THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

22 July 2012

Straordinario evento musicale: Jan Garbarek e Trilok Gurtu - Stresa 2012





JAN GARBAREK GROUP

featuring
TRILOK GURTU



at

Stresa Jazz Festival - Midsummer concerts - 20 luglio 2012





Il primo appuntamento di questa estate jazzistica stresiana è stato accentato sul musicista più indecifrabile della storia musicale contemporanea e sulla sua personalissima cifra stilistica, assai ricercata dal suo pubblico proprio per questo suo essere diversa. Il grande musicista si è presentato come sempre in grande forma, nonostante gli anni passino veloci, tanto da nuovamente appassionare i suoi fans, tra i quali anche noi siamo, e molti accorsi anche questa volta da lontano, per testare le novità di quest'anno, con il suo organico tradizionale, e con l'illustre ospite sui drums, quasi a voler chiudere quel cerchio di perfezione al quale ci siamo abituati  da tempo nel sentirlo, soprattutto dopo anni ormai dall'ultimo indimenticabile "Praise of dreams".




Jan Garbarek at the Stresa Festival 2012, with Yuri Daniel and Rainer Bruninghaus
(foto Enrico Mercatali)



Un'infausta casualità ha voluto che il concerto si avviasse sotto gli effetti del più violento dei temporali di questa stagione, venuto a scaricare tanta più acqua si potesse per impedire che l'evento prendesse l'avvio. Qualche smorfia dei protagonisti giunti sul palco, nel vedere il folto pubblico totalmente sotto gli ombrelli, non arrese però la loro volontà di far partire nel modo più disinvolto e convincente la serie dei brani prescelti per la serata. E mentre parte del pubblico si avvicinava al palco, a seguito della fase più violenta del rovescio, per ripararsi almeno in parte dalla sua copertura, il sublime incastro timbrico dei quattro strumenti in azione, già dava i suoi frutti nell'incantare quel pubblico, che già era pronto ad immedesimarsi totalmente e indissolubilmente, nonostante l'imprevisto temporale durato quanto il concerto, da quel vortice di sonorità un po' new-age, un po' rock, un po' classiche, un po' free jazz che solo il perfezionatissimo connubio tra lo spirito nordico e quello indiano, di Jan Garbarek col suo Group e dell'ospite d'onore Trilok Gurtu, potevano creare, un poco attenendosi agli standards e un poco improvvisando a piacere, rimbalzandosi l'un l'altro il bandolo melodico, anch'essi ormai divertiti dalla presenza accanto ad essi del folto pubblico, intirizzito ma estasiato.




Jan Garbarek plays his Borgani soprano, at Stresa Festival 2012. A Berg Larsen soprano 65/1 is used by his masterpieces (foto Enrico Mercatali)


Più di due ore continuate di grande musica, poderosa ed incalzante, punteggiata da pause calibrate, per dare un po' di tregua alla tensione che ciascun artista declinava in assoli volutamente tesi ad esaltare il contributo di ciascuno nel comporre l'irripetibile complessivo affresco, in intensità e completezza, dai più sottili e cristallini fraseggi del piano, all'intensità dell'urlo munchiano più tipico dei sax del norvegese, alla pienezza d'assieme dei "fortissimi" in cui tutti sono coinvolti al massimo grado: lo stesso Garbarek, che passa con disinvoltura dal tenore al soprano dando vita all'intero impianto sonoro, compositivo e timbrico, alle tastiere elettroniche e dello Steinway del compassato ma poliedrico Rainer Bruninghaus, al basso preciso e ricco dell'ispirato Yuri Daniel, non avulso da matrici rock, fino alla smisurata versatilità che Trilok Gurtu sa trarre dai suoi virtuosistici percussionismi, peraltro, a tratti, perfino vocali, intarsiati in modo semplicemente perfetto al dialogo con le voci, gli strilli, le grida, i fraseggi interlocutori di tutti gli strumenti.




Trilok Gurtu on his drums place, during the Stresa concert 2012 (foto E. Mercatali)



Il concerto è accolto, nel momento in cui vi risiedi, come un tripudio di bellezza: due ore dedicate alla sapiente costruzione di una rete sonora di una ricchezza armonica e d'una varietà melodica mai udita tanto ricca e completa, di una varietà ritmica tanto godibile nella molteplicità dei mezzi e nella precisa potenza inventiva dispiegata a piene mani da chi la conduce, mai riscontrata in altre formazioni.







Abbiamo potuto apprezzare infine, di quest'ultimo concerto del sassofonista norvegese e del suo Gruppo, dopo l'ampia parentesi spiritualista che lo ha legato per anni all'Hilliard Ensamble, con il quale ha prodotto ed editato forse i prodotti più apprezzati della sua discografia, il parziale ritorno "alle origini", sapendo ben amalgamare a queste "etniche componenti" gli stilemi di cifre musicali più recenti, sia pure adottate con intelligente e misuratissimo approccio. Nel nuovo repertorio tali aggiunte sono percepibili a fatica, ma ciononostante capaci di infondere nuova linfa vitale ad un genere musicale che ben difficilmente si lascia irretire dentro a schemi predefiniti, continuando ad essere perfettamente congruo alla cultura musicale del profondo nord, sempre pronto a suscitare estatiche emozioni, parlando all'anima, più che alla mente o al cuore di chi ascolta, esplorarndo campi ancora inesplorati.





Rainer Brauninghaus on his "tastiera", in the Stresa concert 2012 (foto E. Mercatali)



Yuri Daniel plays his bass in the Stresa concert 2012 (foto E. Mercatali)




Jan Garbarek and Trilok Gurtu dialogano in un duetto che ha molto divertito il pubblico






Enrico Mercatali
Stresa, 20 luglio 2012

16 July 2012

Enrico Mercatali e Vanessa Passoni - Per meglio "CAPIRE GLI SPAZI CHE VIVIAMO" - N. 3






La nuova rubrica di Taccuini  Internazionali
per capire gli spazi domestici in cui abitiamo


di Enrico Mercatali e Vanessa Passoni



N. 3






  Con un duplice approccio Oriente-Occidente
capiremo meglio gli spazi domestici
nei quali trascorriamo molto del nostro tempo

 



Con questo terzo articolo Taccuini Internazionali, dopo alcuni preamboli metodologici e storici  per i quali rimandiamo agli articoli precedenti, avvia la propria indagine sulla qualità degli spazi domestici, alcuni dei quali propostici dagli stessi nostri lettori. 
Pur essendo nostra intenzione procedere, nel futuro coi nuovi articoli, analizzando una sola casa per volta, addentrandoci nei suoi diversi locali, e nello spirito stesso della casa così come essa presenta se stessa nel suo assieme, descrivendola prima nelle sue caratteristiche architettoniche ed arredative, e poi entrando nei merito dei suoi pregi e dei suoi difetti da un punto di vista psicologico e di salute per chi vi abita, preferiamo sfogliare qua e là, questa volta ancora, diversi  ambienti, appartenenti a case diverse l'una dall'altra, tipologicamente e funzionalmente: una cucina, un bagno, un soggiorno, una sala da pranzo, ecc.
Nei precedenti articoli abbiamo introdotto l'argomento mostrando quanto importante possa essere per l'uomo vivere in uno spazio a lui adatto sotto il profilo della sua salute, mentale e fisica,  il che, secondo il pensiero occidentale, significa non contrarre stress vivendo un certo ambiente, dovuto ai caratteri sbagliati della sua impostazione progettuale, oppure alle cattive condizioni della sua esposizione esterna, rispetto all'ambiente che lo circonda, e quindi tracciando in parallelo una analisi di quanto anche il  pensiero orientale Yin-Yang sostiene e pratica al riguardo.
Abbiamo poi argomentato anche di case realizzate "dai Maestri" dell'architettura, portandoli ad esempio di quanto non sia tanto la pura estetica, o la pura moda di un dato momento storico, che dir si voglia, a determinare tali buoni effetti sulle pure sterteometrie abitative e sulle loro suppelletili, quanto altri fattori meno ponderati dai progettisti, e talvolta anche dai loro stessi committenti proprietari, i quali solo raramente hanno saputo comprendere, prima che la costruzione fosse avviata, l'attitudine del luogo su cui essa dovrà sorgere, a diventare per loro il luogo ideale dove mettere radici. 
Siamo partiti proprio dalle maggiori firme dell'architettura moderna, e dalle loro case più note, per esporvi tali teorie, le quali solo in parte hanno dato ragione alla "chiara fama" di quelle architetture, così cospicuamente pubblicate da quando i loro autori le hanno poste all'attenzione della critica e del pubblico internazionale, poichè anche molti difetti in esse sono stati riscontrati, e non solo da noi ora, ma anche dai rispettivi proprietari, durante e dopo la loro costruzione.


Oggi prende qui le mosse perciò una disamina meno ancorata all'obbligo di dover dare spazio a tutto quanto attornia le opere descritte, sia in termini di cronache o di storia, dovuto all'eccellenza autorappresentativa da loro raggiunta nell'arte costruttiva, mettendoci ciò in grado di mostrarvi più semplicemente piccoli ambienti presi a caso nella rete, sulle riviste specializzate o di costume, o dai lettori stessi inviati:


1 

Cucina  a loft New-York

Questo ambiente tutto bianco, con la vetrata a tutta luce che la caratterizza e definisce, s’è ispirato ad una “machine a habiter” di razionalistica matrice. Anche la sua notevole profondità, e la doppia altezza del soggiorno, sembrerebbero trarre spunto dagli alloggi delle corbusiane Unitè d’Habitation. L’ampia vetrata, che parrebbe affacciata su una loggia con del verde, a sua volta prospettante su una corte di adeguate proporzioni, atte a non togliere intimità e privaci all’interno dell’alloggio, non basta però a rendere giustizia ad una distribuzione tanto errata delle funzioni: la cucina sarebbe stata perfetta nell’angolo (che in foto non si vede) al piano basso, accanto al soggiorno, lontano dalla vetrata, e, al posto della cucina, invece, avrebbe trovato adeguatissima collocazione una camera da letto (magari parzialmente trasformabile “a giorno”, con studiolo, dalla cui quota alta sarebbe stato bello spaziare con lo sguardo sull’intero volume del locale. In tal modo, dalle zone meno private della case avremmo potuto meglio salvaguardare l’intimità più propria degli altri spazi. Va detto poi che una così lunga rampa di scale non dovrebbe mai dividere spazi tra loro fortemente interconnessi, quali devono essere la cucina ed il soggiorno di una abitazione. E che tristezza, infine, quei due posticini per mangiare, senza guardarsi in faccia, ma per guardare lontano, anzi nel vuoto, con lo sguardo.
Le geometrie pulite e l’ampissima vetrata permettono un accesso molto forte di energia Qi alla zona living di questo loft, di cui i veri attori sono la luce e lo spazio. La cucina elevata dispone rasenti al muro gli elementi dell’acqua e del fuoco che in questo modo non disturbano la zona sottostante ma, invece di porre l’attenzione sulla sfera conviviale, è stato scelto di rispettare lo stile americano maggiormente in voga privilegiando l’idea di un voluminoso bancone di servizio centrale. La cucina diventa così troppo rettangolare, la pesante influenza Yin finisce per tramutarsi in un troppo freddo Yang, riducendo l’area pranzo a una postazione isolata e contemplativa piuttosto che collaborativa e di condivisione.
 


 Cucina  a Stoccolma

Questo scorcio di appartamento nordico evidenzia e sottolinea l’assetto distributivo tradizionale della casa, che vede separati i locali destinati alla preparazione e al consumo dei cibi, da quelli di soggiorno. La lunga visuale, in fondo alla quale c’è un’ampia vetrata, rafforza l’idea d’una ampia disponibilità di spazio, e d’una piacevole libertà di movimento tra gli ambienti. L’uso quasi ossessivo del bianco (perfino il ligneo pavimento) e la scelta dominante del mobilio Ikea (compreso il bel tavolo in faggio naturale in primo piano (che è forse il migliore tra i mobili che la grande catena distributrice  svedese abbia prodotto), non pregiudica il senso di confort che complessivamente si ha immaginandoci in questo ambiente. Più che per ragioni funzionali (odori di cibo o vapori che potrebbero spandersi dalla cucina per la casa), per ragioni più psicologiche  sembrerebbe necessaria una porta (meglio scorrevole) tra l’ambiente in primo piano ed i restanti ambienti. Quando la famiglia si raccoglie attorno al tavolo al momento dei pasti dà sicuramente fastidio la vista del lungo cannocchiale fino alla finestra di fondo
Nelle case di questo tipo l’energia Qi, sfruttando sia il lungo corridoio che le ampie finestre ubicate in ogni stanza, entra in modo molto forte e imperioso. I locali devono quindi avere una forte personalità per poterla accogliere. La cucina è realizzata in modo razionale, gli elementi dell’acqua e del fuoco sono posizionati in una locazione che, non interferendo con le altre aree della stanza, permette una buona organizzazione creativa dell’ambiente e la condivisione del luogo. La scelta dei colori freddi, elemento Yin, si dissolve nella zona d’aggregazione che diventa fortemente calda e accogliente giocando sulla qualità Yang della luce e del legno. A causa dell’afflusso molto forte del Qi, che avviene sia dalla porta che dalla finestra, si consiglia di assegnare ai bambini piccoli le sedie posizionate a fianco del muro. La scelta di questo tipo di pavimentazione comporta molta manutenzione. La luce ne è sicuramente privilegiata ma obbliga gli abitanti a regole ferree per mantenerlo pulito ed efficiente.



 Sala da pranzo a Mandeville


La fotografia (basculata) di questo splendido ambiente-pranzo, d’alta caratura, è certamente frutto di una mano esperta (per via del taglio diagonale di luce che ne dinamizza l’atmosfera e del lampadario mosso, altrettanto utile in tal senso), così come assai professionale certamente quella del suo progettista. Ogni elemento vi è perfettamente calibrato e armonicamente rapportato agli altri. L’ampia parete interamente vetrata, risvoltata ad angolo, così ben integrata al resto della sala per via delle partiture in legno, rende protagonista, nelle ore del pranzo, il paesaggio totalmente naturale, il quale, come non bastasse, viene riproposto nel gigantesco quadro appeso al centro dell’unica parete. A salvaguardare la necessaria privacy delle ore serali, allora della cena, ci pensano i grandi tendaggi. L’assieme dell’arredo non sembra essere particolarmente pesante, nonostante il massiccio ingombro delle sedie, rese comode dalle possenti imbottiture in pelle, ma anche forse proprio dall’essere tanto stabili. Grande lusso ma altrettanto grande sobrietà, destinati entrambi a promuovere gli ottimi affari di famiglia.
Questa è certamente una sala da pranzo, ma questa è una casa costruita per uomini che gestiscono grande potere e ogni cosa in questa stanza è calibrata per ottenere rispetto e autorità verso chi la abita. L’energia Qi è controllata dagli elementi di legno che strutturano la vetrata, vetrata che in realtà è parete vera e propria dell’abitazione e che solo negli angoli di vetro smorza la potente impronta Yang della costruzione. Nella foto di questa stanza, più avvezza ai grandi affari che non alla degustazione di manicaretti, è interessante la visione del fotografo che scatta a lampadario in “movimento”. Questa scelta contribuisce a smorzare il pragmatismo dell’arredamento apparentemente comodo ma molto massiccio e il soffitto in legno, ancora fortemente Yang, che di certo non favorisce l’illuminazione artificiale durante le ore notturne.


4 


 Sala da pranzo – loft a Milano

Tutto ciò che compone questo ambiente, nonostante lo sforzo fatto dal fotografo di dare equilibrio alla composizione, non sembra affatto nascere da soverchie capacità professionali. Trattasi di una sala da pranzo, ma chi direbbe che questa sia la vera funzione del locale e del suo arredo, se non fosse che vi campeggia un tavolo, con attorno delle sedute, peraltro prive di una qualsiasi personalità (tre sedie in tubolare metallico, una sedia in legno e piccola imbottitura, una lunga panca monacale)? Potrebbe trattarsi d’una sala d’aspetto d’una società farmaceutica, oppure d’un luogo di incontro e conversazione in una clinica pretenziosa, oppure ancora un punto di colloquio d’una agenzia di pubblicità. Certo è che il disagio, di chi vi debba soggiornare per un certo lasso di tempo, deve essere sommo: uno scantinato ai cui tubi di scarico e dell’acqua corrisponde, a soffitto, un piccolo “Murano” (per esorcizzarne il negativo effetto?), e unica concessione al decoro, pur ben impostato nel pavimento a quadri bianchi e neri, la misera ciotolina di frutta al centro del tavolo: per chi?, per che cosa? Resti il mistero! (che forse è proprio nelle intenzioni di chi ha progettato).
In questa sala da pranzo, situata in un semi interrato, la scelta di mantenere la vecchia struttura a laboratorio e il pavimento a scacchiera dalla forte personalità, crea un’atmosfera molto ricca e sfarzosa nonostante la minimalità della stanza. Il mantenere le condutture della casa a vista, comporta la presenza di parecchi elementi (acqua, gas, aria etc.) da riequilibrare con un intervento strutturale. L’effetto pienezza è infatti maggiormente provocato dalla gabbia di tubi posta sul soffitto rafforzata dall’elemento fuoco, per forma e impiego, del lampadario. Le pareti in vetro sono un altro elemento Yin, consolidato dal metallo che le compone, che rafforza l’atmosfera stagnante della stanza. In questi ambienti l’energia Qi riesce a muoversi con difficoltà nonostante le ampie finestre, visibili nel riflesso sulla porta, da cui può entrare. Questa caratteristica rende il locale più confacente all’immagazzinamento di merce che non alla sua abitazione. 


5 


Soggiorno – loft a Stoccolma

L’ampio ambiente è a prima vista attraente: ogni elemento desta interesse, dalle comodissime sedute ad angolo, così come pure ad angolo il caminetto acceso, la biblioteca, l’antico ritratto nella cornice dorata, l’area-pranzo di comodo acceso e non incombente. Tutto sembra perfetto. Perfino l’emergere di un soppalco sulla destra che lascia intendere nuove delizie di spazio-tempo. Ma c’è una cosa che non va: non un solo sbocco visivo sull’esterno, che non sia il cielo, oppure la sommità di altri palazzi circostanti, che ti fanno sentire basso e schiacciato. In tal modo, pur nell’immensità del locale, e nelle sue numerose “distrazioni”, il tetto incomberebbe come una cappa pesante su chi lo abita, se non fosse per quell’uscita sulla sinistra, con gradino, che, con ogni probabilità, prelude a un terrazzo.
Questo soggiorno ha tutto quello che si può desiderare. Ampio spazio per gestire la zona living, pareti per addossare mobili, pavimenti in legno e camino angolare, finestre ampie da cui convogliare tutta la luce e il Qi possibile, all’unica condizione che in questa stanza non sia necessario dormire, lavorare, studiare o concentrarsi per un qualunque motivo. La forma triangolare del soffitto, legata all’elemento fuoco, è ciò che caratterizza i templi e le chiese di ogni culto. Maggiormente è appuntita la volta della costruzione, migliore è l’apporto con cui questa forma convoglia l’energia Qi presente verso l’alto, motivo per cui sono considerati luoghi adatti alla preghiera. La scelta di occupare ogni angolo libero di questa stanza in modo molto sfarzoso e massiccio, è probabilmente provocato dalla sensazione di etereità che si può subire sostando in questo ambiente.

Enrico Mercatali - Vanessa Passoni
Milano, luglio 2012



15 July 2012

Enrico Mercatali - "STILL LIFE" by KENRO IZU - Mostra a Spazio Forma, Milano (v. T.L. Caro, 1), fino a 16 set 2012




STILL LIFE

di

KENRO IZU






Una mostra alla galleria Forma di Milano 
del fotografo giapponese che vive e lavora a New York



Kenro Izu è nato a Osaka, in Giappone, nel 1949 e, fino a vent'anni, ha studiato fotografia a Iwakuni, e successivamente al College of art di Tokio. Nel 1970 si è stabilito a New York, aprenvi uno studio fotografico che si occupava di ritrarre lavori di gioielleria e piccoli oggetti. Il suo interesse per i luoghi sacri, nelle cui riprese ha sempre cercato di infondere proprio il senso sacrale da essi emanato attraverso le atmosfere rarefatte e immateriali, ha avuto inizio con la visita in Egitto e il suo interesse per il sito delle grandi piramidi di Giza.





Kenro Izu con il suo banco ottico portatile Deardorf  del peso di 300-pounds, per scattare foto su pellicola negativa di grande formato. Questa macchina fotografica a corpi mobili produce negativi di 36 x 51 cm. ed è in grado di realizzare stampe a contatto al platino/palladio che rendono perfettamente anche le più lievi sfumature.



Sono seguiti i viaggi in Messico, in Cile, in Scozia, in Peru e in Francia, in cui questo interesse è stato sviluppato parallelamente a quello per le tecniche raffinate di ripresa fotografica in bianco e nero a banco ottico, come veniva fatto prima che emergesse la tecnologia digitale.
Egli cerca in tal modo di stabilire un rapporto diretto con quanto inquadra dei luoghi che desidera fissare in immagine, attraverso il suo raffinato Deardorf, con il quale scatta su pellicola negativa di grande formato, ricavando poi le immagini a contatto, che vengono rese più nitide e perfettamente controllate nei dettagli con la stampa al platino palladio.



Egitto, le piramidi di Giza, uno dei soggetti preferiti di Kenro Izu 
(1983 Gelatin Silver print, Size 14 x 20)



L'alto livello delle sue immagini, che sperimenta in studio nei suoi famosi still life di fiori e quindi nei nudi, così perfezionandivi il suo stile meticoloso e tendente alla perfezione, restituiscono all'osservatore forme a volte astratte, altre iperreali, al punto da unire questi estremi in qualcosa di nuovo ed originale, ricco di minuscoli dettagli che fanno proprio la sostanza del suo stile.







Torna più volte ad Angkor in Cambogia, dedicandosi, oltre che alla fotografia, anche ad iniziative umanitarie in favore dei bambini che sono state vittime delle mine anticarro, contribuendo all'apertura di centri di cura e riabilitazione, attraverso l'avvio di una organizzazione no-profit.
Ha sviluppato al 2002 una tecnica di Cyanotype sopra stampa al platino, per rendere profonda e scura l'immagine in blu, e catturare la belleza delle ombre. Nel 2004 presenta le sue serie intitolate appunto "BLUE".



 Qui sopra alcuni dei suoi nudi. L'indagine formale di Izu supera il soggetto per ricercare in esso plastiche armonie compositive nelle quali le ombre più scure si annullano confondendosi col nero e i più forti stacchi taglienti propongono le più pure astrazioni formali.

12 July 2012

Lilith Teatronirico - Compagnia teatrale torinese di Noemi Binda e Sonia Camerlo, ora sul Lago Maggiore






L   E   G   G   E   N   D   E
di  diavoli  e  santi







Questo il titolo dell'ultimo lavoro della Compagnia teatrale torinese Lilith Teatronorico, una compagnia costituita da attori giovanissimi che hanno già mostrato da qualche anno d'avere passione e talento drammaturgico, oltre ad un grande amore per il teatro, ed in particolare per quelle forme di teatro cosiddette "di strada",  ovvero di quel teatro che si proclama  derivante dalle tradizioni popolari più antiche. 


06 July 2012

di Eliana Frontini - "Nel segno di Alessandro Antonelli" - In visita a Bellinzago e Maggiora presso Novara




Nel segno di Alessandro Antonelli
in visita a Bellinzago e Maggiora, presso Novara



Nelle foto qui sopra (sopra al titolo foto di Enrico Mercatali), e sotto, le architetture antonelliane di cui parla Eliana Frontini nel suo articolo:  la casa dell'architetto a Maggiora e l'asilo infantile di Bellinzago. La prima è una casa secentesca riattata dal Maestro della Mole torinese, ereditata da parenti per farne la propria abitazione di campagna, e la seconda, opera tarda, raro esempio di architettura sociale in tutta l'area, nata per svolgervi la funzione che ancora oggi vi è praticata. Entrambe sono interessantissimi esempi tipologici ottocenteschi, uno d'un edificio domestico, l'altro d'una scuola per l'infanzia, entrambi capaci di mostrare con facilità il rigore e la coerenza del suo autore, si, ma anche e soprattutto ciò che ha fatto di lui, storicamente, il messaggero d'una arte fortemente personalizzata, ricca di varianti spaziali inaspettate ed audaci, già presenti nelle sue primissime opere, nonchè di prorompenti guizzi d'ingegno, come nelle sue ultime, colossali avventure verso il cielo, le due altissime cupole di Torino e di Novara. Queste due ultime costituiscono un unicum che di lui fanno una personalità geniale assoluta. Ma la sua produzione complessiva, sia nei termini di una concezione articolata e tutt'altro che statica dello spazio, fatta per creare stupori popolareschi, altamente scenografici e talvolta perfino teatrali, sia d'una funziona data al dettaglio, fatta per sedurre i palati più raffinati, fa pensare a nessi con la cultura nordeuropea, specie a quanto seppe introdurre di fantasioso il contemporaneo Sir John Soane nell'ambito dell'architettura domestica inglese. Inclini entrambi ad un maggiore articolarsi degli spazi, e perfino ad un ricercare d'artifici, mostrano quanto sia venuto il tempo di superare, nell'architettura, classicistiche armonie, nella direzione d'un nuovo già intuito ma  ancora tutto da scoprire. E' per questo che Taccuini Internazionali dedica volentieri all'amato Antonelli questo approccio, localista e genuino, di Eliana Frontini


testo di Eliana Frontini
(foto di repertorio, o, se indicato, di Enrico Mercatali)



Il FAI, fondo per l'ambiente italiano, sezione di Novara, ha offerto per le scorse Giornate di Primavera, un itinerario decisamente interessante, aprendo molti beni solitamente chiusi al pubblico. Linea comune del percorso è stato l'architetto Alessandro Antonelli e i monumenti da lui progettati in provincia. Due soprattutto sono state le strutture che hanno suscitato la nostra cujriosità: l'Asilo De Medici, a Bellinzago, e la casa Antonelli a Maggiora. Progettato quando l'Antonelli aveva già raggiunto un'età avanzata, l'Asilo De Medici è stato costruito grazie al lascito testamentario dell'avvocato Gabriele De Medici, novarese d'adozione, ma bellinzaghese di nascita. Dalle sue nozze con Marietta D'Adda non nacquero figli, e l'avvocato ebbe sempre l'intenzione di lasciare una cospicua somma ad un istituto che si occupasse dei bambini, non inteso come luogo di ricovero per l'infanzia abbandonata, bensì come struttura in grado di fornire una prima vera educazione. Il testamento era datato 1859, ma dovettero trascorrere ancora 17 anni perchè l'asilo fosse aperto, nel 1876. Il progetto venne commissionato ad Alessandro Antonelli, architetto già conosciuto sul territorio: a Bellinzago, trant'anni prima, aveva progettato la chiesa parrocchiale. Si tratta, in assoluto, di una delle prima struttire architettoniche progettate specificatamente per l'uso di asilo infantile, e Antonelli prese così a cuore il progetto, che donò al Comune i disegni, e la popolazione nei giorni festivi lavorò alla costruzione gratuitamente. Il progetto fu approvato nel 1873, e già il 28 maggio 1976 venne inaugurato con una festa davvero solenne: le autorità vennero accolte dagli spari di otto cannoni, ci furono le esibizioni ginniche dei bambini ed un pranzo offerto dal sindaco, allora Francesco Vandoni. La giornata venne conclusa con il lancio di due palloni aerostatici.






L'asilo entrò immadiatamente in funzione, affidato alle suore Figlie di Sant'Anna, ordine fondato dalla Beata Rosa Gattorno. Oggi lascuola è ancora aperta e funzionante ma i bambini vengono istruiti da personale laico, aqnche se alcune suore risiedono ancora nell'edificio.
Fulcro dell'asilo è la stanza centrale, dalla quale si dipanano i corridoi in modo da costruire, in pianta, una croce. Antonelli evita la decorazione delle colonne, che, in un ambiente di questo tipo, doveva ritenere superflua. Dal salone principale si raggiungono le aule, il refettorio e tutti gli ambienti dell'asilo. Una particolarità è riservata al riscaldamento: un'unica stufa centrale riscaldava tutti gli ambienti, e, in epoca fascista, i bambini dovevano venire a scuola con un ceppo per contribuire al riscaldamento. I colori sono stati scelti personalmente da Antonelli, che decise di far prevalere quelli che amava di più: i colori chiari, pastello, soprattutto gli azzurri e i gialli chiari, decisamente adatti allo scopo della costruzione.




Il monumento all'Architetto Alessandro Antonelli in Maggiora, 
come riprodotto in una vecchissima cartolina


Mentre il piano terreno era ed è riservato ai bambini, il primo piano era per le religiose, che qui avevano le loro stanze e la cappella privata, il cui pavimento, con le decorazioni a tralci di vite, è conservato originale. Il crocefisso è un retaggio della vecchia chiesa ottocentesca. La cappella, che misura una manciata di metri quadro, è molto amata dai bellinzaghesi, come l'asilo stesso, tanto che alcuni scelgono di sposarsi qui, e ancor oggi gli abitanti del paese continuano la tradizione di aiutare gratuitamente le suore, donando per esempio i nuovi banche della cappella. Tutto il primo piano si apre sugli spazi sottostanti in forma di una sorta di lungo matroneo, da cui le suore potevano sorvegliare i bambini anche dalle loro stanze.  Salendo al terzo piano, ove ora si sta allestendo un piccolo museo con i vecchi oggetti della scuola e la ricostruzione della stanza in cui dormì la beata Rosa Gattorno, ci accorgiamo che i gradini diminuiscono progressivamente di altezzaa,  per non affaticare eccessivamente durante la salita. Sempre all'ultimno piano, aprendo una porta...segreta, si può ammirare tutta la potenza della costruzione di Antonelli: la parte superiore delle possenti volte, tutte scrupolosamente in mattoni, materiale preferito dal nostro architetto. Cinque fornaci lavoravano per Antonelli, tra cui la fornace Bottacchi di Novara, le cui ciminiere svettavano fino a una tentina di anni fa sulla grande area industriale, ora scomparsa, situata tra viale Roma e viale Giulio Cesare. Durante gli anni sono state poche le modifiche apportate alla struttura: le aule sono state controsoffittate (in origine erano alte più di 5 metri), per controllare il consumo del riscaldamento, ed è stato fatto, per ragioni igieniche e sanitarie, il refettorio. In origine ospitava 300 bambini.



 Casa Antonelli a Maggiora (No), facciata verso la corte interna


A Maggiora invece il FAI ha dato la possibilità di visitare la casa natale di Antonelli, sempre chiusa al pubblico in quanto dimora privata. Si tratta di un edificio a quattro piani, con un ampio parco piantumato, di proprietà della famiglia Antonelli dal 1600, e ristrutturata da Alessandro nei mesi di vacanza che trascorreva nella casa natale, impiegando solo mano d'opera del paese, per aiutare l'economia delle famiglie. Alcuni, tra l'altro, impararono lo stle dell'Antonelli, e lo riportarono come poterono anche nelle loro abitazioni: molte case del paese, ancor oggi, hanno una certa impronta antonelliana. All'interno dell'edificio purtroppo nulla è rimasto di proprietà della famiglia: dopo il figlio Costanzo la casa venne venduta. Ammiriamo però la struttura, simile nella facciata che dà sul giardino, a casa Bossi di Novara. Si tratta di un bell'edificio di quattro piani, sorretti da colonne di granito bianco, il piano terreno è porticato e dalla loggia all'ultimo piano si intravvede tra gli alberi il santuario di Boca. In quest'edificio vediamo un'altra invenzione del nostro architetto: gli scuri delle finestre sono a scomparsa nel muro, per evitare di ingombrare con la loro presenza le stanze, e "sporcarne" così la lineare pulizia.



Nelle foto qui sopra una parte della seconda corte di Casa Bossi a Novara, ed un  dettaglio del capitello del colonnato che sorregge il portico che ne caratterizza i principali due lati interni. Gli esempi sono stati qui mostrati in quanto assai simili, sia il portico che il capitello, a quelli di Casa Antonelli di Maggiora. Anche il granito bianco utilizzato nelle due quasi coeve opere è il medesimo.  Tali dettagli rappresentano una sorta di serialità progettuale ed esecutiva che fa parte integrante anch'essa del "metodo di lavoro" del grande architetto, per nulla imbarazzato dalla ripetitività di un dettaglio, di un particolare stilistico o costruttivo, a fronte di una libera e fervida creatività nelle soluzioni d'impianto, che certamente è la sua caratteristica principale, come stanno a testimoniare le sue due più mirabolanti realizzazioni, tipologicamente e strutturalmente parlando, quali la mole torinese e la cupola novarese (foto di Enrico Mercatali).



Denominatore comune dei due edifici è lo stile architettonico dell'Antonelli. Stlisticamente ci troviamo di fronte a due fabbricati rigorosi, luminosi, dalle semplici linee, rispondenti in pieno allo stile tipico dell'Antonelli, che elaborò presto una concezione funzionale dell'architettura fondata su un calcolo scrupoloso degli sforzi e delle resistenze dei materiali, esaltando la ricerca scientifica degli ingegneri. La composizione architettonica era vista dal nostro architetto come una combinazione tra elementi derivati dal mondo greco e romano (a Maggiora per esempio la scelta dell'ordine dorico): l'uso degli ordini e dei timpani, la simmetria di prospetti e piante, la corrispondenza tra interni ed esterni e il ricorso a volumi chiari e ben definiti nella definizione dei vari corpi di fabbrica, presenti in tutti i suoi progetti, lo testimoniano.



Eliana Frontini
Novara, 6 luglio 2012