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21 February 2020

i Canaletto architetti

i Canaletto architetti



 i  Canaletto architetti





Abbiamo confrontato dal vivo, nella mostra milanese alle Gallerie d'Italia, tenutasi dal 25 novembre 2016 al 5 marzo 2017 intitolata Bellotto e canaletto - lo stupore e la luce", i quadri che i due grandi pittori settecenteschi hanno eseguito con il medesimo soggetto, così da sapervi vedere le differenze, ma anche e soprattutto le analogie, le caratteristiche comuni, le straordinarie qualità di entrambi.





Antonio Canal, detto il Canaletto, e Bernardo Bellotto, suo nipote, detti, in questo scritto, "i Canaletto", in quanto capaci appunto di grandi analogie, d'analoghe tematiche, di comuni modi pittorici, ma anche in quanto il secondo non infrequentemente autodefinitosi "Canaletto", un po' per omaggiare il supremo pittore veneziano, un po' per simularne onori e fama, già oltremodo diffusi in tutta l'Europa che alla sua epoca contava e che anch'egli andava ripercorrendo, un po' per garantirgli altrettanta fortuna, forse con l'imprimatur del grande zio.




"I Canaletto architetti", ci siamo spinti a dire, nel titolo di questo scritto, che vuole anticipare l'idea che ci siamo fatti nel corso della mostra, per come è stata curata e per l'emergere, in tutte le sue sfaccettature, dell'estrema attualità d'un metodo di lavoro che ancora poco ha da invidiare ai laboratori odierni di architettura, ai metodi empirici del loro operare, all'esplicita condizione materiale cui è ancora e sempre soggetta la pratica del confronto e della giustapposizione, del modello e della sua analisi visiva.


Enrico Mercatali

in occasione della mostra milanese
"Bellotto e Canaletto - lo stupore e la luce"
presso le Gallerie d'Itlia
25 novembre 2016 – 5 marzo 2017



11 October 2016

Renzo Mongiardino nel moderno - Quando l'architetto dei VIP opera nei BBPR







Renzo Mongiardino nel Moderno 

ovvero

quando l'architetto dei VIP opera nei  BBPR



e l'iconoclasta caparbiamente cerca
ritrovando l'oggetto che aveva distrutto
 nel solco d'una riscoperta memoria.




Ingresso con scala alla zona notte

Si tratta in questo articolo di un arredo siglato Renzo Mongiardino nei locali agli ultimi piani di un palazzo progettato a Milano dai BBPR (Belgioioso, Banfi, Peressutti e Rogers, gli architetti della Torre Velasca) negli anni '60 (vedi: http://taccuinodicasabella.blogspot.it/2016/10/quando-io-iconoclasta-del-surreal-neo.html). Nel titolo se ne sintetizzano i contenuti, nei quali si racconta d'un cambio di destinazione d'uso dei locali (attico, superattico e giardino pensile) che ha comportato la demolizione dell'arredamento mongiardiniano per fare spazio ad una nuova configurazione architettonica degli interni che più corrispondesse alle nuove necessità abitative del proprietario. All'autore delle nuove sistemazioni, tra l'altro autore anche di queste note, a così tanti anni di distanza da quegli eventi demolitori, pare oggi, anno in cui una bella mostra al Castello Sforzesco  tratteggia la geniale figura di Renzo Mongiardino, d'essere stato complice d'una azione iconoclasta.


Il cerchio che chiude un personale raggiungimento di scopo
lascia comunque il vuoto d'un documento perduto
che può ritenersi oggi di ragguardevole valenza artistica



Ingresso con passaggio al soggiorno


Quegli arredi  griffati  Mongiardino, andati in demolizione alla fine dei '70 per raggiunti limiti di funzionalità d'un appartamento in uno stabile realizzato nel centro di MIlano una quindicina d'anni prima dai modernisti Belgioioso Peressutti e Rogers, era stato fotografato, poco prima di quell'evento, allo scopo non già di documentare un'opera che oggi vediamo almeno meritevole di memoria, quanto quello di rilevare, con intento puramente tecnico, tutti gli elementi fissi di quegli interni che potessero essere poi utili alla realizzazione della nuova progettazione. Alcune di quelle fotografie, che qui vogliamo mostrarvi, sono state realizzate dal sottoscritto, autore materiale anche di quella avvenuta demolizione oltre che della successiva riprogettazione, nel corso seconda metà degli anni settanta, e ben descrivono i caratteri di quella abitazione, i suoi stucchi e le sue modanature in gesso, gli encausti eseguiti in sito, le tappezzerie coordinate a parte della mobilia, le componenti lignee fisse e mobili,  le suppellettili selezionate personalmente dal loro augusto autore, gli intarsi pavimentali e quant'altro occorre a rendere unico e speciale il suo odierno dispiegarsi ai nostri occhi.



Il soggiorno



L'opera di Renzo Mongiardino insegna che
dalla storia possano attingersi infiniti linguaggi,
la cui attualità può dirsi eterna
sia che si tratti di una rappresentazione teatrale, 
 sia che si tratti di una perfetta rappresentazione di sè




Sala da pranzo


Queste fotografie, che illustrano l'area di ingresso alla casa, con la scala lignea rettilinea che conduce al piano superiore destinato alla zona notte, l'ampio soggiorno, lo studiolo annesso all'area living con la sua pregiata boiserie, la sala da pranzo, sono state a lungo ricercate negli archivi del loro autore tanto da costituire un vero e proprio scoop il loro recentissimo ritrovamento, così potendosi ora esse aggiungere all'ormai davvero cospicuo materiale documentale dell'opera mongiardiniana, la cui parte più significativa è stata in questi mesi raccolta nel bel libro di Officina Libraria dal titolo "Renzo Mongiardino Architettura da Camera".
Oggi quindi, nell'anno in cui decorrono i cent'anni dalla nascita di Renzo Mongiardino ed in cui il Comune di Milano ha dedicato una bella mostra documentaria alla sua ampia produzione artistica, sia come sapiente architetto di interni che come scenografo di grande talento, i documenti ora ritornati alla luce costituiscono un prezioso contribito di conoscenza e di omaggio al loro autore. Nelle cinque immagini qui riportarte leggiamo la mano sicura di uno dei maggiori maestri d'interior design del XX secolo, il quale, in una delle sue rare apparizioni in veste di scrittore, ha definito il suo stile "surreal neobarocco".



Lo studiolo



In questo scritto, riportato all'interno del catalogo della mostra milanese, il maestro dell'"architettura da camera" prende le distanze non solo dal modernismo, pur essendo egli stato allievo di Gio Ponti e, per un certo periodo giovanile, anche estimatore di le Corbusier, ma anche dal postmodernismo, il cui atteggiamento ironico denuncia un complesso d'inferiorità nei confronti dell'antico, che ne limita il libero dispiegarsi del linguaggio secondo formule maggiormente e totalmente creative. Se ne deduce che il suo fluido e spontaneo appoggiarsi alla storia, piuttosto che alle incognite di un futuro tutto ancora da inventare, sia per lui il veicolo d'una più libera ma anche più sicura interpretazione degli  intimi e talvolta occulti autentici desideri dei suoi committenti, il modo di creare uno sfondo alla loro personalità, fornendo loro un palcoscenico nel quale ben rappresentarsi.


Enrico Mercatali
Milano, 10 ottobre 2017

P.S.

L'ironia della sorte ha voluto che, se delle immagini della sistemazione mongiardiniana è avvenuto sia pure tanto tardivamente il ritrovamento, e la avvenuta loro pubblicazione, della sistemazione successiva, quella realizzata dal sottoscritto in quogo della precedente, non sono mai state ritrovate fotografie che ne potessero documentare quanto meno la riuscita del prodotto finale rispetto alle aspettative dei committenti, se non proprio la possibilità di un confronto tra un "prima" e un "dopo" così diversi tra loro.

E.M.
Lesa, 13/10/2016

05 October 2016

Il "surreal neobarocco" Renzo Mongiardino - Una storia d'iconoclastia






Quando io, iconoclasta
del "surreal neobarocco"

Renzo Mongiardino



Verso la fine dei settanta, senza averlo deciso di persona, tuttavia con un certo sensibile piacere, ho vissuto l'esperienza di ordinare la demolizione, entro una casa d'appartamenti costruita dai BBPR nel centro di Milano, di un arredamento su tre piani (con attico, superattico e giardino pensile) che qualche anno prima era stato realizzato, nientemeno che (così penso oggi) da Renzo Mongiardino.

Proprio ora Milano, al Castello Sforzesco, ne celebra la figura d'artista, architetto e scenografo in una mostra a lui dedicata nel centenario dalla nascita, la quale, come fa ogni buona mostra commemorativa, ne analizza e ne divulga le qualità. 

Quell'arredamento di cui ho accennato più sopra, spazzato via ormai quasi cinquanta anni fa, definitivamente cancellato dalla futura memoria, eseguito nello stile inconfondibile "surreal-neo barocco" del suo autore, come lui stesso amava definirlo, se fosse stato conservato dai suoi proprietari anzichè sostituito da un altro dallo stile totalmente diverso e per quel tempo in un certo senso assai più "accademico", del quale io stesso sono stato l'autore, sarebbe forse oggi anch'esso annoverato in quella mostra milanese, o pubblicato nell'ampio volume "Architettura da camera", che Officina Libraria ha pubblicato per l'occasione. 


massimo interprete del gradimento abitativo
delle più elevate classi sociali al mondo 



Sopra al titolo: Renzo Mongiardino a Potsdam nel 1991.
Qui sopra: allestimento della mostra dedicata a Renzo Mongiardino (Milano Castello Sforzesco, Cortile della Rocchetta,  28 settembre - 11 dicembre 2016). Espositore-zigurrat disegnato da Michele De Lucchi. Sullo sfondo un affresco recentemente scoperto e restaurato del Bramantino, al centro della sala lampadario disegnato dagli architetti BBPR per il restauro del Cortile della Rocchetta nel 1963. 


La mostra, dopo tanti anni di totale indifferenza critica, è stata allestita proprio al fine di omaggiare, restituendolo alla curiosità degli studiosi ed all'intera collettività professionale che fin lì lo aveva snobbato, colui che ha creato gli spazi dentro ai quali si sono così ben rappresentati tutti i personaggi d'altissimo bordo quali i Rotschild, gli Agnelli, i Thyssen-Bornemisza, gli Hearst, gli Heinz, che avevano affidato alle sue cure gli ambienti delle loro case. E così come questi anche gli Onassis (epoca Jacqueline Kennedy), e quindi poi anche Maria Callas, Gianni Versace, Giorgio Armani, Franco Zeffirelli e così via comprendendo Elisabeth Taylor e Richard Burton, Rudolph Nureyev, Valentino, e così dimenticandone chissà quanti altri. Gradimento da parte di una committenza tanto in vista che è divenuto esso stesso fattore discriminante, per l'alta peculiarità di status di quella committenza, ed attraverso le campagne di stampa all'uopo concepite, delle intrinseche qualità di un'opera così capabiamente convinta d'avere una propria legittimità, pur totalmente estranea come era allora al binario tracciato dalla storia del moderno nello scorcio del XIX secolo ed agli inizi del XX, ed una propria ragione, nel ritagliarsi uno spazio nel quale ha giustamente preteso di poter esistere, e che anche la critica d'oggi le assegna senza più traumi ideali nè reticenze.



fervente antagonista 
del percorso stilistico tracciato dalla modernità




Nello scorrere dei '70, dopo le avvenute battaglie di potere e di cultura dentro alle università, e dopo gli anni di piombo che hanno portato nelle strade molta volenza scaturita proprio dai forti elementi di contrapposizione che la società stava sempre più evidenziando, il giovane neolaureato quale io allora ero ha aderito con piacere all'idea, che l'occasione professionale sottendeva, di oltreppassare le "anticaglie" del maestro milanese proponendo tagli più moderni ed attuali degli spazi che Mongiardino aveva allestito per i medesimi committenti alcuni anni prima, totalmente estraniandosi dagli insegnamenti delle nuove leve dell'architettura che, dagli stessi BBPR avevano preso le mosse coniugando le avanguardie storiche alle nuove esigenze  urbane post-sessantottine. In quel clima, in una fase in cui ampia diventava sempre più la forbice che divideva gli strati sociali molto elevati da quelli medi, pochi si accorgevano dell'esistenza di artisti quali Mongiardino, che a quel tempo agivano silenziosi su di un segmento della scena internazionale, peraltro modesto in dimensioni, e totalmente privo di divulgazione teoretica massiva.




maniacale assertore di un decoro storico
che parli una lingua sempre attuale



Appartamento all'interno del palazzo Odescalchi, Roma, 1969. Sala da pranzo e salotto.



Poi, inviati alle discariche tutti quei preziosi manufatti in legni pregiati, a suo tempo realizzati dalla miglior artigianalità italiana oggi scomparsa, riccamente impreziosita da fregi scultorei dorati, dettagli decorativi realizzati su misura, diedi avvio alla realizzazione di un algida, razionalista e minimale veste a quegli spazi costruiti sulle istanze d'una funzionalità domestica tutt'affatto diversa ed estranea alle esigenze rappresentative di uno status griffato, quanto improntata alle più severe mode che l'interior design di quel periodo stava imponendo.

 e strenuo avversatore
dell'ironia post-moderna




Sala di lettura a finte tarsie della casa di Philip Sharp a New York,


ho cancellato una autorevole testimonianza 
d'una orgogliosa critica al moderno


L'opera mongiardiniana della quale avevo ordinato la demolizione, se fosse stata conservata anzichè definitivamente cassata da un appartamento del centro di Milano alla fine dei '70, oggi avrebbe certamente potuto arricchire la mostra che questa città ha dedicato al Maestro dell' "Architettura da Camera". Ma anche priva di quel contributo la mostra certamente riuscirà ad arricchire un dibattito, forse solo agli inizi, che renderà ragione al raggiungimento odierno d'una pluralità linguistica del messaggio architettonico, con buona pace anche dei più assertivi archistars del moderno. Questo, tra presente proiettato al futuro e passato quale materiale sempre vivo nel presente, può indicare ancor più compiutamente all'uomo di oggi la strada di un domani forse più confacente al suo spirito più profondo e alla sua reale e contestuale idea di benessere.


Enrico Mercatali
Milano, 1 ottobre 2016

21 July 2016

E S C H E R Dalle geometrie del paesaggio italiano ai giocosi paradossi tridimensionali





E     S     C     H     E     R



Le
geometrie del paesaggio italiano
e  i
giocosi paradossi tridimensionali



dall'
arte della tassellatura
 alle 
morfoevoluzioni grafico-matematiche





La mostra milanese a Palazzo Reale, sulla figura artistica di Mauritz Cornelis Escher ha il grande pregio di mettere in luce la straordinaria evoluzione della sua produzione, che lo ha portato, lungo il percorso della sua vita che si snoda tra i primi anni del Novecento fino ai primi anni '70, a movere i suoi primi passi entro i caratteri tipici dell'iconografia Deco fino alle più spericolate sperimentazioni moderniste della grafica d'avanguardia.

 


Qui sopra: Escher, veduta di Scilla, in Calabria, gennaio 1931, litografia. L'orografia del piccolo comune legato alle leggende mitologiche del mostro omerico che divorava le navi, riuscì ad ammaliare Escher, che lo ritrasse meticolosamente, mettendone in evidenza il perfetto connubio tra abitati, sperone roccioso e spiaggia con barche.

Più sopra: Escher, veduta di Morano Calabro, ottobre 1930, Xilografia. Il paese della Basilicata fu uno degli ultimi luoghi del lungo viaggio a piedi che l'autore fece in terra calabra. Qui la straordinaria tecnica incisoria già estremizzava geometricamente le forme dei singoli edifici e dell'interas collina a forma di cono, mostrando tutto l'interesse che l'autore poneva proprio in questo rapporto biunivoco tra la precisa stereometria delle realizzazioni umane ed il paesaggio circostante, definito quale sfondo.

Più sopra ancora, dopo il titolo, la veduta di Goriano Sicoli, luglio del 1929, litografia. Anche in questo paese d'Abruzzo Escher, in viaggio assieme all'amico Triverio, già sintetizzava il perfetto cono capace d'inscrivervi l'intero borgo. Talvolta, come in questo caso, il paesaggio veniva popolato da campi e figure capaci d'integrare perfettamente tra loro le geometrie complessive della composizione. Ciò che ora è solo un puro ed attento approccio analitico, diverrà nel tempo anche un più ampio reticolo di precisi rapporti matematici, capaci di regole combinatorie complesse e ricche di misterioso fascino.



Ma il pregio della mostra sta, non tanto nell'evidenziare i cambiamenti, anche molto marcati tra un periodo e l'altro della sua indagine, quanto nell'essere stata capace di trasmettere le invarianti di quel lungo e articolato percorso. Sono proprio queste permanenze a costituire l'ossatura potente del suo messaggio, tanto moderno quanto attualissimo ancora oggi. In cosa consistono tali caratteri permanenti e sempre presenti nel suo lavoro? 




La costanza, la perseveranza d'un metodo d'indagine, che sa tradursi in un mix personalissimo costantemente in bilico tra precisione tecnica e coerenza linguistica, tra scrupolosa traduzione grafica del dettaglio e didascalica intenzione concettuale. Questo approccio era fondato, fin dai primi tempi giovanili sull'attrattiva per il paesaggio italiano dei borghi medioevali, che lo portava, con scrupolo quasi maniacale, a riprodurne, in compagnia dell'amico Joseph Haas Triverio, gli aggregati di case e campanili in arditi scorci d'evidente interesse per le regolarità geometrico-spaziali. Ma successivamente a tale fase una indagine meno intuitiva e più scientifica è stata mediata dal gusto grafico decorativo, tipico di quell' epoca, per la tassellatura, ovvero per il gioco ad incastri puzzle di forme liberamente disposte sul piano. 





Qui sopra: Riempimento a mosaico (plan filling II), litografia del 1957. Una cinquantina di figure diverse si incastrano perfettamente l'una nell'altra. Escher è stato qui uno dei primi a dare una dimostrazione di particolare abilità. Tale gioco ha ispirato più tardi nel tempo molti analoghi "giochi" per ragazzi o pezzi di design "da tavolo": uno dei più noti, prodotto da Danese (Milano), è stato disegnato da Enzo Mari, sicuramente ispirandosi a questa litografia di Escher.
Più sopra: di Koloman Moser Forelenreigen, litografia pubblicata in V edizione di E.A. Seemanmer Sacrum, quaderno del 1899. Successivamente pubblicato nella più prestigiosa rivista della Secessione Viennese. Ben prima di Escher quindi il gusto dell'Art Nuveau aveva sperimentato le possibilità decorative della cosiddetta "tassellazione", ovvero degli incastri perfettamente combacianti tra figure diverse tra loro incastonate.




Più sopra: Escher, Cubic Space Division, 1952. Qui l'autore, costruendo un reticolo tridimensionale piuttosto inquietante, si ispira ad una decorazione rinascimentale che probabilmente aveva visto in un fregio della pavimentazione del Duomo di Siena (qui sopra).

Tale ricerca, se in un primo tempo trova il suo spunto nella piatta decorazione Art Noveau, successivamente evolve in più complessi giochi spaziali, il cui interesse travalica la pura forma deorativa per diventare indagine, fatta di regole ferree, della matematica e della geometria descrittiva, con continue divagazioni per il loro opposto, nell'attrattiva ludica della forma impossibile, per l'illusionismo fine a se stesso, per il paradosso. 


Famosa acquaforte di Giovanni Battistra Piranesi dal titolo "Carceri d'invenzione" XIV (1761). In questo disegno l'autore anticipa l'idea di oggetto impossibile, immaginandosi un arco gotico impossibile da costruire realmente, appoggiato com'è a due muri tra i quali è interposta una doppia rampa di scale.



Escher non inventa nulla: semplicemente sonda, analizza, estende,  amplifica, portando alle estreme conseguenze intuizioni di altri, in opere a lui precedenti. Esempi?: Le textures di Koloman Moser Forelenreigen, che già a cavallo tra l'800 e il 900 concepiscono patterns ad incastro di soggetto naturalistico floreale o animale. Oppure il reticolo spaziale di cubi ripreso da una decorazione pavimentale ad intarsio marmoreo dal Duomo di Siena, peraltro di modernissima concezione. Ancora, da Gian Battista Piranesi riprende una rappresentazione grafica di oggetti impossibili da costruire nella realtà (vedi "Carceri d'invenzione, XIV acquaforte del 1761).




Biglietto d'auguri tratto dal "Belvedere" di Escher (1958), opera di Sergio Borrini (1986). Nel collage è rappresentato il gruppo di architetti al quale l'autore di questo articolo apparteneva  (qui rappresentato al centro in basso).


Tra le opere realizzate tra i '50 e i '60 una delle più emblematiche, per la sua semplicità, è il Belvedere, del maggio 1958, basata sul cubo di Necker, ove colonne e scale si appoggiano a piani in modo del tutto impossibile nella realtà. Pur nel loro banale illusionismo tali grafiche escheriane hanno avuto grande fortuna sia di critica che di pubblico negli anni sessanta, tanto da interessare famose case editrici, case discografiche, periodici di grande diffusione nel mondo, nonchè una buona parte dell'arte pubblicitaria di quel periodo che ad esse ebbero ad ispirarsi.




Tema ricorrente nell'indagine morphogenetica di Escher è la deformazione sferica. Qui sopra, la copertina del catalogo della mostra milanese del 2016, la "Mano con sfera riflettente", del 1935, opera realizzata nello studio romano di via Poerio. Nel commentare ironicamente il suo autoritratto l'autore dice: " L'ego dell'artista è invariabilmente al centro del suo mondo". 

Più sopra: la deformazione sferica viene applicata al centro di un balconcino mediterraneo, appartemente ad una casa del centro abitato davanti al porto di Senglea a Malta (1936, lo schizzo sul taccuino di viaggio). Del 1945, invece, è il disegno con la deformazione sferica, tratto dal precedente schizzo


Enrico Mercatali
21 luglio 2016

31 March 2015

MUDEC - Museo delle Culture. Un museo della conoscenza per la fratellanza tra i popoli -. Milano - Ex Ansaldo





MUDEC 


Un museo della conoscenza 
per la fratellanza tra i popoli




MUDEC - Museum of Cultures.  
A museum of knowledge for brotherhood among peoples
Milan - Ansaldo Area



Anche Milano ha ora il suo "Musée du quai Branly". Apre a Milano, infatti, una nuova istituzione, metà pubblica e metà privata, nell'area dell'Ex Ansaldo, ad opera sia del Comune di Milano che di 24 Ore Cultura in partnership. Si chiama MUDEC, acronimo che sta per Museo delle Culture.  E' un museo che da tempo si pensava di realizzare a Milano, per riunire le innumerevoli quanto ricche e prestigiose collezioni etnografiche otto e novecentesche, sia civiche che private, che richiedevano d'essere raccolte entro un unico spazio per essere rese disponibili al pubblico e agli studiosi.

Finalmente il Museo è nato e raccoglie oltre 7000 pezzi, tra oggetti vari ed opere, dalle porcellane preziose del Giappone, alle lacche cinesi, dalle maschere africane, agli idoli in terracotta delle Americhe, a tappeti, tessuti, costumi, ecc., il tutto corredato da documentazione cartografica e fotografica di grande valore.




L'incarico per la realizzazione della nuova sede, dato a suo tempo all'architetto inglese di fama internazionale David Chipperfield, ha prodotto un bell'edificio architettonico, di circa 17.000 metri quadrati, già approdato su un tavolo di polemiche per la mancata accettazione da parte del progettista di un pavimento che, pare, non sia stato realizzato secondo progetto.

Ma, al di là delle polemiche, tutta l'operazione sembra essere ben lievitata e pronta per essere infornata presso il pubblico. Difatti, anche se non tutte le parti delle collezioni implicate, per lo più nate da raccolte private, pubblico e critica hanno già potuto sperimentarne gli spazi, i servizi, la collocazione delle raccolte della parte stabile del museo e la realizzazione delle prime due mostre collaterali preparate per l'inaugurazione. Di queste, una è dedicata all'Africa, e allo spirito che anima la sua produzione oggettuale e artistica, intitolata "Africa, la terra degli spiriti", prevalentemente incentrata sul tema delle maschere.




La seconda dedicata alle storiche esposizioni internazionali svoltesi a Milano all'inizio del nuovo secolo.  Negli allestimenti di queste, specialmente in quella più ricca di testimonianze, quella del 1906, aleggiavano intensi gli esotismi tanto cari ad una cultura che da decenni, e per molti anni ancora, annaspava alla ricerca di uno stile che caratterizzasse l'epoca, spesso ricalcando le orme delle epoche passate, a volte richiamandone gli stili o i riferimenti alle culture lontane che costituivano vere e proprie mode, a causa di un turismo di elite che ne riportava a casa oggetti e supellettili da collezione, oltre alle prime immagini fotografiche.



Padiglioni stranieri all'Esposizione Universale di Milano del 1906, in una cartolina d'epoca dal titolo "Il Cairo a Milano".


Le collezioni permanenti del Mudec  comprendono oggetti, arredi, mobili, gioielli, tappeti provenienti dai paesi che sono stati oggetto di vero e proprio culto turistico da parte degli "esploratori" europei, specialmente a caccia di "trofei" da collezione, che nulla avevano a che vedere con logiche colonialiste. Ricordiamo qui, tra tutti Manfredo Settala, che fu uno dei più importanti collezionisti nel '600, e la sua Wunderkammer, qui riconfermata nel museo, ove sono stati reperiti 100 pezzi ripartiti in sezioni: "naturalia", "mirabilia" ed "exotica".
 



Esposti al MUDEC, tra gli altri, questi oggetti (dall'alto): Maschera africana in legno dipintom e saggina; un Cavaliere, dell'Atelier Bamana di Segou, nel Mali, inizio XX secolo, in legno nero; "Poggiatesta" della Repubblica Democratica del Congo, della fine del XIX secolo, in legno decorato con collane di pietra; portapietre raffigurante un cane, proveniente dall'asia orientale, in metallo laccato; coppia di gemelli, Atelier Yoruba di Igbuke a Oyo, Nigeria, inizio del XX secolo, in legno e perline di vetro; pipa africana antropomorfa, in radica e avorio; statua per uso magico-religioso, in legno, pelliccie, piume, collane in pietra.



Allestimento della mostra "Gli spiriti dell'Africa",  al MUDEC di Milano per l'inaugurazione.


Enrico Mercatali
Milano, 28 marzo 2015