THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

10 November 2013

RUDOLF STINGEL - La madre di tutte le istallazioni site-specific è oggi a Venezia-Palazzo Grassi, coinvolgente e magnifica.




RUDOLF  STINGEL

Palazzo Grassi
Venezia, Campo San Samuele

Grande monografica europea 
dedicata all'artista italiano





L'intero museo veneziano, a lui solo dedicato, ne è stato coinvolto. Oltre 5000 metri quadrati espositivi per la prima volta interamente coinvolti nell'operazione di "istallazione site-specific" di un artista. Lui, Rudolf Stingel, artista altoatesino con studio a New York, già ampiamente collaudato dalle grandi istituzioni museali mondiali negli ultimi anni, ha messo mano all'idea, già peraltro collaudata al Neue Stadtgalerie di Berlino e al Museum fur Modern Kunst di Frankfurt am Main, di esporre la sua opera ricoprendo integralmente gli oltre 25.000 mq di superficie, tra pareti e soffitti, dei locali di Palazzo Grassi, includendovi pure gli ascensori.



I dipinti che sono stati collocati nelle sale del secondo piano di Palazzo Grassi sono appartenenti a  quei cosiddetti "ritratti scultorei" che maggiormente costituiscono la sigla dell'artista, essendo espressione del contesto tipico dell'iconografia meranese e sudtirolese tradizionale, tra XIII e XIV secolo. In questa sequenza si vede come le piccolissime dimensioni di tali quadri si perdono volutamente nel vasto dispiegarsi dei tappeti che fanno loro da sfondo, ma ben si manifestano al visitatore se a loro ci si avvicina, ben risaltando in quanto privi di colore e nella loro forte figuratività, totalmente priva d'astrazioni o schematismi.



Tutti i pavimenti e le pareti del palazzo sono state rivestite da una moquette riproducente molto realisticamente i motivi decorativi di un tappeto orientale, dalle tinte di colore tra il rosso acceso, il bianco, il nero e il beige, sulle cui superfici compare a volte, sporadicamente, qualche sua tela che vi si stacca nettamente perchè incolore o argentata. Al Piano terreno è esposta la grande tela con un suo autoritratto, posizionato in un angolo, tra due colonne, in posizione isolata ed appositamente poco visibile. Al primo piano sono esposte le più grande tele ad olio, alcuni dittici o trittici d'eguale fattura astratta, prevalentemente monocromatiche e d'impatto sostanzialmente neutrale rispetto al focoso ed intenso  manifestarsi dei campi che vi fanno das sfondo, dall'effetto quasi metallico e assai freddo. Al secondo piano infine sono collocate le opere dell'artista che meglio lo collocano nell'ambito della sua cultura tradizionale altoatesina, essendo rappresentative d'una sorta di catalogazione meticolosa e quasi ossessiva, della statuaria lignea o lapidea di figure di re, o di santi, o di principi, o mitologiche del medioevo alpino, da lui stesso riprodotte con la tecnica foto-realista, ascrivibili alla sezione da lui stesso definite "ritratti di sculture".





Lascia incantata lo spettatore di tale spettacoloso assieme, unico nel suo genere, l'atmosfera rarefatta e sospesa, che governa l'intero percorso espositivo, nella quale formano forti contrasti tutti gli elementi che vi entrano in gioco, e che l'autore padroneggia molto sapientemente, rimarcandone gli stacchi, le pause, le punte, i caratteri che di volta in volta assumono valenza preminente. Sono così le opere a divenire protagoniste assolute, a volte, oppure teneri e timidi resoconti d'una presenza secondaria, quando dominano i campi di colore forte dei "tappeti orientali", generosamente avvolgenti ogni passaggio tra sala e sale, quando incorniciano le ampie finestrature sul Canl Grande, quando seguono i percorsi delle scale o dei corridoi secondari, così rammentandoci una continuità che l'autore non vuole mai sopire. Entro l'ampia orchestrazione degli opposti, opere moderne e sfondi tradizionali, opere tradizionali e sfondi modernamente applicati, emergono a volte protagonisti, i dettagli dell'architettura, anch'essa nuova e tradizionale: nuovi sono gli allestimenti degli apparati illuminotecnici firmati da Tadao Ando, professionista prescelto dalla Fondazione Pinault (di cui è parte anche Palazzo Grassi) per le ristrutturazioni dei suoi nuovi edifici, tra cui il Nuovo Teatrino  appena terminato accanto alla sede della mostra). Tradizionali e magnificamente restaurati, i soffitti a cassettoni dorati di talune sdale, gli affreschi tiepoleschi che ornano talune volte del palazzo, le finestre dotate di maniglie antiche pregevolissime, le campiture marmoree a "macchia di Rorschach",  poste nei passaggi tra gli atrii delle scale ed i locali interni. Il tutto posto ion un risalto estremo e ben evidente entro i percorsi della mostra. Ciò che meno convince forse, nell'assieme, sono le fonti luminose dell'architetto giapponese, posizionate entro putrelle a doppio T, verniciate di grigio chiaro, francamente non all'altezza delle altre sempre notevoli "invenzioni".




Sigla profondamente personale dell'artista è proprio quanto questa istallazione subito manifesta al visitatore di Palazzo Grassi. Essa è leit motiv d'una ricerca da sempre incentrata sul rapporto tra spazio espositivo e intervento artistico: il tappeto è strumento di relazione tra pittura e e contesto. Stingel è sempre stato interessato ad analizzare ciò che di più profondo unisce la pittura e il suo modo d'essere percepita. 



Untitled (Franz West), 2011, oil on canvas, 334,3 x 310,5 cm, Pinault collection.
Il quadro è un omaggio all'amico Franz West. Il magnifico ritratto è stato collocato nella posizione dominante entro la più grande sala del palazzo


Mentre il tappeto, uniformemente e globalmente utilizzato come rivestimento e occultamento delle superfici architettoniche, fa da sfondo alle tele, queste ultime, appartenenti alla Collezione Pinault o allo stesso artista, realizzate a merano o a New York prevalentemente per questa stessa istallazione, richiamano il contesto storico-artistico veneziano. Il tappeto richiama alla mente il passato della città lagunare, per i suoi costanti rapporti commerciali con l'oriente, ma al contempo rivela il legame profondo che Stingel ha col passato prossimo mitteleuropeo, rappresentato, come raccontato dallo stesso artista, dalla fotografia dello studio viennese di Carl Gustav Jung, nella quale numerosi tappeti orientali ricoprono il pavimento, il tavolo e numerose altre suppellettili d'arredo al suo interno. Una "topografia dell'inconscio", come dice la brochure che ne accompagna la visita, rilevata sia nel tappeto onnipresente, che nelle opere reali ed astratte, omaggi tutti dell'autore all'amico Franz West, e con lui al padre della psicanalisi, che accompagnano in uno spazio di meditazione la trascendenza dell'ego, i suoi fantasmi e le sue rimozioni, cui i dipinti ne costituiscono le tappe.




Qui sopra: il divano nello studio di Carl Gustav Jung, in una fotografia d'epoca,  e l'Autoritratto dell'artista disposto in un angolo del cortile della mostra veneziana



Rudolf Stingel è nato nel 1956, vive e lavora a New York e a Merano, sia città natale. La sua opera è già stata più volte sperimentata, nella forma dell'istallazione site-specific, in molte sedi di altrettante istituzioni internazionali, tra cui: la Secession a Vienna (2012), la Neue Nationalgalerie di Berlino (2010), il Whitney Museum of American Art di New York (2007), il Museum fur Moderne Kunst di Francoforte (2004), il Museo di Arte Moderna e contemporanea di Trento (2001).





Opere di Stingel sono state presentate alla Biennale di venezia nel 1993 e 2003. L'artista è anche stato presente con le sue opere nelle esposizioni "Where are we going?" (2006), "Sequence 1" (2007), "Mapping the studio" (2009-10), "Il mondo vi appartiene" (2011), di palazzo Grassi e Punta della Dogana.




Secondo noi questa istallazione è tra le più belle che ci sia mai stato dato di vedere, una delle più ricche e complete, una delle meglio create ed allestite, sia per la qualità delle opere esposte, sia per il complessivo rapporto con l'architettura e l'ambiente che la accoglia, sia per l'alto livello qualitativo che il rapporto tra l'antico e il contemporaneo riesce ad infondere nell'intero prodotto culturale ed artistico offerto.



Anche il pavimento dell'ascensore è stato rivestito col medesimo tappeto


La mostra durerà fino al 31 dicembre 2013

Testo e foto di Enrico Mercatali
Venezia, 7 novembre 2013

22 October 2013

IRASCIBILI COME POLLOCK - 1950 - A New York un gruppo di giovani artisti contesta le scelte accademiche del Metropolitan Museum, conquistando le vette della notorietà - Con l'avvio del "mito americano" l'Europa perde il suo primato artistico.





J  A  C  K  S  O  N        P   O   L   L   O   C   K

 e   g l i   I r a s c i b i l i



Maggio 1950. Al Metropolitan Museum di New York si sta organizzando la più grande mostra sull'arte contemporanea americana che mai sino ad allora sia stata fatta. Poichè i curatori di quella mostra, ancorati al filone accademico tradizionale, hanno manifestato l'intenzione di escludere dall'elenco degli invitati molti dei nomi che già si erano distinti per essere portatori d'una nuova ventata d'ossigeno nella sfera dei nuovi linguaggi pittorici, vi fu, da parte di questi ultimi, una pronta, inaspettata e decisiva reazione. Il folto gruppo di questi pittori, già riunitisi sutto l'insegna dell'Action Painting", è quello ritratto in questa famosa fotografia, scattata nel 1950 da Nina Leen. Tra i tanti, proprio al centro, è Jackson Pollock, già resosi famoso per qualche intervista sui rotocalchi e per l'irruenza della sua pittura, totalmente fuori dagli schemi allora in voga. Ma assieme a lui vi sono tutti i più bei nomi della pittura americana che, di lì a poco, avrebbe fatto molto parlare i giornali, i critici d'arte, il milieu della cultura artistica prima americana e poi mondiale: vi si riconoscono Willelm de Kooning, Mark Rothko, Robert Motherwell, Barnet Newman, Adolf Gottlieb, William Baziotes, Bradley Walker Tomlin, Jimmy Ernst, Jamer Brooks, Ad Reinhardt, Richard Pousette-Dart, Theodoros Stamos, Clyfford Still, e, unica donna, Edda Sterne. Essi inviarono, dopo aver saputo della loro esclusione dalla mostra, una lettera di protesta al Direttore del Metropolitan Museum of Art, che fu riportata dal quotidiano New York Times, e poi dall' Herald Tribune, che coniò nell'occasione il termine che poi li accompagnò per sempre: gli "Irascibili".



LA SCUOLA DI NEW YORK


La prima avventura americana nella modernità
apre  la  strada,  con  l'Espressionismo Astratto,
al primato americano sulle avanguardie europee



Il "Mito Americano" viene diffuso in Europa dai nuovi volti del cinema, della letteratura, della canzone, del jazz, dell'arte. Nella serie di fotografie qui sopra riportate appaiono nomi di cantanti, musicisti e letterati che maggiormente vennero associati, nella pubblicistica di allora, alle interviste rilasciate dagli artisti dell'Action Painting, ed agli articoli che su di loro venivanno scritti e che riempivano le pagine di cronaca o specialistiche: sono i nomi dell'arte, della cultura letteraria e musicale, del cinema che, per molti versi ridondano degli stessi accenti di vera novità, di protesta, di voglia di cambiamento che, nel clima d'una america che stava superando lo shock della guerra per avviarsi nella nuova grande avventura del suo rapprersentarsi,  si andava rapidamente formando e diffondendo. Riconosciamo dall'alto James Dean (sul set del film East of Eden del 1954), la copertina dell'LP 33 giri che lanciò Elvis Presley, pubblicato da RCA Victor nel 1956,  la copertina della prima edizione del libro "Il giovane Holden" di J.D. Salinger, pubblicata nel 1951, la copertina del disco LP 33 giri che lanciò Miles Davis, pubblicato per Columbia nel 1959, ed una foto degli scrittori americani Jack Kerouac e Lew Welch, mentre lavorano all'opera "This is a Poem" di Albert Saijo, Lew Welch e Jack Kerouac, più noto come "Trip Trap", e Gloria Schoffel, scattata da Fred W. McDarrah nel 1959.




In queste foto vediamo J. Pollock all'opera nel suo studio, mentre dipinge, come è suo uso, una grande tela appoggiata sul pavimento, ed altre sue famose opere. Le sue celebri scolature di colore lo hanno reso, quasi subito, uno dei più noti artisti d'America e lo hanno posto al centro dell'arte contempotranea, non solo americana, ma di tutto il mondo occidentale, nonchè dell'interesse dei maggiori musei, che lo consacrarono come colui che aveva dato viva forma ad una estetica nuova nel panorama dei nuovi linguaggi delle arti visive. La tela che abbiamo riportato subito sotto a quella che lo ritrae mentre dipinge è la sua più nota e pubblicata, la "Number 27", firmata in basso a destra, esposta ora a Milano (olio, smalto e pittura d'alluminio, 1950, cm 124,6 x 269,4).

(bozza d'articolo in fieri)

Enrico Mercatali
Milano, 22 ottobre 2013


15 October 2013

V O L T I del '900 - Milano incontra Parigi. Dalla collezione del Centre Pompidou a Milano-Palazzo Reale (di Enrico Mercatali)



V   O   L   T   I



dal Centre Pompidou a Palazzo Reale
- Milano incontra Parigi -


d e l    ' 9 0 0



Sopra al titolo l'opera più bella e raffinata della nuova arte del Novecento, e sotto al totolo l'opera che è stata selezionate quale simbolo della mostra milanese di Palazzo Reale, per i suoi forti connotati iconici, e per la sua intrinseca provocatorietà. La prima, "La musa addormentata", bronzo del 1910, opera di Constantin Brancusi, eccelle per l'estrema sintesi formale dei suoi tratti, anticipando, col suo raffinato minimalismo plastico, quei caratteri salienti dell'arte nuova che si ritroveranno integri negli insegnamenti della Bauhaus e nelle opere dei suoi Maestri, architetti, pittori o scultori che fossero. La seconda, "Lo stupro", del 1945, è opera di René Magritte, olio su tela, è ascrivibile al movimento surrealista, di cui il maestro belga è stato tra i massimi esponenti, la cui matrice onirica ne pervade ogni opera, qui prodottasi in una trasfigurazione mente-corpo, e tratti somatici-attività della mente, che accomuna ritraente e ritratto entro una sfera tutta sessuale, che ne cancella i normali tratti anatomici per trasferirli totalmente entro l'anatomia del corpo nudo di una donna.


Molti dei volti qui rappresentati non hanno mancato il loro obbiettivo di scioccare, se non scandalizzare, chi per primi li ha visti, non appena prodotti dai loro autori. I più sono trasfigurati dalla immaginazione dell'artista, il quale, mentre dipinge il suo soggetto in carne ed ossa riesce anche a  penetrarne i segreti, ad estrarne gli umori interni dell'anima, sfregiandone le reali sembianze per mezzo d'una operazione sistematica di scavo nel flusso dei messaggi subliminali che dal loro incontro ne scaturisce, prima ancora di palesarsi nel suo reale aspetto. Alcuni sono accompagnati da una lettura forzosa e volutamente forzata dell'impatto col ritrattista, divenendo figura irriconoscibile. Tutti però, proprio tutti, sono oggetto d'una analisi psicologica che ne segna i tratti fisici superficiali al fine di alimentarne una descrizione immaginifica di quelli più profondi, i cui risvolti, nelle diverse  intrinseche peculiarità caratteriali, in rapporto all'artista, emergono fortemente. Il momento storico nel quale avvengono questi processi di intensa percezione e di esasperata rappresentazione è costituito dal diffondersi della nuova arte fotografica. Non possono certo sfuggire all'osservatore le enormi differenze che segnano il passaggio nell'arte figurativa del ritratto tra il prima e il dopo l'avvento della fotografia. Ecco che allora il ritratto eseguito dall'artista supera la sua essenza descrittiva, per farsi analitica.

La sezione intitolata "I misteri dell'anima", della quale fanno parte opere di artisti quali Auguste Macke, Albert Marquet, Emile othon Friesz, Henri Le Falconnier, Frantisek Kypka, André derasin, Amedeo Modigliani, Henri Matisse, Kees van Dongen, Suzanne Valadon, Pierre Bonnard, John Currin, introducono la mostra milanese mostrando la sua tesi, ovvero che nel ritratto moderno nulla vi è più di rappresentativo ed autoreferenziale come avveniva al tempo in cui il pittore veniva chiamato dal committente per rappresentare la sua figura nell'efficacia d'una rappresentazione ben accetta e coerente con l'oggetto dell'incarico.


  
Amedeo Modigliani, "Ritratto di Dédie", 1918, Olio su tela (92 x 60 cm)



John Currin, "La marocchina", 2001, Olio su tela (66,56 cm)



Frantisek Kupka, "Rossetto", 1910, Olio su tela (63,5 x 63,5 cm)


Superata la soglia che separa i due secoli del moderno, conclusesi le esperienze impressioniste, e con l'avvio della modernità matura, il ritratto incomincia a tessere il suo scavo psicologico, in cui l'artista è solo con il "suo" soggetto. Egli  intende mostrarlo interpretandone l'intero percorso simpatetico istauratosi tra lui e quello. Mentre avviene questo scambio tra individui, o tra l'individuo e sè stesso allo specchio, ovvero mentre l'opera si avvia, avviene appunto la rappresentazione di quel "mistero dell'anima" che consistre proprio quello che si disvelerà, ad opera finita, nei caratteri salienti che per sempre la marchieranno. Ed artista e soggetto, assieme, scopriranno cosa veramente c'è dentro a quella raffigurazione. Qui sopra abbiamo mostrato tre opere appartenenti alla sezione detta appunto "MISTERI DELL'ANIMA".

La sezione "AUTORITRATTI" è quella che annovera le opere che l'artista compie guardandosi allo specchio (anche in senso figurato): egli si vede così, come l'opera finita appare. Lo specchio dell'anima, questa volta forma un circuito chiuso, nel quale l'immagine di sè viene portata sulla tela. In questa sezione vi sono opere di Robert Delaunay, Maurice de Vlaminck, Gino Severini, Léonard Fujita, Franbcis Bacon.



Gino Severini, "Autoritratto", 1912/1960, Olio su tela (55 x 46,3 cm) 



Léonard Fujita, "Ritratto dell'artista", 1928, Olio e guache si tela (35 x 27 cm)



Francis Bacon, "Autoritratto", 1971, Olio su tela (35,5 x 30,5 cm)


Nella sezione "IL VOLTO ALLA PROVA DEL FORMALISMO" il curatore della mostra affronta il tema del volto umano quale soggetto interessante per l'artista da un punto di vista formale: quando si avvia l'esplorazione del moderno l'artista indaga gli aspetti formali della rappresentazione, seguendo percorsi, prima inconsciamente e poi consapevolmente, che verranno successivamente riferiti dalla critica a questo o quello stile. Egli, in taluni casi, scegli il volto umano come campo di sperimentazione formale. Sono le opere di Frantisek Kupka, Juan Gris, Jacques lipchitz, Henry Laurens, Julio Gonzales, Rober Delaunay, Fernand Léger, Richsrd >Lindner, Pablo Picasso, Valerio A dami, Constantin Brancusi, André Derain, tra gli altri, ad esprimere questo preciso aspetto del problema formale. Non a caso vi sono qui concentrate le opere di numerosi scultori, per i quali la fisica tridimensionalità costituisce la più concreta parte della formalizzazione d'una idea. Qui sotto ne riportiamo gli esempi di Constantin Brancusi, di Pablo Picasso e di Valerio Adami, in opere tra loro distantissime, la prima e l'ultima agli estremi della modernità matura, e quella intermedia al centro geometrico della ricerca e della sperimentazione frenetica ed entusiastica del secolo XX, ed al centro anche del personaggio che più di tutti ne espresse la creatività e la innovatività. Il volto brancusiano è tra le opere più raffinate dell'essenza simbolica delle nuove arti che il secolo stava annunciando, magnifica ed estrema sintesi formale dell'arte come pura interpretazione dello spirito. Il picassiano ritratto di donna già cerca nuovi lidi all'espressività ribelle e ribollente del Maestro del Cubismo, comunicando esigenze d'apertura a nuove regole e a nuove distruzioni di regole, così come il secolo impone ormai di fare a ciascun artista che voglia dirsi tale. L'adamiana ricerca d'una purezza del tratto grafico, e del disegno quale filosofico modo d'approcciare il senso stesso del reale che circonda l'individuo contemporaneo, approda, in questa grande tela, a un risultato d'equilibrato classicismo, volutamente disgregatosi proprio nel farsi forma, entro logiche tutte riassumibili nell'istintiva e indecifrabile, intima  personalità del suo autore.



Constantin Brancusi "La musa addormentata", 1910, bronzo (16 x 27,3 x 18,5) 




Pablo Picasso, "Ritratto di donna", 1938, Olio su tela (98 x 77,5)



Valerio Adami, "Thorvaldsen", 1980-1981, Acrilico su tela (198 x 148 cm)


"VOLTI IN SOGNO" è la sezione che, più delle altre, indaga nel subconscio. Quello della persona ritratta, ma anche quella della persona ritraente, perchè è chiaro che si instaura un rapporto biunivoco tra i soggetti dell'evento artistico. Trattasi già quasi di una sorta di performance, quella di cui si parla, nella quale all'azione si contrappone una reazione, tessendosi così un andirivieni di stimoli, durante l'esecuzione dell'opera, che, nel loro svilupparsi, la realizzano. Difficile dire se quanto vediamo in queste opere sia una rappresentazione dell'animo del ritratto o del ritrattista. Assai spesso è più quello del ritrattista, che deforma a modo suo la realtà fino a concretizzarne un'altra, che a volte è assai più reale del reale. Da questa fase evolutiva della modernità matura, fino ai giorni nostri, la lezione di Sigmund Freud viene assunta dagli artisti come un invito ad una liberatoria istintività d'espressione, attraverso la quale potervi riconoscere i simboli dell'inconscio. Ogni libertà è ammessa, ogni paradosso possibile, ogni segreto disvelato soprattutto quando l'artista coglie l'attimo fuggente dalla propria immaginifica istintività. Emergono così nuove realtà. Nascono le "surrealtà": ecco il SURREALISMO. Sono di questa sezione della collezione del centre Pompidou, esposte a Milano,  bellissime opere di René Magritte, Joan Miro', diMaz Ernst, di André Masson.



Qui sopra: René Magritte "Lo stupro", 1945, Olio su tela (65,3 x 50,4)
Max Ernst, "L'imbecille", 1961, Bronzo ( 70 x 31 x 25 cm)
René Magritte "Ritratto di georgette con biboquet", 1926, Olio e matita su tela, incisioni (55x45cm)
Juan Miro' "Testa maschile", 1935 (106 x 75)


La sezione "CAOS E DISORDINI O L'IMPOSSIBILE PERMANENZA DELL'ESSERE" raccoglie, tra le altre,  opere di maestri come Pablo Picasso, Jean Foutrier, Alberto Giacometti, Antonio Saura, Jean Dubuffet, Francis Bacon. Essa espone, rappresenta, mostra il disagio, il quale non si sa se possa attribuirsi al ritratto o al ritrattista. La sindrome appare chiaramente dalla inafferrabilità della immagine stessa che sia l'artista che il soggetto mettono in scena. La forma ne è sconvolta e la personalità del soggetto profondamente disturbata. Al disordine formale corrisponde un disordine emotivo dal cui trapela uno stato d'animo inquieto, una situazione di malessere, ancorchè espressa nei modi ironici o comici del maestro di Guarnica. Di questa sezione ne riportiamo qui sotto due esempi, uno di Pablo Picasso, ed un altro di Francis Bacon.



Qui sopra: Pablo Picasso, "Donna con cappello", 1935, Olio su tela (60 x 50 cm)
Francis Bacon "Ritratto di Michel Leiris, 1976, Olio su tela (34 x 29 cm)


Nella sezione intitolata "DOPO LA FOTOGRAFIA" si concentrano le opere che più forse assomigliano alla ritrattistica premoderna, prefotografica, essenzialmente celebrativa, ma che, a differenza di quella, esprimono un mondo interiore, dell'artista o del soggetto ritratto, che ne supera la staticità realistica secondo strade diverse, e le più varie, che possono andare dalla forte introspezione psicologica del personaggio al suo inquadramento entro una messa in scena, fino alla pura rielaborazione dei tratti somatici secondo tecniche di deformazione grafica, quasi che un ipotetico  diaframma si frapponesse tra ritratto e ritrattista così da renderne più difficile lo scambio comunicativo. Opere, in questa sezione, di artisti quali Tamara de Lempicka e Chock Close, dei quali qui sotto ne riportiamo due esempi.



Tamara de Lempicka, "Kizette al balcone", 1927, Olio su tela (130 x 80,8 cm)
Chuck Close, "Arne", 1999-2000 ( Olio su tela (259,1 x 213,4 cm)

Una ultima sezione, intitolata alla "DISINTEGRAZIONE DEL SOGGETTO", propone alcune opere di più recente realizzazione (dal 1960 sino al 1972), la cui tematica evocherebbe, secondo il curatore, quanto sta proprio nel suo titolo. Vi si annoverano opere fotografiche sperimentali e multimediali, di autori quali Kurt Kren, Peter Campus e altri.

Enrico Mercatali
Lesa, 15 Ottobre 2013


03 October 2013

Stefano Bollani: "Parliamo di musica" per capire la musica anche senza conoscerla




Tra una puntata a l'altra di
"Sostiene Bollani"



"Parliamo di musica
per capire la musica anche senza conoscerla




Stefano Bollani
usando nel suo libro soltanto parole
trasmette con semplicità un entusiasmo 
da grande interprete del suo tempo


Nel corso della sua fulminante carriera di pianista e di compositore Stefano Bollani è ora riuscito a trovare il tempo per scrivere un libro, forse perchè desideroso di rendere universalmente condiviso il suo entusiasmo per quell'arte che fin da bambino lo ha visto accostato al pianoforte, e forse perchè ha pensato che la sola musica, sia pure nella multiformità dei generei da lui praticati e nelle varie modalità di proporla, più non bastasse a perfezionare la sua comunicatività con il rersto del mondo. Questo però non sarebbe esatto, visto che la sua musica è capacissima di dialogare con chiunque, e che questo suo recente bisogno di scrivere non è certamente un tentativo di approfondirsi ma di convincere chi lo legge a meglio approfondire soprattutto se stesso, attraverso l'ascolto della musica, ma anche attraverso una maggiore attenzione ad ogni altra cosa che possa accadere  attorno alla musica (trasversalità tra i generi, approcci estemporanei tra musicisti di diversissima estrazione, forme di dialogo tra chi sta sul palco con chi vi sta davanti, ecc.), rendendosi disponibile ad una costante ricerca di quanto la musica muova dentro di lui. E' infatti dalle parole che Bollani usa per raccontarsi, descrivendo episodi della sua vorticosa  vita di musicista, che traspare quanto lo ha avvicinato al mondo della sua arte, ed alle persone che quel mondo popolano, attraverso l'idea del vivere con intensa partecipazione ogni attimo che renda più prossimo ciascuno alle persone che incontra, e di quanto sia utile ciò alla causa d'un miglioramento in senso lato della comunicazione. E la musica giova, forse più di ogni altro linguaggio, proprio a tal fine.





Il Maestro Riccardo Chailly e Stefano Bollani (1 giugno del 2013) eseguono in piazza del Duomo a Milano, con la Filarmonica del Teatro alla Scala di Milano, la Rhapsody in Blu di George Gershwin per piano e orchestra, davanti a 50.000 spettatori (in questo filmato eseguito per intero, 16,15 min.'). La grandezza dell'avvenimento musicale dell'anno era dovuto principalmente alla presenza al piano di Stefano Bollani, noto al grande pubblico come jazzista verstile e poliedrico, ed ancora sconosciuto nella sua veste di esecutore classico. L'evento, diffuso nel mondo non solo attraverso i circuiti televisivi, fu accompagnato anche dall'uscita in contemporanea su cd per DECCA, che ne seppe garantire il grande successo.  Qui in video in versione integrale. Nella prima foto della serie qui sotto, il Maestro Riccardo Chailly assieme a Stefano Bollani.






Qui sopra e sotto una carrellata di immagini di Stefano Bollani e di musicisti che con lui hanno condiviso il palcoscenico, o ai quali egli si è fortemente ispirato, nell'interpretare e comporre, tra cui Riccardo Chailly, Renato Carosone, Chick Corea, Caetano Veloso, Joao Gilberto, Antonio Carlos Jobim, Frank Zappa, Enrico Rava, Vinicio de Moraes, Lee Konitz, Bill Evans. Di tutti loro ne fa, all'interno del suo libro, ampi ritratti, collocandoli, a seconda dei generi musicali di ciascuno, o del carattere che sprizza dalle loro personalità quando sono sulla scena, nei diversi capitoli del libro. Questi ultimi non sono affatto distinti per generi o periodi della storia musicale, bensì secondo una selezione tutta particolare che nasce dalla multiforme personalità dell'autore: "Humor e comicità", "La musica non esiste senza l'empatia", "Amare, copiare, omaggiare", "Ma che vuole il pubblico?", "Effetti, trucchi, convenzioni". Di ciascun personaggio viene sviscerato il mondo stesso nel quale si alimentata la musica, e si comprende assai bene come in questo modo tutto speciale avviene l'approccio col pubblico, ed i motivi per i quali il pubblico se ne esalta.

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