THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

18 December 2012

"L'architettura del mondo - Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi"




L'ARCHITETTURA  DEL  MONDO



Ingresso alla mostra "L'architettura del mondo" alla Triennale di Milano (fino a febbraio 2013)


Progetti e grandi realizzazioni 
cambiano il pianeta.


Piccoli e grandi segni di cambiamenti epocali 
creano nuovi paesaggi


Oggi è il ritmo dei cambiamenti che stupisce, rispetto a quelli ai quali eravamo abituati anche solo trenta, quaranta anni fa. E così, dicono gli storici, fu più veloce il Novecento dell'Ottocento, e quest'ultimo rispetto al Settecento. Si avviò proprio nel "Secolo dei Lumi" la Gran Corsa, rispetto ai secoli precedenti, nei quali regole assai "certe" sapevano reggere il peso d'una continuità pressochè inalterata nel tempo. Ebbene oggi, in questi ultimi pochi decenni il mutamento è tale che non riusciamo più, neppure come singole persone, ad evitare di stupirci ogni qual volta ritorniamo in un luogo conosciuto, che già lo vediamo cambiato. I cambiamenti sono ad ogni livello e grado: grandi strutture e infrastrutture cambiano il volto del mondo, facendo nascere nuovi paesaggi. ma anche il dettaglio cresce e sviluppa novità e cambia il significato delle cose. Un esempio di tal genere lo vediamo nella foto sotto al titolo ove un semplice pilone dell'alta tensione cambia forma, diventando "Sostegno Germoglio" nel disegno di Giorgio Rosental e di Hugh Dutton, mentre sopra al titolo ci rendiamo conto, all'opposto, di quale e quanto impatto sia possibile oggi nel paesaggio determinare tramite un ponte, ma anche quanto questo impatto sappia farsi "pura arte", e non più solo ingombro o bruttura, nei progetti di Norman Foster per il viadotto di Millau in Francia. Cambiano i paesaggi, ma ora non più necessariamente in peggio, se e quando la progettazione diventa mezzo di virtuose interpretazioni non solo dei bisogni, ma anche dei caratteri di un luogo, e di più leggeri e consoni modi di viverli. Qui sopra due immagini (interno e veduta zenitale esterna) della Stazione passante Berlin-LertherBahnhof del 2006, di GMP Architekten von Gerkan, Marg und Partners.


L'oggetto della grande e ben documentata mostra milanese alla Triennale, organizzata dalle associazioni nazionali dei costruttori edili in collaborazione con il Comune di Milano e con numerose istituzioni tecniche e scientifiche nazionali ed internazionali, è un escursus davvero ampio sulle modificazioni fisiche, ma soprattutto ideali e programmatiche che si sono verificate a partire dall'Europa e dall'America ai primi del '900 ad opera di pensatori, amministratori, architetti e costruttori che hanno saputo anticipare quanta e quale rivoluzionaria trasformazione la portata gigantesca che i nuovi modi di produzione, assieme alla creazione di nuove tecnologie, avrebbero potuto determinare di li a poco tempo.



Qui sopra alcuni degli esempi, che sono stati riportati nella mostra, di quanto agli albori del XX secolo, e durante tutta la prima metà di esso, l'attività di ingegneri e architetti abbia teso ad dare forma nuova e simbolica ai grandi interventi pubblici in campo urbano, specialmente quando trattavasi di infrastrutture ferroviarie e metropolitane, e relative stazioni, dotate queste ultime di iconoca riconoscibilità ed estensività territoriale: una architettura del mondo perciò, che partendo dalla grande città assurge alla scala territoriale attraverso una particolare evidenza sancita dalla forma e dalla speciale qualità che questa assume nell'adempiere a questo compito. Dall'alto: Vienna, la Stazione di Karl Plaz di fine ottocento, di Otto Wagner; Parigi, ingresso del Metro, 1898-1904, di Hector Guimard; Valle Ossola (Italia), disegno per la centrale idroelettrica di Crevola d'Ossola, 1923-25, di Piero Portaluppi; il triplo ponte di Lubiana, 1900-01, di Joseph Plecnik; disegni e progetti per Plan Obus-Algeri, 1930-31 di Le Corbusier; stazione d'aeroplani e treni ferroviari, 1914, di A. Sant'Elia; the Living City, 1958, di F. L. Wright.

La mostra, curata da Alberto Ferlenga, ha inteso mostrare al pubblico la rapida evoluzione avutasi nel mondo, a partire proprio da pochi e ben precisi segni di lungimiranza messi in atto da pochi a cavallo tra il XIX e il XX secolo, tra questi e le epocali opere che hanno davvero operato i più grandi cambiamenti nel modo di vedere e di pensare l'ambiente, ma anche nel vivere gli spazi geografici più ampi delle nostre terre e dei nostri paesaggi.



L'ingegneria e l'architettura delle grandi trasformazioni urbane e territoriali,  oltre a diventare, nel corso del XX secolo, sempre più grandi, tendono anche a qualificarsi e a personalizzarsi, così che, prendendo una loro forma peculiare, possano così rendersi più accettabili perchè riconoscibili. Questo loro processo di identificazione nulla toglie, ovviamente, all'impatto visivo, che diventa veicolo stesso di ampia trasformazione quantitativa e qualitativa di quella scena che chiamiamo paesaggio, nella quale la vita dell'uomo si lega indissolubilmente, per darsi un senso e per sentirsi collettivamente partecipe. Gli esempi che, nella mostra, vengono in tal senso riportati vanno, qui sopra dall'alto, dalla londinese Battersea Powert Station, del 1929-34, di Gilles Gilbert Scott; alla Teleferica di Medellin, presso Bogotà (Colombia); dalle stazioni della Metropolitana di Mosca di Viktor A. Vesnin degli anni '30, ai progetti di Rino Tami per l'autostrada ticinese Chiasso-San Gottardo, dal '63 all''83. Sono esempi molto diversi e distanti tra loro, ma rappresentano il tentativo, in ognuno di essi presente, di dare forza di persuasione all'opera in quanto tale mediante interventi formali, presi dalla contemporaneità oppure dagli stili della storia, tesi a convincere della bontà del mezzo, all'utilità della funzione. In Battersea Station e nelle stazioni della Metropolitana di Mosca sono forme classiche, stilemi del passato, a dare significato collettivo all'opera pubblica. Negli altri due esempi sono le tecnologie o le forti geometrie della semplificazione semantica a convincere il fruitore. Sono sempre i paesaggi puliti e facili da decriptare ad avere la meglio sul caos: questo il messaggio della qualità del moderno, a questo approdano sia il messaggio storicista che quello della contemporaneità.



Assai più disorganici ed episodici, come fece notare Bruno Zevi in un articolo apparso nel 1961 sull'Espresso, confrontandoli con quelli dell'autostrada ticinese di Rino Tami, gli interventi dell'Autostrada del Sole, che comunque costituirono un momento di enorme trasformazione territoriale in Italia a partire dal 1960. L'intervento cambiò completamente il nostro Paese, sia a livello fisico che nella percezione complessiva degli italiani, e lo rese più unito e praticabile. Inopltre segnò l'avvio di una vera e propria turisticizzazione di massa dei suoi territori. Numerosi furono i punti cruciali el suo territorio orograficamente assai complesso, ricco di montagne e vallate. Enormi furono i lavori che comportarono alcuni viadotti, e prestigiose le firme degli strutturisti che vi lavorarono. Fu quella la scuola dell'ingegneria italiana, divenuta famosa nel mondo di quegli anni: Riccardo Morandi, Pierluigi Nervi, Silvano Zorzi, Aldo Favini, Angelo Mangiarotti, Sergio Musmeci sono i nomi dei progettisti italiani più conosciuti, che hanno operato anche in altri paesi europei ed extraeuropei. Se l'"Autosole"non è stata solo una infrastruttura, ma opera capace di dare proiezione al futuro a un'intera economia d'un paese, essa è anche stata, come anche altri interventi autostradali in Italia, a volte, ed in non pochi casi, anche un vero e proprio "mostro divoratore di paesaggio". La scarsa attenzione che in taluni tratti di essi si è verificata, in incontaminate vallate appenninico, o in ambiti urbani già densamente abitati, ha stravolto l'ambiente in modo irrimediabile, causando diseconomie e notevole spreco di riserse.



Una infrastuttura di recente realizzazione ad Albisola, in Liguria: una vecchia galleria ferroviaria ad un solo binario, da tempo in disuso,  è stata trasformata in una moderna pista ciclabile e pedonabile


Nello scorcio dell'ottocento appena indistrializzatosi progettisti geniali hanno tracciato i primi segni fondamentali di quel cambiamento che sarebbe divenuto tumultuoso nella sua seconda metà del XX secolo e travolgente a partire dal nuovo secondo millennio. L'intuizione fu quella d'aver segnato consolidati tessuti urbani con edifici o infrastrutture capaci di far intuire cambiamenti di scala, o già di sperimentare, di questi, gli effetti. Nella mostra disegni e plastici riconducono ai primordi di questa attività facendo intuire quanto questi primi approcci alla grande scala facessero presagire il vero grande fisico cambiamento che è oggi sotto gli occhi di tutti, specialmente al centro delle aree metropolitane più grandi e dense del mondo, ma anche talvolta sul territorio, quando investito dalle grandi trasformazioni dovute all'infrastrutturazione, ai grandi eventi necessitati dalla ricerca di nuove fonti energetiche, alle opere che regolano i grandi fenomeni geo e meteo-dinamici.



Esempi di progettazione alla scala territoriale, riportati nella mostra di Triennale, che, traendo spunto da un singolo intervento di totale riconsiderazione d'un impianto urbano (come nel caso del progetto di Kenzo Tange per la baia di Tokyo, o nel recupero della newyorchese High Line - ex linea ferroviaria dismessa, in un nuovo parco lineare urbano del 2009-11), oppure anche da un solo edificio dall'alto valore simbolico e fortemente impattante nellp skyline o nella fisionomia della città o del territorio (come nel caso di Linked Hybrid di Steven Holl a Belijung in Cina -2009, o nel Millennium Dome di Richard Rogers a Londra del 2000, o nel progetto per la stazione TAV ad Afragola-Napoli di Zaha Hadid, o nell'Università della Calabria di Vittorio Gregotti del 1973, o nella centrali ENEL di Porto Corsini presso Ravenna e di Priolo Gargallo presso Siracusa,  di Michele De Lucchi).


L'Italia può mettere in luce, quale proprio apporto all'evoluzione mondiale della infrastrutturazione del pianeta quanto ha realizzato sul proprio territorio specialmente a partire dagli anni '60, con la realizzazione, tra i primi stati del mondo,  del sistema autostradale che ha avvicinato il Mediterraneo alla Mitteleuropa, col suo complesso sistema di viadotti e gallerie, alcuni di questi tra i più arditi al mondo, realizzati da ingegneri che si sono distinti anche all'estero per la loro creatività ed altissima professionalità. Al sistema autostradale è stato affiancato, in epoca più recente, un sistema ferroviario per l'alta velocità tuttora in fase di realizzazione. Nel corso di tale processo di marcata integrazione territoriale si sono prodotte opere importanti, ma si sono anche operate scelte a volte anche assai deleterie quanto ad inserimento ambientale e ad impatto urbano, i cui errori sono ora difficilmente rimediabili. 


Impianto di produzione di energia elettrica con pannelli solari in Spagna


Nel complesso di tali interventi il territorio italiano è stato punteggiato anche da opere di importante significato simbolico il cui peso architettonico, sia civile che industriale, ha saputo dare pregio ai luoghi senza nulla togliere alla bellezza preesistente del paesaggio. Una sensibilità particolare in tal senso è oggetto di interesse da parte della mostra "Architettura del Mondo, Infrastrutture, Mobilità e Nuovi Paesaggi. Vi vengono riportati centinaia di esempi in tutto il mondo che la breve dimensione di questo scritto rende impossibile ricordare. Tale sensibilità, specie dimostrata dalle più giovani generazioni di architetti, è oggi riscontrabile in opere anche di modeste dimensioni, quali ponti ciclo-pedonali, pensiline alle fermate di tram e autobus, passeggiate recuperate ai vecchi tracciati ferroviari, scale-mobili all'interno di centri storici, torri-osservatorio, punti di osservazione, teleferiche e cabinovie, stazioni della metropolitana, centrali idroelettriche, sottostazioni elettriche, ecc. Alcuni di tali esempi abbiamo riportato in foto in questo testo, ma poche ancora sembrano le realizzazioni sul territorio italiano che siano capaci di imporsi per forza simbolica e capacità di segno, come invece avviene ormai ovunque in tanti esempi stranieri.



Alcuni esempi di una progettazione su ampia scala pianificata, di strutture dalle dimensioni epocali che hanno segnato la storia dei Paesi che ne hanno intrapreso i lavori, sono costituiti, per quanto riguarda l'Italia, ad esempio dal Progetto Mose (dighe mobili) per Venezia, che da lunghi anni opera nel tentativo di preservare la laguna dalle acque alte, o dai tentativi intrapresi in Africa e Asia per arrestare l'avanzata dei deserti, o il Prairie States Forestry Project, quale sistema frangivento attraverso gli Stati Uniti d'America lungo 3.200 chilometri, che è stato varato da Raphaerl Zone (vedi sopra un manifesto dell'epoca e la foto del suo promotore) nel 1935,  col fine di ridare slancio ad una delle zone agricole più importanti ed estese del mondo.



L'utilità della mostra è quella di mostrare quanto potrebbe una progettazione, che tenesse conto della grande rete mondiale delle informazioni (non casulamente l'ultima stanza della mostra evidenzia una grande rete luminosa che fascia e riempie il vuoto del locale - vedi foto sopra), quanto potrebbero in essa le buone idee, e quanto potrebbe una lungimirante politica di opere pubbliche se anche nel nostro Paese si intraprendesse il buon principio d'una maggiore attenzione alle preesistenze, a tutto ciò che forma il paesaggio che ci è stato tramandato dai secoli, a quanto tutto ciò significhi per la nostra identità nazionale ma anche per il migliore sviluppo di una risorsa che forse per noi è la maggiore, e la più importante, quella del turismo. Una attenzione a quanto le più grandi opere compiono quando  irrompono nell'ambiente ma anche una attenzione al dettaglio che ogni cosa nuova si faccia sia appropriato e significativo, anzichè totalmente avulso, come ancora troppe volte avviene, dalla logica dell'assieme, dalla uniformità linguistica del contesto, e dalla sua valorizzazione.
Una bella ed istruttiva mostra, questa in Triennale, forse fin troppo densa di esempi e proposte per essere facilmente capita e ricordata.

Enrico Mercatali
Milano, ottobre 2012
Aggiornato 18 dicembre 2012





15 December 2012

Da Milano al Vergante, sulle orme dei Visconti - di Eliana Frontini (introduzione di Enrico Mercatali)





Nella tradizione di un lavoro che Taccuini Internazionali svolge fin dalla sua nascita, teso a rintracciare i collegamenti, i legami e i nessi che rendono uniti il Lago Maggiore a Milano, e all'infinita rete che tra essi e da essi si dipana ed irradia nel territorio padano ed insubrico, proponiamo questo articolo dell'amica Eliana Frontini, studiosa ed esperta di vicende storiche ed artistiche, antiche e moderne, di quest'area, le cui righe già più volte abbiamo pubblicato sulle nostre pagine. Basti ricordare quanto il simbolo del Biscione, qui sopra riportato, abbia avuto peso nella tradizione lombarda che dal Castello Visconteo e Sforzesco di Milano conduce fino alle grandi intraprese industriali più recenti, per comprendere il legame profondo esistente tra le sponde occidentali del Lago Maggiore, ove la dinastia dei Visconti ebbe origine, e la città di Milano delle cui Signorie, essi prima, e gli Sforza poi, furono i rappresentanti. Già nelle nostre pagine il Castello di Milano, oggi balzato alle cronache per il nuovo allestimento che nelle sale dei suoi musei si intende realizzare del più importante tra i suoi tesori, la "Pietà" Rondanini" di Michelangelo, aveva tempo fa trovato spazio (vedi, dal nostro archivio, "A Milano, simbolo della leonardesca città ducale, il Castello Sforzesco" (http://taccuinodicasabella.blogspot.it/2012/09/castello-sforzesco-simbolo-milanese.html).
 


Sulle orme dei Duchi di Milano
nei territori viscontei dell'Alto Vergante


di Eliana Frontini 




Nel territorio del Lago Maggiore esistono vive e reali testimonianze della grande dinastia dei Visconti, soprattutto nei paesi dell'Alto Vergante. proponiamo quindi di seguirci tra invorio, Colazza, Nebbiuno e Massino  alla riscoperta delle vestigia di questa importante genealogia.

I Visconti furono una famiglia che governò Milano durante il Medioevo e all'inizio del Rinascimento, dal 1277 al 1447. Il ramo principale della dinastia dominò la scena politica dell'Italia settentrionale fino al 1447, anno della morte senza eredi legittimi di Filippo Maria Visconti: Ai Visconti subentrarono allora gli Sforza, per via del matrimonio di Francesco Sforza con Bianca Maria Visconti, figlia legittima dell'ultimo duca. I Visconti nel periodo del loro massmo splendore alimentarono le più fantastiche leggende sulle loro origini. La creazione di genealogie fantasiose all'epoca era di moda, in realtà le origini del ramo della famiglia Visconti che per secoli dominò Milano sono decisamente più prosaiche e modeste. I Visconti erano infatti i signori di Massino (l'attuale Massino Visconti), piccolo villaggio sulle rive del Lago Maggiore, dove risultano presenti dal XII secolo come vasalli arcivescovili.



 

Il loro cognome deriva dal latino "vices comites", vice-conti. In termini storici si ritiene si trattasse di una delle famiglie di capitanei che l'arcivescovo Landolfo (978-998) investì dei feudi detti caput plebis. La documentazione relativa risale al 1157 e da essa risulta come i Visconti fossero titolari del capitanato di Marliano (l'odierna Mariano Comense). In epoca coeva, comunque prima del 1070, ottennero l'ufficio pubblico di visconte, che poi diventò ereditario in tutta la discendenza maschile. Ben presto la famiglia si suddivise in diversi rami, alcuni dei quali investiti di feudi lontani da Milano, mentre il ramo che diede alla città la dinastia signorile viene fatto discendere da Umberto, deceduto nella prima metà del XII secolo.




La torre di Invorio


Inizieremo il nostro itineraio da Invorio, dove nel 1250 vi nacque Matteo I Visconti, Signore di Milano. Al centro del paese, attualmente all'interno di una proprietà privata, si trova la torre viscontea. Essa faceva parte di un complesso di edifici risalenti al XII-XIII secolo, costituenti un castello, distrutto tra il 1356 e il 1358, ne sono presenti ancora tracce delle mura. La torre, in sasso lavorato, è alta circa 16,5 metri. A circa 5 metri dal suolo, sul lato meridionale, presenta un'apertura sopra la quale è posto uno stemma in marmo dei visconti. La parte superiore ha una merlatura ghibellina a coda di rondine, aggiunta alla struttura originale nel XIX secolo. Passeggiando per il centro del paese, che ha mantenuto l'impianto dell'antico borgo medioevale, si incontrano diverse tracce del passato visconteo, soprattutto negli stemmi che ancora ornano alcuni edifici.
A breve distanza da Invorio vi è il comune di Colazza, paese in cui anche,  dal XIII secolo, regnarono i Visconti. Le tracce del passaggio dei futuri signori di Milano sono visibili oncor oggi nel quartiere denominato proprio "il castello", precisamente nelle mura che oggi si trovano in via Umberto I. Dal 1814, in seguito all'abdicazione di Napoleone avvenuta il 6 Aprile, ed alla conseguente restaurazione in favore della monarchia, Colazza divenne possedimento dei Savoia.




Il panorama attorno al nucleo antico della Campiglia di Nebbiuno, e il Lago Maggiore. Tutta l'area è al centro dei possedimenti viscontei nel XIII secolo



Da Colazza raggiungeremo Nebbiuno: qui le vestigia viscontee possono essere ritrovate nella zona del paese denominata "Campiglia": un antico borgo medioevale anticamente fortificato che si trova lungo la strada che porta a Massino Visconti. Era un tempo nota come Frazione Torre ed in origine era strutturata come un borgo autonomo. Un  tempo vi era anche una antica torre di avvistamento di cui oggi resta solo una traccia inglobata in edifici più recenti, cioè un nucleo di case in sasso che ora svolgono la funzione di tenuta agricola. Proseguendo la stessa strada in breve raggiungeremo Massino Visconti, sicuramente il sito ove le testimonianze della dinastia sono più visibili e concrete. Il paese ha dato i natali a Filippo Maria Visconti, poi arcivescovo di Milano. Nei pressi della chiesa parrocchiale potremo trovara una possente torre che reca le date "1548" e "1555", accanto edifici risalenti a diverse epoche successive. Il castello, che sorge all'ingresso del paese, ha subìto diversi rimaneggiamenti: fondato verso il XIII secolo (è nel 1134 che il paese divenne feudo dei Visconti), sicuramente nel Rinascimento fu residenza padronale dove negli ampi magazzini erano conservate le decime che i Visconti ricevevano dalla popolazione, soprattutto vino.
 




Oggi è proprietà privata sempre di una famiglia Visconti ed è sede di eventi pregevoli e spattacolari, anche grazie alla vista sul Lago Maggiore (sono possibili visite telefonando al numero 329.4753783).
In paese merita una visita anche la Chiesa di santa Maria della Purificazione, anticamente detta Santa maria foris portas, cioè posta all'esterno delle mura. La chiesa interessa il nostro itinerario poichè, murate nella parete esterna di sinistra, vi sono alcune pietre sepolcrali dei Visconti.
In fondo al paese, in bella posizione panoramica, vi è l'antica chiesa di San Michele che la tradizione vuole eretta da Ottone I Visconti.


Eliana Frontini 
Novara, novembre 2012
(l'articolo è anche apparso su "Nuovo Sestante")
Fotografie di repertorio (selezionate e didascalizzate da Enrico Mercatali) 

12 December 2012

Nella Grande Mela, i sogni notturni di Irene Kung - di Enrico Mercatali




Nella Grande Mela
il sogno notturno di Irene Kung


Sopra il titolo: Flatiron Building (1). L'edificio Beaux Art è colto, nella foto assiale della Kung, come ancestrale segno primigenio, capace di catturare l'osservatore forse proprio per quel suo essere iper-icona non solo di bellezza architettonica, ma di simbolica essenza, iscritta forse nel nostro dna, di qualcosa che tutto tende a sovrastare, da subire, forse, ma ancor più intensamente desiderare, una divinità magari, o qualcosa che totemicamente la evochi. La sua maestosa peculiarità formale in quella foto vi è elevata all'ennesima potenza, dalla Kung, per via di quella sua magica emersione dal vuoto nero d'una silente e sospesa notte dei tempi, ove ogni contraddizione risolve e svanisce nello spazio-tempo per sottoporci all'incanto d'una estrema estasi.
Sotto il titolo: Guggenheim Museum (2). L'edificio-simbolo della cultura contemporanea newyorkese è fissato, dalla macchina fotografica della Kung, come fosse un UFO, presenza tanto misteriosa quanto inquietante, sollevata da terra come un'astronave in fase d'atterraggio. Il contributo dell'artista alla Metafisica è qui fortemente rimarcato dall'essere il segno stesso della wrightiana spirale una riminiscenza astratta delle antiche torri di Babele, rese ancor più immote e fredde d'apparire onirico generatore di stupore, o quanto meno emblema decontestualizzato di sospetto e attesa. Magrittiano contesto d'un equivocante straniamento, la città della Kung è muta, ma parlante il linguaggio d'una interiorità sospesa, in attesa che avvenga forse una catarsi...


Approda a Milano una mostra della grande artista fotografa italo-svizzera Irene Kung, presso Spazio-Forma, "la Città Invisibile", che ne ospita alcune gigantografie dalla perfettissima esecuzione che ne documentano l'invidiabile abilità tecnica, oltre che naturalmente le spiccati doti di personalissima genialità estetica.
Noi di Taccuini Internazionali ne siamo subito allertati per prendere contatto, finalmente dal vero, con quelle tanto decantate e pubblicate immagini, quanto attrattive, specialmente per chi, come noi architetti, vi riesce ad intuire facilmente le proprietà genuinamente originali e, diciamolo pure,  uniche del genere. 



Irene Kung, Brooklin Bridge


Ne restiamo attratti anche per l'aver saputo che numerose di quelle fotografie sono state prodotte negli States, ed in quella spettacolare città che, per noi europei, costituisce modello e simbolo, di spiccata modernità e di suprema allure culturale, New York, città che particolarmente capta la nostra attenzione per esservici appena recati anche e proprio per riconfrontarci con quegli attributi che più sopra abbiamo ricordato e che, nelle immagini della Kung vengono resi non solo spettacolari, ma anche totalmente decontestualizzati.


Qui sopra, dall'alto al basso: di Irene Kung 4 fotografie di altrettanti grattacieli newyorkesi, il Chrysler Building, l'Empire States Building,  il Lipstick Building e la Beekman Tower.

E' stata quindi volontà di queste pagine proporre anche ai nostri lettori la selezione newyorkese di immagini kunghiane, quale approccio al meglio forse della sua produzione, ed alle qualità specifiche che in esse, per prime, vi emersero, che destarono tanto entusiasmo sia nella critica che nel pubblico, e che riemergono nell'ultima produzione dell'artista (anche visibile nella galleria milanese) con un maggiore apporto di colore, sia pure non rinunciando a quella griffe d'artista costituita dagli sfumati che riducono nel nulla le silouette architettoniche dalla lievitante ed arcana presenza.

Irene Kung: Whitney Museum New York


Il bellissimo catalogo della mostra milanese, raffinata opera esso stesso per l'alta qualità tipografica, per le edizioni Contrasto apre con una dedica dell'autrice ad Italo Calvino, tratta da "Le città invisibili": " L'uomo che viaggia e non conosce ancora la città che lo aspetta lungo la strada, si domanda come sarà la reggia, la caserma, il mulino, il teatro, il bazar. In ogni città dell'Impero ogni edificio è differente e disposto in diverso ordine. Ma appena il forestiero arriva alla città sconosciuta e getta lo sguardo in mezzo a quella pigna di pagode e abbaini e fienili, seguendo il ghirigoro di canali orti immondezzai, subito distingue quali sono i palazzi dei principi, quali i templi dei grandi sacerdoti, la locanda, la prigione, la suburra. Cos' - dice qualcuno - si conferma l'ipotesi che ogni uomo porta alla memoria una città fatta soltanto di differenze, una città senza figure e senza forma, e le città particolari si riempiono".
Ludovico Pratesi, che ne ha curato la presentazione nell'articolo "Le città visibili di Irene Kung", conclude: "Alla cecità omologante della società globale l'artista risponde con una visione tanto precisa da diventare chirurgica, per sgombrare il nostro sguardo dai luoghi comuni e permettergli di vedere al di là della forma, oltre il reale. Città invisibili perchè non viste ma soltanto guardate, che Irene Kung ci svela nella loro natura più intima e segreta".



Note sugli edifici newyorkesi fotografati da Irene Kung:

1- Flatiron Building, 1901,  con i suoi 86,9 metri di altezza è stato uno dei primi e più alti edifici di New York sin dal suo completamento nel 1902. Situato a Manhattan, l'edificio fu progettato dall'architetto di Chicago Daniel Hudson Burnham in stile Beaux Arts su un lotto triangolare compreso tra la 23a strada, la Fifth Avenue e Broadway. La punta dell'edificio è larga solamente 2 metri e si estende per ventidue piani in altezza. E' stato l'edificio più alto della città fino alla costruzione del Park Row Building.
2- Guggenheim Museum, museo di arte moderna e arte contemporanea fondato nel 1937, con sede nella Quinta Strada. La sua sede attuale è un'opera di Frank Lloyd Wright del 1943, tra le più importanti architetture del XX secolo.
3- Brooklin Bridge, 1883, progetto dell'ingegnere tedesco John Augustus Roebling. Primo ponte costruito in acciaio e, per lungo tempo, il ponte sospeso più grande al mondo. Collega tra di loro Manhattan e il quartiere di Brooklyn attraversando il fiume East River.
4- Chrysler Building, 1930, progettato da William van Alen. Fu eretto velocemente (in media, quattro piani a settimana) e nessun operaio morì durante i lavori. La sua guglia, costruita in acciaio inox, fu eretta in cima all'edificio un pomeriggio del novembre 1929 rendendo il Chrysler Building l'edificio più alto del mondo. Van Alen e Chrysler mantennero questo primato per meno di un anno fino al completamento dell'Empire States Building.
5- Empire States Building, 1931, Progettato in stile Art Deco dagli architetti Lamb e Harmon, l'edificio fu completato in soli 14 mesi), anche allo scopo di togliere all'elegante Chrysler Building il titolo di edificio più alto del mondo. Inaugurato il 1° maggio 1931, esso ha 102 piani (per una superficie complessiva di 204.385 metri quadrati) serviti da 73 ascensori e che ricevono luce da 6500 finestre.
6- Lipstick Building,1986, è alto 138 metri e 34 piani. Il nome dell'edificio, progettato da Philips Johnson, è dovuto alla sua particolare forma e al colore: ricordano infatti un rossetto (in inglese "lipstick").
7- Beekman Tower, terminata il 18/02/2011 - Con i suoi 265 metri di altezza distribuiti su 76 piani complessivi, l'edificio, progettata da Frank Gehry, è diventato il grattacielo residenziale più alto di Manhattan. La torre, rivestita con un sistema di facciata continua in acciaio e vetro, presenta l’inconfondibile geometria asimmetrica e ondulata che contraddistingue le architetture del suo autore.
8- Whitney Museum, è un museo d'arte moderna statunitense fondato negli anni trenta, sito a Manhattan, e dedicato principalmente alle opere di artisti americani, tra cui Edward Hopper e Alexander Calder. Attualmente la sede del museo è il palazzo Breuer, sulla Madison Avenue; l'edificio è stato progettato da Marcel Breuer ed inaugurato nel 1966. 
Negli anni ottanta Michae Graves ha studiato la possibilità di ampliarlo e modificarlo, ma l'intero quartiere vi si oppose. Nel 2004 è stato affidato a Renzo Piano l'ampliamento della struttura, con un centro per le scuole, un auditorium e una biblioteca.



Irene Kung maneggia una delle sue gigantesche e accuratissime opere: La Piramide di Pei al museo del Louvre di Parigi



E' in preparazione su Taccuini Internazionali un prossimo articolo: "Irene Kung fotografa l'Italia".


Enrico Mercatali
Milano, 8 dicembre 2012

01 December 2012

il Commond Ground è CAOS: panoramica e bilancio di Biennale Architettura 2012 - testo e foto di Enrico Mercatali


 Biennale Architettura 2012 
 panoramica e bilancio


 il "Common Ground" è Caos



Sopra al titolo:  una ragazza sfoglia una raccolta di annate rilegate della rivista Casabella 
Sotto  al  titolo:  immagine dell'ingresso al Padiglione Italia intitolato al Common Ground




Nonostante che il creatore della Mostra di quest'anno sia un  irriducibile, e per taluni perfino pericoloso "estremista", assertore dell'ordine ad oltranza, nonchè convinto modernista, David Chipperfield, inventore anche del "diversamente funzionale" titolo "Common Ground" (terreno comune), e sostenitore della tesi che occorrano oggi comuni livelli di riferimento (se non addirittura di linguaggi) per procedere a sicuro buon fine nelle attività progettuali dell'architettura, il bilancio che ne possiamo trarre alla conclusione della sua visita, a pochi giorni dalla chiusura, è:

!!!  C A O S  !!!
........


Un pozzo veneziano, uno delle centinaia che presenziano nei campi e campielli di Venezia, designando un sito d'incontro, un luogo di scambio, un cardine della vita sociale della Repubblica Serenissima, ove si raccoglieva l'acqua potabile e dove si "ciacoava", magari di gossip. L'autore della mostra ne ha colto l'essenza simbolica di "common ground", un punto di forza inalienabile e sostanziale, qualcosa d'analoga simbologia e di egual forza che oggi manca.


La Mostra si articola in diversi piani, che partono dal suo nocciolo, allestito presso il Padiglione Italia, dove hanno potuto dire la loro i numerosi progettisti invitati ed i relativi teams, nei padiglioni nazionali che hanno presentato le loro specifiche proposte, e le ulteriori rappresentanze selezionate per le esposizioni all'Arsenale. Ognuno, in essi, ha espresso il proprio parere o proposta relativamente alla tesi della direzione. Common Ground voleva vagheggiare un principio ordinatore capace di dare fondamento alla disciplina del progettare, e del costruire. Esso voleva porsi come suggerimento, ma anche come cardine risolutore, quanto meno come proposta di discussione per cercare riferimenti condivisi, forse. 



Tra gli invitati qualcuno si è chiesto cosa dovesse intendersi per Common Ground, dandosi alcune risposte, e proponendole anche al pubblico: "l'architettura non dipende dalle condizioni del design, ma è design delle condizioni", oppure: "l'architettura non è soltanto ciò che sembra, ma è ciò che fà". "E' l'idea, non la forma, ciò che distingue l'architettura dal mero costruire", e così: "Figura/pianta - l'architettura non è tanto la conoscenza della forma, ma una forma di conoscenza".




Norman Foster propone alcune impressionanti gigantografie a colori degli interni dell'edificio della Bank of Tokyo, in un momento di totale svuotamento di pubblico, riprese con la massima definizione del dettaglio. Le foto sono splendide e danno davvero una idea dell'ampiezza della sala principale interna dell'edificio. Sembra di udire perfino l'assoluto silenzio che in essa vi domina. Ma una seconda foto mostra quanto accade, in contemporanea, nella sala sottostante alle grandi vetrate orizzontali, popolata da festanti e rumorose genti di colore, attente ai loro commerci,  cui vengono affittati gli spazi quando quelli della banca sono chiusi al pubblico. Una sensazione di profondo disagio pervade il visitatore nell'assistere a comportamenti umani tanto dissonanti con la vita propria di un edificio dalla personalità tanto spiccata, quanto capace d'essere forse "terreno comune"per così opposti usi.


Ma il risultato è davvero sorprendente: ad oggi ampiamente commentato da giornali e riviste specializzate nonchè da tutta la critica nazionale ed internazionale e dalla rete,  esso è stato quanto di più vago e dissonante, eterogeneo e dispersivo mai forse prima d'ora si fosse visto alla Biennale veneziana in tanti anni, in decenni perfino. Roba da fare invidia a quelle edizioni nelle quali questo effetto era ricercato ed auspicato, quali quelle di una decina di anni fa che si fregiavano di mostrare più le differenze che le uniformità, o ancor più quella che ancor oggi tutti ricordiamo, d'una trentina d'anni fa, nella cui Strada Novissima, secondo il suo direttore Paolo Portoghesi, poteva apparire di tutto fuorchè una Regola, particolarmente quando questa fosse espressione di Modernità. Oggi Caos è dire poco, proprio quando, vi si voleva far emergere, sia pure tra le pieghe, magari solo come vago cenno (troppa umiltà e certo anche troppo fair play, caro direttore), il suo contrario, e quando la specifica selezione degli invitati pareva voler esprimere una tendenza. 





Componenti di spiccato neopalladianesimo, producendosi in eservizi di variazione piranesiana, si alternano con la massima disinvoltura, e senza filtri di catalogazione o di semplice distinguo, a pratiche di analitico, e quasi scientifico, organicismo, così mostrando, non tanto nel convincimento di ciscun progettista invitato quanto nel reale svolgersi del confronto tra invitato ed invitato, non già l'idea dell'esistenza di un possibile terreno comune di lavoro, quanto che di comune si possa vivere unendo i soli estremi, così smentendo, della tesi generale, non già il fatto che esista sempre un nesso tra le cose, e perciò una comune possibile via d'accesso alla loro interpretazione, ma che possa esistere in esse il senso stesso del possibile.
Dal reazionario anelito classicista di Hans Kollhoff alle catalogazioni ossessivamente moltiplicate del metodo piranesiano sull'architettura postrazionalista nello stile dei Five  Architects, operata dalle equipes di Peter Eisenmann, fino alle sperimentazioni iperorganiciste dei sistemi voltati della Hadid ed ai contorcimenti pseudo-post-costruttivisti dell'ottimo architetto Steven Holl. Ad ogni firma una sala, in una successione di stimoli che servono forse per essere scelti ed utilizzati come fossimo all'epoca dell'Enciclopedie. Tutto il sapere in uno scaffale. Disorientamento sicuro, e, soprattutto... assenza di common ground, negazione esplicita, ad opera delle archistar, d'una volontà di scendere dal piedistallo della notorietà per sentire cosa hanno da dire le nuove generazioni e i loro cattivi maestri, e magari capire tutti assieme che il mondo chiede una diversa architettura, nata dalla ricerca nei bisogni piuttosto che nelle esigenze del marketing...



Caos come tutto e il contrario di tutto, anche se un peso tutto particolare è stato dato nella mostra, nell'epoca della rete, alla carta stampata delle riviste specializzate, nelle belle e grandi sale dedicate alla raccolte storiche di Casabella e Domus consultabili in diretta, e sugli originali, come segno di quanto oggi pesino, sul common ground che diventa modus operandi, le linee imposte dalle testate.



L'Ateliers Jean Nouvel presenta, con Mia Hagg, uno degli ultimi progetti: quello che a Stoccolma vorrebbe vedere unite da una fitta rete di relazioni d'ogni tipo e grado l'isola del  centro storico di Gamla Stan con l'isola di Sodermalm. Il progetto è stimolante ma troppo innovativo per essere approvato dalla Municipalità che ne aprì il concorso. Cosa l'autore volesse dire a proposito del quesito di Chipperfield, presentando questo suo progetto, non è dato neppure di intuire: forse qui la totale dissociazione tra il concept e le tradizioni della comunità cittadina si eleva a metodo, o la eccessiva innovatività delle sue proposte forme... chissà!



Di due sculture lignee, una maquette dell'altra, dall'enigmatica forma e dall'ancor più incomprensibile funzione, ci interroghiamo in Arsenale. Belle comunque da vedere perchè frutto d'una rigorosa concezione che unisce il dettaglio alla figura complessiva. Che il rigore, di qualunque specie esso sia, possa alimentare terreni comuni, od essere esso steso terreno comune? Dato il dilagare dell'arbitrio, forse si. Ma è questa pura scolastica, improponibile in sè per rispondere alla Grande Tesi.




La forma quando è nuova è pur sempre elemento di validi approcci per l'architettura. Ne è un esempio, quanto a Grattacieli, la Shard di RPBW, qui riprodotta in legno di faggio e visibile in numerosi disegni di essa, appesi alle pareti, che ne mostrano l'unicità entro il panorama urbano londinese. La tipologia del grattacielo di "forma" ne ha certo bisogno, oggi più che mai, essendo il "miesiano parallelepipedo" uscito dagli occhi di chiunque. Non è un caso che la Shard appare vincente sugli altri contemporanei fratelli e sorelle, che, da quando inaugurata, sui media appare più degli altri. Anche Taccuini Internazionali vi ha dedicato un articolo: http://taccuinodicasabella.blogspot.it/2012/10/about-scyscrapers.html
http://taccuinodicasabella.blogspot.it/2012/08/del-grattacielo-di-enrico-mercatali.html



Molta carta e molto legno quest'anno in Biennale Architettura dicono qualcosa dell'esigenza di risparmiare ed essere ecologici: dal padiglione scandinavo a quello giapponese, per non parlare di molto modellismi all'Arsenale tra cui giganteggia l'oggetto di Peter Zumthor, tutto sembra richiedere legno, materiale ancostrale e simbolico, purtutavia imputato di grandi danni all'ecosistema per via delle ingenti deforestazioni sudamericane. Uno sguardo questo forse a future virtuosità che facciano recedere dall'uso di materiale oggi più costosi quali l'aciaio ed il cemento armato. E del vetro cosa dire? Non abbiamo trovato soverchi riscontri su tale tema nella mostra. Eppure a noi sembra essere una emergenza dell'architettura di oggi, quella dell'eccesivo utilizzo del vetro: non vi è metropoli oggi che non consacri al tutto-vetro il suo skyline e l'anomia delle sue gigantesche volumetrie edilizie. Qualcosa forse andava detto, a tal proposito, dato che, all'incontrario della tesi in mostra, il vetro oggi rappresenta, negativamente, un common ground.



Molte maquette in mostra, molti progetti, e poche realizzazioni, alla valutazione del pubblico. Ovviamente allo scarso interesse per i modelli corrisponde un maggiore interesse per quanto realizzato, ma la mostra da davvero poca soddisfazione a chi vi cerca esempi di realtà realizzata, e, tanto meno, a chi di questa, vi cerchi confronti, analisi, valutazioni. I modelli sono talmente tanti che ne è stata esposta, in una sala, perfino una grande teca, fatta di scaffali pieni di modelli accatastati uno sull'altro, alcuni recenti ed altri di edifici del passato. Tutto ciò denota che l'attività progettuale è tanta, è stata tanta, e probabilmente tanta continuerà ad essere in futuro. Spreco di ore-lavoro, speco di cervelli, dato che quasi tutto questo materale è finalizzato alle lauree, e, finite quelle, al macero.




il Giappone e Toyo Ito



Michelangelo Pistoletto, artista dedito a promuovere istallazioni d'Arte Povera, che dagli specchi specchianti è passato agli specchi spezzati, dedica ora in Biennale un'Italia divenuta prigioniera della spazzatura. La sua opera, esposta in Arsenale e qui riprodotta di notte, è assai più elegante di quanto la realtà non ci mostri. E' questa allora un'opera di denuncia? Ma se essa ci dice che nel nostro Paese la spazzatura nelle strade è common ground, allora essa è un altro esempio negativo di cosa il terreno comune ci dice. Dov'e sta quel terreno comune che Chipperfield vorrebbe virtuosamente indicare?
Forse solo nel Caos! Ovvero nel fallimento della sua mostra.



La Library della Biennale e le sale dedicate a Casabella e Domus, ove la consultazione poteva avvenire direttamente da parte del pubblico sui suoi preziosi originali disposti in ordine cronologico, ci rendono nostalgici circa gli strumenti tradizionali di conoscenza ed anche dei lontani periodi in essi archiviati. Esse ci fanno considerare che la grande espansione informativa nella quale ora viviamo, oltre agli indubbi benefici che dà,  complica assai la ricerca di un common ground, e lo rende quasi impossibile, nonostante che il mondo sia oggi più piccolo, anzi così piccolo che è a portata di tutti nella rete che di tutto di esso ci informa. Se negli anni '50 e '60 la presenza delle due famose testate italiane e internazionali fondava essa stessa un terreno comune, oggi tutto ciò non è più vero, e la globalizzazione, pur avvicinando i popoli, nega, almeno per ora, l'esistenza possibile di risposte comuni ai bisogni comuni, ed ancora tutto, e più ancora, diventa fiera di infiniti neutri cataloghi.

Enrico Mercatali
Venezia Biennale Architettura, novembre 2012