THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

10 July 2011

“Difesa della Natura”: grande mostra dedicata a Joseph Beuys, al Kunsthaus di Zurigo




Una grande mostra dedicata a

Joseph Beuys
Le “sculture sociali” dell’antroposofo, ecologista, sciamano 
al Kunsthaus di Zurigo, intitolata “Difesa della Natura”

Sono esposte più di 100 opere provenienti dalla collezione Durini






Inventore delle “istallazioni”, ovvero delle opere create dall’artista nel momento stesso della loro “messa in scena”, nelle strade, nei luoghi ideali che abbiano un nesso coi suoi contenuti, nelle sale dei musei, a volte perfino “site specific” ovvero ideate solo ed esclusivamente per quel luogo e solamente per esso, Beuys è prima di tutto l’inventore di una idea, divenuta arte nei diversi momenti in cui si è tradotta nelle specifiche performances che sono servite per essere raccontate al pubblico, per dire di esse e dell’idea loro sottesa, e che hanno evidenziato la volontà del loro autore di porsi in esse e per esse, attraverso la costante ed umile pratica di esse, come guida trascinante e spirituale alla testa di tutti i  “movimenti verdi del mondo”, per dire loro che ogni uomo è artista, e che l’arte di ciascuno deve avere come obbiettivo primario la “Difesa della Natura”.

Il suo percorso d'artista ha avuto avvio dopo essere stato a lungo soccorso, in fin di vita dopo un incidente aereo nel corso della seconda guerra mandiale, in Crimea nel 1943, da una comunità di nomadi tartari, che seppe guarirlo dopo una lunga terapia tratta dalle antiche tradizioni dei loro paesi d'origine. L'episodio determinò in lui, che in giovinezza, durante le prime fasi della guerra, aderì al nazismo, profondi cambiamenti interiori, che lo condussero in breve a concentrare i suoi interessi sull'antroposofia di Rudolph Steiner. Dopo aver partecipato a numerosi eventi artistici dei gruppi giovanili tedeschi e americani che si riconoscevano nell'impegno sociale, e mentre svolge attività didattiche presso la Kunstakademie di Düsseldorf  fonda il Festum Fluxorum Fluxus, nel cui movimento già sono presenti tutti gli elementi che determineranno i suoi interessi del periodo più maturo. Questi ultimi troveranno in seguito un notevole riscontro nell'amicizia con Andy Warhol, con il quale, nonostante le loro quasi antitetiche posizioni nel panorama artistico internazionale degli anni '60, potè condividere numerosi pun ti di vista sul ruolo fondamentale dell'immagine nell'arte contemporanea.





Atti dimostrativi agìti in prima persona, provocazioni all'insegna di simboliche prese di posizione che creavano "il caso", l'evento segnalato dalla cronaca, il progetto di piccole e mega-istallazioni attinenti al rapporto uomo-natura, capaci di coinvolgere il publico, furono, in quel periodo, la strada da lui perseguita per farsi conoscere. 
Nel convincimento dell’immane compito assegnatogli egli muove da un semplice intuitivo concetto, grandioso nella sua catartica forza, per porsi nel tempo obbiettivi di lavoro e di comunicazione che fossero capaci di raggiungere il più alto numero possibile di persone. Egli, forse senza volerlo, è divenuto, attorno ai temi semplici ma forti da lui trattati, un guru capace di attrarre interesse, ed interi stuoli di folla lo hanno seguito, uno sciamano, potrebbe dirsi, che, attraverso la magia dell’arte, fè stato in grado di convincere  quanto meno le più importanti istituzioni mondiali di questa disciplina, pubbliche e private, che la sua  proposta ideale ed estetica non era cosa da poco. E' stato consacrato infatti, in un breve volgere di anni, in tutte le manifestazioni dell’arte più importanti al mondo, mentre viveva, quasi segregato e umile pastore, nella tenuta dei Durini, a Bolognano d’Abruzzo, piantando ulivi e disseminando proclami ecologisti che gli valsero l'attribuzione di paternità dei movimenti verdi della Germania.




Joseph Beuys ritratto da Andy Warhol, amici ed estimatori reciproci, pur antitetici nelle rispettive  concezioni artistiche.



La sua figura altamente carismatica, che forse un poco derivava anche dall'aspetto trasognato della sua figura longilinea e allampanata e dal suo volto scavato e magro, costantemente coperto dal  "cappello di panno" che divenne così famoso tanto che Mimmo Paladino ne fece poi un'icona, riproducendolo serialmente in molte delle sue opere, ebbe un forte impatto di critica, ma anche di pubblico, forse anche aiutato dalle mode del momento che i movimenti di base sapevano circuitare rapidamente nei diversi paesi dell'occidente. Un'arte, quindi, la sua, che si confondeva con il comportamento e la figura del suo stesso autore e apologeta (non è un caso che ciò che più di lui è rimasta immagine indelebile a documento del suo passaggio nel mondo sia proprio la sua immagine, tanto più iconica tanto più avanzava egli nell'età). Un'arte, la sua, fatta degli strumenti del suo lavoro nella terra e con la terra per moltiplicarne i frutti, che, a suo dire, costituivano esempi d'arte in sè stessi. La sua famosa "pala", divenuta emblema della somma fatica, e del riscatto nel fare e nel dare espressione anche estetica al nobile e "creativo" lavoro della terra.

Notevole interesse ebbe l'azione aertistica di Beuys presso i critici e gli operatori culturali italiani. Di lui ebbero a collaborare Burri, Arturo Schwarz, Achille Bonito Oliva, Germano Celant, ed in modo particolare e continuativo il celebre curatore svizzero Harald Szeemann.
Ma a comprendere e a dare forma molto concreta a tutta la produzione d'arte e immagine, espositiva e domostrativa, contestativa ed estetica di Beuys è stata, prima dì ogni altra persona, la sua stessa  amica e compagna, Lucrezia Di Domizio Durini, che lo accolse in Bolognano d'Abruzzo, ove aveva avuto in eredità una dimora di famiglia e tanta terra attorno ad essa, e che seppe raccogliere e mettere subito in lui l'entusiasmo derivante dalle idee che quel sito producevano in lui. Entrambe artisti nel profondo, lui e lei ebbero diversi ruoli entro una unica visione della vita: lui il genio messianico, lei la colta organizzatrice dei risvolti commerciali. La loro unione ebbe fortuna.

Io conobbi personalmente la signora, che venne nel mio studio di Milano, alla fine degli anni '90, mentre avevo in allestimento una mostra per la ricorrenza milanese del  “Fuori Salone” per la quale lei stessa diede qualche idea, che mi invitò pure nella sua casa-museo di via Mecenate, ove aveva realizzato, in un enorme loft della vecchia Caproni, il suo luogo urbano ideale di vita e di lavoro. Fu solo una sciagurata vicenda personale di quegli anni, che mi impediva d’essere pienamente ciò che sono, mi fece mancare quell’importantissimo appuntamento. Si perché si trattava della collezionista-mecenate di Joseph Boys, ovvero dell’artista più venerato del XX secolo, che possiede oggi tutte le opere più importanti del Maestro, tra cui quelle ora esposte al Kunsthaus di Zurigo.






A Bolognano, cittadina della campagna abruzzese che oggi vive nel mito di Beuys, la contessa Durini diede materialmente l’avvio alla immensa produzione d’arte del compagno del quale condivideva totalmente i destini artistici, dando inizio alla raccolta non solo delle sue opere ma anche  alla stesura dei numerosi saggi critici che ne accompagnavano le mostre che lei stessa redigeva, divenendo la più importante fonte di riferimento dell'opera sua. 
Nello stesso paese d’Abruzzo l’artista creò la “Piantagione Paradise” utilizzando specie rare a rischio di estinzione, facendo della stessa attività concreta di propagazione arborea un momento di meditazione sul significato del "creare" umano, diffondendone l'immagine come quella d'una vera e propria artistica  performance-
Invece a Documenta 7, a Kassel nel 1982 programmò di mettere a dimora 7000 querce, creando, in questo stesso suo fare, l'idea che in ciò esattamente consistesse l'opera artistica. Non si tratta di una scultura tradizionale ma di un grande parallelepipedo triangolare posto davanti al Museo Federiciano e composto da 7000 pietre basaltine ognuna "adottabile" da persone disposte a partecipare all'iniziativa. Il ricavato della vendita di ogni pietra sarebbe servito nel corso degli anni a piantare un albero di quercia. L'operazione, terminata ufficialmente nel 1987, un anno dopo la morte dell'artista, deve in realtà essere ancora ultimata, visto che occorrerebbero circa trecento anni ancora prima che le 7000 querce programmate possano dare vita al grande bosco immaginato da Joseph Beuys. Egli però è riuscito a trasformare, perfino oltre la sua stessa morte, una banale attività da giardiniere, come quella di piantare alberi, in un grande rito collettivo capace di evocare i significati più profondi del rapporto fra l’uomo e la natura. Questo nuovo concetto d'arte modificò totalmente la percezione critica di che cosa fosse arte, indicandone nuove strade e diverse potenzialità che ebbero assai seguito nelle nuove  tendenze artistiche successive.





Uno scorcio della tenuta di Bolognano d'Abruzzo, appartenente alla famiglia Durini, nella quale visse ed operò per alcuni anni l'artista renano Joseph Beuys, del quale oggi si celebra l'attività in una grande mostra presso il Kunsthaus di Zurigo, con oltre 100  opere esposte, tra le sue più famose


Mentre compie questi gesti dimostrativi egli propaganda l’idea che ogni uomo sia un artista, in quanto capace di compiere azioni che in natura si danno esse stesse come creative: l’olio si ottiene trasformando le olive, il vino schiacciando l’uva. Ogni cosa creata è parte di un tutto, e di un processo messo in moto da una stessa energia. Questo processo naturale deve essere salvaguardato perché è fonte esso stesso di vita, creatore di nuova vita. Il Maestro mette in moto così una magìa d'arte e diventa sciamano, diventando motore d’un processo che, mentre è informativo-dimostrativo, diviene anche fatto d'arte, così mostrandosi nel suo essere processo, nel suo costituire immagine e segno del lavoro naturale, nel suo essere simbolo stesso della vita. Il messaggio è chiaro e semplice. Egli lo ha concretizzato donandolo al mondo con le mostre e nei musei. Nessuno prima di lui lo aveva fatto. Egli stesso ora ne è divenuto estremo simbolico riferimento.





 Sono esposte nella Kunsthaus zurighese le cinque vasche di decantazione dell’olio dette “Olivestone”, uno dei capolavori di Beuys già regalati al Museo nel 1992.





La contessa Durini, con il libro-catalogo della mostra zurighese da lei realizzato, dal titolo "Beuys Voice",è oggi il maggiore esperto esistente e il maggior collezionista dell'opera di Joseph Beuys




http://sharing.enel.com/dharmaofenel/ita/  (per una visita virtuale alla casa di Bolognano d'Abruzzo)

Lesa, 10 luglio 2011
Enrico Mercatali

09 July 2011

Baveno Festival Umberto Giordano





Ferstival Giordano Baveno
XIV edizione 

 
LE VIBRAZIONI DELLA TERRA 





E' stata dedicata alla "Terra", l'edizione di quest'anno del Festival di Baveno intitolato a Umberto Giordano, per sottolineare, come spiega la sua direttrice artistica Raffaella Valsecchi, quanto le radici stesse della comunità cittadina abbiano proprio nella terra espresso la propria storia, con particolare riferimento alle tradizioni di fatica e sofferenza legate all'estrazione e alla lavorazione del granito. Così come, per altro verso,  ne è stata l'acqua il contraltare, lo scorso anno, in riferimento al profondo rapporto che la città ha ed ha avuto anche col lago, variamente legato invece alle sue vicende storicamente più appariscenti e prestigiose del'epopea borromaica.






Ma è proprio la Terra che quest'anno vede coincidere, nel centenario della morte di chi ne ha sublimemente cantato l'essenza, il compositore boemo Gustav Mahler, i suoi più profondi significati umani e simbolici. Non è perciò casuale, che per aprire questa sua XIV edizione, per l'ormai internazionalmente rinomato Festival bavenese del Lago Maggiore, sia stata scelta l'ultima, impegnativa e profondamente simbolica opera del grande musicista:  "Das Lied von der Erde" (Il canto della Terra), composto nel 1908, mentre già il suo autore era consapevole del suo imminente congedo dalla vita, essendogli stata diagnosticata un incurabile malattia.






Das Lied von der Erde, opera che originariamente fu scritta per grande orchestra, nella versione che abbiamo ascoltato ieri sera, è stata riproposta nella versione trascritta da Arnold Schomberg, ed infine terminata da Reiner Riehn, per  un organico assai più più contenuto, ovvero una dozzina di elementi , rappresentativi d'ogni sezione timbrica, oltre alle due voci solistiche.
L'opera è stata composta adottando la poetica di antichi testi cinesi, tradotti in tedesco da Hans Bethge. Essa si articola in sei distinti episodi, caratterizzati dagli stati d'animo in quelle stesse liriche descritti, che il Maestro fa sue, per affinità di pensiero. La musica che da essi emerge, come gigantesca summa ed estremo dispiegamento d'ogni mahleriano strumento espressivo, ne caratterizza e valorizza i distinti toni, drammatici e poetici delle partiture.






Gli episodi così si articolano, assegnando a ciascuno i distinti assunti tematici:

Das Trinklied vom Jammer der Erde, nel quale si descrive la fugacità delle gioie terrestri
Der Einsame im Herbst, ove viene dato risalto al clima malinconico delle solitudini autunnali
Von der Jugend, che descrive il tema della giovinezza
Von der Schönheit, nel quale viene esaltata la bellezza
Der Trunkene im Frühling, ove le gioie del vino ed i fremiti della primavera sono il soggetto
Der Abschied, nelle cui liriche parole si esprime la tristezza delle separazioni e dei congedi

Abbiamo apprezzato di quest'opera, nella lettura puntualmente legata all'oggettività della partitura proposta dal Baveno Festival Ensamble, il grandioso dispiegamento del repertorio liederistico mahleriano capace di passaggi altamente espressivi dai toni drammatici a quelli più pacatamente naturalistici, da quelli che impegnano l'intera orchestra sui toni alti a quelli che distinguono le singole partiture strumentali nelle più minuscole sonorità appena percepibili all'orecchio umano. Abbiamo ritrovato integro, ma persino più completo e ricco lo spirito mahleriano del repertorio sinfonico in quest'opera dai multiformi colori e dalle straordinarie pennellate melodiche, ma pur colma di espressioni intime e di meditati fraseggi, profondamente capaci di captare anche i più reconditi anfratti dell'umano sentire.






Abbiamo anche creduto di poter distinguere, all'interno di essa, gli echi di sapore schomberghiano che indubbiamente nella trascrizione dedicatale dal Maestro viennese, grande estimatore e cultore di Mahler, vi si seppero introdurre senza peraltro per nulla trasgredire lo spirito stesso dell'originale, che  richiamava a tratti del Verklaerte Nacht per sestetto d'archi, di qualche anno precedente, alcuni tipici passaggi, tra i più incantevoli di quella composizione.







Tutto il sapore di questo musicale romanticismo mitteleuropeo, pieno d'accenti lirici perfettamente adattati all'intimo desiderio dell'umana natura d'elevarsi oltre la misera condizione umana, tutta quest'aura fiabesca che da essa affiora ad ogni passaggio di tonalità, ad ogni intersecarsi di fraseggio tra strumenti ad arco e strumenti a fiato, tra elementi timbrici diversi della stessa sezione, e tra parti strumentali e voci soliste è stato pienamente colto dalla becchetta del giovane direttore dell'Ensamble Marcello Parolini.
Assai ben governate, tra l'altro dal direttore, anche le osmosi vocali con l'orchestra. Ma ottimi componenti del risultato complessivo sono state certamente anche le due voci soliste del mezzosoprano Giovanna Lanza e al tenore Danilo Formaggia, entrambe rigorose e sapienti, la prima assai convincente e limpida nei passaggi più sussurrati dei "pianissimo", la seconda ricca di forza vibrante e cristallina negli accenti più alti della scala cromatica.






Meritato quindi certamente è stato il lungo applauso da parte del pubblico numeroso, che ha riempito la Chiesa dei SS. Protaso e Gervaso. Il maltempo ha putroppo fatto mancare il tradizionale appuntamento successivo alla prima inaugurale delle istallazioni "suoni e luci" sul sagrato della chiesa, i quali però replicheranno nei giorni successivi, fino al 22 di luglio, per il cui finale si prevede ancora di Mahler la 4a Sinfonia in sol maggiore -mi maggiore.

Nel discorso inaugurale che ha preceduto la musica il sindaco di Baveno Massimo Zoppi ha voluto sottolineare quanto le enormi difficoltà finanziarie del Comune non abbiano minimamente scalfito l'intenzione della giunta di continuare, nel pur costosissimo impianto organizzativo del Festival, la tradizione  dello stesso, da perseguire con ogni mezzo e con tutte le forze, dato l'enorme impulso da esso dato alla cultura del Verbano, ed all'indotto turistico. Per questo i suoi ringraziamenti particolari sono andati ai numerosi sponsor.
E' seguito un piacevole rinfresco, con tutta l'orchestra e le autorità locali, nelle sale del Dino, le cui oleografiche vedute delle bellezze bavenesi, s'adattavano, sia pur in modo un po' naif, allo spirito mitico e favolistico della serata musicale.






Baveno, 8 luglio 2011

Enrico Mercatali
(riprese con il mobile di Enrico Mercatali)

08 July 2011

Isola Bella delle Borromee



Isola Bella delle Borromee 
(The Isola Bella of the Borromeo Islands)
 

della "Magnificenza" al potere, e del "Turismo culturale"
L'idea di bellezza d'una delle tre perle del Lago Maggiore


about "Magnificence" at power, and "Cultural Tourism"
The idea of ​​beauty of one of the three jewels of Lake Maggiore




"Come un immaginario vascello, con palazzo a prua,  e giardino in poppa, l'Isola bella sembra solcare maestosa, in tutta la sua armonia, le scintillanti acque del Verbano. Il giardino all'italiana si presenta in un insieme coerente di forma piramidale che culmina nella grande statua del Liocorno cavalcato da Amore. Articolato in 10 terrazze digeradanti, è abbellito da fontane, prospettive architettoniche, e da una moltitudine di statue rappresentanti personificazioni di fiumi, stagioni e venti.
Il clima, particolarmente mite, ha permesso la crescita di una vegetazione ricca di varietà e specie che qui hanno trovato il loro habitat. Fra azalee e rododendri, spalliere di pompelmi e arance amare, orchidee e piante carnivore spicca la sgoma di un grosso canforo di più di duecento anni.




Fiori freschi profumano le stanze della principesca dimora arredate con sontuosi oggetti, mentre dipinti, arazzi e statue trasformano pareti e soffitti in un capolavoro.
Il gusto barocco esplode poi nelle Grotte a mosaico in cui si riflette il baluginio dell'acqua del lago.






Nella maestosa dimora di particolare interesse sono le Sale del Trono e delle Regine, e la Galleria dei Quadri, o del Generale Berthier, una testimonianza unica nel suo genere con circa centocinquanta opere, da poco restaurate, di artisti di indiscussa notorietà, dai seguaci di Leonardo ai trionfi del barocco". 









"Like an immaginary ship, with the palace in the bow and a garden at the stern, Isola Bella seems to sail majestically, into  its harmony, through the sparkling verbanian waters.
The italianate garden appears as a coherent whole in the form of a pyramid that ends in the great statue of the Unicorn ridden by Eros.






Articulated in ten graded terraces, it is embellished with fountains, architectural perspectives and multitude of statues representing personifications of rivers, seasons and winds.
The climate, especially mild, has allowed for the growth of richly varied vegetation with species that have found an habitat here. Among azaleas and rhododendrons, espaliered grapefruit an bitter oranges, orchids and carnivorous plants, the outline of a huge camphor tree, more than two hundred years old, rises up.




Fresh flowers perfume the rooms of the princely home, furnished with sumptuous objects, while paintings, tapestries and statues transform every wall into a masterpieces.
The Baroque taste bursts fourth in the mosaic Grottoes where the flickering lake waters are reflected. In the majestic palace, of particoular interest are the Throne and Queens Rooms and the Pictures Gallery, also called of General Berthier, a unique witness of its kind with about one hundred and fifty works, recently restored, by artists of indisputable fame, from the followers of Leonardo to the triumph of Baroque."







Questo quanto dicono le nuove brochures in lingua italiana e inglese a proposito dell'Isola Bella, predisposte quest'anno, per i turisti in visita, dalla stessa organizzazione delle Isole Borromee.
Il sito ufficiale della stessa recita invece, aggiungendovi maggiore dettaglio informativo:

L'Isola Bella, situata nel Lago Maggiore a circa 400 metri al largo di Stresa, fa parte delle Isole Borromee (oltre a questa ricordiamo l'Isola Madre e l'Isola dei Pescatori. È la seconda per superficie con i suoi 320 metri di lunghezza e 180 di larghezza, quasi interamente occupati da Palazzo Borromeo e dal suo lussureggiante parco.





La storia:

Nel 1632 Carlo III Borromeo decise di intraprendere la costruzione di un palazzo per la moglie Isabella d’Adda, scelse un nudo isolotto posto di fronte a Stresa, nel golfo del Verbano dove sfocia il fiume Toce. I lavori subirono una battuta d’arresto verso la metà del XVII secolo a causa della pestilenza sviluppatasi nel ducato di Milano, furono però ripresi con rinnovato vigore dai figli di Carlo III: il Cardinale Giberto III (1615-1672) e soprattutto Vitaliano VI (1620-1690). Quest’ultimo ebbe il merito di affidare il completamento dei lavori al celebre architetto romano Carlo Fontana.
L’inaugurazione dei giardini è invece del 1671, con Carlo IV (1657-1734) amante delle arti e letterato egli stesso. Alla fine del Settecento/inizio Ottocento il palazzo fu visitato da Napoleone con Josephine de Beauharnais e dalla principessa del Galles Carolina Amalia di Brunswick.





Il palazzo e il giardino: in visita all'Isola Bella:

 

Di gusto barocco con sfumature manieriste, l’imponente edificio che occupa quasi tutta l’isola fu progettato dai più celebri architetti del tempo. L’interno, elegante e sontuosamente arredato, ospita un’imperdibile collezione di arazzi con tappezzerie fiamminghe. Le sale sotterranee, invece, sono caratterizzate secondo la moda del tempo da grotte artificiali con le pareti incrostate di conchiglie e decorate da ninfe e specchi di marmo nero.
Ma ciò che veramente colpisce e lascia senza parole è il famoso parco: un giardino all’italiana composto da dieci terrazze sovrapposte a piramide mozza, abbellito da statue, fontane, arbusti rari, piante esotiche e fiori dai profumi delicati come la magnolia e le camelie. La parte in alto dei giardini, soprannominata “anfiteatro” per le rappresentazioni che qui si tenevano, è sormontata dal liocorno, stemma della casata Borromeo.





La storia del Palazzo Borromeo:

 

I lavori vennero avviato da Carlo III Borromeo (1632) che li affidò alla all'ingegnere milanese Angelo Crivelli, coadiuvato da altri artisti quali Pietro Antonio Barca e Francesco Maria Ricchino. Verso la metà del secolo il cantiere subì una battuta d’arresto a causa dell’epidemia di peste che imperversava nel Ducato di Milano. Soltanto negli ultimi decenni del Seicento i lavori ripresero con rinnovato entusiasmo grazie al figlio di Carlo, Vitaliano VI.
In realtà però il Palazzo potrà considerarsi terminato solo nell'immediato dopoguerra, allorché Vitaliano X (1892-1982) farà completare la facciata settentrionale, il grande molo all'estremità superiore dell'isola e soprattutto porterà a compimento la costruzione del Salone sulla base dei disegni e del grande modello ligneo realizzato nel 1871.
L’aspetto che si voleva dare all’isola, ossia un vascello sulle acque del lago, fu perseguito e portato a compimento nonostante il protrarsi dei lavori: il complesso dell’Isola Bella (costituito dal Palazzo e dagli incantevoli giardini all'italiana) si presenta infatti elegante ed armonioso nel suo insieme.









Palazzo Borromeo all'Isola Bella: la visita:

 

Il palazzo è stato edificato sulla punta nord-occidentale dell'isola ed è caratterizzato da una facciata imponente lunga circa 80 metri al centro della quale il salone d’onore si sviluppa come una sporgenza curvilinea occupando in altezza ben due piani. La struttura si estende poi verso il centro dell’isola perpendicolarmente a questa porzione assumendo nell’insieme la forma di una T.




Le sale principali sono tutte al primo dei quattro piani che costituiscono l’edificio e si snodano attorno al Salone, la cui copertura a cupola e le decorazioni sono state ultimate, sulla base del progetto originale, solo tra il 1948 e il 1959.
Il piano nobile, ambiente deputato al ricevimento e alla rappresentanza, ospita la neoclassica sala da ballo, detta anche "Sala delle Colonne", la "Sala della musica" che deve il nome ai preziosi strumenti musicali esposti, la "Sala delle Medaglie", dove vengono conservate dieci medaglie in legno dorato rappresentanti gli avvenimenti più importanti della vita di San Carlo Borromeo.  Sempre su questo piano si trova la Galleria degli Arazzi dove vengono custoditi sei preziosi arazzi di manifattura fiamminga del '500: la sua copertura a botte è decorata da rosoni d'oro su fondo bianco. Anticamente, per lo svago di proprietari e ospiti, vi era anche un teatro, in seguito distrutto, dove venivano rappresentate commedie e drammi.






Molto interessanti, infine, le grotte artificiali (cui si accede attraverso una scala elicoidale secentesca) decorate in modo da rievocare ambienti marini. In una delle sale è custodita una piroga preistorica, ritrovata ad Angera a fine Ottocento.




Fino al 1632 l'isola inferiore o "isola di sotto" era uno scoglio roccioso occupato da un minuscolo villaggio di pescatori provvisto di due chiese, una intitolata a San Vittore, presente sin dall'XI secolo, l'altra a San Rocco. I  Borromeo, il cui nome iniziale era Vitaliani (provenivano dall'omonima località nel Padovano), ebbero in feudo dai Visconti, nel XV secolo e in varie fasi, tutta questa zona del Lago Maggiore, che fu appunto detta "Golfo Borromeo". Vitaliano I Borromeo fu il primo a concepire il progetto di un incredibile palazzo sull'Isola Bella. Ma esso venne realizzato in seguito, soprattutto dal 1632: in quell'anno carlo III Borromeo iniziò la costruzione di un grandioso palazzo dedicato alla moglie, Isabella D'Adda, affidando i lavori al progettista milanese Angelo Crivelli al quale si deve anche la progettazione dell'impianto di base dei giardini.
I lavori subirono una pausa d'arresto verso la metà del XVII secolo a causa della grave epidemia di peste scoppiata nel ducato di Milano.




La costruzione riprese slancio quando l'isola passò ai figli, il Cardinale Giberto III (1615-1672) e Vitaliano VI (1620-1690); quest'ultimo in particolare, con l'appoggio finanziario del fratello, affidò il completamento dei lavori all'architetto ticinese Carlo Fontana e fece diventare la villa luogo di feste sontuose e rappresentazioni teatrali per la nobiltà europea. Al palazzo lavorò anche il Francesco Maria Richini, e per i giardini intervenne pure il Vismara. In epoca neoclassica, nel tardo '700, vi lavorò anche lo Zanoja, progettista del salone da ballo.
Al suo successore, il nipote Carlo IV (1657-1734), si deve invece il completamento dei giardini che furono inaugurati nel 1671. L'isola venne ristrutturata in modo da trasformarla in una fantastica nave, in cui la parte del palazzo era la prua e la parte dei giardini a terrazze, su quello che viene detto anfiteatro o castello (forse per la memoria di un preesistente castello medioevale), la poppa. Il progetto prevedeva infatti un approdo lungo, poi non realizzato in toto, davanti al palazzo nella parte occidentale.





Al periodo di Giberto V Borromeo (1751-1837) risalgono le frequentazioni più illustri dell'isola, da Napoleoner Bonaparte con la moglie Giuseppina Bouarnais alla principessa del Galles Carolina Amalia di Bruswick. Quest'ultima vi soggiornò due volte: nel 1797, alla prima campagna d'Italia di Napoleone, e vi tornò poi, innamorata del luogo, nel 1805. Di questi soggiorni abbiamo la stanza di Napoleone, arredata da mobili in stile impero. Sulla prima moglie di Napoleone, racconta un aneddoto che, innamoratasi del luogo, fece di tutto per convincere i Borromeo a vendere l'isola Madre o (meno probabilmente) i Castelli di Cannero. Incontrò il rifiuto dei Borromeo, ma seppe assai  degnamente consolarsi con la splendida Villa d'Este di Cernobbio, sul Lago di Como.






Il palazzo, aperto alle visite, mostra i suoi saloni e camere del piano nobile, realizzati dal XVII al XIX secolo, e nella parte inferiore le grotte, che tanto estasiarono Stendhal. All'interno vi sono tele del Cerano, di Francesco Del Cairo, di Giordano (nella sala detta appunto sala di Giordano, sono Il Giudizio di Paride, Europa rapita da Giove trasformato in Toro, Il trionfo di Galatea), di Salvator Rosa, del fiammingo Muller detto il Tempesta (artista ospitato a lungo dai Borromeo, suoi mecenati, che lo avevano anche salvato dal processo di tentato omicidio della di lui moglie), del Nuvolone, di Francesco Zuccarelli, etc..
Da ricordare la galleria degli arazzi, così detta per i suoi enormi arazzi fiamminghi, sei in tutto, del XVI secolo, in seta e oro, il cui tema ricorrente è il Liocorno, emblema dei Borromeo. Negli ambienti del tutto particolari delle grotte, ricoperti di pietre e conchiglie di una infinita varietà di tipi, sono raccolti anche resti archeologici della preistorica Cultura di Golasecca.
Da visitare anche sono i giardini con una incredibile varietà di piante esotiche. In essi la parte superiore è quella detta "anfiteatro", dato che qui si tenevano le rappresentazioni sceniche che appassionavano i Borromeo. Sono qui varie statue, alcune realizzate dallo stesso progettista, il Vismara.


Luglio 2011

Redatto da: Enrico Mercatali
(fotografie di Enrico Mercatali)

"ARCA Arte Vercelli" – Italian Art with Guggenheim



Date le numerose richieste pervenute, proponiamo l'articolo su Arca Arte Vercelli, pubblicato da Taccuini Internazionali nel mese di aprile, anche in lingua inglese:
 
 Umberto Boccioni, Controluce (Backlight), 1910



1900-1961

ITALIAN ART

in GUGGENHEIM COLLECTIONS


Mario Sironi, “Urban Landscape”, 1921 (from the exhibition catalogue, by “Giunti art exhibitions museums”)


We have visited the beautiful exhibition suggested this year by ARCA Arte Vercelli, “1900-1961 italian art in Guggenheim collections”, after the wonderful exhibitions already realized by ARCA City of Vercelli in collaboration with Guggenheim Foundation, all centered on the “histocal” relationship between the gre american institution and our countr



Giorgio De Chirico, "La torre rossa" ("The red tower"), 1913




The exhibition that we saw this year (open until june 5th 2011), promoted by Piedmonte region in collaboration with the office for the promotion of culture in Vercelli, has been organized by Luca Massimo Barbero inside the prestigious San Marco church, and in particular behind the steel and glass casket that has been setup inside it so as to host these initiatives of high cultural level.


Mario Sironi, "Il cavallo bianco" ("The white horse"), 1919




We would like to highlight these three components, since tourism often shows approval for the binomial “historical artistic culture” and “creative intelligence”  in the event’s exposition. It must express a great level of preparation and selection of the works, the historical context in which you can discover historical-artistic values, and a mounting able to connect the two previous components. This exhibition, like the previous trilogy centered on Peggy Guggenheim’s figure, had definitely got these characteristics, and because of that it deserves to be promoted as a destination for the cultured tourist, also coming from abroad, who is about to plan a trip in our region.
Moreover, he should have the pleasure to see Vercelli, a city of art still little accessibile in the International circuits, its squares and its markets, its famous monuments and its estimable cooking. These last aspects deserve our attention, in another site. 



An angle of the exhibition, with Burri and Afro. The display cabinet’s “sky” where contemporary art exhibitions are organized, can be opened or closed so as to see San Marco Church. The osmotic effect between the two complementary areas is incredibly spectacular


But let’s now talk about Arca and the exhibition, about San Marco Church, which contained Arca, which in its turn contained the italian art chosen by the Big Apple. This precious whole of historical-artistic values, one inside of the other, the “display cabinet” cointaining Arca, which contained the “case”, is what struck us the most; the Church and its frescos were being repaired, and you could clearly see the works; the exhibitions’ room offered an output more and more prestigious, and the “Arca” which separated them could highlight their osmosis, since it had a mobile ceiling, able to open and close depending on the need of light and dark, link and separation that you decided to use, even during the exhibitions’ course.



Another angle of the exhibition, whose inauguration has been attended by a numerous public



The display cabinet’s device was really astonishing, even in its modest dimensions (m. 29 x 7,5), and since it developed both indoor and outdoor on 374 square meters of surface, it allowed the visitor to combine modern and ancient art. You could compare the productions of  lay culture and sacred art, of that unicum, in the Piedmontese figurative panorama, constituted by the “Genealogy of the Virgin”, which represents one of the best examples of medieval frescos, endowed with a strong typicality, today present in our geographical area.




Umberto Boccioni, Unique shapes of the space’s continuity, 1913. This is one of the three versions of this sculpture: it belongs to the Guggenheim collection. Another version is exhibited in the Novecento Museum in Milan. The third one is in the Tate Modern in London.

In the display cabinet, on the day we visited it, the exhibition by Massimo Barbero was dedicated to the italian art that fascinated Solomon Guggenheim, determining his choice in the formation of his prestigious collection. We have had a chance to deeply understand the american taste for the italian artistic currents which have crossed the first years of the last Century, especially the Milanese ones, like the futurism of Boccioni, Sironi, Carrà, and also of some italian artists in Paris, like Modigliani. A discovery, the one of Solomon, which has certainly influenced every following artistic event of the modern, until this day and age.




Peggy Guggenheim in the year 1957, next to  "La nostalgia del poeta" ("The poet’s nostalgia") by Giorgio De Chirico,  promotes the new fashion  bigness, wearing the big belt and the Alexander Calder earrings (picture got from the Exhibition catalogue, of “Giunti art exhibitions museums”).


We also had the possibility to get an idea of what Peggy’s father and Peggy herself were going to dedicate themselves to, by growing attached to such art, buying works so as to widen their collection, while the pioneer of american architecture, Frank Lloyd Wright, was about to plan and build the temple of New York art during the 50’s, commissioned by them. We discovered that Burri, Capogrossi, Fontana and Vedova were some of their favourite artists, after the ones who had constituted the 20th-Century vanguards, in addition to De Pisis and Morandi, already belonged to Gianni Mattioli Collection, and arrived at Ca' Venier dei Leoni in 1997. For sure the american Master who was building the Temple (the primigenial Arca) that would host them, was already imagining the collocation along the perimeter of the immense degrading spiral which his genius was orchestrating, as the project developed.



The public was particularly attracted by “Portrait of a student”, work realized between 1918 and 19 by Amedeo Modigliani. It was the exhibition’s icon, together with Capogrossi’s work, and it had been placed in a central position.



The curator explained us the reasons that had induced him to introduce a chronological logic in the mounting which is opposite to the norm, starting from the 60’s and proceeding backwards until the beginning of the century, along the exhibition’s path. It was almost a discovery of modernity’s origins, starting from the big and beautiful canvass by Capogrossi, entitled “Surface 512”, which have also marked the moulding of a specific National artistic taste, internationally well-recognizable, in the various stages of the centenary from Italy’s Unity, which celebrates its 150th anniversary this year.



Giorgio Morandi, "Natura morta" ("Still Life"), 1954



The canvasses, paintings, sculptures exhibited were some of the most beautiful and meaningful ones from the 20th Century, and some of them belonged to the big Guggenheim collection: let’s mention, for example, the 8 works by Mario Sironi, the Urban Landscape from 1921, which were particularly able to represent the effective and terse style of the milanese artist. We want to mention also the beautiful “red tower”, by De Chirico, from 1913, metaphysical italian square decorated with a few symbolic figures of high “De Chirico” imprinting; the wonderful “Suburb” created by Umberto Boccioni in 1909; and ‘Matter”, from 1912. The painting “Backlight” from 1910, really fresh and modern, was really appreciated by us, especially in this exhibition’s context.

Umberto Boccioni, "Materia" ("Matter"), great oil from 1912, with renewals in 1913, of  remarkable dimensions (226 x 150 cm) (from the exhibition catalogue, of "Giunti art exhibitions museums")



Another work of really high level was a “Still life” from 1954 by Morandi, of unusual dimensions, delicate and soft like no one else of his other paintings; and then the typical works by Vedova, Fontana and Burri, between which the “Big Plastic Black” by the latter particularly stood out. In this work created in 1964, the material swells up and boils so as to give an individual and new interpretation to art. Giuseppe Capogrossi stood out in the exhibition because of the gigantic being at the entrance of every path.
Medardo Rosso, Gaetano Previati and Adolfo Wildt, respectively in "Ecce Puer" of 1906, "Young boys with fruit baskets" of 1916 and "Cry on the closed door" of 1915, open and close the entire exhibition, together with Capogrossi, by welding its extremes.



The public crowded the presentation of the exhibition’s curator, Luca Massimo Barbero. In the background, the great painting by Giuseppe Capogrossi “Surface 512”, 200 x 300 cm, bought by Solomon Guggenheim but never arrived to its natural site. Today, because of various vicissitudes, it is in Rome, inside the National Museum of Modern Art.



We believe that exhibitions of this kind can be really useful, together with the context described, the structure that contains them, the whole city which has been able to express it and create a territorial and urban context, to be aknowledge and recognized. But also with a tourism that can produce other tourism, an economy which is fundamental for our Country, in the sign of that “Knowledge Economy” which also the assessor from Vercelli, Giorgio Fossale, has been able to enhance through this initiative, since he would like to link it with the production of a new and wide surplus value. He has certainly worked in this way, and he has been able to create in his town a model that should be reproduced in other “smaller” italian local realities.



The “Display Cabinet” of the Arca, in San Marco Church in Vercelli, with its ceiling that can be opened and closed, and that highlights the vaults rich in precious frescos. The project has been realized by the Turinese architect Ferdinando Fagnola. The display cabinet (the Arca) is a parallelepiped of small dimensions. It is only 29 x 7,5 meters wide, and it allows a path inside its rooms which is 110 meters long. Despite the dimensions, due to the dimensions of the curch that contains it, the Arca is completely suitable for accomodating some exhibitions of middle dimensions; this has been demonstrated not only in this last exhibition, but also in all the ones that have preceded it, always set up with moderation and good taste, armony and balance.


We will certainly see that this can happen, by using the means that we have available, so as to give our contribution to the promotion of Vercelli’s cultural reality, and so as to indicate this town as a centre of significant initiatives, inside a context of urban and artistic history from far origins.

Vercelli aprile 2011
Enrico Mercatali 
(dedicato a Eli F.)
(Penelope Mirotti translated from italian)
Fotografie di Enrico Mercatali

26 June 2011

ABOUT DESIGN - Evoluzione di un'arte che piace a tutti



About   
D    E    S    I    G    N

-  evoluzione di un'arte che piace  -






L'imbuto più bugiardo del mondo è prodotto da Alessi, e creato da Stefano Giovannoni con Miriam Mirri nel 1998. Questo prodotto rappresenta assai bene il paesaggio sdrammatizzato del  design contemporaneo "in parte reale e in parte mediatico, capace di concorrere a definire un'atmosfera di auto-assoluzione generale per l'uomo contemporaneo... ove, nel sistema del neocapitalismo globalizzato, tutto fatto di crisi cicliche, continuamente impegnato a trovare equilibri provvisori di sopravivenza, l'individio ricerca segnali amicali, rilassanti e protettivi, che esorcizzano le sue angosce, derivanti dai nodi di un sistema socialoe e ambientale che non funziona. Egli è sensibile quindi alla presenza tranquillizzante di personaggi che lo riportano a una infanzia serena: gli gnomi, i gacha-gacha, i folletti, le bamboline, i mostriciattoli... la cui presenza innocente concorre a ridurre lo stress derivato dall'incapacità di progettare il proprio futuro. Questo stato d'incertezza permanente dell'attuale sistema mondiale dell'economia postfordista è lo stesso che si manifestò nell'America della Grande Crisi negli anni Trenta quando gli animaletti parlanti di Walt Disney ebbero origine. Si tratta quindi di un sottosistema antropologico, di una sorta d'uso abusivo e simbolico del prodotto industriale, che il design ufficiale non ha mai considerato" (A. Branzi)


Noi, che viviamo nel territorio a maggiore vocazione  mondiale di design (fascia Mi-To/Alpi), abbiamo un punto di vista privilegiato d'osservazione, e possiamo argomentare di qualità astratte e concrete della produzione attuale nel quadro storico d'una disciplina in forte evoluzione e di sempre maggiore impatto sul pubblico più vasto, avendone quotidiano contatto coi luoghi di progettazione e di produzione, oltre che di vendita, e quindi di maggior contatto coi bisogni e coi gusti del compratore.





Luceplan, 2005, Alberto Meda e Paolo Rizzato - Queen Titania. L'edizione in formato extralarge di un'icona della produzione di Luceplan. Raddoppiata nelle dimensioni e nell'impatto visivo, Queen Titania è progettata per l'illuminazione di grandi ambienti. La struttura lamellare dell’involucro è composta da una sequenza ordinata di centine in alluminio che hanno la funzione di riflettere e smaterializzare la sorgente luminosa. la lampada assume aspetti volumetrici diversi a seconda del punto di vista: trasparente se osservata di fronte, solida se osservata di fianco. L’inserimento di una coppia di filtri a lato della sorgente luminosa, consente di colorare il corpo della lampada senza interferire con l’emissione di luce bianca.


Merce divenuta arte, oggi, il design passa da un periodo nel quale essere solo un lusso non paga più sui mercati occidentali dilatatisi a dismisura per prodotti di questo tipo, che hanno chiesto da tempo di diffondersi in tutte le case, divantando merce povera in termini di costo unitario ma non di valenze, mentre il "lusso" può ora permettersi un nuovo status, ovvero essere antiquariato (o modernariato che dir si voglia), ovvero di essere oggetto scarsamente reperibile, oppure d'essere l"usso" perchè inserito in produzioni "d'alta gamma", in cui, tra ricerca, materiali e metodi produttivi difficoltosi e complessi, marketing sofisticato e firma di prestigio, s'ottiene il giusto mix per fregiarsi dell'appellativo di "status simbol".





Flos, 1991, Gun Collection by Philippe Starck. La lampada con il grillett. All'accensione, le lampade di norma fanno "click!". Con questa c'e' rischio di sentire un "boom!".
Ma non preoccupatevi.
In realtà, malgrado la forma quantomeno audace di questa lampada, la Lounge Gun di Philippe Starck è innocua e tutto quello che può fare è sparare, si, ma un fascio di luce.
Realizzata con corpo in alluminio pressofuso sovrastampato con polimero ad iniezione e finitura galvanica in oro opaco 18K, è alta 165 cm da terra.
La particolarità della Lounge Gun non è tanto il diffusore, pur sia impreziosito dal rivestimento in carta serigrafata oro all'interno, quanto piuttosoto lo stelo che lo regge dalla particolare forma di fucile puntato verso l'alto.
Questo modello fa parte della linea Gun Collection di Flos, all'interno della quale sono presenti altri complementi in stile, anche da tavolo.


Distinti e variati targets, ben precisamente collocati per le distinte distribuzioni di mercato, tutto però ben ancora unificato dall'essere parte d'un club esclusivo, con tanto di consapevole atto di appartenenza, quello di chi sà cosa distingua il design da prodotti d'altra natura, di cui ancora pieni sono i centri di vendita, che siano essi bancherelle della strada o mega magazzini specializzati. Che la pentola sia o no design lo stabilisce una cultura alla quale ormai tutta la gente guarda consapevolmente quando sceglie, o quando si interroga sul come ed ove utilizzare questo o quel prodotto. Che il water sia o no di storico o recente design, pure viene stabilito al momento di ristrutturare il bagno, e così vale per il rubinetto o lo scopino. Se la poltrona debba essere oppure no un prodotto di design, se il tappeto debba essere un kilim piuttosto che un Marimekko, se le sedie del terrazzo debbano oppure no essere trattate come "prodotti di consumo" piuttosto che fattori che potranno pienamente dimostrare le nostre possibilità economiche.





Morfeo, progettato da Stefano Giovannoni e prodotto da Domodinamica nel 2002, è un divano che propone in chiave ironica una sintesi tra zona giorno e notte; sullo schienale sono integrate due comode lampade snodate da lettura e all’occorrenza il divano nasconde una rete metallica estraibile completa di materasso per trasformare Morfeo in un comodo letto ad una piazza e mezza. Un prodotto per il relax da vivere 24 ore su 24. La struttura è realizzata in poliuretano flessibile assemblato al telaio, il rivestimento è in tessuto elastico colorato.


Tutto quanto sopra riguarderà fattori di mercato che verranno attentamente analizzati dai produttori e dal marketing che ne individuerà i più attendibili consumatori. Spesso accadrà anche che i diversi targett si mescolino l'uno nell'altro all'insaputa anche di chi produce e vende. Ma la qualità del progetto di ciascun prodotto non verrà minimamente intaccato da argomenti economicistici e di mercato in quanto essa farà parte indiferentemente del prodotto di più infimo prezzo oppure di quello molto molto più costoso, in quanto attiene all'idea che vi è sottesa, ed ai criteri di progettazione, il cui risultato formale sarà quello che decreterà inesorabilmente la riuscita in termini di prodotto artistico dell'oggetto, e non già quello, od esclusivamente, quello di vendita.






Miscelatore lavabo a fotocellula con scarico automatico, produzione Oras, 2010, design Stefano Giovannoni. Il nuovo miscelatore lavabo senza contatto è un’ alternativa ecologica per il bagno di casa, di alberghi e luoghi pubblici. Permette di risparmiare acqua ed energia. L’utilizzo dei rubinetti a fotocellula è facile e sicuro: è sufficiente avvicinare le mani al rubinetto e l’acqua comincia a scorrere. Alla fine dell’uso il rubinetto si chiude automaticamente. Non occorre toccare il rubinetto, né prima né dopo il lavaggio, garantendo così la massima igiene senza sprecare acqua.


Occorre poi precisare che il design oggi è esso stesso considerato status simbol, in quanto prodotto di cultura, e molte case si riempiono di oggetti di basso o bassissimo costo che sono portatori di messaggi subliminali densi di significato, quali creatività, fantasia, colore, humor, che li sanno rendere bene accetti da chi ne comprende il linguaggio, o addirittura assai ricercati da chi attraverso il design intende autorappresentarsi. Molti collezionisti oggi arredano le proprie abitazioni con prodotti "d'annata", non più presenti nei cataloghi, o con prodotti di grandi firme dell'architettura e del design, o con pezzi assai costosi, così come, una volta, si faceva, ed ancora si fa, con le opere d'arte pura, con quadri d'artisti conosciuti, con opere di serie di grandi firme dell'arte, con pezzi di scultura o di artigianato particolarmente esemplari o significativi della cultura alla quale appartengono.




Alessi Ship Shape Container by Stefano Giovannoni


Il design infatti, in questo modo, ha saputo portare l'arte in ogni casa, a prezzi anche stracciati, attraverso formule di produzione e di distribuzione che hanno saputo fare tesoro dell'insegnamento dei grandi maestri dell'architettura che sin dalla fine del secolo XIX davano corso all'idea che, attraverso la meccanizzazione e ad intense forme di industrializzazione, si potesse giungere facilmente alla produzione di massa d'oggetti anche di grande bellezza. Il cammino, da allora, non fu così semplice come lo si pensava all'inizio, ma condusse pur sempre al risultato auspicato.




Carlotta de Bevilacqua, lampada da tavolo, serie in piedi Metamorfosi. Disponibile in fluorescente (Yang) e alogena (Yang touch). Six feet poco si può regolare la posizione con diverse inclinazioni. Tre proiettori con filtri dicroici nei colori rosso, verde e blu, permettono infinite atmosfere di luce rossa. Materiali: struttura in acrilico e policarbonato, maniglia in alluminio (solo Yang touch).  Emissione di luce: diffusa, bianca e colore.  Yang: attraverso un telecomando in grado di gestire 10 atmosfere standard, crearne e memorizzarne altri 10 e gestire l'intensità luminosa. Un display sulla lampada visualizza la atomósfera selezionato.  Yang touch: regolazione del clima colorato e l'intensità della luce è ottenuta in un modo unico per ogni lampadina tramite tre pulsanti sul corpo della lampada. Una maniglia facilita il trasporto.


L'essenza del design, perciò, fu promotrice d'una divulgazione d'oggetti sempre più semplici nel disegno e sempre più complessi nelle tecnologie d'utilizzo. Molti oggetti che hanno fatto la storia del design hanno infatti avuto la funzione di difondere oggetti d'uso comune, come sedie o lampade ad esempio, realizzate con modernissime tecnologie del legno o del metallo che ne forgiavano la forma in modo inconsueto e talvolta pertfino impossibile manualmente (vedi le Thonet, o le Prouve, o le , oppure le lampade di, rendendo riconoscibilissimo ed anzi auspicabile la derivazione industriale di questo o di quel pezzo).





Magic Bunny, 1998, Portastuzzicadenti di Stefano Giovannoni per Alessi.


I Grandi maestri vi lasciarono poi la loro personalissima e riconoscibile impronta in oggetti di grandissimo pregio, attraversdo produzioni in esclusiva che ne tradirono in parte gli assunti sociali, ma ne divulgarono il messaggio qualitativo, così contribuendo a far diventare il design l'arte per eccellenza a produzione seriale.





Chair One, 2004, sedia prodotta da Magis e disegnata da Kostantin Grcic. Chair One, una particolare sedia dallo stile innovativo è realizzata nella versione con sedile fisso o girevole con meccanismo di ritorno della seduta. Materiali: base in cemento verniciata trasparente neutro. Sedile in pressofusione di alluminio, trattamento di fluotitanizzazione verniciato poliestere.
Su richiesta sono disponibili i cuscini. Adatta anche per esterni. Prodotto ignifugo.
Colori disponibili: rosso, bianco, grigio antracite metallizzato, nero.


In questo modo la tecnica faceva mostra di sè arricchendo il progetto dell'idea primaria che solo attraverso la costante e appropriata applicazione logica delle tecnologie in continua evoluzione, si potesse innovare la produzione, e dare al mercato sempre più soddisfacienti prodotti in grado di rispondere alle esigenze dei compratori.





Prodotto da Magis questo Puppi è disegnato da Eero Aarnio.  Un prodotto oggi pubblicatissimo e presente in ogni rivista di moda, design, arredamento, architettura d'interni, cultura in genere, Body remotely familiar with the designs of Eero Aarnio will instantly realize that his latest creation, the Puppy, is 100% classic Aarnio. The Puppy is part of the new "me too collection" of children's furniture and accessories from magis. This adorable abstract plastic dog is constructed of hard polyethylene that is suitable for indoor or outdoor use. P=uppy is a sculpture, a toy, a small stool, whatever your imagination wants it to be. Puppy è proposto in decine di versioni e colori. In questa foto è la versione capace di muoversi per lungo tempo ad un solo tocco. Il cagnolino sembra vivo divenendo così sostitutivo del cagnolino vero, e come questo tanto amato (un po' come avveniva coi Pokemon per i bimbi più piccoli)


Con il superamento più o meno polemicamente orchestrato, a partire dagli anni settanta, del funzionalismo, e dell'idea che solamente attraverso la ragione applicata alla tecnica potesse derivare la qualità dei prodotti, possono essere spiegati i fenomeni tanto diversi e complessi che caratterizzano l'odierno design. Così come avvenne alla cultura del progetto architettonico, la critica serrata al funzionalismo ebbe seguito anche a quello del progettazione degli oggetti d'uso quotidiano, ove, la seconda fece seguito alla prima quando si dovette assistere al passaggio dal fenomeno del post-modernismo a quello di una sorta di post-essenza dell'oggetto di design. 






Sedile "Sella" di Zanotta, progettata da Achille e Pier Giacomo Castiglioni nel 1957. Sella di bicicletta da corsa, colore nero, asta in acciaio verniciato, colore rosa. Basamento in fusione di ghisa. Sgabello per telefono realizzato con elementi industriali, si traduce in una seduta “sempre in piedi”. Eʼ composto di un basamento dellʼequilibrio dinamico a mezza sfera in fusione di ghisa (diametro 33 cm), il sedile è composto di una sella da bicicletta in cuoio, regolabile in altezza, portata da un tubolare verticale in acciaio verniciato rosa. Lʼaltezza totale del sedile è di 71 cm ed è estensibile. Lʼidea progettuale di questo oggetto non può essere colta se non si ricorda che negli anni cinquanta la maggior parte dei telefoni anche nelle abitazioni erano collocati su di una parete e le persone per utilizzarli dovevano restare in piedi accanto allʼapparecchio. 
Oggi la "Sella" del maestro Castiglioni è un oggetto di culto e da collezione. Esso è utilizzabile come seduta temporanea in ogni ambito della casa. ma esso è soprattutto una scultura ed una icona del design concettuale, del quale Castiglioni faceva intelligente e costante uso, anticipando il design ironico e simbolico più tardi introdotto dai radical e soprattutto dalle nuove forme di cultura dell'immaginario a sfondo antropologico


Tale fenomeno, che non ebbe nessun addentellato col corrispondente architettonico, il quale vide in un primo tempo nascere una sorta di tendenza alla neo-classicità per poi assumere l'aspetto d'una moda che si volle determinare come "destrutturante", nel design divenne invece pura e semplice decontestualizzazione del significante (solo i primi edifici di Frank Gehry furono tali), così che uno scopino da cesso apparisse come una piantina, oppure un imbuto una maschera di pinocchio, o un cavatappi un omino divertente, oppure una lampada un mitra dorato, che più semplicemente tutto ciò apparisse come fenomeno d'ironico divertissement in grado di rendere, in sè stesso, più gradevole ed accettabile la vita domestica d'ognuno, pur nella consapevolezza dell'attimo fuggente che la determina e la rende evanescente.





Universalmente conosciuta è la poltrona UP 5-6 dalle forme femminili e con un poggiapiedi sferico che ricorda la palla al piede dei detenuti. Vuole rappresentare la condizione femminile di schiavitù nei confronti del proprio corpo e dell'immagine di donna oggetto. Pesce in tal modo esprime il proprio dissenso di designer socialmente impegnato verso la società consumista, che mercifica e riduce ogni cosa a oggetto di consumo.
L'uso di forme antropomorfe che ricordano quelle umane costituisce una rottura degli schemi nel disegno industriale, tradizionalmente legato alle forme squadrate del razionalismo. Di grande attrattività emotiva e per i sensi, fortemente fotogeniche, queste sedute hanno superato la loro funzione, per diventare attraverso la forma vere e proprie icone Pop del design moderno, così dirompenti da essere ancora attuali. La serie UP è perciò entrata di diritto nei manuali e nei musei internazionali di storia del design, per aver rappresentato una grande innovazione tecnica ed esempio mirabile di design organico.


Molto parlare oggi si fa nel quotidiano, sia tra gli addetti ai lavori che tra la gente, e molte anche incominciano ad essere gli studi che ne approfondiscono l'essenza, la storia e le evoluzioni del linguaggio, nonchè le pubblicazioni divulgative e di approfondimento per tutti.





 Ottima ci è sembrata, ultimamente la collana dedicata alle firme più significative che questa arte ha, sin dalle sue origini rappresentato, che l'hanno fatta, determinata e costruita nelle sue plurime valenze, sino alle più giovani generazioni che ne hanno saputo imprimere svolte molto significative sia sul piano del gusto che su quello dei significati. La collana "I maestri del design", edita dal Sole 24 Ore e diretta con acuta intelligenza da Andrea Branzi, è oggi un ottimo modo per portare a tutti non solo il design in quanto prodotto da consumare, ma anche l'oggetto di culto, da conoscere ad apprezzare perchè dice qualcosa sulla sua funzione, sulla sua storia e sui messaggi che sà mandare al mondo.




Alessi, SG04 "Merdolino", scopino da bagno. Con questo primo oggetto Alessi per il bagno, non esente da critiche per avere osato toccare un tema difficile, Giovannoni ha portato una ventata di poesia in una tipologia per noi del tutto inconsueta ma destinata ad aprirci un nuovo territorio di sviluppo.


Diventa chiara attraverso la lettura degli editoriali di Branzi quanto formidabile e significativa sia stata la svolta che dal design degli architetti ha condotto, fino ad oggi, al design dei creatori e manipolatori di messaggi, instaurando una cesura netta tra l'arte dei Maestri (quelli con la M maiuscola), che hanno mostrato quanto lo spazio non fosse solo architettura entro la quale proteggersi, ma anche gli oggetti  quotidiani che lo rendono vivibile, e la produzione di figure e immagini tridimensionali capaci sì d'esserci utili nelle loro funzioni primarie, quanto anche, e forse in taluni casi soprattutto, attraverso l'ammiccante linguaggio che ci rende sicuri, che perfino a volte sà renderci felici.



Privé di Cassina. Una collezione composta e formale, che racchiude seducenti elementi di deroga e trasgressione, uniti a sottile provocazione e ironia. Preziosa e sensuale nei ricchi rivestimenti in pelle, la collezione Privé si articola in diversi modelli: poltrone, chaise-longue e divani di diverse dimensioni. Le dimensioni lussureggianti caratterizzano il divano a isola con due schienali e bracciolo d’appoggio piatto. Di misura extralarge tanto da assomigliare a un letto, la struttura di base e i piedini di appoggio sono in alluminio lucido con fasce a vista in pelle. L’ampia seduta è in poliuretano espanso a densità differenziata, schienali e braccioli sono realizzati con struttura in acciaio e imbottitura in poliuretano espanso schiumato abbinato a ovatta di poliestere. Il bracciolo orizzontale destro o sinistro, che assolve anche la funzione di sostegno o piano di appoggio, può essere fisso o ad altezza variabile. Dettaglio prezioso, la lavorazione capitonné impiegata accanto alle superfici lisce in una dialettica alternanza. Il progetto è ispirato nelle sue forme e nei materiali utilizzati ai contenuti del design dei grandi maestri, da Le Corbusier a Mies van der Rohe. Il suo progettista, noto anche come appassionato cultore del sesso, ha confessato in una intervista, d'aver preso ispirazione, nel progettare questo prodotto, alle necessità  d'avere uno strumento ove poter fare bene l'amore. C'è da chiedersi se anche Albini, o Aalto, nella fase ideativa dei più noti loro progetti di chaise longue e di divani, abbiano tenuto conto di tale funzione...


Tavolino d'appoggio Gnome Attila di Kartell. Philippe Starck ci porta in un mondo favoloso, quello della magia e delle leggende. Incantevoli, ammaliatori, simboli di gioia, questi nanetti vi porteranno fortuna. Mobili da appoggio e piccoli sgabelli troveranno posto nell'universo dei grandi e dei piccini. 





Anche "Mezzadro" che Achille Castiglioni ha progettato per Zanotta nel 1957, assieme alla "Sella", è un oggetto che ha dato il via alla seconda vita dell'arte del design, alla sua "post-essenza", ovvero alla sua capacità d'essere altro, rispetto alla funzione attribuitagli, oppure, addirittura, solamente "altro"






Oggi anche l'oggetto più legato ad un utilizzo specifico, che voglia anche essere concepito secondo le tradizionali tecniche progettuali (discendenti dalla cultura degli architetti), come dimostra questo "Mami, bollitore", disegnato per Alessi da Stefano Giovannoni, cerca forme rassicuranti, avvolgenti, affettuose, invoglianti, materne, ecc....



Inversamente Philip Stark, come nella lampada mitragliatore per Kartell, e come in questo esempio di decontestualizzazione materica d'un disegno tratto dalla storia del mobile settecentesco, cerca enel proporre elementi di novità, un approccio fortemente ironico e beffardo
 




Franco Albini, 1940 (prototipo), Dondolo in legno PS16, 1959 (Poggi), 2009 (Cassina), legno di noce, tessuto, cuscini in gommapiuma rivestiti di panno, cinghie di pelle. Design artigianale con cenni di contenuto tecnologico, tratti dal repertorio classico della cultura degli architetti, prodotto indistriale di grande raffinatezza, come forse solo Albini sapeva fare, ancora totalmente pieno d'essenza, dell'essenza che del design ha fatto una nuova arte, e totalmente estraneo  alla piega successiva che abbiamo definito, per comodità, della "post-essenza, appunto per distinguerlo, sia sul piano contenutistico che su quello dell'approccio linguistico, da quello del quale questo esempio è ancora uno dei più alti che si possano annovarare


Lesa, 26 giugno 2011
Enrico Mercatali