THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

08 November 2011

Ragazza Lavazza - Le foto del 20° Calendario Lavazza 2011 in una mostra a Milano




R a g a z z a    L a v a z z a

Le foto del 20° Calendario Lavazza 2011
in mostra alla Triennale Milano


di  Enrico Mercatali







Sopra al titolo l'immagine di copertina, di Ellen von Unwerth. Qui sopra la fotografia scelta per il manifesto della mostra in Triennale, opera di David La Chapelle, ed il manifesto stesso



Ingresso alla mostra dall'auditorium del Teatro dell'Arte in Triennale, su progetto di Fabio Novembre



"Con te partirò" è il titolo della mostra che dal 13 ottobre al 9 novembre viene esposta al pubblico, con ingresso gratuito, alla Triennale di Milano. L’evento celebra il 20esimo anniversario dell'ormai divenuto famoso calendario Lavazza, frutto della collaborazione fra l’azienda del caffè e l’agenzia pubblicitaria Armando Testa. 




Sopra e soto: Il project mapping, nel filmato proiettato nell'auditorium di Triennale, in una delle immagini di cui è costituito, con la Ragazza Lavazza divenuta icona della mostra, e riprodotta in locandina







Caffè e fotografia d'autore: un viaggio nel mondo di Lavazza, bacheca all'ingresso in Triennale



Curata dal designer di fama internazionale Fabio Novembre, “Lavazza con te partirò” reca proprio il concetto di viaggio, accompagnando il pubblico in un percorso onirico e suggestivo:
“La mostra propone 20 anni di immagini, tappe di un viaggio che non si arresta ma che riparte con rinnovato slancio verso il futuro” – racconta Francesca Lavazza, Direttore Corporate Image dell’Azienda.








L’allestimento rilegge i 20 anni del Calendario Lavazza, selezionando alcuni tra gli scatti più significativi e accostandoli secondo una nuova lettura creativa.
Fra le immagini che si scompongono e si ricreano, i visitatori si lasciano condurre in un’esperienza a metà fra sogno e realtà: “Un buon progetto di allestimento dovrebbe sempre considerare il pubblico come parte integrante della scena, rendendolo contemporaneamente spettatore e attore, invitandolo a oltrepassare quella soglia che comunemente divide l’opera dal suo fruitore” – ricorda Fabio Novembre.




Milo Manara, "Valerie, lei indossa la nudità come un abito perfetto di Capucci"



Le sezioni della mostra: passato, presente e futuro del calendario Lavazza 

La mostra fotografica si struttura in 3 diverse sezioni:
Ad attendere i visitatori all'ingresso del Teatro vi è un cortometraggio realizzato con la tecnica del project mapping e proiettato su una superficie tridimensionale. Le immagini che si susseguono sullo schermo sono scandite dal tintinnio di cucchiai di caffè e dagli sbuffi d’aria di una moka.
Una scala sospesa nel vuoto offre agli spettatori la possibilità di attraversare la rappresentazione in atto per varcare il sipario e trovarsi nello spazio del boccascena, risucchiati da un vortice architettonico nel quale domina il colore blu.



La hostess, nei panni di una Dea Kalì, offre una tazza di caffè contemporaneamente a sei distinti viaggiatori, addobbati con pelle di leopardo



L'esposizione prosegue con una sala nella quale si concentrano passato, presente e futuro del Calendario Lavazza. Ad alcuni scatti dei calendari del passato è affidato il compito di raccontare una storia inedita di viaggio e seduzione, che vede protagonista un’affascinante ventenne ispirata alla modella olandese Valerie Van Der Graaf. Le immagini sono accompagnate dalle tavole di Milo Manara (fumettista di “Corto Maltese”, ndr) e dalle parole di Vincenzo Cerami.
“Valerie è così diventata la protagonista della nostra storia, una Beatrice che ci accompagna in un viaggio di redenzione, una Alice che ci fa visitare i labirinti del sogno, una Lolita che per essere ninfa non ha bisogno di nessun signor Humbert. In uno sfalsamento di linguaggio che propone una dimensione onirica fotografica per un viaggio che si compie tra le pareti della sua stanza, il giorno prima di compiere 20 anni e ritornare, in carne e ossa, padrona del suo destino” – spiega Fabio Novembre.



Alcuni dei creatori della mostra "Con te partirò", da sinistra: Giuseppe Lavazza (industriale), Elliot Erwitt (fotografo), Francesca Lavazza (ideazione), Steve Mc Curry, Fabio Novembre (curatela e progetto allestimento)





Milo Manara, Valentina dentro a un labirinto di tazze di caffè






 


"The Lavazzers": nell’ultima sala sono esposti in anteprima gli scatti di “The Lavazzers”, il ventesimo Calendario Lavazza, con le dediche dei 12 fotografi protagonisti che nel corso degli anni ne hanno determinato il successo. Sono, infatti, loro a essersi messi in gioco, celebrando con un autoscatto il loro rapporto più intimo con il caffè Lavazza:


Erwin Olaf – “My thoughts flying away”
Thierry Le Gouès – “Soul”
Miles Aldridge – “My set is waiting for me”
Marino Parisotto – “Revenge”
Eugenio Recuenco – “Me, Don Quijote”
Elliott Erwitt – “André S. Solidor in a bag of sugar”
Finlay MacKay – “Finlay MacKay’s Euphoria”
Mark Seliger – “In my stairwell”
Annie Leibovitz – “Illinois”
Albert Watson – “Me and Breaunna at dinner”
David LaChappelle – “An ordinary morning turns into Paradise”
Ellen von Unwerth – “Happy birthday”









Valerie Lavazza, by Milo Manara, mascotte della mostra, mostra sempre sè stessa ridente e felice. Qui espone le sue belle gambe, aperte ad A,  perfettamente simmetrica al marchio Lavazza




Helmut Newton, scatto eseguito per Calendario Lavazza




 Lavazza Photo Scouting -  “Lavazza con te partirò” è anche un progetto digitale, che coniuga la ricerca grafica con l’avanguardia delle tecnologie informatiche:

Gli scatti realizzati dai tre vincitori del concorso online “Lavazza photo scouting” (Gloria Emili, Serena Fabrizio e Michele Michelsanti) sono esposti accanto a quelli dei grandi maestri della fotografia internazionale.





Una fase del cortometraggio realizzato con la tecnica del project mapping e proiettato su una superficie tridimensionale. Le immagini che si susseguono sullo schermo sono scandite dal tintinnio di cucchiai di caffè e dagli sbuffi d’aria di una moka. Qui le zollette di zucchero cadono nel caffè mentre la sirena Valentina sale in superficie. Il pubblico viene immerso nella video-audio istallazione, sotto ad un virtuale cielo stellato, prima di scendere la scaletta centrale e penetrare gli spazi fotografici assai captanti dell'allestimento. Ottimo e spettacolare davvero!






Dal colore accennato di uno stormo in volo e il fascino architettonico di un locale romano all’intensità di un corpo in abbandono di fronte a una tazzina di caffè, le immagini dei 3 giovani fotografi raccontano un viaggio per certi versi molto simile a quello intrapreso da Valerie.
L’iniziativa sottolinea la passione di Lavazza per la fotografia d’autore e l’impegno manifestato nella ricerca di giovani talenti ai quali poter affidare le successive edizioni del Calendario.





Milo Manara, Valerie allo specchio. Accanto a lei un comodino di Joe Colombo per Kartell




 Albert Watson – “Me and Breaunna at dinner”





 Sopra l'istallazione dell'ingresso, ad illuminare appena l'auditorium del Palazzo dell'Arte in Triennale, sovrasta questo cielo virtuale, al di sopra di una apertura circolare





Martine Franck, per Lavazza





David La Chapelle, il corpo di Valerie è terreno di lavoro per le ruspe e le betoniere del caffè




Miles Aldridge, Valerie, in bikini rosso acceso, è protagonista dell'allure cromatica, col bimbo e l'aquilone, gli scacchi bianchi e rossi, la modella sospesa in giallo legata a terra ed il protagonista maschile in grigio, volto di spalle, ma attento a quanto accade nel backstage



Helmut Newton, schiuma Lavazza da una prestigiosa firma del bianco e nero, 
scatto eseguito per calendario Lavazza




Erwin Olaf, sogni erotici al colore di caffè



 Un altro frammento del filmato tridimensionale introduttivo della mostra


 Milo Manara ha qui disposto Valerie a cavalcioni del razzo Lavazza







Helmutt Newton, Donna Lavazza, icona della Mostra Lavazza in Triennale, qui in bacheca




La back cover, di Ellen von Unwerth


A tutti i protagonisti di questa bellissima mostra, da chi l'ha promossa a chi vi ha svolto la curatela e vi ha collaborato da artista od attore, va il nostro ringraziamento per aver contribuito a creare  questo splendido composito oggetto d'arte, teso a produrre una immagine d'allure, piena di fantasia e colore,   spensieratezza e allegria,  evasione ed eros. Tutto ciò che ci viene proposto dal mondo della pubblicità, interpretato da grandi fotografi, i quali della grande arte conoscono contenuti e tecniche. Tutto ciò è diverso, per certi versi opposto a quanto in altre sedi oggi propone l'arte visiva, ad esempio quanto abbiamo visto in Biennale Venezia, per la curatela di Bice Curiger e, per il padiglione italiano, di Vittorio Sgarbi (per cui vi rimandiamo al recente articolo in questo stesso magazine http://taccuinodicasabella.blogspot.com/2011/11/taccuini-visita-biennale-venezia-e-ve.html, ed il precedente http://taccuinodicasabella.blogspot.com/2011/11/taccuini-visita-biennale-venezia-e-ve.html). Sono entrambe facce della contemporaneità, che, attraverso l'arte, interpretano il mondo in cui viviamo, e le facce della vita stessa che socialmente attraversiamo. La pubblicità tende ad una visione artefatta e segmentata degli aspetti ludici e fantastici proposti dai prodotti. L'arte pura attraversa oggi momenti di enorme pessimismo, entrando nel vivo d'una critica che affronta i brandelli del peggio, e gli incubi d'un mondo che non sembra saper offrire, al momento, che poche speranze.
Sono entrambe versioni estreme del lavoro che alcuni artisti di punta svolgono attorno  agli argomenti offerti oggi dall'estetica contemporanea. Entrambe tentativi di riscatto da un senso di vuoto che opprime oggi l'uomo e la società intera, nelle sue versioni occidentali. Un lavoro utile e significativo che il nostro magazine continuerà a seguire per il suo pubblico.


LAVAZZA CON TE PARTIRÒ
  in Triennale Milano
Via Alemagna, 6 (M1, M2 Cadorna Triennale)
20121 Milano
Tel. 02.72.43.41
    Orario:

    dal 13 ottobre al 9 novembre 2011
    Martedì – Domenica h. 10.30 – 20.30
    Giovedì – Venerdì h. 10.30 – 23.00
    Lunedì chiuso
      Milano,  6 Novembre 2011
      Enrico Mercatali
      (dedicato a Eli, "Ragazza Lavazza" +)
      Aggiornamento con nuove foto del 15 dicembre 2011

      06 November 2011

      In the name of God, go! by Enrico Mercatali




      In the name of God, go!
        

      "In God's name, go!": l'incipit dell'editoriale del Financial Times del 4 novembre. Una citazione del discorso di Oliver Cromwell al Parlamento del 20 aprile 1653. che chiude con:
      "In the name of God, go!"

       Il testo del discorso originale offre analogie col presente che sono interessanti ed evidenti.



      It follows the full text transcript of Oliver Cromwell's speech dissolving the Rump Parliament, delivered at London, England - April 20, 1653.


      "It is high time for me to put an end to your sitting in this place, which you have dishonored by your contempt of all virtue, and defiled by your practice of every vice.Ye are a factious crew, and enemies to all good government.Ye are a pack of mercenary wretches, and would like Esau sell your country for a mess of pottage, and like Judas betray your God for a few pieces of money.Is there a single virtue now remaining amongst you? Is there one vice you do not possess?Ye have no more religion than my horse. Gold is your God. Which of you have not bartered your conscience for bribes? Is there a man amongst you that has the least care for the good of the Commonwealth?

      Ye sordid prostitutes have you not defiled this sacred place, and turned the Lord's temple into a den of thieves, by your immoral principles and wicked practices? 
      Ye are grown intolerably odious to the whole nation. You were deputed here by the people to get grievances redressed, are yourselves become the greatest grievance.
      Your country therefore calls upon me to cleanse this Augean stable, by putting a final period to your iniquitous proceedings in this House; and which by God's help, and the strength he has given me, I am now come to do.
      I command ye therefore, upon the peril of your lives, to depart immediately out of this place.
      Go, get you out! Make haste! Ye venal slaves be gone! So! Take away that shining bauble there, and lock up the doors.

      In the name of God, go!"

      In a Group of 20 summit that fell well short of what was needed, the world’s most powerful leaders were powerless in the face of the manoeuvres by two European premiers: George Papandreou and Silvio Berlusconi.

      The similarities between the two prime ministers are striking: both men rely on a thin and shrinking parliamentary majority and they are both squabbling with their own ministers of finance. Most importantly, they both have a dangerous tendency to renege on their promises at a time when markets worry about their countries’ public finances. There is, however, one important difference: having reached €1,900bn, Italy’s public debt is so high that its potential to destabilise the world economy is way above that of Athens.

      The good news, of course, is that Italy is still a solvent country. However, the interest rate on its debt is becoming ever less sustainable. The spreads between Italian and German 10-year bonds have doubled over the summer. Yesterday, they reached a euro-era record of 463 basis points and would have probably been higher if the European Central Bank was not buying Italian bonds. Although Rome can sustain high interest rates for a limited time period, this process must be halted before it becomes unmanageable. Next year Italy has to refinance nearly €300bn worth of debt. As the eurozone crisis has shown too well, once spreads have risen, they are extremely difficult to bring down.

      The most troubling aspect is that this is happening even as Italy has agreed, in principle, to the structural reforms recommended by Europe and the G20. That the International Monetary Fund will monitor Rome’s progress can only be a good thing. However, this risks being undermined while the country retains its current leader. Having failed to pass reforms in his two decades in politics, Mr Berlusconi lacks the credibility to bring about meaningful change.

      It would be naive to assume that, when Mr Berlusconi goes, Italy will instantly reclaim the full confidence of the markets. Clouds remain over the political future of the country and structural reforms will take time before they can affect growth rates. A change of leadership, however, is imperative. A new prime minister committed to the reform agenda would reassure the markets, which are desperate for a credible plan to end the run on the world’s fourth largest debt. This would make it easier for the European Central Bank to continue its bond-purchasing scheme, as it would make it less likely that Italy will renege on its promises.

      After two decades of ineffective showmanship, the only words to say to Mr Berlusconi echo those once used by Oliver Cromwell.

      In the name of God, Italy and Europe, go!

      FINANCIAL TIMES, 4 novembre 2011

      Articolo inviatoci da Sergio Erba in data 6 Nov 2011, del Ruolo Terapeutico, con l'articolo di Vanna Lora (docente di storia)

      Lesa, 6 Nov 2011
      Enrico Mercatali




      Taccuini visita Biennale Venezia e ve ne propone impressioni e immagini. Prima parte: ai Giardini

                                               




      Biennale-Venezia 
      ILLUMI - NAZIONI
      (versione Bice Couriger)

      secondo Taccuini



      Impressioni e immagini a pochi giorni dalla chiusura


      Prima Parte
      ai Giardini di Castello 






      VENEZIA. Sopra al titolo il viale di accesso alla Biennale Giardini, cosparso di aste per le bandiere di tutti i paesi partecipanti.  'Illuminazioni' la 54esima edizione della Biennale d'arte di Venezia ha fatto parlare di sé e forse disturberà qualche animalista per l'opera di Maurizio Cattelan, l'artista padovano  che interpreta il fare artistico come un fatto che debba stupire, se non addirittura shoccare. Questa volta con un'opera che si chiama 'Turisti'. Duecento piccioni tassidermizzati, cioè imbalsamati, posati sulle travi dei padiglioni della biennale e davanti all'ingresso del padiglione centrale. I volatili appaiono abbondanti, vedi le foto qui sopra, sia sulla facciata del padiglione centrale ai giardini che all'interno. L'idea dei piccioni nacque nel 1997 quando Cattelan, invitato alla 47esima edizione della Biennale d'arte, rispose con una sua opera dopo avere tratto ispirazione dalla visita al padiglione italiano, dove si era reso conto - si legge nel catalogo - che "l'interno era un disastro ed era letteralmente pieno di piccioni" (veri piccioni). Per l'opera che ne scaturì, 'Turisti', Cattelan lasciò la stanza esattamente com'era quando la vide la prima volta: indisturbata tranne che per l'aggiunta di circa 200 piccioni imbalsamati posizionati sulle travi e di finti escrementi sul pavimento.



      Poco dopo l'inaugurazione di questa Biennale proponemmo un articolo su questo web-magazine (vedi la pagina  in italiano:  http://taccuinodicasabella.blogspot.com/2011/06/arte.html, 
      e la pagina in inglese:
      http://taccuinodicasabella.blogspot.com/2011/07/la-biennale-arte-venezia-2911.html), una sintesi di quanto andavano proponendo tutti i principali media che si occupavano dell'argomento.

      Adesso, che mancano solo due settimane alla chiusura, vi proponiamo altre considerazioni, quelle nate dalla presa visione diretta delle opere e dei loro ambienti, sia ai Giardini che all'Arsenale (in questo articolo solo ai Giardini. Per l'Arsenale occorrerà andare ad una seconda parte, su un'altro articolo).

      Una delle opere più suggestive è certamente quella proposta nel Padiglione degli Stati Uniti d'America, preso ancora d'assalto dalla folla pur essendo uno degli ultimi giorni della mostra, il quale si impone all'interesse di chiunque anche per il frastuono emesso dai cingoli in azione del grande carro armato da battaglia, rovesciato proprio davanti all'ingresso del padiglione. rumore amplificato da un sistema d'amplificazione avente come scopo proprio quello di creare attenzione da ansietà, da fastidio, da squotimento.






      Benvenuti nell’era Obama, anche a Venezia. Il Padiglione Americano ai Giardini per la 54ma Biennale di Venezia è firmato dal duo Jennifer Allora (americana) e Guillermo Calzadilla (cubano) che vivono e operano a Portorico. Firmano il padiglione con l’Indianapolis Museum of Art, sono artisti e scienziati rispettivamente del 1974 e del 1971: questo straordinario padiglione mette in fila ossessioni, grandi ascese e cadute del gigante geopolitico (ancora?) del mondo occidentale con una serie di opere commissionate per questa Biennale.
      Il titolo del Padiglione, Gloria, è già paradigmatico. In mostra sculture lignee e bronzee, video e performance ginniche. Allora e Calzadilla: “Ci piaceva l’idea di dare un nome femminile e in spagnolo (in Spagnolo e Italiano, la parola è la stessa, ndr) al padiglione degli USA: Gloria. Tutte le opere sono marcate da uno spirito di attività critica e di profanazione”.
      Cominciamo dall’esterno del padiglione, dove è ubicata l’opera che ha catalizzato, sin dai giorni della vernice, un’inevitabile, ossessiva attenzione. Track and Field è un carro armato (vero) capovolto sui cui cingoli vi è, in equilibrio perfetto come solo l’ingerenza umanitaria riesce ad esserlo sui conflitti tanto a bassa intensità quanto perenni, un (vero) tapis roulant usato per fare jogging in casa. A intervalli regolari viene attivato da un atleta del medagliere (d’oro e d’argento) della Federazione di Ginnasti americani (che collaborano anche con tutte le performance indoor del padiglione: danza e ginnastica femminile). L’atleta, salito sul carro armato, si mette a correre dopo che i cingoli, con il loro minaccioso suono di guerra, si azionano. Imperterrito, fa i suoi 15 minuti di corsa a intensità fissa senza farsi distrarre dall’assordante clangore o dai rumori della folla.



      Il jogging sul cingolo del carro armato. Il carro è un vero carro da battaglia rovesciato. L'istallazione ha come sottofondo acustico il  rumore amplificato dei cingoli quando il carro armato sta avanzando sul campo




      All'interno del padiglione l'organo bancomat: l'istallazione consiste nell'autentico organo nel quale è stato inserito un vero sportello bancomat funzionante, il quale, a seconda del numero digitato, sa produrre differenti brevi armonie. In taluni casi emette veri e propri pezzi ad alto volume, come fosse in una chiesa. Algorithm è celato in un gigantesco organo a canne costruito su misura.




      La postazione di lavoro, utilizzata di tanto in tanto da acrobati che vi svolgono esercizi estremi. L'istallazione non è vera, ma è una scultura in legno massiccio che ne riproduce perfettamente, in scala 1:1, l'autentico aspetto. L'intera opera rappresentata nel Padiglione degli Stati Uniti d'America, il cui titolo è Track and Field, è costituita dall'insieme delle istallazioni esterne ed interne al padiglione, ma anche dagli stessi ballerini acribati che di tanto in tanto ne utilizzano le strutture.





      Sopra e sotto: una serie di sale seguono l'apertura della Biennale con le tre grandi tele di Tintoretto (tutte provenienti da Venezia, per le quali rimandiamo ai precedenti articoli pubblicati da questo magazine: http://taccuinodicasabella.blogspot.com/2011/06/arte.html, e versione inglese: http://taccuinodicasabella.blogspot.com/2011/07/la-biennale-arte-venezia-2911.html), mostrando singole opere di numerosi artisti, dando una visione complessivamente piacevole e perfino attraente della manifestazione. Qui solo alcune da noi selezionate quale semplice approccio, come effettivamente è stato per noi che, a seguire, abbiamo avuto la sensazione di un notevole salto di qualità e forza, da qui passando ai padiglioni, nei quali credo abbiamo potuto avere il vero taglio che l'arte contemporanea riserva, più secondo gli Stati che secondo la Curiger, di cui vi daremo conto qui di seguito.







      Sopra e sotto: all’interno del padiglione centrale dei giardini della biennale è esposta questa scultura animatronica dell’artista inglese Nathaniel Mellors dal titolo “Hippy dialectics” . Nathaniel Mellors oltre il suo impegno nell’arte, realizza le sue creazione anche per il cinema. Nathaniel ha esposto anche a Roma nella galleria Monitor Video e Contemporary Art. L'estremo verismo con cui i volti dei due personaggi, tra loro uniti da un'unica folta chioma di barba e capelli, realizzati in silicone colorato secondo i criteri oggi molto in uso per gli effetti speciali del cinema, capta inesorabilmente chiunque vi passi vicino, ed impressiona assai, specialmente quando essi si mettono ad emettere suoni e parole sconnesse attivando totalmente la loro mimica facciale.


























      Sopra: il pubblico giovane assiste sostanzialmente incuriosito e divertito agli eventi entro le sale della mostra ed entro i padiglioni. Quello meno giovane è invece attonito, a volte incredulo, e spesso sconcertato, tra opere che, senza mezzi termini, evocano a volte il peggio dell'abiezione, nell'uso senza limiti strumentale e disinibito d'ogni mezzo possibile per intentare la loro serrata critica alla società contemporanea, come avviene in questo caso, nel quale si intravvede, disegnato sulla parete di fondo, una scrofa che indosa un cappello da generale.




      Sopra e sotto: "Chance", titolo della istallazione di Christian Boltanski nel Padiglione Francia 54, curata da Jean-Hubert Martin. 

       

      Il padiglione francese è, a nostro parere, uno dei più significativi e toccanti. Per molti motivi. Per la pulizia espressiva che lo contraddistingue, per la nitidezza del pensiero che lo sostiene, per le implicazioni umane che chiama in causa, per la natura filosofica dell’opera, per l’assenza totale di certi elementi modaioli tipici dell’arte contemporanea di successo. Christian Boltanski, uno degli artisti più noti dell'avanguardia francese, non si smentisce neanche questa volta e propone un’ulteriore evoluzione del suo percorso, sempre coerente e lucido nella sua profondità concettuale e contenutistica. Un complesso sistema di tubi innocenti, una sorta di labirinto tridimensionale che occupa tutto lo spazio dell’ambiente centrale del Padiglione francese, incombe sul visitatore. Questa griglia che riempie lo spazio in questione, in verità è una complessa e contorta rotativa che fa viaggiare in velocità un lunghissimo rullo formato da immagini molto simili tra loro: primi piani di bambini neonati. Il rullo si ferma all’improvviso e blocca un volto, un’espressione, il viso di un soggetto che si apre alla vita. Nelle sale laterali un display gigante emette vorticosamente numeri, mentre in un altro spazio una videoproiezione fa emergere volti tagliati in tre sezioni orizzontali che si susseguono a velocità impressionante. Una postazione è collocata davanti a questa inquadratura sempre cangiante. Il visitatore può avvicinarsi a una colonnina nera e premere il pulsante che è posto al di sopra. Si compone, così, automaticamente davanti ai suoi occhi un volto  costituito da tre elementi: la fronte, gli occhi, la bocca, presi da altri diversi volti.  Il risultato è caotico, un puzzle irrazionale che non porta a una figura riconoscibile, mostruoso e inquietante. E se invece si formasse un volto reale? E se si riuscisse a bloccare l’indentità vera di un individuo? Se i tratti di una faccia si palesassero in maniera armoniosa? Questo vorrebbe forse l'artista. Nel padiglione una fabbrica di volti, il laboratorio di Frankestein? Il luogo delle clonazioni? L'assenza totale di colore in quel rumoroso ambiente, con la sola esclusione di un mega-orologio digitale coi numeri in rosso, che scandisce il tempo ossessivamente, contribuisce a metter paura.





       Sopra e sotto: nel padiglione del Giappone viene presentata Tabaimo, l'artista oggi più apprezzata nel paese del Sol Levante


      Riconosciuta tra le maggiori artiste giapponesi, ha ricevuto un primo apprezzamento dalla critica grazie all’installazione multimediale Cucina Giapponese (“Nippon no Daidokoro”, 1999), una combinazione di animazione surreale, disegnata a mano, ed elementi architettonici, in un’analisi  iconica della società giapponese contemporanea. A Venezia Tabaimo: "Teleco-soup", titolo della mostra, compie la sua traiettoria attraverso un’avvolgente ambientazione multimediale che ingloba le caratteristiche uniche del padiglione Giappone ai Giardini, completato nel 1956 su progetto dell’Arch. Takamasa Yoshizaka.

      Teleco-soup, indica in giapponese l’idea di una zuppa “invertita”, ovvero il ribaltamento delle relazioni acqua-cielo, fluido e recipiente, il sé e il mondo. Coniato da Tabaimo, il termine rievoca una tradizione intellettuale che affonda le radici nell’identità nazionale di uno stato insulare, o sul fenomeno recentemente denominato “sindrome Galapagos”, originariamente riferito all’incompatibilità tra la tecnologia giapponese e i mercati internazionali, ma oggi applicabile ai molti aspetti della società giapponese all’epoca della globalizzazione. Il video proiettato comincia con una piccola cellula, che si evolve in corpo, con descrizioni della Tabaimo della società giapponese. Le immagini che scorrono, creano uno spazio in continua evoluzione, che ci permette di immergerci nell’inimmaginabile scenario  che viene proposto. In continua destabilizzazione sensoriale, l’orientamento antigravitazione ci porrà a contatto con l’infinita altezza/profondità del mondo del cielo sottostante, visibile da un pozzo posto al centro della sala.
      La dilatazione degli spazi renderà impossibile capire il sopra e il sotto, interno ed esterno, ampio o angusto, in un continuo vortice, fino a chiedersi se sia davvero piccolo il mondo all’interno di quel  pozzo…







      Sopra: "Paesaggi e costruzioni d'art", un inventario personale di Jürg Conzett, nel padiglione Svizzero. Immagini di disgusto e di provocazione continua, quelle che si susseguono nei lunghi labirintici meandri del padiglione svizzero. Qualcosa di autenticamente svizzero c'è forse nella metodica, quasi ossessiva e ripetitiva cura che l'artista pone, utilizzando però strumenti di pochissimo valore quali pezzi plastica e scotch, fazolettini e "coton fioc",  nel costruire questa complessa macchina critica della società, dell'uomo, dei media, dei consumi. Surreali manichini svuotati e trasparenti vengono consumati da un cancro devastatore, fatto di aggregazioni di cristalli. Cristalli d'ogni dimensione divorano tutto lo spazio esistente comprendente prodotti di vasto comsumo, impacchettati da fogli di plastica poi chiusi con abbontanti giri di scotch. Una atmosfera macabra e uticante genera repulsione e disgusto nel pubblico, che pur si sforza d'essere interessato.



      Il pubblico si distrae, tra un pugno allo stomaco ed una sferzata alla mente, serenandosi mentre guarda attraverso i plexiglass omogeneamente colorati di questa sala




      di Hajnal Németh - "Crash | Passive Interviews" (titolo della istallazione) nel padiglione ungherese. La parte determinante dell’installazione è un’opera lirica sperimentale che rielabora storie di incidenti stradali in forma dialogata. Il pezzo che riempie lo spazio, da ascoltare come esperienza acustica, è presentato all’esposizione anche in forma di film musicale. L’installazione è completata dai libretti dei dialoghi e dal rottame di una macchina (qui sopra) che apre il padiglione. Il pubblico lascia chiaramente trasparire il quesito: quale il significato dell'opera?, che resta un punto interrogativo. A noi non risultano dichiarazioni ufficiali dell'autore.





      Christoph Schlingensief è morto nell’agosto del 2010, poco prima del suo 50mo compleanno, nel bel mezzo dei lavori di progettazione del Padiglione della Germania che gli era stato affidato per rappresentare il Paese alla 54esima Biennale di Venezia. Un acceso dibattito si è sollevato immediatamente dopo la sua scomparsa, se il Padiglione tedesco a Venezia potesse o no essere dedicato al lavoro di un artista morto. Due donne hanno intrapreso una battaglia comune per tutelare l’eredità dell’artista e filmmaker: la sua vedova, Aino Laberenz,  e Susanne Gaensheimer, curatore del Museo di Francoforte e commissario del Padiglione.






       Hanno avuto ragione loro e all' apertura della Biennale, la giuria internazionale ha assegnato al Padiglione della Germania il "Leone d'oro" consegnando anche una menzione speciale alla curatrice.
      Con la morte di Schlingensief, inevitabilmente il progetto è cambiato, e quella che doveva essere una realizzazione artistica completa di Schlingensief, è diventata una panoramica sugli aspetti principali della sua carriera.
      Tre temi sono così diventati centrali: la malattia dell’artista e la propria biografia, i film, e la sua iniziativa di creare un particolare villaggio in Africa, progetto questo, al quale s’era dedicato alacremente sino agli ultimi momenti di vita. Christoph Schlingensief era noto per le sue azioni controverse nate da una critica pungente, dolorosa, alla società tedesca e occidentale. Non temeva lo splatter come nella trilogia di film “Deutschlandtrilogie“(Germania Trilogy), né di provarsi in azioni controverse come la produzione televisiva “Foreigners out! Schlingensief’s Container” (Gli stranieri fuori. Il container di Schlingensief) realizzata in dileggio al Grande Fratello in cui dei veri richiedenti asilo sono stati rinchiusi in un container a Vienna e chiamati a gareggiare l’uno contro l’altro per evitare di essere cacciati dall’Austria.




       Nella sala principale del Padiglione tedesco, la ricostruzione di una chiesa  (qui nelle foto) è quasi commovente. Era la chiesa di Oberhausen dove l’artista serviva messa da ragazzino, la realizzò per la prima volta alla Triennale della Ruhr nel 2008, subito dopo l’asportazione di un polmone e mesi di chemio-terapia.
      I temi della xenofobia e del senso di colpa s’incrociano con la paura dell’ignoto e “dello sconosciuto in me”. Qui Schlingensief  rappresenta la sua malattia in modo aperto, ne discute la sua spietatezza partendo da sé per raccontare il ciclo esistenziale della vita, della sofferenza e del morire.
      Sull’insolito palcoscenico della chiesa, anche musiche di Wagner e richiami per immagini a Joseph Beuys e a Fluxus che tanta parte hanno avuto nella formazione dell’artista.
      In una delle due ali del padiglione, su un grande schermo passano sei film scelti per rappresentare periodi diversi nella carriera di Schlingensief: Menu totale (1985/86), (Egomania) 1986, Trilogia dalla Germania con 100 anni di Adolf Hitler (1988 / 89), Il Chainsaw Massacre del 1990 e del 1991-1992 Terror 2000 e poi il suo penultimo film United Trash del 1995/96.
      Una selezione di film che ben spiega l’immaginario cinematografico dell’artista. L'assieme è un'opera d'arte postuma, assai ben istallata dal curatore, assai complessa nei riferimenti iconografici e nella simbologia adottata, che suscita molto interesse e sgomento, capace di raggelare il visitatore per i contenuti esplicitamente macabri che vi si propongono, ma forte e intelligente ciò che nello spettatore sa provocare la terribilità del quadro ambientale d'assieme che lo avvolge e che lo squote.




      Nei primi anni 1980 Schlingensief sviluppò uno stile individuale, estremo, forte, consapevole dell’estetica trash dei b-movie delle arti visive. Pur essendo ben accolto nel contesto dell’arte, la sua opera cinematografica per lungo tempo è rimasta periferica, eppure nella sua critica radicale della società per molti versi Schlingensief si rivela profetico della nostra memoria culturale. La seconda ala del padiglione accoglie invece l’ultimo e più importante progetto di Schlingensief, la sua visione di un villaggio in Africa. Questo progetto sociale al quale si è dedicato fino alla sua morte con tutta la sua forza e devozione sorge vicino a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, ed è stato creato nel 2010.





      Il villaggio si chiama Remdoogo e presenta una scuola di cinema e di musica, laboratori e magazzini, residenze e camere dedicate all’ospitalità, mensa, uffici, bar, un campo di calcio, un  ristorante, un ospedale, una sala da te e sala prove.
      Il villaggio dovrebbe essere un luogo per imparare, dove i bambini, gli adolescenti e gli adulti possano sviluppare le loro capacità musicali e artistiche, un luogo dove i giovani del Burkina Faso possano mettere alla prova la loro voglia di sperimentazione e la loro curiosità. Prendendo spunto dal significato di scultura sociale di Beuys, qui si fondono arte e vita.
      Tra materiale fotografico e documentazioni varie dedicate al villaggio, nel Padiglione si può vedere anche un estratto di Via Intolleranza II, il lavoro in cui Christoph Schlingensief esprime più chiaramente la sua preoccupazione per l’Africa da un lato e la sua capacità di auto-interrogazione e di autocritica dall’altro. Ne risulta una miscela complessa di visione e di fallimento, di conflitto tra l’intolleranza occidentale e il tentativo di un incontro paritario.

      Sopra e sotto: "The Love is gone but the Scar will heal" (titolo della mostra nel padigliore coreano), di Lee Yong Baek, conosciuto principalmente per le sue installazioni video, in biennale presenta una gamma più ampia di opere: sculture, kinetic arts, dipinti e performance. I suoi pezzi coprono temi come la religione, la politica e la filosofia, mostrando i vari aspetti della società contemporanea: l’identità, l’esistenzialismo e l’artificio. Il padiglione è diviso in tre parti: nella prima in una stanza vi sono degli specchi incorniciati che vengono ininterrottamente rotti da degli spari che contro di essi vengono indirizzati. Un notevole clangore di spari e di vetri rotti fa da sottofondo a quanto vedono alle pareti gli spettatori, le cui immagini, rispecchiate dai quadri vengono a sparire ogni qual volta avvengono gli spari e le relative rotture degli stessi. A volte dentro ai quadri appaioni immagini sacre, che si sovrappongono a quelle dei visitatori. In un'altra sezione si odono ancora spari, ma più diradati nel tempo. Questi provengono da una fitta coltre di fiori coloratissimi, entro alla quale compaiono, ma assai ben mimetizzati, i cecchini, che all'interno vi si muovono, che indossano tute trattate con analoghi motivi floreali. La terza sezione è composta gruppi di manichini a grandezza umana, uno dei quali rappresenta la Pietà di Michelangelo.
      Criptico il significato dell'insieme. Ci si sente osservati, si ha la sensazione di correre il pericolo di un attaco di sorpresa. Si avverte d'essere in un mondo di finzioni in cui ciò che appare bello e colorato nasconde in realtà il maggior pericolo. La stessa immagine sacra è stereotipata nell'insolito simulacro cotituito da freddi manichini. Un mondo da cui fuggire a gambe levate!










      Venezia, 4 Nov 2011

      Enrico Mercatali