THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

03 May 2011

Novecentismo lacustre a Belgirate - di Enrico Mercatali








Casa Tanzi - Salvi, qui da noi denominata "Casa Novecento Belgiratese"


Un prezioso inserimento di novecentismo razionalista 
accende e diversifica l'architettura del lungolago belgiratese
(che necessiterebbe oggi di un accurato filologico restauro)



Appaiono numerosi, e ben descritti oggi, sulle guide e sui libri dedicati, i tesori architettonici della ridente cittadina di Belgirate, piccola perla della sponda occidentale del Lago Maggiore, a chi vi viene a soggiornare, o più semplicemente vi passa qualche ora in periodo di vacanze.


Veduta di Belgirate da una antica stampa dell'ottocento. Il fronte a lago del costruito appare già completo. Non risulta ancora realizzato, in questa immagine, l'ampliamento dell' odierno imbarcadero. Nessun ampliamento a lago risulta ancora evidente oltre lo stretto tracciato sterrato del Sempione


Tra essi fanno subito spicco la Chiesa Vecchia, in posizione dominante, la Villa Cairoli, e poi Villa Allgeyer, Villa Conelli De Prosperi, e poi ancora la tomba della famiglia Hierschel De Minerbi, la Villa Fontana, Villa Carlotta, e così numerose altre "avventure architettoniche" d'arte e di storia, appartenute, in periodi tra loro anche assai diversi, alla comunità tutta o a privati cittadini che coi belgiratesi hanno condiviso le magnificienze naturali di questo luogo, arricchendolo con le loro umane opere d'ingegno.

Una vera "chicca" però anche fa sommessamente sfoggio di sè, nella cittadina di Balgirate, entro il contesto del suo lungolago, fatto, oltre che di edifici d'un certo rilievo storico-architettonico, contestualizzato da parchi e giardini d'antica origine, dei quali sopra abbiamo fatto cenno, anche di case senza intrinseco valore specifico, se non quello d'essere parte di un nucleo antico e spontaneo di grande suggestione complessiva.

Una chicca, dicevamo, a pochi conosciuta, mai citata in alcun libro dedicato al paese, e da altri perfino, a volte, male intesa, spicca isolata entro quella scenica quinta di lungolago, come dicevamo fatta di case, di ville e di giardini, decantate dagli illustri ospiti del suo passato e dagli storici contemporanei, quale collana di perle che si dischiudono alla vista dei visitatori, dei turisti di passaggio e dei villeggianti che da lunga data ne frequentano le sponde, ma anche e soprattutto dai suoi abitanti, che ne vanno orgogliosi tutti, dal primo all'ultimo, per quell'accento tanto particolare loro dato al sentimento  di appartenenza a quel luogo del mondo tanto speciale, e riconoscibile tra tanti, che fa di loro quasi una lobby, tanto a volte imperscrutabili sono i motivi che ne custodiscono il segreto della motivazione, agli occhi di chi non vi fa parte.

Tanto entusiastico senso d'appartenenza al sito, nelle molteplici citazioni che vengono da tutti, e in tutte le circostanze, avanzate, ma unite da una costante, così, potremmo dire pervicacemente connotata dal sottaciuto riferimento proprio a quella "chicca"della quale noi qui vi vogliamo parlare.



L'austero e solenne atrio di ingresso al piano terra di "Casa del Novecento Belgiratese", della famiglia Salvi, ex Tanzi-Salvi , lascia trasparire l'accentuato interesse del suo progettista per l'intenso illuminamento naturale degli spazi interni (qui reso evidente dall'attraversamento della luce meridiana dei locali del piano terra attraverso le ampie vetrate a tutt'altezza che vi sono state predisposte). L'uso disinvolto degli accostamenti tra i materiali di nuova produzione industriale con elementi di alto artigianato tradizionale è esso stesso espressione dei nuovi linguaggi adottati dalla nuova architettura attorno agli venti e trenta (qui reso particolarmente evidente dall'incastonamento d'una porta in massello di noce lavorato a mano, con stipiti arrotondati in marmo serpentino di forte spessore, entro ampie superfici curvate in formelle di vetrocemento a camera d'aria)


Bella è Belgirate soprattutto per quella sua quinta speciale di case, di ville, di giardini e di monumenti, che già in parte abbiamo sopra enumerato, che dal lago fa risalto per particolare piacevolazza ed amenità d'ambiente, riflesso nelle acque del Verbano ed incorniciato dalle colline verdeggianti che vi fanno da sfondo, punteggiate dagli innumerevoli segni di un ordine dettato dal tempo e da un sapere ordinatore privo ancora di eccessi e scompostezze, purtroppo già presenti altrove, sulle sponde del lago, ed in misura perfino preoccupante. Si, assai bella appare, Belgirate, assieme a Lesa ed anche a Solcio e poi a Meina, sul percorso cha da Arona conduce a Stresa,  per il risalto delle sue ospitali ville, a partire da quella appartenuta alla famiglia Cairoli, nota in Italia per il suo fervente patriottistico apporto alle cause più alte della nostra nazione, per arrivare a quella dell'editore Treves, che tanta cultura vi introdusse nel crogiuolo di saperi che le illustri personalità da lui ospitate seppero assorbirvi e poi lasciarvi, entro il contesto di quell'architettura minore, che ne costituisce il principale nucleo antico, che non per questo è meno nobile, nel suo assieme fatto di muri variamente colorati, di stretti vicoli che li scandiscono, di tetti, verande, balconi e logge, ma anche nel risalto dell'intero abitato, all'interno del quadro onnicomprensivo della collina, che tutto raccoglie entro una immagine altamente unitaria, tuttora ben leggibile perchè ricca di valori formali, paesistici e ambientali di qualità elevate e di adeguato stato di conservazione.





Osservando con più attenzione in questo "affresco", fanno mostra di sè, qua e là, episodi anche assai particolari e interessanti, quali, tra i numerosissimi giardini fioriti, le piante speciali ivi acclimatate dai lontani lidi di provenienza, i siti monumentali delle chiese, quella parrocchiale dalla posizione così particolare, che offre il fianco allo sguardo dal lago e quella "Chiesa Vecchia", in analoga giacitura, d'antichi muri romanici costituita, con l'episodio, alle sue spalle, strepitoso in qualità e bellezza, d'una tomba appartenuta e voluta dalla famiglia Hierschel De Minerbi, che pure a lungo ha soggiornato a Belgirate, tanto da costituire un episodio a sè stante, distaccata dal nucleo cimiteriale, avendo essa preferito porre il proprio fronte principale, anzichè all'interno del recinto di culto, all'esterno di esso, sulla pubblica strada prospettante il lago, forse per meglio mostrare un poco orgogliosamente la propria eccezionalità estetica e le proprie qualità artistiche di superlativo profilo.



Questo scorcio evidenzia quanto fortemente sentito, e quindi caratterizzante, fosse per l'architettura moderna, specialmente nella versione importata in Italia dai maestri del movimento moderno, il dialogo per forti contrasti con l'architettura del passato (qui particolarmente evidente nel rapporto con l'ex hotel Sempione, a sinistra, e con villa Cairoli, a destra, ottocentesco il primo e tardosettecentesca la seconda). Questo rapporto lo abbiamo definito "dialogo", nonostante che esso appaia più come un rifiuto di esso, proprio perchè la nuova architettura del secolo XX, di cui questa casa rappresenta un eccellente esempio, trae la propria forza proprio dal confronto con gli oggetti che la affiancano. A volte essa, ma assai più raramente, trae forza espressiva anche dalla natura incontaminata che ne costituisce il quadro ambientale più estremo entro il quale si inserisce (vedi Casa Malaparte a Capri, di Adalberto Libera, appartenente al medesimo periodo e alla medesima impronta stilistica di questa casa novecentista  belgiratese


Ma, come dicevamo più sopra, in questo rigoglioso, caleidoscopico campionario di bellezze complessive e di qualità anche tanto particolari, spicca qualcos'altro, assai meno storicamente riconosciuto qui in paese fino ai giorni nostri, così da staccarsi figurativamente dal contesto delle più diffuse "pittoresche qualità del costruito lacustre", tanto che perfino il più illustre propugnatore italiano dell' "architettura della ragione", il novello Palladio della architettonica nostrana "modernità", il novarese di nascita Vittorio Gregotti, non si sognerebbe minimanente non solo di scalfire, ma di non sottoporre a severe tutele alla sua integrità totale, per una conservazione attiva, e quasi militante, dei suoi caratteri peculiari, come ebbe a dichiarare una volta, in uno dei suoi più recenti libri, a proposito di "paesaggio dei laghi". E' quest'ultimo un elemento teoretico assai interessante quanto a porre ben precisi limiti alla "modernizzazione" dei territori paesaggisticamente sensibili del nostro territorio, pur avviando una disamina dei casi in cui ciò è avvenuto alle origini del moderno in tali contesti, destinando ad essi una funzione altamente catalizzatrice di tutta la fenomenica dello stesso "paesaggismo", nel quadro delle più avanzate teorie a riguardo della gestione del territorio, esterna alle grandi concentrazioni urbane, a vocazione prevalentemente turistica. Ed è più che mai per questo che in altri pur non lontani contesti, quali ad esempio quello comasco, considererebbero sacrilego ormai non considerare fondanti le ragioni di quello stesso paesaggio proprio per il contributo essenziale che il moderno, nelle sue prime forme dissacratorie, ha saputo dare di esso, interpretandone l'essenza (vedi ad esempio i comaschi lasciti di Cesare Cattaneo, e prima ancora, sulla scia di Sant'Elia, i contributi di Giuseppe Terragni. ma perchè non ricordare, sul nostro stesso lago, i dirompenti segni lasciati da Luigi Vietti in Palazzo Flaim, ad Intra, o della "casa sul panorama", nella nativa Cannobio. Ma perchè non citare infine il più illuminante tra gli esempi, quello fornitoci dalla casa Malaparte a Capo Massullo in Capri, di fronte ai faraglioni, per la matita di Adalberto Libera. Quasi che forze misteriose in quegli anni volessero promuovere atti dissacranti proprio nei luoghi ove maggiore sembrava l'esigenza d'incontaminarne il fascino. In realtà, prima che nascessero e si imponessero le forze erosive della speculazione edilizia, a partire del boom economico del dopoguerra, mai esistette pericolo nella "dissacrazione" dei contesti, ad opera della nuova architettura, rispetto a quella che l'aveva preceduta, insita essa stessa nel fare medesimo dell'architettura per essere tale (Brunelleschi dissacrò Firenze, Palladio dissacrò Venezia, così come fu certo una dissacrazione quella che Lorenzo Maitani operò sulla medievale città di Siena quando diede le basi all'imponente nuova sua cattedrale).

La moderna storiografia ha da lunga pezza ritenuto essenziale il riconoscimento del grandissimo  contributo costituito da quei pochi ma altamente significativi esempi architettonici che gli albori del moderno ci hanno tramandato, proprio in funzione della forte dinamica dialettica che essi hanno saputo innescare nell'essersi posti in modo tanto dirompente nei pregressi contesti, peraltro falsamente ritenuti omogenei dai più. Ed è pertanto corretta  la visione di chi, pur apprezzandone il forte messaggio di modernità linguistica da essi a suo tempo lanciato, ritenne in seguito di doverne congelare il loro moltiplicarsi, così evitando (come già alla fine degli anni '50 si incomincia a decretare) che essi potessero dilagare, a discapito dei contesti ma anche dei loro stessi messaggi, così come in seguito effettivamente avvenne, per diversi e molteplici altri motivi, incominciandosi a porre un freno all'espansione incontrollata d'ogni edificazione che non fosse strettamente sottoposta a tutela d'un oculato spirito pianificatorio.



Casa Tanzi-Salvi, qui soprannominata "Casa del Novecento Belgiratese", appare in una foto che ne evidenzia parzialmente il contesto e ne mostra i caratteri peculiari, tipici della catalogazione lecorbusiana del 1923 ("Vers une architecture") dei 5 elementi cui ogni edificio dell'epoca doveva attenersi per dirsi moderno (copertura piana e praticabile, finestre a nastro, pianta libera, distacco del corpo principale dell'edificio dal terreno mediante uso di pilotis, facciata libera). Tutti elementi programmaticamente presenti nella belgiratese Casa Tanzi-Salvi, oggi Salvi, peraltro capace di applicare gli stessi in modo creativo, che tenesse conto del miglior orientamento possibile entro i vincoli d'allineamento al fronte strada, e della richiesta del committente di captare quanta più luce possibile, e quanto più panorama possibile, per mezzo d'una finestratura del fronte a lago che davvero non avrebbe potuto darsi più ampia di quanto non fosse stato fatto, per quell'epoca. Un edificio, pertanto, che potremmo definire canonico, nei dettami internazionalmente allora più accreditati, del novecentismo che, da locale, si fa rapidamente internazionale, i cui esempi italiani più illustri non sono certo da meno di quelli provenienti da oltralpe.

Risalta perciò a Belgirate, entro tutto quanto citato in queste debite premesse, ed in mezzo alle case del vernacolo spontaneo, ed alle ville aristocratiche o borghesi che tra la fine del settecento e la metà dell'ottocento hanno punteggiato soprattutto le sponde del lago costituendone l'immagine più caratteristica del suo  fronte, di giardini fioriti e parchi lussureggianti, quali quelli di Villa Carlotta e di Villa Treves, che ne rappresentano le punte di diamante in fatto di secolarità di molte delle loro essenza, di chiese e monumenti assolutamente splendidi ed originali i cui caratteri principali vengono esaltati proprio dall'essere divenuti parti integranti dell'intero contesto, un altro elemento a tutto ciò solo apparentemente estraneo, ma che non lo è affatto, essendo tutto quanto l'affresco intriso di storia la più varia, a partire (come molti locali fanno giustamente notare) dalle più remote epoche preistoriche (vedi qua e là sparsi sulle pietre del territorio i segni appartenuti a presenze non ancora  catalogabili storicamente).

Allora, quale è tale elemento?

Ciò che pur risaltando assai per qualità intrinseche e per la particolare tipologia edilizia che la contraddistingue, nel contesto dell'assieme fin qui descritto, ma che pochi vedono, e soprattutto pochi sanno leggere per vederne in modo corretto le qualitative peculiarità, è Casa Salvi (prima Tanzi-Salvi), quella che qui chiameremo per nostra comodità con l'appellativo di  "Casa  del Novecento Belgiratese", anch'essa prospettante sulla strada del Sempione, posta tra l'ex hotel Sempione (Piceni-Martelli) e Villa Janetti, con i relativi giardini, e tra essi ben incastonata ed inquadrata.





So che alcuni abitanti di Belgirate non dedicano parole affettuose a tale costruzione, vedendo in questo oggetto architettonico quasi un sopruso a danno delle qualità organiche del contesto paesaggistico, un'onta, quasi (quella che più sopra abbiamo chiamato dissacrazione), per l'assetto complessivo di una immagine unitaria che il Paese saprebbe offrire di sè all'abitante, ma anche al viaggiatore, senza di essa... Quella casa sembra voler disturbare, per alcuni, il sereno svolgersi d'un quadro di certezze estetiche acquisite come immutabili oggi, mentre invece il contesto che vediamo è la summa d'una sapienza secolare che ha saputo imprimere di sè il proprio segno pur amalgamandolo entro un quadro che appare piacevolissimo oggi pur essendo fatto di tante piccole e meno piccole diversità, culturalmente e concettualmente differenti alla radice, per genere, per tipo e per epoca di realizzazione, nel cui concerto va assolutamente messa anche la voce di questo piccolo, ma tut'altro che insignificante, intervento eseguito tra la fine degli anni '30 e l'inizio dei '40.




Riteniamo di poter affermare, con onestà intellettuale, che l'edificio in questione costituisce un esempio in grado di competere, in qualità formali e bellezza intrinseca dei volumi, con i migliori esempi europei di tale genere, espressione di firme prestigiose della cultura architettonica internazionale che, a partire dalla fine degli anni '20, fino alla fine dei'40, hanno dato piena definizione dello stile moderno internazionalista, ovvero quello che, per essere totalmente superato, ma ancora in modo assai discutibile e criticamente incerto, bisognerà aspettare il modesto fenomeno "postmodernista" anni '70  e l'avvento del "decostruttivismo" di fine anni '90.

"Casa del Novecento Belgiratese":

essa è un tipico esempio di villa suburbana degli anni '30 in forme di moderno novecentismo, dalle radici razionaliste così autenticamente espresse nella copertura praticabile per mezzo delle sue cornici lineari in silouette col cielo, dall'uso delle finestre a nastro (dotate di moderno meccanismo a tapparella, qui purtroppo sostituite dalle scolorite in materiale plastico), dalla presenza del corpo principale del primo piano sostenuto da pilastri al piano terreno, nonchè dall'uso di ampie pareti illuminanti al piano terra costituite da formelle in vetrocemento disposte in andamento curvo che marcano fortemente sia la pianta che la facciata, "libere", secondo i più tipici dettami lecorbusiani di "Vers une architecture" del 1923.

Per entrare poi nel dettaglio, che sa fare d'ogni esempio specifico un unicum, ersso è espresso nella giustapposizione di forme e materiali pregiati di cui è costituito, ai materiali nuovi privi di valore intrinseco (intonaci di calce, uso strutturale del cemento armato, ecc.) nonchè alla specifica forma suggerita dalla giacitura e dal fronte che solo per una parte della facciata risulta arretrato rispetto al filo strada, che ne caratterizza l'inusitata irregolarità (quasi una licenza poetica), così determinante il conseguente appena accennato risvolto angolare delle finestre, e le stesse balconate in vetro, e sottostante loggia, particolari tanto unici quanto caratteristici di questa bella e quasi stupefacente costruzione in stile razionalista, così coerente, nel confronto tra il disegno complessivo e quello attribuito al singolo dettaglio, nel quadro dei suoi riferimenti linguistici più accreditati dalla "storiografia del moderno". Il dettaglio va particolarmente apprezzato al piano terra, in quella corposa e sagomata cornice della porta principale di ingresso, in marmo serpentino levigato a lucido, e della porta stessa, in noce massiccio, ben incorniciata dalla superba vetrata a tutta altezza del piano, rigonfia verso il lago quasi fosse uno spinnaker in forte tensione, atta ad accogliere la forte luce del mattino, riverberata dal lago, fino al nocciolo stesso del corpo di fabbrica.




Putroppo non ci è mai capitata l'occasione di vedere aperta tale porta per chiedere a chi vi abita d'essere ospitato per una visita all'interno, che certamente desterebbe speciali sorprese, particolarmente legate all'uso della luce interna proveniente da Ovest al di sotto dell'atrio, come già si intuisce sbirciando dalla strada entro il bagliore appena accennato dai blocchi di vetro-cemento accanto alla porta di ingresso, ma certamente anche dall'uso dei materiali interni e dal dettaglio decorativo.

Dobbiamo certamente dire, a chi di tale esempio architettonico stenta a riconoscere l'alto significato storico e linguistico che propone, entro il quadro dell'evoluzione del linguaggio architettonico che dal XX secolo giunge sino ad oggi, che casa Tanzi-Salvi deve essere invece considerato un motivo di ulteriore orgoglio per Belgirate, e per i Belgiratesi, i quali dovrebbero, in concorso con gli attuali proprietari, pensare alla sua valorizzazione ai fini anche turistici, coltivati dalla collettività, questi ultimi, anche nel qualro di quel cosiddetto "turismo architettonico" che oggi è tanto in auge negli altri paesi europei, quanto ancora troppo poco nel nostro paese, nonostante le numerosissime possibilità che anche in tale campo noi italiani fortunatamente possediamo.


Cesare Cattaneo, casa d'affitto a Cernobbio, 1938-40. Esempio assai pubblicato di architettura dell'internazionalismo modernista d'area comasca, non particolarmente dissimile dall'esempio belgiratese se non per l'attento restauro che vi è stato recentemente praticato. Qui emergono con particolare vigore gli elementi di cornice a piani alti della terrazza, che ne divengono protagonisti, e che ricordano la stranota casa Rustici di Lingeri e Terragni a Milano



Adalberto Libera, Casa Malaparte a Capo Massullo, Capri, 1940. Come si può notare dalla fotografia della casa forse più fotografata di tutto il modernismo architettonico (vi fu girato perfino un film da Luis Bunuel, "La Via Lattea"), non può costituire scandalo una simile localizzazione, la quale anzi esalta il risultato d'assieme dell'intervento architettonico. Scandaloso sarebbe stato il moltiplicarsi di tale effetto (come purtroppo in taluni casi è avvenuto lungo alcuni tratti meravigliosi delle coste italiane), per l'avvento del fenomeno, storicamente prima mai esistito, della urbanizzazione incontrollata del territorio od opera delle emergenti "società di massa"


P.S.:
Taccuini Internazionali, come già è accaduto in passato in occasione di convegni o di pubblicazioni all'uopo indirizzati, si farà certamente promotore di iniziative atte a divulgare del moderno ogni elemento che meglio lo illustri e lo  caratterizzi, e che, nello specifico ambito dei nostri laghi, possa produrne, come già da tempo in parte fa, specifiche pubblicazioni che ne aumentino la conoscenza e ne mettano in relazione tra loro i singoli siti. Motivo di orgoglio sarà, per il nostro magazine, la formazione di specifici ambiti museali virtuali a valenza territoriale (sull'esempio di quanto fatto ad esempio a Ivrea, o di quanto già in altre occasioni da noi proposto, relativamente ad un possibile "Museo Aldo Rossi" che potrebbe avere sede ideale proprio in un edificio da egli stesso costruito: il Tecnoparco di Fondotoce). Tutto ciò  potrebbe sfociare perfino nella creazione di un regesto di opere sull'intero territorio dei laghi, corredato da specifiche documentazioni cartacee, e da un calendario di possibili visite guidate.

Non a caso un filo ideale lega le origini del Moderno con l'esperienza eporediese, e questa all' "l'architettura razionale" di Rossi (Triennale Milano 1973) ed ai suoi ultimi interventi realizzati proprio sul Lago Maggiore.

Belgirate, 3 maggio 2011
Enrico Mercatali




29 April 2011

Belgirate Live!


Lungolago at Belgirate - Lake Maggiore.
Ideal place for quiet vacations of some spring and summer days 

 

Evviva Belgirate - Belgirate Live!

 

 

Belgirate, la Chiesa Nuova vista dal Lungolago. Rest and wellness between lake beaches and sweet hills, lot of green gardens and parks, trekking and sports, programs for culture and food

 

 

Very, very beautifull village is Belgirate, on Lake Maggiore. Come to visit it, between Arona and Stresa, very close to Lesa. 

 

 

  One of the boats points, close to the Spiaggia Nuova (the new beach)



Come, and enjoy the lake of Belgirate, its shores, its wonderfool landscapes made of colourfull houses, its rich gardens, its monuments, its amazing historich villas and old houses. Come and enjoy its hills full of green, forests, and sweet scent of flowers. Come here, and taste Belgirate live, thinking deeply.

 

 

Belgirate, Villa Treves site (photographed by Luigi Bellini)

 

 

Come and savor the pleasures of its history and its culture. 

 

 

Belgirate, the secolar park of Villa Carlotta

 

 

Come, and stay in Belgirate, or in Lesa, to spend your quiet and very different vacation, made of trekkings, good foods, relaxing meeting with sun and lake, divings into history, and, sometimes, on summer season, good music at "Chiesa Vecchia"

(place of historical concerts wellknown all around the world!)

 

 

Below: Monumental climb to the Belgirate's Chiesa Vecchia (the old church),

magico, incantato luogo di silenzio e pace, uno dei più suggestivi di tutto il territorio verbanese

 

 

Above: Villa Cairoli, an immage take from the Lungolago

Lussureggianti giardini coronano la casa appartenuta alla famiglia che ha lasciato in eredità al paese pagine assai dense di storia patria

 

 

  Quiet, peaceful lakeside atmosphere belgiratese synonymous with well-being, confidence, optimism and deep thinking ...


 

Tranquilla, serena atmosfera lacustre belgiratese, sinonimo di benessere, fiducia, ottimismo e profondità di  pensiero...    (photographed by Luigi Bellini)

 

Belgirate, 29 aprile 2011  

Testo e foto di Enrico Mercatali

25 April 2011



Il grido di dolore di

GAETANO PESCE

Triennale di Milano
Teatro dell'Arte
Design Museum


"Italy crucified"


 
L'Italia in Croce 

Italy needs a dynamic, young political class, one that is aware of the changes that this ever-shifting time throws at us.

A political class that will value and honour creativity and work.

A political class that, instead of spending its time blabbing away, will come out with plans that will help our country and will make it progress into the future to avanyageously face the huge competition of the other countries of the world.

A political class that will stop wasting its energies in fruitless mutual attacks.

A political class that will come up with big plans and will accomplish them, giving the country the wellbeing it deserves and its youth the work they are entitled to have.

A political class that is capable of reforming the Italian schooling system and making it instrumental to giving young poeple the skills they need to fit in with the complexity of this day and age.

I want to raise a debate between the "healthy" figures of the Italian public and non-public life, trying to keep out the "mediocrities", the hot-ait merchants and the old party fighters, the conformists and all those whose inactivity, self-righteousness, selffishness and conservatism have "crucified" our country.



L'Italia ha bisogno di una dinamica, giovane classe politica,  che sia consapevole dei cambiamenti in continua evoluzione nei quali ci getta.
Una classe politica che di onore e valore alla creatività e al lavoro.
Una classe politica che, invece di spendere il suo tempo parlando a vanvera, sappia fare piani che aiutino il nostro Paese e gli faccia fare progressi verso il futuro, per affrontare la concorrenza  degli altri paesi del mondo.
Una classe politica che deve smettere di sprecare le sue energie in inutili attacchi reciproci.
Una classe politica che si presenti con grandi progetti e li sappia realizzare, dando al Paese il benessere che merita e il lavoro che i suoi giovani hanno il diritto di avere.
Una classe politica che sia in grado di riformare il sistema scolastico italiano in modo da essere utile alla popolazione di giovani che necessitano delle competenze necessarie per adattarsi alle complessità dei nostri giorni.
Voglio sollevare un dibattito tra le "salutari" figure della vita pubblica  e non pubblica italiana, cercando di tenere fuori le "mediocrità", i mercanti d'aria fritta e i militanti dei vecchi partiti, i conformisti e tutti coloro la cui inattività, la capacità di ausoassolversi, gli incensatori di sè stessi ed il cui conservatorismo, hanno "crocifisso il nostro Paese". 






Text, directly connected to work, by Gaetano Pesce, January 2011 

TACCUINI INTERNAZIONALI dedica queste drammatiche immagini di Gaetano Pesce (artista e designer italiano noto nel mondo) alla rinascita del nostro Paese, divenuta ormai necessaria ed urgente. L'istallazione è stata eseguita in occasione della IV edizione del Museo del Design alla Triennale di Milano, ed è visitabile fino al 1° Maggio 2011.

"Un crocefisso grondante sangue alto sette metri, panche per la preghiera, una fonte battesimale e candele tricolori. Da oggi, ai visitatori, si presenta così il Teatro dell'Arte, da poco riunito alla vicina Triennale grazie a un progetto dello Studio De Lucchi. È l'ultima provocazione di Gaetano Pesce che in questo modo intende spronare gli Italiani a recuperare e valorizzare quella creatività che da sempre li ha resi famosi in tutto il mondo."

Ci scusiamo coi nostri lettori, ai quali chiediamo di tradurre personalmente il testo in inglese delle frasi che non ci è consentito di riportare già tradotte all'interno di questo articolo, e che invece è possibile riportare in lingua inglese.
Enrico Mercatali
(foto di Enrico Mercatali)
 

 

12 April 2011

50° Salone del Mobile - Milano 12-17 Aprile 2011 - di Enrico Mercatali


per una recensione sul Salone del Mobile 2013: "A Milano il mondo che abiteremo":
http://taccuinodicasabella.blogspot.it/2013/04/a-milano-il-mondo-che-abiteremo-saloni.html



L'ARTE  DEL  DESIGN  D'ARREDO
FESTEGGIA  LA  SUA  STORIA


50° SALONE DEL MOBILE
MILANO  12-17 Aprile 2011


Fiera Milano Rho e manifestazioni "Fuori Salone"




Sopra al titolo: una immagine pubblicitaria optical degli anni '60, 
decennio-fucina della emergente arte del design d'arredamento, che ha iniziato a fondere tra loro arti, mestieri, oggetti e comportamenti quotidiani in un crogiuolo di nuove idee.
Sotto al titolo: un allestimento per il Fuori Salone in via Montenapoleone a Milano


Di Salone, o di Saloni (Salone del Mobile e dell'Arredamento, Euroluce), vi è stato scritto in passato e vi si scrive talmente tanto oggi tanto che anche  Taccuini Internazionali partecipa ai festeggiamenti dell'evento del 50° Salone, quest'anno 2011, commentando alcune fotografie prese quasi a caso da Internet, aggiungendovi qua e là le foto di alcuni prodotti selezionati per l'occasione.
Ma questi commenti non pretendono d'essere altro che un cenno alla "storia" di una passione individuale per il design (collaterale ed in tono minore rispetto a quello per l'architettura), vissuta dal redattore di questo articolo con il convincimento costante che al loro interno stesse sviluppandosi qualcosa che avesse a che fare tout court con "La Storia".


Tokjin Yoshioka, tavoli per Kartel

"Prickly pair chairs"
Poltroncina naturale della designer messicana residente a Londra, Valentina Glez Wachley



Achille Castiglioni, "portafiori" per Zanotta


La dimensione ludica che caratterizza il design contemporaneo è stata introdotta da Achille Castiglioni sino dagli anni '70 e '80.  La logica della sua creatività, essenziale e concreta, ma anche speso divertente, ha contagiato più generazioni di giovani designers in tutto il mondo; infatti, a partire dagli anni '90, anche designers e aziende non italiane hanno incominciato ad elaborare proposte essenzialmente basate sull'irrazionale e l'ironico


Certo trattavasi almeno di storia del costume, o della moda. O storia del gusto fattosi moda, per poi codificarsi in oggetti divenute icone, o, a vole ed anche più, comportamenti divenute icone, indotti dai prodotti stessi che, attraverso i saloni, ma poi anche attraverso le riviste specializzate e di settore si riversavano sui rotocalchi settimanali e sui quotidiani, si facevano standard di vita comune, e di tutti. 



Eero Saarinen per Knoll



Hans Coray, sedia Landi-Spartana, per Zanotta
(collezione Casabella, foto di Enrico Mercatali)


Ludwig Mies van der Rohe, Poltrona Barcellona per Knoll International
  

Arne Jacobsen, Poltrona Egg per Fritz Hansen
(collezione Casabella, foto di Enrico Mercatali)





 Gerrit Rietveld, Poltrona Utrecht, per Cassina


Le Corbusier, Chaise Longue per Cassina



Gio Ponti, Superleggera, per Cassina


L'eredità dei Maestri anni '20 -'50, e relative scuole di pensiero - Dall'alto verso il basso: Eero Saarinen, sedia Tulip e tavolo, 1956; Hans Coray, sedia Landi  detta "Spartana" oggetto della collezione "bbcasabella"- foto Enrico Mercatali), 1938; Ludwig Mies van der Rohe, poltrona Barcellona, 1929; Arne Jacobsen, poltrona Egg, 1957, oggetto della collezione "bbcasabella" (foto Enrico Mercatali); Gerrit Ritveld,  poltrona Utrecht, 1935; Le Corbusier (Chaise Longue, 1928), Gio Ponti, sedia Superleggera, 1957.

Oggi quasi tutti i prodotti dei Maestri vengono realizzati oggi, scaduto il monopolio di secolari originari diritti, in fedeli rieditate riproduzioni (non copie) in base ai progetti finalmente ritornati al pubblico dominio, che ne consente una produzione più democraticamente alla portata dei più.







Negli anni '50 e '60 famosi architetti come Marco Zanuso (sopra poltrona Lady, 1951) e Vico Magistretti  (sopra lampada Eclisse, 1967) hanno fatto scuola disegnando prodotti che hanno determinato il gusto dell'epoca, dalle linee semplici e razionali, capaci di una riproducibilità su larga scala a costi contenuti, atta a raggiungere ampi strati di utenti


Fu il fenomeno Ikea ad aver divulgato nel mondo occidentale, a partire dagli anni '80, il gusto per il design da parte di tutti, mentre i saloni continuavano a sfornare prodotti sempre meno accessibili, ed a volte perfino, sempre meno appetibili, divenendo vetrine per i soli addetti ai lavori, e neppure più a tutti loro, come invece era stato nel lontano passato degli anni '50 e '60, quando un buon prodotto sapeva imporsi perchè era appunto un buon prodotto, se non a portata delle tasche di tutti, almeno quale prodotto da desiderare, in quanto buono.







Tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60 la cultura del mobile "svedese" e del design nordico d'Europa, penetra in Italia, trovando il massimo interprete nel talentuoso Joe Colombo, la cui arte si manifesta subito in numerosi oggetti di arredo che fanno subito scuola. Attraverso le riviste Domus, Casabella e, particolarmente, Interni incominciano a diffondersi i nuovi criteri di una produzione integrata, che si avvale della componentistica plurima dei cosiddetti contoterzisti, il cui montaggio finale in fabbrica crea il prodotto finito, capace di una qualità complessiva prima inimmaginabile



L'inizio della corsa all'arredo moderno, così come all'oggetto di buon design, avvenne mentre veniva coniata la stessa parola "design", che ne designava il percorso progettuale che, attraverso l'industria, sapeva diventare prodotto seriale, e magari "di massa". 


Franco Albini, Poltrona Tre Pezzi, per Cassina



Achille Castiglioni, sgabello Mezzadro, per Zanotta
(collezione Casabella, foto di Enrico Mercatali)





Marco Zanuso, sedia, per Zanotta



 Franco Albini, 1938, libreria Veliero (unico prototipo)


I "Maestri" italiani firmano oggetti che diventano "icone", così come dagli anni '30 ai '50 i Grandi Maestri mondiali hanno dettato al mondo il loro stile, attraverso aziende quali Knoll International o Cassina, vantanti diritti di lunga durata: ora sono i Franco Albini, gli Achille Castiglioni (la fotografia allo sgabello "Mezzadro" -appartenente alla collezione bbcasabella- è di Enrico Mercatali), i Marco Zanuso a fare scuola, pronti a dare fiato a nuove aziende emergenti, che si svilupperanno poi nel corso degli anni a venire fino a diverntare assi portanti della nostra economia


Il crescente numero di nuove famiglie che avevano il problema di arredare casa ex novo, ovvero senza ricorrere alla vecchia mobilia della nonna, tramandata da generazioni, faceva sì che si vedesse crescere, in parallelo, un artigianato seriale, capace di avviarsi presto a diventare piccola, media o grande industria del mobile e dell'arredo. Fu particolarmente in Brianza, ovvero nel territorio immediatamente a Nord di Milano, te ra Milano e Como, ove questo processo lo si potè vedere particolarmente fervido. 



G, Drocco e F. Melio, 1972, Cactus, per Gufram



Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro, 1968, Poltrona Sacco, per Zanotta



Mario Cananzi e Roberto Semprini, 1989, divano da centro stanza Tatlin, per Edra



Jasper Morrison, 1986 "the Thinking Man's Chair per Cappellini
(collezione Casabella, foto di Enrico Mercatali)



Nuovi materiali e nuove tecnologie riescono ad ispirare nuove idee, e così, poco alla volta, la ragione cede il posto alla fantasia, la logica al sentimento: così un cactus diventa attaccapanni, un sacco diventa poltrona, una panca si fa spirale mettendosi al centro dell'attenzione, diventando protagonista e "diva", una sedia di ferro diventa comoda e morbida perchè il piano di seduta è formato da balestre, ed offre perfino due vassoietti per il bicchiere o il posacenere...



Fu in Brianza perciò, forse tra i luoghi più emergenti in tal senso in Europa, che tale fenomeno ebbe a diventare creatore di capacità e grandi professionalità tecnologiche, nonchè attrattore di interesse creativo e di geniali potenzialità professionali. Il sodalizio tra le due componenti (ottime capacità tecniche e creatività progettuali) fece esplodere nel nostro paese quella che ne divenne una tra la sue principali potenzialità: arredo, moda, design, e tutte le possibili varianti che fecero immagine forte del nostro prodotto d'esportazione.




Gaetano Pesce, 1969, della Serie Up, Up5 (metafora di donna con la palla al piede) 
per B&B Italia


 Marc Newson, 1992 Wooden Chair



... oppure una poltrona diventa il corpo di una donna, oppure ancora, si fa "ricciolo"


Erano le grandi personalità dell'architettura e del progetto d'interni a porre la propria firma agli oggetti che attraevano le grandi folle nei Saloni dagli anni '50 ai '70, negli stand sempre più lussuosi e attrattivi delle migliori aziende italiane, quelle che avevano già la capacità commerciale di aprire belle vetrine nei luoghi più centrali delle città mondiali. Sulla scia tracciata dai loro padri pionieri italiani e stranieri (Le Corbusier, Mier van der Rohe, Jean Prouvee, Figini e Pollini, Gio Ponti, ecc.) i giovani Marco Zanuso, Vico Magistretti, Ignazio Gardella, Achille Castiglioni, e poi Joe Colombo, Gae Aulenti e tanti altri lavoravano incessantemente con le aziende che incominciavano a vantare grandi numeri di vendita, quali Knoll International, Arflex, Kartell, Cassina, Flos, Artemide, ed ancora tante altre.






Tra gli anni '80 e '90 la "Strada Novissima" che Paolo Portoghesi ha imposto al mondo dell'immagine, dalle sale della veneziana Biennale Architettura, avviando così la cosiddetta "post-modernità" (padre fondatore Bob Venturi attraverso il suo saggio "Complexity and contraddiction") muove, primo tra gli altri paesi, l'Italia con le proposte di Alessi, Memphis, Zanotta e altri. Qui sopra la libreria disegnata da Ettore Sottsass (Charlton, 1981), la Parigi Chair di Aldo Rossi e il tavolino di gae Aulenti ("Tour", 1993)


I Saloni vedevano in questi anni incrementare vertiginosamente le partecipazioni italiane e straniere, e così anche il numero dei visitatori da tutto il mondo, che li facevano diventare i più importanti al mondo in questi settori. Già all'inizio deli '80 la maggiore esplosione era avvenuta, e da lì incominciava un più lento, ma sempre inesorabile incremento, specialmente del fenomeno parallelo e collaterale dei "Fuori Salone", ovvero di tutti quegli indotti economici esterni, fatti di intenso marketing contemporaneo a quanto avveniva ai padiglioni della Fiera di Milano, in giro per le strade dei quartieri più alla moda dalle città, ed all'interno non soltanto dei migliori show rooms della città, ma anche dentro a spazi di risulta, della città post-industriale, che davano la dimensione di quanto interesse si aggirasse anche attorno alle più spettacolari e improvsisate istallazioni, la cui creatività andava coniugando capacità artistiche a nuove emergenti imprenditorialità, all'inizio prevalentemente italiane, per poi diventare, mano a mano, anche straniere, coinvolgendo soprattutto i giovani designers di tutto il mondo, attratti da professionalità capaci di promettere sogni a buon mercato.






Sopra e sotto: oggi tutto si fa più fluido e leggero: ogni scherzo può essere accolto nel novero della nuova proposta. Ogni anno le aziende propongono al Salone i prototipi, i quali verranno messi in produzione in base all'accoglienza da parte del pubblico. Ogni frivolezza può accattivare il pubblico dei nuovi fruitori, tra cui non più solo i privati, ma tutto il contract, l'accoglienza, la ristorazione, l'arreddo urbano, ecc.






La produzione più recente, quella progettata dopo l'anno 2000, qui sopra rappresentata con alcuni oggetto per l'arredo interno ed esterno, rispetto a quella che ha preceduto la svolta "storica" del Postmodernismo, appare esile, asciutta, quasi esangue. Quest'ultima, rappresentata qui sotto con alcuni pezzi selezionati casulamente in internet, non riesce, rispetto alla prima, ad essere suficientemente "leggera", dando di sè connotazioni fortemente funzionaliste non prive di una certa corposità.  Questi ultimi pezzi, nella loro spinta esigenza d'essere, e d'apparire, facilmente operative rispetto alla funzione che svolgono, traggono linfa dagli insegnamenti dello spirito razionalista e poi funzionalista che l'architettura è andata insegnando dagli anni '30 agli anni '50. I pezzi precedenti, che oggi inondano i mercati (e i Saloni) traggono la propria linfa da uno spirito minimalista, potenzialmente derivato dalle avanguardie artistiche concettuali: le loro sono forme d'una teatralizzazione dei comportamenti quotidiani di un pubblico eterodirezionato dai media, generalmente inconsapevole.


Furono questi gli anni in cui, mentre si impoverivano in europa e nell'intero mondo occidentale le politiche sociali per la casa e mentre le più ottimistiche visioni d'una progettualità ottimistica  verso il futuro andavano deluse, l'architettura stentava a dare convincenti risposte in tal senso, portando  i modelli della cosiddetta postmodernità, il design si andava affermando quale risposta di più immediato e facile consumo per il soddisfacimento di bisogni più a portata di mano. Si imposero in quegli anni i sogni radical di Memphis, le opere di Ettore Sottsass e Alessandro Mendini, ma anche, sia pure su versanti diversi, i nuovi linguaggi di Aldo Rossi e di Paolo Portoghesi. Incominciavano ad essere importati, sopratutto dalla filosofia Alessi, ma anche Driade, nomi di designers e architetti stranieri, quali Bob Venturi, Michael Graves, e tanti altri. Si impose poi la forte personalità di Philippe Stark, capace di divorare tutto ciò che toccava con mano, trasformandolo secondo il suo certamente forte talento.





Achille a Piergiacomo Castiglioni, 1960, lampade in cocoon per Flos



Joe Colombo, Poltrona Multichair design , per Bline

Franco Albini, 1939, Poltrona Fiorenza per Cassina



Gli oggetti che attraverano tutto il cinquantennio '60-2010, quelli più amati e diffusi, ma anche quelli che hanno imposto criteri progettuali nuovi od inediti, sono diventati man mano oggetto di interesse da parte delle attività di modernariato ed antiquariato, oggetti di culto, a volta ottenibili solo, se originali, a prezzi molto elevati Qui sopra oggetti di Joe Colombo, Vico Magistretti, Achille Castiglioni e France Albini


Negli anni '90 e poi 2000 emergevano infine i nuovi talenti che sapevano, più di quanto i primi non avessero ancora imparato a fare, interpretare i bisogni propri delle aziende, le loro necessità produttive, distributive e promozionali, divenendo essi stessi strumenti forse più docili dei primi in mano alle esigenze, dettate dai mercati mondiali globali assai più sfaccettati ed articolati di quelli che li avevano preceduti, quindi necessitanti una duttilità prima inesistente, e di una pervasività d'immagine intrinseca più alla pubblicità degli stessi prodotti, che ai prodotti stessi. L'imperativo primo diventava vendere, e vendere molto, indipendentemente dalla qualità estetica o tecnologica intrinseca, che doveva identificarsi soprattutto con la pulsione rapida al consumo da parte del compratore, cosa che certo non caratterizzava la più parte dei prodotti, ed il loro rapporto col pubblico, che hanno rappresentato il design nei mercati dei primi anni dei Salon. Forse allora il prodotto funzionava principalmente come  status symbol, mentre ora funziona di più l'eclettica stravaganza, il divertente stupore.

Milano, 12 aprile 2011

Enrico Mercatali


Il fenomeno Philippe Stark, a partire dalla fine degli anni '80, satura di sè momentaneamente il mercato dando nuovo slancio ad una creatività diversa dalle precedenti, più teatrale, performantica, glamour, fascinosa, eclettica, trendy, capace di catturare interesse da parte del pubblico (dei fans), dei produttori, dei media. Egli resta un fenomeno potente, ma isolato