone chissà quanti altri. Gradimento da parte di una committenza tanto in vista che è divenuto esso stesso fattore discriminante, per l'alta peculiarità di status di quella committenza, ed attraverso le campagne di stampa all'uopo concepite, delle intrinseche qualità di un'opera così capabiamente convinta d'avere una propria legittimità, pur totalmente estranea come era allora al binario tracciato dalla storia del moderno nello scorcio del XIX secolo ed agli inizi del XX, ed una propria ragione, nel ritagliarsi uno spazio nel quale ha giustamente preteso di poter esistere, e che anche la critica d'oggi le assegna senza più traumi ideali nè reticenze.



fervente antagonista 
del percorso stilistico tracciato dalla modernità




Nello scorrere dei '70, dopo le avvenute battaglie di potere e di cultura dentro alle università, e dopo gli anni di piombo che hanno portato nelle strade molta volenza scaturita proprio dai forti elementi di contrapposizione che la società stava sempre più evidenziando, il giovane neolaureato quale io allora ero ha aderito con piacere all'idea, che l'occasione professionale sottendeva, di oltreppassare le "anticaglie" del maestro milanese proponendo tagli più moderni ed attuali degli spazi che Mongiardino aveva allestito per i medesimi committenti alcuni anni prima, totalmente estraniandosi dagli insegnamenti delle nuove leve dell'architettura che, dagli stessi BBPR avevano preso le mosse coniugando le avanguardie storiche alle nuove esigenze  urbane post-sessantottine. In quel clima, in una fase in cui ampia diventava sempre più la forbice che divideva gli strati sociali molto elevati da quelli medi, pochi si accorgevano dell'esistenza di artisti quali Mongiardino, che a quel tempo agivano silenziosi su di un segmento della scena internazionale, peraltro modesto in dimensioni, e totalmente privo di divulgazione teoretica massiva.




maniacale assertore di un decoro storico
che parli una lingua sempre attuale



Appartamento all'interno del palazzo Odescalchi, Roma, 1969. Sala da pranzo e salotto.



Poi, inviati alle discariche tutti quei preziosi manufatti in legni pregiati, a suo tempo realizzati dalla miglior artigianalità italiana oggi scomparsa, riccamente impreziosita da fregi scultorei dorati, dettagli decorativi realizzati su misura, diedi avvio alla realizzazione di un algida, razionalista e minimale veste a quegli spazi costruiti sulle istanze d'una funzionalità domestica tutt'affatto diversa ed estranea alle esigenze rappresentative di uno status griffato, quanto improntata alle più severe mode che l'interior design di quel periodo stava imponendo.

 e strenuo avversatore
dell'ironia post-moderna




Sala di lettura a finte tarsie della casa di Philip Sharp a New York,


ho cancellato una autorevole testimonianza 
d'una orgogliosa critica al moderno


L'opera mongiardiniana della quale avevo ordinato la demolizione, se fosse stata conservata anzichè definitivamente cassata da un appartamento del centro di Milano alla fine dei '70, oggi avrebbe certamente potuto arricchire la mostra che questa città ha dedicato al Maestro dell' "Architettura da Camera". Ma anche priva di quel contributo la mostra certamente riuscirà ad arricchire un dibattito, forse solo agli inizi, che renderà ragione al raggiungimento odierno d'una pluralità linguistica del messaggio architettonico, con buona pace anche dei più assertivi archistars del moderno. Questo, tra presente proiettato al futuro e passato quale materiale sempre vivo nel presente, può indicare ancor più compiutamente all'uomo di oggi la strada di un domani forse più confacente al suo spirito più profondo e alla sua reale e contestuale idea di benessere.


Enrico Mercatali
Milano, 1 ottobre 2016

28 September 2016

Monumentale è l'opera di Rosso, artista elegante e raffinata, pudica ed ammiccante. In mostra a: "Son et Lumière à la campagne / 2", presso Varese



Monumentale è l'opera di

R   O   S   S   O


artista elegante e raffinata, pudica ed ammiccante



Le opere di Rosso traspaiono tra gli alberi nella scenografica lacation del casale che le ha ospitate per la mostra "Son et Lumière à la campagne / 2",  iniziata il 24 settembre 2016, nel luogo di lavoro e di temporanea residenza dell'artista


La tua mostra odierna presso Varese, Son et Lumière à la campagne / 2, cara amica di lontanissima data, mi è parsa bellissima: tu, in primis, accogliente dominus della serata piena d'effetti e sorprese. Bellissima, e di immediata empatia, poi, la tua arte, che si imponeva protagonista, al di là davvero di ogni mia aspettativa, quanto a bagliori ed echi visivi e sonori, d'una tal mole da te concepiti, ed animati da tal ventaglio di colti rimandi da lasciar basiti anche i più mondani tra gli assidui dell'arte!). Bellissima la tua location (casale accoglientissimo, e pur personalissimo, non soltanto per come sia stato congegnato l'allestimento, per il vissuto plurigenerazionale, e quindi intensamente stratificato, che ancora in esso vi aleggia, ma anche per l'ampia offerta d'eccellenze gastronomiche (purtroppo solo sfiorate), che per l'occasioni avevi preparato, nella stanza del camino!!, il tuo Jerome (mi è assai piaciuto, davvero simpatico co-patron dell'evento), ed infine il condiviso amico di una vita... Marco, pieno di verve, direi perfino migliorato!!! "Che dire?", cosa aspettarsi, di più?





Io e Flavia ci siamo molto goduti la speciale atmosfera di quella notte, attraversando l'umido prato che ci divideva dalla luminosa e fluente "cascata" dorata (d'acqua?... di capelli?) collocata lontano, quale attraente e simbolico richiamo di voluttà e piacere, inseguendo la fiammeggiante traccia puntiforme che, rettilinea, là ci voleva condurre. 




Così come è stato con grande diletto che ci siamo vissuti i percorsi tra le tue "monumentali", oniriche, favolistiche e orientaleggianti opere, magnificamente esaltate dalle modernissime tracce sonore che vi hai voluto accostare, anch'esse cariche, quanto le opere che accompagnavano, di rituale mistero, di quello speciale pathos che incarna tutto ciò il cui ultimo significato un poco ci sfugge, che tanto attrae mentre ci tiene a distanza, investendoci d'ansia, promuovendo continui interrogativi...




Una meraviglia inaspettata, il tutto, in quell'atmosfera resa tanto pregna di simbolici rimandi, ancorchè resa eterea, sfumata, straniante dalla sensazione d'essere al contempo immersi in una fiaba, tra ritualità e mitologia!! I materiali, i loro colori, le loro superfici rappresentavano e descrivevano gli opposti, l'eterno distanziarsi e poi fondersi dei generi. Un vago sentore d'oriente allude ai piaceri segreti e privati dell'alcova velata, della porta che conduce all'eterno paradiso, e, tra essi, superfici specchianti e veli, metalliche rigidità  e morbide garze, opacità svelate e trasparenze appena svelanti od improvvisamente baluginanti in inaspettati riflessi, rettilinee durezze accanto a curvilinee mollezze, tra le cui attribuzioni tu ti sei sapientemente giostrata, od appena voluttuosamente compiaciuta.




Noi ospiti benvenuti, in tanto ardore avventurosamente immersi per un arco di tempo imprecisato, abbiamo apprezzato, quasi confondendoci in esso, l'impianto scenico complessivo, che dei fienili faceva appropriatissimo uso, mettendo in contrasto le tipologie scarne e spoglie del contado con le sfavillanti e rifrangenti lastre ottonate e con i bianchissimi velati tessuti, lontane e perfino opposte componenti della tua immaginazione, le quali, pur richiamandosi ad un'arte cosiddetta "povera", ne trascendevano i limiti per divagare in atmosfere leggendarie che sanno trasformare polvere in oro, in trasognate proiezioni dei sensi, nelle digressioni oniriche da te poste materialmente in essere, in quella tua "Mille e una notte". 




Un amalgama di prelibatezze, per me, quella tua notte, delle quali poco posso aggiungere ora, se non rispolverando antichi e meno antichi vissuti che in qualche modo a te mi avevano legato, ed accostando entrambi alle più recenti esperienze letterarie... un lavoro mentale per i prossimi giorni, per i prossimi mesi, o anni, chissà?. Un bel lavoro personale, il mio, appassionante e gradevolissimo, del quale tu stessa certo sarai parte, nel continuum temporale...

Cara amica, dopo tanto pensare sarà bello riverderti in carne ed ossa, quando, tra un tuo girovagare e l'altro in cerca di ispirazione, tra una fatica e l'altra d'arte, vorrai dare il via alla continuazione del progetto Son et Lumière à la champagne, che già so essere programmato (e del quale avevo perso la prima parte), il quale, ora più che mai, m'incuriosisce e mi intrigherà continuare a frequentare.


Enrico Mercatali
27 settembre 2016