THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

19 March 2011

Cielo infinito

Arnaldo Pomodoro, 1973, modello del progetto per il nuovo Cimitero di Urbino.
Umanissimo e suggestivo concept, di grande attualità iconografica.
Apriamo questo articolo con una immagine di tanti anni fa che ci aveva affascinato...


 "Cielo-infinito: il cimitero del futuro"

Milano propone un diverso concept architettonico per la cultura del ricordo

Cielo infinito, odierna proposta per inumazioni "d'avanguardia!",
un'idea che, francamente, non solo ci lascia perplessi, ma che davvero ci disturba!


Quale preferite? Tra i due opposti concepts architettonici, che danno forma anche a modi diversi di intendere l'idea del sito cimiteriale, e le rispettive iconografie di riferimento, quale vi appare la più adeguata al comune e diffuso modo di sentire? Quale, capace di relazionarsi alle tradizioni? E quale alle necessità future? 
Questo edificio multipiano,  qui sopra, oppure quella rappresentata dal modellino in bronzo sopra al titolo? 
Questa, in forma di grattacielo è la nuova proposta "Cielo infinito", presentata a Milano per la città del futuro. Quella sopra al titolo, "Il Cimitero sepolto" è stata avanzata da Arnaldo Pomodoro per la città di Urbino nel 1973. 

Dice un comunicato stampa, a proposito di "Cielo infinito": "Il naturale e progressivo invecchiamento della popolazione, gli spazi disponibili sempre più ridotti, le nuove abitudini e gli attuali stili di vita, rendono necessarie nuove soluzioni per affrontare il tema delicato ed importante come il culto dei defunti. Grandi aree da dedicare a spazi cimiteriali possono infatti risultare non solo difficili da reperire ma anche scomode, antieconomiche e poco fruibili da anziani e disabili", argomenti questi che ci sembrano tutti appartenenti a logiche economiciste e funzionaliste, poco attinenti al tema in questione, che andrebbe affrontato a partire, prima e soprattutto, da più profonde considerazioni, che attengono alla sfera trascendente.


Per un milanese doc come me, che vive solo da un paio d'anni altrove dopo aver vissuto tutta la vita nella sua città d'origine,  ogni ritorno in essa diventa motivo di tormento. E' da qualche anno infatti che mi sono reso conto che la città esprime la sua "milanesità" in modo anormale, incapace di esprimere nel nuovo che essa stessa sta creando il suo essere tipico,  slegandosi dalla sua tradizione, dal suo spirito, dalla sua più autentica anima. Molte cose nuove vi si stanno realizzando, molti grandi lavori ne stanno modificando il volto, ma in esse sembra non esserci più storia, e quindi neppure vero futuro, un futuro certo al quale sentirci legati, anche come parte attiva di esso. Non c'è stata scelta, infatti, compiuta da dieci, quindici, anni a questa parte, che riguardi le grandi opere che ne stanno modificando il volto, intraprese da privati o dal pubblico, che possa dirsi davvero generata da quello spirito  che per oltre cinquant'anni aveva connotato la sua cultura, il suo linguaggio, ogni tratto della sua espressione, se non forse solo per quella felice parentesi che è stata la creazione del  Museo Novecento, peraltro frutto esso stesso di progetti dprovenienti da molto lontano. 

Arnaldo Pomodoro, 1973: Proposta progettuale per un cimitero ad Urbino, dal titolo "Cimitero sepolto"



Negli ultimi anni il volto della città è stato, diciamolo pure, stravolto da progetti che sembrano essere stati calati dall'alto, privi del necessario confronto con la città, e la sua opinione pubblica, e i nuovi cantieri ne hanno modificato pia piano la fisionomia senza saperla sostituire generando passioni come un tempo erano stati capaci di fare, a partire dalla stessa città nuova, quella che usciva dai travagli delle occupazioni straniere, e che si avviava, prima alla magnificienza civile della repubblica cisalpina, e poi all'avvento del dominio borghese: valgano qui gli esempi storici del Foro Bonaparte (sia pure nella sua versione post napoleonica, meno fantastica e grandiosa di quella del Foro Antolini), oppure l'esempio del Nuovo Terminal Ferroviario Centrale del 1906, anno della Esposizione Internazionale di Milano, che segna esso stesso l'avvio della grande industrializzazione della città e il suo essere al centro degli scambi nazionali ed internazionali, oppure ancora delle icone milanesi del dopoguerra, ovvero la Torre Velasca dei BBPR, e il grattacielo Pirelli, dell'equipe di Giò Ponti, entrambi costruite tra il 1956 e il 1958, che hanno segnato invece l'avvio del boom economico del dopoguerra, simboli entrambe di una città che si dà al futuro con l'entusiasmo d'avere basi civili ed etiche ben fondate e orientate.


"Cielo infinito", il rendering del progetto mette in risalto il tempio vetrato che determina il  culmine dell'edificio multipiano che costituisce la parte costruttivamente e simbolicamente determinante della proposta per una nuova tipologia cimiteriale. Si dice in una brochure presente alla mostra milanese: "La verticalizzazione sembra incarnare l'idea dell'ascesa verso il cielo e nello stesso tempo costituirebbe la risoluzione al problema della qualità e quantità della superfici disponibili". Così la simbologia dell'ascendere al cielo dissimula la stringente logica funzionalista che sta alla base del progetto. Si dice anche: "Il progetto permette l'ottimizzazione degli spazi e una sostanziale diminuzione dei costi di mercato e dei tempi d'attesa". Se tutto si riduce a questo tipo di argomantazione è chiaro che, per buona pace dei costruttori, la città del futuro non sarà rappresentata che da una serie infinita di torri in acciaio e vetro, e, ai cittadini, non resterà forse che... morire"


 Tra le diverse realizzazioni in corso d'esecuzione che spiccano invece oggi, per dimensione e visibilità mediatica, ricordiamo il quartiere Santa Giulia, per il quale è stato chiamato nientemeno che l'inglese Norman Foster, finito in disgrazia assieme al suo committente-costruttore per gli erronei piani economico finanziari di quest'ultimo, lasciando peraltro in difficoltà tutti coloro che in esso avevano creduto e che avevano deciso di andarvicisi ad insediare. Ricordiamo, il Nuovo Museo della Moda con il relativo centro uffici al Garibaldi, firmato dall'americano Cesar Pelli; ricordiamo la grande area residenziale centrale, ove sorgeva la vecchia Fiera Campionaria, realizzata dall'archistar iraniana Zaha Hadid, che, assieme ai tre grattacieli che tanto hanno fatto discutere circa il loro a dir poco inconsueto skyline, costituisce una vera "bomba" in quanto incremento della capacità insediativa della città, per l'alta volumetria che propone, ora in fase avanzatissima di realizzazione. Ricordiamo poi non secondariamente, per i forti impatti volumetrici e visivi dentra alla città, il nuovo grattacielo sede della Regione Lombardia, presso l'area Garibaldi-Repubblica, nonchè le gigantesche edificazioni su quest'ultima area, presso la Stazione Garibaldi, che vanno enormemente ad incrementare l'impatto che il settore terziario assegnerà all'immagine della città, ormai non più riconoscibile se non per vedervi insediata l'anonima folla d'una classe totalmente dedita al businnes e ai suoi riti, poco interessata a possedere un legame forte con la "civitas" che vada al di là del suo puro esprimersi in termini di "forza economica".


Ecco l'atrio di ingresso di "Cielo infinito": sembra la hall di un grande albergo, di un grande museo; tutto ormai vi è indifferenziato: in ultima istanza, la vita come la morte, il che, peraltro, non sembra essere cosa errata in sè, ma qui appiattita su di una iconografia appiattente.


 L'ultima trovata, che ci fa capire quanto questa città (dalle sue componenti affaristico finanziarie a quelle amministrative) sia oggi interessata più ad aprire sempre più larghe strade ai suoi grandi costruttori, peraltro specializzati in grattacieli (tipologia poco impegnativa in termini di risorse nuove anche in termini di ricerca), piuttosto che alle componenti più creative e culturalmente profonde della nostra comunità. Abbiamo fatto questa scoperta passando per caso in centro, promossa dall'Urban Center di Galleria Vittorio Emanuele, ed è stata chiamata "Cielo infinito, il cimitero del futuro. Un nuovo concept architettonico per la cultura del ricordo".

In assenza di aree, infatti, l'Amministrazione cittadina di uno dei comuni italiani più piccoli in rapporto al numero dei suoi abitanti (numero che, tra l'altro, si vorebbe programmare col nuovo Piano Territoriale con un incremento di più di 500.000 unità), pensa di avviare la costruzione dei nuovi cimiteri di cui la città avrà bisogno nell'immediato futuro in forma di grattacieli, riproducendo, per la "Città dei Morti" esattamente lo schema tipologico che essa sta proponendo per ogni altra funzione insediativa,  residenziale o terziaria che sia, ammantando questa operazione come fosse frutto d'una originale quanto moderna soluzione, al di là d'ogni altra considerazione, di carattere filosofico e sociale che si voglia o si possa fare.


Il tempio proiettato verso il "Cielo"

Noi siamo rimasti letteralmente allibiti da tanto superficiale approccio a tale questione, che certamente si apre a fronte di una reale problematicità realizzativa, quando, molto semplicemente, constatiamo che una soluzione siffatta non è mai comparsa sulla faccia della terra, in alcuna cultura ed in nessun contesto umano, perchè, obbiettivamente trattasi di un clamoroso errore, sia in termini di valutazione complessiva che non sia puramente economicistica, che in termini di ragionevole esegesi delle esigenze più profonde della persona e del suo legame con il tema della morte.

Non che tale proposta debba essere preclusa alla discussione comune, od osteggiata per pura partigianeria. Noi ci limitiamo ad esprimere tutto il nostro sconcerto, nell'esaminarla, portando, esemplificativamente e a confronto, un paio di esempi bellissimi di moderni progetti di siti cimiteriali, evocando, qualora questi che citiamo apparissero, ad alcuni sostenitori di questa soluzione, esempi poco curanti degli aspetti quantitativi necessari ai grandi numeri che una città come Milano esprime, la possibilità di fare nostra una ipotesi totalmente ribaltata, rispetto a quella qui presentata, del perseguimento di  un concept analogo in tutto, se vogliamo, ma totalmente ipogeo, come ci suggerisce non solo l'istinto, ma anche la logica ed il supporto storico. Ci basterebbe considerare questo: il sito della memoria ha ragione d'essere visibile e presente a chi ne senta il bisogno, in determinati momenti della propria vita, ma non crediamo si debba imporlo, alla vista di tutti ed ovunque, come in questo caso accadrebbe, e come, questo sì, in talune antiche civiltà è stato.

Diamo pertanto aria e luce ai vivi, che non sempre ne hanno a sufficienza, e diamo ai nostri morti una sepoltura "terrena", e più umana.

  
Arnaldo Pomodoro,  1969  Cimitero Monumentale di Milano, Famiglia Goglio. L'iconografia già proposta ad Urbino, ritorna in questa tomba con convinta determinazione. Una sepoltura vi si propone che penetri nella terra, pur aprendosi in profonde fenditure alla luce del sole, mediante geologici, naturali e millenari segni d'una struttura ancora capace di mistero, trascendenza ed ineluttabile destino.


Enrico Mercatali
Milano, marzo 2011




15 March 2011

150 anni dell'Unità d'Italia

 Nelle foto il tempio della Concordia di Agrigento, illuminato a festa il 30 dicembre 2010 (Keystone)


I 150 anni dell'Unità d'Italia visti dalla Svizzera

L'Italia chiama, Berna risponde con.. prudenza 

 

In Svizzera si è guardato con interesse e simpatia alle vicende che hanno portato all'unità italiana, in particolare negli ambienti liberali. Quando però si è trattato di riconoscere il nuovo Stato, il governo elvetico ha reagito con molta prudenza. Intervista di Swissinfo.ch allo storico Sacha Zala.

 

TACCUINI INTERNAZIONALI, che guarda con interesse alla Svizzera ticinese e a quanto muove gli interessi di turismo e cultura del paese confinante, vi propone questo spaccato storico di un certo interesse per noi, e per ciò che muove oggi il nostro paese riguardo alle culture limitrofe che non mostrano un totale parallelismo con le nostre. Ve ne riportiamo pertanto i passi più importanti:







La Svizzera è stato uno dei primi Stati assieme alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti a cui l'Italia ha chiesto di essere riconosciuta dopo la proclamazione del Regno, avvenuta il 17 marzo 1861. Berna ha però reagito in maniera piuttosto tiepida, spiega Sacha Zala, direttore dei Documenti diplomatici svizzeri.

s.i.: Il 17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d'Italia. La Svizzera come reagisce alla creazione di questo nuovo Stato?

Sacha Zala: In maniera molto cauta. Quando Torino notifica a Berna la creazione del Regno, il Consiglio federale risponde semplicemente che prende atto del ‘nuovo ordine delle cose’ e ribadisce le antiche relazioni di buona amicizia. Nella risposta alle autorità italiane evita esplicitamente di riconoscere il nuovo Stato, che giuridicamente è ‘soltanto’ un ingrandimento del Regno di Sardegna. È vero che a Torino questa missiva è interpretata come un riconoscimento; la formulazione utilizzata dal governo svizzero è però volutamente ambigua.

s.i.: Perché questa prudenza?

S. Z.: Il Regno d’Italia crea una nuova situazione: un chiaro riconoscimento da parte della Svizzera avrebbe implicato l’interruzione immediata di tutte le relazioni con gli Stati precedenti, la cui esistenza era stata garantita dal Congresso di Vienna. E questo il Consiglio federale non lo vuole fare, perlomeno non prima che la situazione sia chiarita definitivamente, ciò che avverrà comunque molto presto.

Non bisogna poi dimenticare che gli attuali confini dell'Italia sono fissati soltanto dopo la Seconda guerra mondiale. Nel 1861 è ancora aperta la questione del Veneto e del Tirolo meridionale – che confina con la Svizzera – e la questione dello Stato pontificio… È quindi comprensibile che la Svizzera dia prova di prudenza e attenda prima le reazioni delle potenze europee.

 

s.i.: Vi sono dei contenziosi territoriali anche tra la Svizzera e l'Italia?

S. Z.: Vi sono effettivamente alcune piccole questioni confinarie aperte, in particolare nella Valposchiavo e in Ticino. Del resto tra i primi trattati siglati fra la Svizzera e il nuovo Regno d’Italia ci sono proprio quelli per regolare i confini.

Il problema svizzero nel 1861 è però un altro: il confine con l'Italia è quello più recente e del quale forse ci si fida meno. La separazione della Valtellina dai Grigioni del 1797 era avvenuta soltanto due generazioni prima. Nel subconscio federale, il Ticino è un ex-baliaggio, e con l’affermazione nella seconda metà del XIX secolo del principio di nazionalità basato su lingua e cultura, esiste innegabilmente un potenziale di revisione dei confini. Da parte italiana, lo stesso Cavour nel 1861 afferma che se un giorno la Svizzera avesse ottenuto il Vorarlberg e il Tirolo, si sarebbe potuta ipotizzare l'unione del Ticino con l'Italia. Del resto le fortificazioni a sud di Bellinzona erette nel 1848 durante la guerra nell’Italia del nord e la costruzione dei forti di Airolo nella seconda metà degli anni 1880 sono da leggere prima in chiave anti-austriaca e poi anti-italiana.

s.i.: Berna guarda quindi a sud con una certa preoccupazione?

S. Z.: Senza dubbio i rapporti tra il Ticino e la Confederazione attraversano un periodo di crisi già a partire dal 1848. Berna sospetta il cantone se non di fomentare, sicuramente di tollerare le attività dei rivoluzionari italiani. Per questa ragione, nel novembre del 1848 l'Assemblea federale obbliga i rifugiati italiani in Ticino a trasferirsi nella Svizzera interna. In una lettera indirizzata al Consiglio federale nell'aprile del 1853 (quell'anno l'Austria decretò la chiusura delle frontiere ed espulse dal Regno Lombardo-Veneto circa 6'000 ticinesi, ndr) il Consiglio di Stato ticinese prende posizione con veemenza contro le accuse secondo le quali il cantone è un focolaio rivoluzionario. Nello stesso documento, però, emerge con forza anche la lealtà nei confronti di Berna. Pur rilevando tutte le difficoltà alle quali è confrontato il cantone, il governo ticinese dichiara che la competenza per la 'alta politica' spetta esclusivamente al Consiglio federale. Nonostante questi gravi problemi, il Ticino si sente quindi pienamente svizzero.

s.i.: Sin dai primi anni dell'Unità, a creare attriti tra la Svizzera e l'Italia è il fenomeno del contrabbando. Qual è la posizione della Confederazione?

S. Z.: Effettivamente è un fenomeno che irrita molto le autorità italiane. A tal proposito sono assai significative le parole di Cavour durante un incontro nel 1861 con l'incaricato d'affari svizzero a Torino. In sostanza il capo del governo italiano polemizza dapprima contro i contrabbandieri svizzeri, assicurando comunque che l'Italia non tenterà di intraprendere qualcosa contro la Confederazione. La Svizzera dal canto suo reagisce con estrema costanza, portata avanti fino ad oggi, sottolineando che non ci sono obblighi internazionali che costringono uno Stato a regolare le proprie esportazioni. Dal punto di vista elvetico, questi traffici nelle zone di confine non hanno nulla d’illegale, si tratta semplicemente di esportazione.

s.i.: La Svizzera è però stata anche una terra di rifugio per molti profughi italiani e ha guardato di buon occhio quanto stava avvenendo in Italia…

S. Z.: La Svizzera è l'unico paese europeo nel quale la rivoluzione del 1848 ha attecchito e vi sono senza dubbio dei forti sentimenti, anche ideologici, nei confronti di tutte quelle persone rifugiatesi in Svizzera. D'altro canto, la questione dei rifugiati crea enormi pressioni internazionali sulla Svizzera, tacciata di lassismo. Nonostante il Consiglio federale cerchi di mantenere in equilibrio tutti gli interessi, la questione rimane acuta per almeno mezzo secolo e sfocerà addirittura nel 1902 con la momentanea rottura delle relazioni diplomatiche tra Svizzera e Italia.

Non bisogna infine dimenticare la questione religiosa: Ticino e Valposchiavo facevano ancora parte delle diocesi di Como e di Milano. In Svizzera, perlomeno tra i liberali, si vedeva dunque di buon occhio tutto ciò che indeboliva lo Stato della Chiesa e quindi il suo controllo su queste terre, che ben presto saranno staccate dalle diocesi italiane. In questo senso l’Unità d’Italia contribuisce a ‘perfezionare’ l’unità elvetica.

Per la Svizzera la somma di tutti questi sviluppi ha certamente fatto sì che le varie componenti del Paese attecchissero assieme in modo più forte. Queste crisi e le pressioni provenienti dall'esterno hanno innegabilmente cementato proprio in quei decenni un'identità svizzera.

Daniele Mariani, swissinfo.ch



 

05 March 2011

NEMETON - High Green Tech Magazine


Hospitable city: la cultura del progetto e il verde
(Luciano Crespi)
La qualità della città contemporanea dipende sempre più dalla qualità dei suoi spazi, interni ed esterni, più ancora che dalla eloquenza dei suoi “monumenti”. In particolare piazze, strade e giardini, pur svolgendo un ruolo differente rispetto al passato, forniscono l’indice di qualità di un territorio e della sua capacità di offrire spazi ospitali ai nuovi viandanti della contemporaneità. E costituiscono la vera sfida del progetto e delle sua capacità di dare risposte alle domande relative alla ricerca di una nuova civiltà dell’ abitare. La stessa questione del verde urbano rientra in questa prospettiva e si offre come occasione per una riflessione sull’attuale ruolo del design.
Luciano Crespi, architetto, ha insegnato Tecnologia dell’architettura del Politecnico di Milano. Attualmente è professore ordinario di design alla Facoltà di design del Politecnico di Milano, dove è presidente del corso di laurea in Design degli interni. E’ membro del collegio del dottorato di architettura degli interni, presso il Politecnico di Milano, e del comitato direttivo della Società italiana del design. Tra le sue ultime pubblicazioni “Neotopie” e “L’allestimento ai tempi del viandante”.



NEMETON
High Green Tech Magazine 
 
 Is now available a new biannual publication dedicated to the newest in greening technologies 
(where the knowledge of the agronomist and of the architect weave together)

 Simbolo della rivista è la foglia di Gynkgo

E' ora disponibile una nuova rivista dedicata alle alte tecnologie per il verde 
(ove i saperi dell'agronomo e dell'architetto si fondono tra loro)



Carla Horat Alberi,
La foresta dei segni, bulino, rame, cm 60x35 (1990)

NEMETON is a word of Celtic origin meaning sacred grove - the palce where the divin  manifests itself that for the Celts an most other peoples that symbolized a sense of profond union with the world. It is where the union between nature and man, his identity, and his sense of belonging is evident.

Technology is noy enough; one must also know what to do and why. These answers can be sought in all areas of human knowledge - in our philosophyes, religions, , and anthropologicals studies, and in the sciences of nature and man.

Becoming ever more diffuse, a new attention in the presence of vegetation is completly changing our traditional understanding of what "green" means. This change involves many things: agricolture and what we eat, architecture and landscape, design and how we live. Now more than ever we are coming to recognize that all of these aspects are inextricabily linked by a common denominator- the green factor.



L’architettura si muove sempre di più verso la sostenibilità, verso una integrazione della natura all’interno degli edifici, e verso una ricerca di materiali che siano il più possibile sostenibili. Dalla nuova integrazione tra natura e architettura nascono giardini pensili, tetti che sono dei veri e propri giardini, muri verdi che permettono agli edifici di respirare.
The Coolist ha stilato la classifica dei 10 capolavori di architettura sostenibile dotati di tetti verdi. Io ho deciso di aprire con la Nanyang School of Arts di Singapore, con il suo tetto mozzafiato piantato nel 2008. Tra i 10 tetti, ad ognuno dei quali The Coolist dedica una gallery per chi vuole ammirare dettagli e particolari, c’è anche l’Accademia delle Scienze della California, opera di Renzo Piano, il cui tetto è uno tra i migliori esempi di green roof al mondo, integrazione perfetta tra architettura e natura: i 2 acri e mezzo del tetto ospitano piante locali per la conservazione della biodiversità.


NEMETON è parola di origine celtica che indica il bosco sacro, iul luogo in cui si manifesta il divino che per quei popoli, come per molti altri, equivale al sentimento di profondea unione con il mondo. Il bosco sacro è il luogo in cui si evidenzia l'unione tra natura e uomo, l'identità, l'appartenenza.

La tecnologia non è sufficiente, non basta sapere come fare, è necessario sapere perchè e cosa fare. E questo va cercato in ogni campo dei saperi dell'uomo, nelle filosofie, nelle religioni, nelle antropologie, nelle sienze della natura e in quelle dell'uomo.

Si sta diffondendo una nuova attenzione all'elemento vegetale che cambia completamente le prospettiva con la quale abbiamo sin'ora considerato il "verde". E' un cambiamento che coinvolge l'agricoltura e quindi l'alimentazione, l'architettura e il paesaggio, il design e l'abitare. Tutte  discipline che si scoprono, ora più che mai, indisolubilmente legate ad uno stesso denominatore comune, l'elemento vegetale.


Avendo fatto la conoscenza,  in Casabella di Lesa-Lago Maggiore, di Giuseppe Rosa, che di Nemeton è il Publishing Coordinator, abbiamo anche conosciuto, tramite lui, che ce ne ha donata qualche copia, questa bella rivista, ricca d'argomenti subito apparcisi di grande interesse e d'immagini accattivanti, incentrata su temi anche molto distanti fra loro, come  "la bellezza", il "sapere-verde", l' "architettura e il design", lo "sky garden e il vertical farm", ma legati dal filo comune d'una visione aperta al futuro, disincantata e convinta che l'oggi deve preparare basi solide se vogliamo un domani capace di arridere a nuova vita per tutti gli abitanti di questa terra.




Boschi sacri e giardini segreti
Paola Maresca


Il bosco è fin dall’antichità luogo sacro e iniziatico. La sacralità del bosco si estese poi a tutta la vegetazione, come scrigno di saperi e di conoscenza. Come nel bosco anche nel giardino si nascondono segreti e allegorie. Un complesso apparato di simboli caratterizza infatti il giardino, dove la natura, appositamente predisposta e sintonizzata con le frequenze dell’anima, entra in contatto con la nostra profonda essenza. Questa sapienza arcana informa il disegno dei giardini a cominciare dal Medioevo, dove l'idea stessa del giardino è associata al Paradiso terrestre e successivamente, dà vita a parchi fantastici e giardini alchemici, fino alle soglie del romanticismo dove itinerari iniziatici ritagliano i sentieri e il giardino diviene scenario per un opera più vasta.
Paola Maresca, architetto, ha pubblicato “Boschi sacri e giardini incantati”(1997), “Giardini incantati,boschi sacri e architetture magiche” (2004), “Giardini, mode e architetture insolite” (2005), “Giardini, donne e architetture” (2006) e “Giardini simbolici e piante magiche” (2007). “Giardini e delizie” (2009). Dirige i Quaderni “Giardino e Architettura”.

Essa si occupa di verde, come già nel nome e nel marchio, risorsa fondamentale e sempre più scarsa, e di argomenti che ne fanno da corollario, quali le tecnologie che ne supportano lo sviluppo, la propagazione ed il suo essere sempre più a contatto con la vita dell'uomo, e la ricerca della ecosostenibilità architettonica, che ne è il veicolo più complesso, e pur ancora pieno di incognite.


Roma, scorcio di Lungotevere

 (fotografia di Alessandro Gabbianelli) 

Sfogliando alcuni numeri di Nemeton ci siamo resi conto, pur essendo noi assai vicini ai temi dell'architettura, dell'ambiente e della città, per passione e per professione da oltre trent'anni, che le diramazioni delle sue specializzazioni divengono sempre più fitte e articolate mano a mano che il tempo passa, e che facciamo fatica ad inseguirne tutti gli episodi più significativi, e le evoluzioni sia sul versante tecnico che su quello teorico.



Certamente questo del verde, visto attraverso una lente particolarmente potente che ne studia e diffonde gli aspetti tecnici che meglio sanno attribuirgli realistico peso all'interno delle attività umane,  nonchè valide prospettive d'estendersi nell'ambito dei grandi progetti di sviluppo urbano e ambientale all'interno della stessa disciplina architettonica, in termini di soggetto (il più delle volte perfino da protagonista) e non più solo di complemento, ha saputo imporsi a tal punto oggi da avere bisogno di un magazine tutto e solo su di esso incentrato.


Parc de Bercy, 1993-1997, Parigi
Bernard Huet, Madeleine Ferrand, Jean-Pierre Feugas, Bernanrd Leroy (architetti)
Ian Le Caisne, Philippe Raguin (paesaggisti)
(fotografia di Alessandro Gabbianelli)



Ecco perciò Nemeton . La rivista appare subito complessa e ricca di sfaccettature gustose. In essa gli argomenti sono trattati così come l'informazione li divulga senza imporre soluzioni scontate o punti di vista teorici precostituiti in partenza. Essa va decisamente oltre tutto ciò che l'argomento verde ha significato e divulgato di sè fino a pochissimi anni fa, attraverso testate che hanno dovuto "cambiare aspetto", e targhet, pur di sopravvivere, attribuendo alle pratiche verdi una interpretazione quasi totalmente decorativa e "fai da te", ancorchè esposte con dovizia di "consigli utili" e di riferimenti alla manualistica d'uso. Tanto da potersi permettere il lusso oggi, Nemeton, ricambiandone totalmente la concezione espositiva e di mercato, di concentrarsi prevalentemente sulle problematiche dei grandi progetti, con orizzonti gestionali a livello d'ampio respiro sociale e istituzionale, piuttosto che sugli aspetti privati della piccola scala, sicuramente più generosi, in termini numerici di lettori e fans, perciò sfidando il mercato sull'utilizzo di nuovi canali comunicativi, e di nuove questioni da risolvere, alcune di importanza vitale per la sopravvivenza stessa di taluni equilibri raggiunti in termini di ecosistemi, Anzi, di più, ciò s'è potuto ottenere adottando un ventaglio di temi trattati, come può evincersi dalla lettura dei suoi indici, capaci di muoversi contemporaneamente tra le grandi questioni filosofiche che sottendono i temi della "bellezza", o del "sapere storico", o quelli ancora del rapporto tra "musica ed architettura", a quelli della conoscenza scientifica e pratica dei modi di coltivazione in determinate condizioni di clima o di impiego, ovvero diluendo ancora ogni possibile specialismo entro questioni generali che attengono all'arte.



Un lavoro perciò di conoscenza e di divulgazione, questo che Nemeton indaga e promuove, che attraversa orizzontalmente e verticalmente ogni livello di discorso che muovasi attorno alle questioni di fondo che essa si pone: diffondere l'idea ecologica nel comportamento scientifico e pratico dell'essere umano; trovare i punti di saldatura tra "bellezza e tecnica"; migliorare l'ambiente diffondendo ed adottando soluzioni "verdi".



Nature urbane: giardini verticali e muri vegetali
Anna Lambertini, Daniele Romare

Nelle città che cambiano, la presenza diffusa di spazi aperti e di vegetazione, l’uso consapevole delle risorse naturali, la gestione creativa dei luoghi pubblici, così come l’attenzione ai temi della memoria culturale e dell’identità estetica dei paesaggi dell’ordinario e della dimensione quotidiana, diventano fattori indispensabili per indurre mutamenti positivi e per promuovere modelli di vita urbana sostenibili. In questo panorama si inseriscono le nuove tecnologie in grado di realizzare giardini verticali, sviluppando una tradizione che usa la tecnologia per aumentare la qualità di vita.
Anna Lambertini, architetto, è dottore di ricerca in Progettazione Paesistica. Dal 1994 svolge attività didattica e di ricerca presso il Dipartimento di Urbanistica e di pianificazione del Territorio dell’Università di Firenze. Attualmente docente il Master in Paesaggistica di II livello di Firenze. Tra le pubblicazioni: “Vertical Gardens” (2007).
Daniele Romare ha introdotto in italia il lavoro di Patrik Blank, si occupa dello sviluppo e distribuzione di prodotti di design e di progettazione di sistemi di verde innovativi.


 Per dare una idea del taglio adottato dalla rivista, nell'esplorare il mondo filosofico che alligna nelle tematiche verdi, ci limitiamo a riportare alcuni titoli degli articoli che essa  propone ai suoi lettori: "Neo-Nature oggi: verso una terza architettura"; "Strategie di esplorazione e comportamento di sciame nelle radici"; "Quando gli uomini nascevano dalle piante"; "Il bello come cura dell'anima"; " Il sentiero dell'architettura porta nella foresta"; "Il luogo della poesia". Ma, d'altro canto non sono pochi gli articoli che hanno come preciso obbiettivo quello di aggredire gli aspetti conoscitivi del livello scentifico, proponendone soluzioni che solo il versante high tech potrebbe adeguatamente affrontare. Anche in tal caso riportiamo dei titoli, presi a caso, per dimostrarne l'assunto: "Il parco storico bioenergetico di Villa Seghetti Panichi"; "Il ristorante sull'albero"; "Fattorie nello spazio"; "Green roofs"; " Una biopiscina da provare"; "L'agricoltura verticale"; "Emilio Ambaz, un'intervista".

 
Gilles Clemént - Parc Henri Matisse, Lille- Alessandro Gabbianelli, architetto paesaggista


Vogliamo segnalare ai nostri lettori questa rivista perchè attraversano, le sue pagine, i temi che anche a noi sono particolarmente vicini, e che spesso ricorrono anche nei nostri articoli. Perchè sappiamo che essi attraggono molti dei nostri lettori e che, facendo con essi sistema, potranno crearsi gli spazi di ancora maggiori incontri e interessi. Crediamo molto, noi di TACCUINI INTERNAZIONALI, in questo scambio, e che non contano tanto i temi trattati, quanto lo spirito che ne anima la ricerca, in quanto modo di essere e di concepire la conoscenza. Il turismo, che è ambito da noi frequentato per essere ancor più frequentato, è esso stesso, come abbiamo detto più volte fin da quando abbiamo aperto la nostra rivista, un modo di concepire l'esistere nel mondo, e di sentirci parte di esso. La conoscenza ne è il principale strumento, ed è in questo che ci siamo sentiti vicini a "Nemeton", quando di esso ne abbiamo parlato, sfogliandolo e poi leggendolo, con Giuseppe Rosa, che ne cura i rapporti con l'ditore, nel cui spirito ci ha introdotti quando gli avevamo indicato i nostri stessi interessi.


Durante questa estate, EcoZoom, come ha sempre fatto, vuole tenervi aggiornati sulle novità e gli eventi che ci saranno!
Si tiene a Bologna, nell’ambito di ExpoGreen, il Symposium internazionale dedicato a verde verticale, giardini pensili, vertical farm. Presso la Fiera di Bologna saranno presenti esperti da tutto il mondo, per descrivere le più avanzate tecnologie di progettazione e gestione degli spazi verdi.
La ricerca più avanzata dell’architettura sostenibile internazionale si dà appuntamento con l’HIGH GREEN TECH SYMPOSIUM, che si preannuncia come uno degli eventi più importanti del 2009. L’attenzione è puntata sulle alte tecnologie per il verde, si mostreranno le ultime realizzazioni in materia di verde verticale, giardini pensili e vertical farm in Europa, formando nell’insieme un evento unico e inedito in Europa.



Una bella ed affascinante rivista, che avremmo forse preferito meno patinata e con una grafica meno dispersiva, più rigorosa, come lo è la piattaforma del suo orizzonte tematico. Ma e certo che ora, che la sappiamo esistere, essa ci accompagnerà nel tempo, sovrapponendosi ai nostri ragionamenti e fondendosi alle nostre altre passioni.

Publisher
Esselibri Spa - Sistemi editoriali, Napoli, Italy
www.sistemieditoriali.it
Publishing coordinator: Giuseppe Rosa
Director: Maurizio Corrado
Chief Editor: Laura Brignoli
Editorial coordination: Carolina Truzzi


Enrico Mercatali
TACCUINI INTERNAZIONALI

Lesa, 5 marzo 2011





02 March 2011

"Il Gran Teatro Francescano" d'Orta - di Enrico Mercatali



"Il Gran Teatro Francescano"
d'Orta

squisito frutto del talento artistico borromaico 
tra Cinque e Seicento




Sacro Monte d'Orta, cappella VII, l'Approvazione della Regola, prima del 1640. Particolare.
Un ambasciatore, statua di Dionigi Bussola
Sopra al titolo:
Sacro Monte d'Orta, cappella XVII, prima del 1600, particolare.
Gruppo statuario di Dionigi Bussola



"I Sacri Monti scandiscono una pia orografia che quasi per intero si sviluppa in un giro breve di laghi e Prealpi, fra Lombardia e Piemonte. Nulla in Europa somiglia a queste scenografiche Bibbie dei Poveri che gli uomini della Controriforma poggiarono, quasi presepi, ai piedi della solenne abside delle Alpi, come una Grande Muraglia del cattolicesimo. Dedicato alla vira di San Francesco, il Sacro Monte di Orta nacque come percorso attrezzato per preghiere e pensieri devoti, ma può esser goduto oggi come pellegrinaggio nella teatralità barocca miracolosamente pietrificata"


Sacro Monte di Orta 
(foto di Enrico Mercatali)


Per accendere nuovo interesse per l'arte piemontese e lombarda tra '500 e '600 tra i visitatori del nostro paese, sempre più numerosi interpreti delle tendenze turistiche internazionali che vedono crescere i flussi verso Nord e vorso i laghi, piuttosto che nella direzione dei litorali della penisola, crediamo interessante l'interpretazione che, dei luoghi sacri dell'intento cattolico della controriforma, ha dato tempo fa la rivista FMR, che dell'esempio eccelso di Orta, e del suo Sacro Monte, ha dato sfoggio di sapienza editoriale e di interesse per questo genere di rappresentazione. 
Noi crediamo che solo centinaia d'anni di critica artistica orientata al Centro (Firenze e Roma) e ad Est (Veneto e Venezia) hanno potuto offuscare le equivalenti, se non talvolta superiori, bellezze artistiche di Milano e di Torino, dei laghi lombardi e delle valli piemontesi, le quali devono oggi riconquistare lo spazio perduto dalle scuole artistiche che, fin dal medioevo, operano in queste regioni, facendo talvolta da ponte tra i flussi di tendenza che hanno unito a più tappe differenti quelle del centro italia con quelli delle fiandre e della mitteleuropa.


Sacro Monte d'Orta, cappella XIII, Umiltà di San Francesco, prima del 1600. Particolare.
Gruppo statuario di Giuseppe Rusnati. 
Sullo sfondo affreschi di Federico Bianchi, Giuovanni Battista e Girolamo Grandi


"Principato ecclesiastico sottoposto all'alto imperio del Ducato di Milano, la Riviera di San Giulio, consistente in poco più di due terzi del lago d'Orta e dei monti contermini, apparteneva dai tempi cupi dell'alto Medioevo al vescovo di Novara, che vi esercitava un blando e paterno dominio. Godendo di una sorta di extraterritorialità all'interno dello stato milanese, godeva anche della costante presenza di bande di malfattori, che trovavano rifugio tra quei boschi e tra gli intrichi della giurisdizione feudale; godeva inoltre di altri malanni tipici dei secoli andati, quali pestilenze, carestie, incursioni estive di lanzi e invernali di lupi, risse a mano armata coi vicini per questioni di dazi e gabelle; ma come tutte le contrade appartate dai rovinosi passaggi della Storia, conduceva una vita tutto sommato serena."


Isola di San Giulio, sul lago d'Orta, vista dal Sacro Monte
(foto di Enrico Mercatali)


"Sovente e volentieri il principe vescovo felicitava di una visita il suo staterello lacustre e silvestre; scampanavano pievi e cappelle, tuonavano archibugi, squillavano pifferi, rullavano tamburi, garrivano stendardi, schioccavano ali angeliche incollate su schiene di adolescenti cinti di bende candide, sparsa di fior la chioma, rombavano cori di pingui chierici al solenne incedere del bucintoro vescovile sulle placide acque del lago, benedette dal loro signore con gran tranciar di crocioni nell'aria, mentre alle sue spalle i famigli gettavano pagnotte alle turbe precariamente ritte su barchette ondeggianti."


Sacro Monte d'Orta
(foto di Enrico Mercatali)


"L'acquatica processione sbarcava all'isola di San Giulio, dove il degno ecclesiastico s'insediava nel vescovil castello, dalle cui torri poteva contemplare l'intero suo dominio; dovunque volgeva lo sguardo, acque, boschi, caslari e campi, tutto ciò che vedeva era suo. Esiguo dominio, rustica signoria; ma datemi un'isoletta lacustre e son disposto anche a fare il vescovo di Novara."



Sacro Monte d'Orta, cappella XVI. Il ritorno ad Assisi, prima del 1660. Particolare.
Gruppo statuario di Dionigi Bussola


Abbiamo virgolettato, riportando in neretto, il testo di Gianni Guadalupi per il n. 81 di FMR (6/90) che molto degnamente chiosa il superbo servizio fotografico di Roberto Ponzani, intitolato "Il Gran Teatro Francescano", dedicato al Sacro Monte di Orta, dedicato al Santo Francesco. E' un  bellissimo testo, questo,  del quale vi proponiamo con piacere qualche passaggio, capace di inoltrarci nelle atmosfere intense di quell'epoca, così lontane da noi, che però ancora possono essere respirate in questo angolo di mondo che è il lago d'Orta, con l'isola di San Giulio, il Sacro Monte ed il paesaggio circostante che tutto li contiene e che con essi determina un unicum, autonomo e perfettamente iscrivibile in un contesto visivo così specifico e tipico, denso di segni storici anche perchè così poco attaccato dai quelli della modernità. 


Sacro Monte d'Orta, il monastero di San Francesco
(foto di Enrico Mercatali)


Ecco perchè questo testo ci è apparso tanto evocativo e capace d'introdurci nella storia di quelle contrade, le cui testimonianze oggi, quali queste che riportiamo in queste pagine, destano in noi ancora tanta emozione, soprattutto per via dell'alta qualità artistica che le contraddistingue, pittorica e  scultorea assieme, in un connubio teatrale barocco, la cui popolare finalità di preghiera in questi paraggi non è certamente da meno di quella ricca e solenne che viene espressa dall'aulica arte del papato romano, o dalle raffinate e colte corti medicee, orsiniane o farnesiane dell'italia centrale.


Sacro Monte d'Orta, cappella XIII. Umiltà di San Francesco, prima del 1660. Particolare.
Gruppo statuario di Giuseppe Rusnati. 
Sullo sfondo affreschi di Federico Bianchi, Giavanni Battista e Gerolamo Grandi


"L'agreste bellezza di quell'anfibio possedimento deve aver esaltato più di una mente episcopale: tra i finestroni del gran palagio ortese campeggiano ancora, benchè sbiadite assai, poppute allegorie settecentesche dei due stati ecclesiastici d'Italia: Roma e Orta.
La mano di Dio, che doveva lasciare la sua santa presa solo col turbine napoleonico, s'era posata su queste plaghe sul finire del IV secolo, con l'arrivo di due fratelli misionari dall'Ellade, i fujturi santi Giulio e Giuliano. Dediti a una evangelizzazione edilizia, costellarono di chiese Verbano, Vergante, Cusio e Ossola."


Sacro Monte d'Orta
(foto di Enrico Mercatali)


"Operavan miracoli di succinta praticità. Aggiogavano lupi ai carri di pietrame, solcavano acque infide stendendovi semplicemente il mantello; facevan sgorgare fonti dalle rocce con il rapido tocco d'un bastone; sa lanciavan piccioni e cazzuole da una vetta all'altra; provocavano morie di ortaggi nei campi dei rivieraschi ostili, sostenevano dragomachie con serpi e vivere, satanassi e orchere, spazzandone intere isole."


Sacro Monte d'Orta, cappella XVII, prima del 1600, particolare.
Gruppo statuario di Dionigi Bussola


"Tanta operosità s'ebbe la devozione degli uomini e la riconoscenza divina: da allora, e per secoli, attorno al campanile della chiesa fondata da San Giulio sull'isola che da lui prese nome apparvero, durante i mionaciosi temporali notturni, baluginanti fiammelle a protezione del suo sepolcro dalla furia degli elementi. Cosparsi di tante tracce di santità e già meta di fervidi pellegrinaggi, quei luoghi parvero, sul finire del Cinquecento, assai adatti ad accogliere un caposaldo di quella Maginot della Fede, di quella Grande Muraglia del cattolicesimo che lungo l'arco delle Alpi Lepontine s'andava costituendo per bloccare con rinnovati slanci di fervore popolare le infiltrazioni della temibile peste protestante, già manifestetasi nell'Ossola."


Sacro Monte d'Orta
(foto di Enrico Mercatali)


"Una catena mdei Sacri Monti santificò santificò l'orografia prealpina; da varallo a Varese, da Crea a Ghiffa, gli uomini della controriforma poggiarono come presepi, ai piedi della solenne abside delle Alpi, scenografiche Bibbie dei Poveri, tridimensionali a maggior gloria di Dio. Fu nel 1583 che la comunità di Orta concepì, probabilmente sull'esempio della vicina e già venerata Varallo, il progetto di edificare un monastero e una serie di cappelle sul monte sovrastante il paese, penisoletta protersa sul lago, in uno smagliante exploit di teatralità paesistica subalpina. Cinque anni dopo, in visita sull'isola antistante, l'Abate novarese Amico Canobio, ricco, pio, colto, mecenatesco, già funzionario alla corte papale di Pio IV, ne venne a conoscenza, se ne entusismò, ne divenne il deus ex machina."

Sacro Monte d'Orta, cappella XX, Canonizzazione di San Francesco, 1600 e anni successivi, particolare.
Gruppo statuario di Dionigi Bussola. Sullo sfondo affreschi di Antonio Busca.
(foto di Enrico Mercatali)


Motivi, tutti questi che abbiamo elencato più sopra per i visitatori delle nostre contrade, ed anche quelli che aleggiano nel testo che vi stiamo riportando dalla prestigiosa rivista di Franco Maria Ricci della quale possediamo una intera raccolta, per cui vale davvero la pena di soffermarsi più a lungo nelle aree dei laghi piemontesi e lombardi, per visitarne gli ingenti e preziosi tesori d'arte e cultura di cui sono costituiti i quadri ambientali dei loro stupendi paesaggi, e di cui sono colme le vestigia monumentali che ne costruiscono l'immenso patrimonio.
Vale la pena di aggirarsi per alcuni giorni, se non addirittura dedicarvi una intera vacanza, in tali magnifici e tranquilli siti prealpini, piuttosto che fiondarsi subito nelle certo pur tanto belle regioni del centro italia o del sud. Queste ultime hanno tempo addietro un po' primeggiato, dato che i Bernard Berenson, i Lionello Venturi, i Federico Zeri, i Giulio Carlo  Argan, hanno concentrato, nella prima metà del secolo scorso, i loro interessi, dando minore importanza ad altrettanto meritevoli lidi, con altrettanti e grandissimi artisti, i quali vi lasciavano le loro generose ed alte testimonianze d'arte, in regioni d'Italia che venivano scoperte poi, e valutate con altrettantanto entusiasmo critico e d'analisi.


Sacro Monte d'Orta
(foto di Enrico Mercatali)


"Propose come monaci i Cappuccini, come tema del costruendo Sacro Monte la vita di San Francesco; raccolse finanziamenti tra i signori locali e novaresi, tra cui il vescovo Bescapè; ci mise del suo. I lavori del convento poterono iniziare nel 1590; e l'anno seguente si mise mano alla prima cappella. L'ordine dei Cappuccini inviò sul luogo come architetto padre Cleto da Castelletto Ticino, nato nel 1556, allievo di Pellegrino Tibaldi, detto il Pellegrini. Scelta felice: il frate, oltre al senso dell'architettura aveva quello della natura. Non spianò la selva; vi inseì armoniosamente le cappelle, creando un percorso che teneva conto di ogni scorcio paesaggistico, delle bellezze naturali del lago e dei monti. Adattò i materiali poveri dell'edilizia locale al gusto manierista; recuperò e fuse echi del Quattrocento valsesiano, moduli bramanteschi, forme rinascimentali lombarde. Padre Cleto lavorò a Orta, pur occupandosi di altri cantieri francescani sparsi per la lombardia, per venticinque anni; andò poi a morire il 6 febbraio 1619, nel convento di Cerro Maggiore..."



Sacro Monte d'Orta, cappella XX, Canonizzazione di San Francesco, 1600 e anni successivi, particolare.
Gruppo statuario di Dionigi Bussola. Sullo sfondo affreschi di Antonio Busca.


"... Padre Cleto progettò anche il pozzo e sistemò loa strada di accesso. Per riempire di statue e adornare di affreschi quegli agresti e un po' fiabeschi edifici si ricorse al più vicino cantiere dove già erano all'opera tanti ingegni che si occupavano di un progetto analogo: il Sacro Monte di Varallo. Dalla Valsesia vennero dunque a Orta scultori quali il Bussola e il prestinari, pittori quali il Morazzone e i Fiammenghini. Si costruì una fornace per cuocere le statue sul posto, con una terra speciale fatta venire dal Varesotto. Pietà e oblazioni permisero di condurre avanti la grande opera, anche se non di completarla: delle 36 cappelle previste ne furono realizzate 20..."


Sacro Monte d'Orta, cappella XIII, Umiltà di San Francesco, prima del 1600. Particolare.
Gruppo statuario di Giuseppe Rusnati. 
Sullo sfondo affreschi di Federico Bianchi, Giuovanni Battista e Girolamo Grandi



Oggi la grande arte dell'architettura, della pittura e della scultura lombarda e piemontese attraversa i secoli e da prova della sua grandezza non solo a critici ancor più indagatori ed attenti, quanto forse più di moderna formazione, nonchè ad un pubblico che comincia ad apprezzarne il valore, scoprendone le tipicità e i caratteri, talvolta ottenuti anche senza sfoggio di materiali pregiati, l'intelligente uso combinato di maestrie diverse entro lavori di squadra assai complessi: basti ricordare l'esempio delle grandi regge sabaude con i loro giardini da non fare invidia al Re Sole, le alte ed impressionanti cupole antonelliane, nonchè tutta la produzione minore che ne caratterizza l'intelligenza lungimirante e già moderna, i paradisi botanici delle isole lacustri del Cusio e del Verbano coi relativi palazzi principeschi ed i giardini all'italiana. Ricordiamo poi gli ambienti, forse poco sfarzosi, ma colti  e fecondi, che sono stati la culla dei saperi leonardeschi e di tutta la scia che dal Maestro di Vinci conduce a Caravaggio, che coinvolge stuoli di arti e mestieri diffusisi in tutta Europa, ed anche oltre. basti poi soffermarsi alle origini delle avanguardie milanesi che hanno dato vita ai tutti i futurismi ed al moderno razionalista nell'architettura, ricollegandosi agli episodi francesi, per diffondere il suo verbo nel mondo.


Sacro Monte d'Orta
(foto di Enrico Mercatali)


"... L'impresa ortese, concepita e realizzata quasi completamente in quella fase storica  del Ducato di Milano che potremmo chiamare borromaica, ai tempi cioè di San Carlo e del nipote Federico Borromeo, padroni per conto loro di tutto un altro lago adiacente e più grande, il verbano, si inserisce naturalmente nella titanica opera di sacralizzazione del paesaggio portata avanti dai due arcivescovi milanesi nella loro diocesi e in quelle confinanti.: immense croci incoronano le sommità dei monti e dei colli più alti, chiese e cappelle sorgono sulle eminenze, agli incroci delle vie principali, nei punti maggiormente visibili; tabernacoli dipinti costellano i sentieri, cortesi San Cristofori e benevoli Madonne additano compiacenti il giusto cammino all'incerto passeggero nei boschi e sui valichi, benedicono l'acque infide dei guadi, vegliano sui ponti, dominano strade, sostengono rupi precipiti, blandiscono fiumi minacciosi. Il reticolo dei cammini che si intrecciano serpeggiando per monti e valli delle Prealpi lombarde si trasforma in un labirinto cattolico popolato di soccorrevoli immagini pronte a rinsaldare a ogni passo la fede del viandante sottoposto dovunque vada alla protezione superna mediata da una santa effige dipinta o scolpita. Capoluoghi di questa geografia controriformistica sono i grandi santuari, la Madonna del Boden, la Madonna del Sasso, il San Carlone di Arona, Colosso della cristianità; e i Sacri Monti vi si inseriscono come edificanti teatrini in cui le pie greggi convergono ad ammirare la massinscena pietrificata dei migliori copioni di quella religione quanto mai drammatica che è il cattolicesimo: Passioni! Martìri! Ascensioni! Resurrezioni! Stimmate! Piaghe! Tentazioni! Peccati!, originali e comuni! Miracoli, sesquipedali e funambolici! Al Gran Teatro d'Orta va in scena la vita di San Francesco, in venti atti con un centinaio di attori maggiori e minori, comparsate d'angioli, diavoli, lebbrosi e papi, la partecipazione straodinaria del Sultano d'Egitto e notevoli effetti speciali quali il volo del santo su un carro di fuoco..."


Sacro Monte d'Orta, cappella XIII, Umiltà di San Francesco, prima del 1600. Particolare.
Gruppo statuario di Giuseppe Rusnati. 



Con l'obbiettivo di giungere un giorno a recensire per Taccuini Internazionali un quadro più ampio dell'intero "paesaggio sacralizzato" dei laghi lombardi e piemontesi, con la finalità d'orientarvi quanto più ampie scie di turismo internazionale, lasciamo intanto la testimonianza di quello che, a nostro parere, possiede più qualità attrattive complessive per l'interesse del turista colto ma non specialista, ovvero del Sacro Monte di Orta, qui recensito.

Enrico Mercatali
(dedico ad Alba F.)
Orta San Giulio, 2 marzo 2011

(sono stati riportati in grassetto  alcuni passi tratti dall'articolo d'analogo titolo apparso su FMR n. 81 6/90 a firma di Gianni Guadalupi. Le fotografie sono di Roberto Ponzani, se non realizzate dall'autore del presente articolo, redatto a scopo promozionale di FMR e del turismo locale)