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01 September 2011

TAV - Corridio 5 (altri percorsi? No). La questione si trascina da troppi anni, ed ora è tempo di decidere.




Alta Velocità tra Lisbona e Kiev
passando dalla Pianura Padana  






oppure da Svizzera e Austria?





Il quesito appare perfino provocatorio, e la questione non dovremmo neppure porcela, noi italiani.  Purtroppo la questione è ritornata nelle cronache per via delle contestazioni, spesso divenute violente. Ma, dopo così tanti anni di stasi, è venuto il tempo di decidere, e decidere per il meglio. 

In questi ultimi tre mesi i movimenti No Tav hanno continuato a dare battaglia ai cantieri, alcuni dei quali da poco aperti in Val di Susa, e la Polizia ha dovuto intervenire diverse volte per garantire le attività previste dai programmi e dai contratti. Lo stesso Ministro dell'Interno si è mostrato deciso ad escludere qualunque forma di ulteriore ritardo sulle tabelle di marcia, che vedono l'Italia al fanalino di coda rispetto a quanto accade in Europa, circa questa infrastruttura di trasporto, ritenuta ormai essenziale e strategica per il futuro stesso dell'economia complessiva del continente, rispetto ai paesi oggi divenuti concorrenti



Mentre la Francia ha praticamente già terminato i suoi tracciati qui da noi impazza la contestazione, e il quesito che abbiamo riportato nel titolo è ancora, incredibilmente, attuale.
Il Movimento No TAV ha da qualche mese avviato una seconda forte offensiva ai cantieri di Chiomonte, nella Val  di Susa, e numerosi gruppi di persone, per lo più giovani, ma anche donne, anziani e bambini, guidati anche da sindaci locali hanno cercato di divelgere le reti che circondano le grandi macchine che stanno per incominciare i lavori del lungo tunnel, previsti in progetto





Le contestazioni sono state tanto forti e continuate, soprattutto in quest'ultimo periodo proprio perchè si stava per dare avvio ai cantieri, che alcuni autorevoli personaggi della politica locale, tra cui l'onorevole Burlando, sindaco di Genova, al fine di evitare il percorso transalpino che eviti il nostro paese (illustrato in giallo), hanno avanzato l'ipotesi di far transitare i treni della Tav dal capoliogo ligure. Nella cartina il tratto in rosso mostra già in sè l'assurdità della proposta, per l'enormità della variante che, se pur collegando un porto di valore strategico quale quello genovese, sulle lunghe tratte si renderebbe inaccettabile in quanto vanificherebbe l'obbiettivo stesso di rendere più brevi le distanze e di aumentare la concorrenzialità coi voli. E il sindaco Burlando, che si è prodotto recentemente in queste amenità, ha lasciato trasparire, con ogni evidenza della sua proposta, il caos di idee e di programmi, oltrechè di coesione nazionale sui grandi temi, che ormai è divenuto tipico del nostro paese.



Dopo la contestazione dei cittadini che abitano quel punto della valle Susa, il nostro magazine ha preso una posizione ufficiale sull'argomento invitando i locali, e le numerose organizzazioni che li sostengono, ad una più attenta considerazione del fatto che dire no alla Tav significa dire no al futuro delle generazioni che ci seguiranno. I numerosissimi articoli che sono apparsi sulla stampa negli ultimi due mesi sono il segno di quanto l'argomento sia importante, non solo per la cronaca dei fatti che accadono in valle, ma per l'estrema complessità della materia, che coinvolge interessi nazionali, governi, economie, ed intere popolazioni d'Europa.





La cartina propone la rete feroviaria d'alta velocità dell'intera Europa. Sono indicate in essa le velocità massime praticabili dai convogli sulle diverse tratte, a partire da quelle sulle quali sono possibili velocità massime inferiori a 200 km/h (verde), per giungere a quelle sulle quali i treni possono spingersi alla velocità di 350 km/h (nero). In rosso sono indicate le tratte esistenti ove sono già possibili velocità attorno ai 300 km/h (rosso). Sono infine rappresentate in blu le tratte in costruzione sulle quali i treni potranno viaggiare tra i 300 e i 350 km/h. Tra queste ultime vi sono le tratte tra Torino e Lione, già in parte realizzate ma ancora da completarsi, specie per il tratto in tunnel i cui cantieri stavano per essere avviati in questi giorni. Può evincersi dalla cartina che le nazioni con una rete che già consente le più alte velocità sono la Francia (che ha avviato il sistema fin dagli anni '80con il TGV), la Germania ed ora la Spagna, che già dispone di linee che raccordano a grande velocità le cità di Barcellona, Madrid e Siviglia.




Corridoio 5 Lisbona-Kiev,
tratta Est-Ovest, asse portante dell'intero trasporto ferroviario veloce europeo


Il fatto che la direttrice già da lungo tempo concordata tra il nostro governo e quello francese sia ancora in discussione farebbe propendere molti ancora a dirottarla a Nord delle Alpi, in territorio svizzero e austriaco, il che, oltre a non essere voluto neppure dalla Francia, getterebbe il nostro già malmesso Paese in uno stato di totale marginalità sia in termini macroeconomici che macrourbanistici. Solo una visione arretrata e suicida consiglia ancora pur numerosi gruppi locali di manifestarvi a sfavore, come è accaduto ancora in queste ultime settimane, tralasciando perfino di avanzare proposte subordinate di modifica di tracciato, nel punti ove sia dimostrata l'incompatibilità della linea rispetto a determinati centri abitati.






Nella cartina è illustrata la rete italiana in esercizio, costruzione e progetto, delle infrastrutture capaci di velocità sino a 300 km/h. Come si può vedere siamo ancora molto lontani dall'obbiettivo di avere un sistema capace di ben relazionarsi, ed integrarsi anche con il materiale rotabile, con le reti europee. Perfino al Nord la situazione rivela pienamente il ritardo che abbiamo accumulato negli ultimi anni, anzichè ridotto, secondo le più rosee previsioni degli ultimi governi del paese.


L'obbiettivo del sistema ferroviario è divenuto quello di far concorrenza all'aereo, sulle medie e medio grandi distanze, e già oggi esso è in grado di togliere utenti all'aereo sui percorsi di 3 e 4 ore. Solo l'alta velocità (dai 300 ai 350 km/h) è in grado di abbattere il sistema-aereo sulle 5 ore (considerando i tempi di percorrenza che occorrono per raccordare gli aeroporti internazionali alle città ed i tempi di imbarco e sbarco). Sono già oggi aumentati i pendolari di lunga distanza. Nel 2030 i Supertreni copriranno una rete tre volte più estesa dell'attuale.
Il tempo di percorrenza della tratta Londra-Parigi è già scesa oggi a 2 ore e un quarto conquistando il 75% dei passeggeri. La tedesca Deutsche Bahn nel 2013 sarà in grado di collegare Londra a Francoforte in 3 ore e 50 minuti, intercettando il 50% del traffico. Anche in Italia Frecciarossa si è accapparrata il 50% della Roma-Milano. Madrid-Barcellona, che una volta era la tratta aerea più reddtizia del mondo, è stata rivoluzionata dal supertreno iberico che ha tagliato da 7 a 2 ore e 40 minuti i suoi tempi conquistando anch'essa il 50% dei passeggeri.
Il fenomeno pendolari ha avuto un incremento vertiginoso visto che moltissimi viaggiatori oggi vanno e rientrano in giornata dalle proprie città mentra prima rimanevano fuori casa dal lunedì al venerdì. Qualcosa di simile sta già accadendo tra Torino e Milano ove la tratta, che ci sono voluti più di dieci anni a costruire è ora in funzione. In Svezia i pendolari a quattro ruote sono scesi dal 95% al 55% da quando è entrato in funzione il tilting-train ad alta velocità collegando città e campagne circostanti.







La puntualità di questi mezzi sono divenuti proverbiali in Giappone: lo Shinkansen che collega Tokio a Osaka compie 515 chilometri in poco più di 2 ore. Il suo ritardo medio è stato calcolato in 36 secondi, tifoni e terremoti inclusi. L'Eurostar Londra-Parigi registra ritardi attorno ai 5 minuti. L'alta velocità spagnola (AVE) rimborsa i biglietti di convogli con più di 5 minuti di ritardo, evento accaduto nel 0,3% dei casi.
Anche Cina e Russia si stanno avviando a gran velocità ferroviaria nella corsa storica che vedrà in poco più che vent'anni collegato il mondo intero per competere soprattutto in comodità, sicurezza e risparmio energetico. perfino in Africa, con l'aiuto interessato dei cinesi,  sta lavorando oggi ad una linea che colleghi la Libia al Ghana, attraversando il deserto del Sahara.

In questa gara mondiale, lo si voglia o no, chi rimane indietro perde possibilità economiche e mercati. Questa perdita di tempo farà sì che altri paesi, più rapidi di chi prende tempo o preferisce pensare diversamente, inizino prima a mettersi in sicurezza, a porsi sulla strada virtuosa del risparmio energetico, a diminuire drasticamente l'inquinamento atmosferico, a diminuire i costi enormi dei trasporti su gomma, a far decrescere i traffici su strada, ad ammodernare il materiale rotabile per fornire servizi di maggiore qualità. 
Migliorare il trasporto su ferro significa migliorare la qualità della vita. Nuove infrastrutture più sicure e moderne potranno essere utilizzate anche da treni a velocità ordinaria, così migliorando anche il servizio sulle tratte più brevi.

Dire No TAV è anacronistico. Oltre a tutto il danno derivante dall'allungamento dei tempi di realizzazione dell'infrastruttura non rimane circoscritto al nostro paese ma si estende a tutti i paesi che ad essa sono interessati.
Trasferiamo piuttosto la protesta sul tema assai più urgente del miglioramento necessario del servizio sulle brevi e medie distanze, compresi i pendolari delle grandi città.


Lesa,  1 settembre 2011
(Rititolato e integrato il 1° marzo 2012)
Enrico Mercatali

24 August 2011

Hangar Bicocca. La scultura monumentale di Fausto Melotti, retaurata e ricollocata



"La Sequenza"
di Fausto Melotti
  ad Hangar Bicocca - Milano


di Enrico Mercatali



La scultura era stata già esposta al Forte di Belvedere di Firenze e nel parco di Villa Arconati a Bollate (Mi)





La monumentale scultura "La Sequenza", di Fausto Melotti (1901-1986), artista milanese di fama internazionale, dopo un attento restauro svolto sotto la supervisione dall’archivio Fausto Melotti e con la magistrale consulenza di Arnaldo Pomodoro, è stata resa nuovamente fruibile al pubblico ed esposta nell’area giardino realizzata all’ingresso di  "Hangar Bicocca", lo spazio espositivo recentemente dato alla luce a Milano nell'area Bicocca.

La Sequenza è una delle opere più significative che l’artista ci abbia lasciato, testimonianza della sua lunga e complessa ricerca formale basata su una conoscenza profonda della storia e sui naturali rapporti armonici e linguistici che la pura forma sa derivare e interagire dalle esperienze musicali.

Realizzata nel 1981 è un’opera monumentale, lunga 22 metri, alta 7 e larga 10. E’ composta da una serie di lastre di ferro verticali e scalate in profondità su tre piani ondulati che richiamano, in una tensione al movimento, lo scorrere delle dita su una tastiera musicale. La scultura era  già stata esposta al Forte di Belvedere di Firenze e nel parco di Villa Arconati a Bollate.





Siamo stati a visitare l'Hangar Bicocca a Milano, mega spazio espositivo realizzato nell'area della Bicocca, presso i nuovi edifici realizzati da Vittorio Gregotti, ed inserito nell'ambito di Progetto Bicocca quale oggetto industriale interessato da recupero. 
L'Hangar al suo interno, oltre al gigantesco spazio espositivo, che si suddivide in due spazi di diversa altezza, ha un book-shop ed uno sp'azio bar-tavola calda.
L'esterno è stato sistemato a giardino, dotato sul davanti di un ampio parcheggio. Il giardino, specie nella sua parte anteriore, consta di diverse specie arboree di notevole effetto scenico, nella sua semplice e moderna sistemazione. Al centro vi domina la grande scultura in ferro, inusuale nelle sue dimensioni per il Maestro, ma non nelle sue partiture geometrizzanti e perfettamente armoniche, di grande effetto plastico e scenografico.
A noi è apparso da lontano come uno sterminato reperto megalitico, dallo straniante, affascinante  connubio con le presenze paleoindustriali e le moderne figure architettoniche del contesto. Un  mix il cui clima metafisico è stato ed è capce di dare ragione all'idea melottiana d'armonie surreali anche casuali, nate dalla materia reale per farsi surreale nella visione che la luce, i riverberi, i colori e l'atmosfera che il contesto mutevole ingenera per caso in infinite varianti.





Fausto Melotti nasce a Rovereto, città dell' Impero austro-ungarico, dove aveva frequentato la Scuola Real Elisabettiana, ma allo scoppio della prima guerra mondialesi trasferisce a Firenze dove porterà a termine gli studi liceali. Nella città toscana Melotti, in possesso di qualità espressive naturali e di una manualità molto pronunciata, entra in contatto con letterati e artisti d'avanguardia e ha la possibilità di osservare da vicino le opere degli artisti del rinascimento fiorentino quali Giotto, Simone Martini, Botticelli, Donatello, Michelangelo. Essenziali furono poi i suoi rapporti con la città natale, e con il fervente panorama culturale che animava Rovereto in quegli anni: lì vivevano Fortunato Depero, l'architetto Gino Pollini - tra i fondatori del razionalismo italiano grazie al gruppo 7 -, il famoso compositore Riccardo Zandonai e altri. Successivamente si laureò al Politecnico di Milano in ingegneria elettrotecnica. Dopo vari studi musicali decise di dedicarsi alla scultura: studiò prima a Torino nello studio di Pietro Canonica, poi, dal 1928 all'Accademia di Brera di Milano, sotto la guida del grande scultore milanese Adolfo Wildt. Lavorò alla Richard Ginori con l'amico Gio Ponti.






Il suo stile muta negli anni seguendo però sempre una sua personalissima ricerca, tesa ad articolare lo spazio secondo ritmi dal sapore musicale; così anche le sue sculture più tradizionali legate a Novecento, come l'opera in gesso presentata alla V Triennale di Milano del 1933, o le sculture preparate tra Roma e carrara nel 1041 per l'Esposizione Universale dell'Eur di Roma, sono piene di quel suo particolare amore per la poesia dei materiali. Evidenti quindi i suoi legami con Novecento, con l'arte Metafisica, ma soprattutto con il Razionalismo e con gli artisti legati alla Galleria il Milione di Milano, Lucio Fontana su tutti. La sua scultura avrà sempre più un carattere mentale, e contemporaneamente subirà una sintesi, nei modi e nei materiali: ceramica o gesso, teatrini polimaterici, ma soprattutto le sue leggerissime sculture in acciaio, saranno intrisi di una vena surreale e ironica. Fino alle estreme conseguenze nei lavori seguiti al riconoscimento ufficiale che verrà solo nel 1967, grazie ad una mostra a Milano. Insegnò e diresse anche la Regia Scuola d'Arte di Cantù, ora Istituto Statale d'Arte I.S.A. Cantù.





La sua era una scultura fatta di elementi lineari e geometrizzanti dai quali era esclusa, come da lui esplicitamente dichiarato, ogni "modellazione" in favore id una assoluta purezza formale ( e non è escluso che a tale ricerca di una misura e di un ordine razionali abbiano contribuito la sua laurea in ingegneria e i suoi studi di musica).
Si dedicò intensamente anche alla ceramica, raggiungendo esili di raffinatissima qualità (Lettera a Fontana, 1944, Milano, coll. priv.) e realizzò, già a partire dal 1931, la serie dei Teatrini in terracotta colorata e polimaterici (Il sonno di Wotan,1958, Trento, Mus. d'Arte Mod. e Cont.).
Ma è dal '70 , cioè quando era prossimo ai settanta anni, che pur senza contraddire ai suoi principi di occupazione armonica dello spazio dell' astrattismo, che liberò una autentica e inconfodibile vena poetica con delle fragili e aeree costruzioni fatte di sottili fili di rame, di trasparenti retine metalliche, di mobili straccetti di garza e dai significanti titoli come ad esempio Il Vento nel capanno, Il suono del corno nella foresta, La luna e il vento, La Neve.





La vastissima produzione di Melotti è stata sempre animata da una doppia, ma non contraddittoria tensione: da un lato verso la forma allusiva, simbolica (L'autoritratto, 1962, Milano, coll. priv.; Il suono del corno nella foresta, 1970, Milano, Coll. Mulas), dall'altro verso l'invenzione ritmica e strutturale (A piombo, acciaio, 1968; Arte del contrappunto plastico n. 1, acciaio, 1970).
Le sue creazioni sono di incantevole grazia dove la scultura, se di questa ancora può trattarsi, o non piuttosto, l'"antiscultura", diviene gioco calcolatissimo di parvenze e di spazi, sorridente e talvolta lievemente ironico; ma "un gioco - come afferma Melotti - che quando riesce è poesia".






Complessa personalità artistica, Fausto Melotti (Rovereto/TN 1901 - Milano 1986) ha percorso un lungo e ricco cammino culturale che ha per tappe fondamentali Firenze, Torino, Milano e naturalmente la sua città natale.
La sua formazione ha inizio, come ha precisato Giuseppe Appella (in Fausto Melotti 1901-1986, Roma - Milano 1987, pp. 11-19), a Firenze dove porta a termine gli studi liceali avendo lasciato Rovereto allo scoppio della prima guerra mondiale.
A Firenze, città di cultura europea, lavorano numerosi artisti e letterati d'avanguardia, ma soprattutto sopravvivono testimonianze storiche e artistiche del passato: Melotti ha la possibilità di ammirare nei musei fiorentini le grandi opere d'arte dei maestri italiani quali Giotto, Simone Martini, Botticelli, Donatello e Michelangelo.
Carlo Belli (1903-1991), che lo raggiunse tempo dopo, ricorda che il cugino, molto maturato, gli trasmise lo spirito di quella città. Un giorno al Museo del Bargello egli riuscì a fargli comprendere il San Giorgio di Donatello: " 'Vedi che silenzio circola intorno ad essa'. Rimasi folgorato. Accepivo il concetto di silenzio come potenza nella scultura". E ancora dopo tanto tempo, Carlo ritiene che per loro adolescenti quello fu "un soggiorno formativo ... asse fondamentale attorno al quale si metteranno in rotazione le nostre prime acquisizioni umanistiche".
Il biennio trascorso in un'altra città toscana come Pisa, permette al giovane Melotti di assimilare lo spirito delle notevoli opere architettoniche, delle sculture romaniche e gotiche (Nucola e Giovanni Pisano), contemporaneamente ai corredi preziosi del Medioevo (capitelli e rilievi, mosaici e smalti, tessuti e avori). Tutto un mondo iconografico e stilistico che affiorerà qua e là nelle sue ceramiche smaltate e nei suoi teatrini.




E' soltanto dal 1919 che si può senz'altro affermare avvenga la piena integrazione di Melotti nella vivace vita culturale della sua Rovereto "ricca di luci vive". Città al tempo famosa per aver dato i natali al filosofo Antonio Serbati Rosmini (1797-1855), del quale i concittadini leggevano le opere quasi per dovere, e a due personaggi "europei", che di fatto i giovani di allora non conobbero direttamente, il pittore futurista giramondo Iras Baldessari e il poeta decadente Lionello Fiumi.
Belli racconta con orgoglio che i giovani roveretani spinti da una voglia di rinnovamento, volevano "rifare il mondo" a modo loro, evitando però la solita protesta che appunto caratterizza i ragazzi, sfruttando invece la "fantasia" erano sempre alla ricerca di trovate geniali che potessero generare scalpore nell'opinione pubblica.






Melotti stesso in qualche intervista ricorda con entusiasmo le numerose personalità che vivevano nella sua città e ne facevano un centro all'avanguardia in numerosi campi intellettuali: nelle arti figurative, nell'archeologia, nella musica e nella letteratura. Primo fra tutti il futurista Fortunato Depero (1892-1960), il già maturo architetto e pittore M. Sandonà, l'architetto G. Tiella, i futuri architetti A. Libera, G. Pollini e L. Baldessari, M. Untersteiner luminare della filologia classica, l'archeologo F. Halberr, P. Orsi studioso della Magna Grecia, il poeta R. Prati, i letterati S. Branzi e C. G. Stoffella (che riforniva questi giovani artisti di testi, presi in Francia, di P. Valery, J. Cocteau, M. Proust e A. Gide), il famoso musicista R. Zandonai.
Molti di questi personaggi trascorrevano intere mattinate a discutere nel retrobottega della Farmacia Cobelli: vi partecipava quasi sempre Belli, mentre Melotti solo a volte per il suo carattere più ritroso; essi rimanevano incantati soprattutto dai racconti delle spedizioni degli archeologi Orsi e Halberr, dai resoconti dei loro scavi rispettivamente a Locri (Calabria) e nell'antica Creta e restavano suggestionati dai miti di quegli antichi popoli.
Anche dal punto di vista dell'educazione scolastica, Rovereto era all'avanguardia. E' particolarmente interessante ricordare che lì dalla seconda metà dell'Ottocento esisteva una "Scuola Reale" (denominata in seguito "Elisabettina"), frequentata anche da Melotti, dove si dava spazio alle nozioni tecniche e alle attività grafiche favorendo le attitudini artistiche degli allievi, e dalla quale si accedeva direttamente al Politecnico.
La prima esperienza significativa del giovane Melotti è comunque la frequentazione di Fortunato Depero, che a quel tempo era "entrato nella storia della pittura moderna, avendo a padrini Balla e Boccioni; pur compagno delle nostre folli serate lo consideravamo già un personaggio", e che soprattutto nel periodo compreso tra il 1919 e il 1924, si dedicò con passione al settore delle arti decorative.





Il manifesto Ricostruzione futurista dell'universo (1915) rivela con quanto entusiasmo i firmatari, Balla e Depero, si proponessero di creare una nuova realtà, introducendo nel quotidiano, degli oggetti in grado di "ricostruire l'universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente", trovando "degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell'universo stesso, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra aspirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto". Una componente fondamentale di tale dichiarazione è la volontà di servirsi di tutti i generi di materie e materiali (fili metallici e di cotone, stoffe, cartoni e vetri colorati, reti metalliche, specchi ecc.) per costruire i complessi plastici, purché essi mantengano un carattere appariscente.
Senza dubbio questo aspetto, congiunto al proposito dei due futuristi di imporre la creatività dell'artista a tutto l'ambiente dell'uomo, nello spazio urbano, nel costume in genere, impressionò i giovani di Rovereto, ai quali Depero seppe inoltre trasmettere la sua carica vitale, alimentata da una felice fantasia. Egli aveva costituito dal 1919 nella cittadina trentina una Casa d'Arte con il suo nome, sistemata l'anno seguente nei più spaziosi e luminosi saloni di Casa Keppel.
Si mette in moto la macchina della Casa d'Arte proprio quando Melotti torna a Rovereto più frequentemente, mentre inizia a studiare ingegneria a Milano.
Depero, che veniva aiutato dalla moglie nel suo laboratorio artigiano, incoraggiava i giovani che gli stavano accanto a intraprendere la strada delle arti applicate affinché esse potessero divenire degne compagne delle arti figurative in genere.
Con la manualità e per mezzo di materiali umili considerati allora 'antiartistici' - come è spiegato nel manifesto del 1915 - egli riusciva a esprimere tutto il suo linguaggio: uno stile sintetico e lineare fatto di colori forti campiti a zone, di forme geometrizzate a incastro, cariche di senso della dinamicità. In particolare nelle creazioni degli anni Venti è presente una valenza metafisica, come bene aveva individuato Carlo Belli in Kn (Milano 1935): "Depero dipingeva, senza saperlo, i più bei quadri metafisici prodotti da questo movimento. ... (Il corteo della gran bambola - La casa del mago - Città meccanizzata dalle ombre - Villaggio sconosciuto) visioni spettacolose di un naturalismo magico superiore allo stesso De Chirico. Il Depero militava più che mai allora nel futurismo, ma la Musa metafisica era nell'aria"; e come spiega più recentemente P. Fossati: "Depero era ... investito pure lui da una sorta di osmosi tra futurismo e musa metafisica, ... l'onda montante e sostanziale che impregnava l'atmosfera dinamica di Depero di una scenografia tesa e misteriosa è quella metafisica, e non era difficile smarrire i connotati del futurismo ormai sfigurato in essa" (in L'immagine sospesa …, Torino 1971, pp. 179-180).






L'aria metafisica che influenza le soluzioni di Depero, distaccandolo forse proprio a sua insaputa dagli altri futuristi, deriva probabilmente anche dalle sue esperienze in campo teatrale: egli infatti dipinge figure astratte tipo marionette, manichini, e le inserisce in spazi cubici colorati.
Secondo G. Marzari e P. Setti i giovani roveretani pur ammirando le novità estetiche di Depero (si veda ad esempio il già citato Kn di Belli) tuttavia "mostrano una sostanziale indifferenza per la produzione artigianale della Casa d'Arte", deducendo che "i temi folkloristici dei prodotti dell'arte applicata, deludono certamente chi come Belli, Melotti e Pollini ha proiettato i propri interessi in direzione dell'arte come avanguardia" (in Fausto Melotti, Luigi Figini, Gino Pollini, Renata Melotti, Rovereto 1984, p. 15).
Questa ipotesi sembrerebbe convalidata leggendo un'affermazione dello stesso Melotti, scritta in occasione della morte dell'illustre concittadino: "... laboratorio di cuscini e arazzi, nei quali - egli - disperdeva e volgarizzava la sua pittura", ma si deve pensare che lo scultore non si sta esprimendo con lo spirito di un tempo, ma da uomo maturo che guarda al passato. Eppure nello stesso articolo sembra trasparire una certa emozione nel racconto della preparazione della Veglia futurista che fu organizzata il 10 gennaio del 1923. Scrive infatti: "C'eravamo prestati tutti, lavorando a tagliare e incollare carte, cartoni colorati, a imbastire pupazzi, fiori, aggeggi che avrebbero frastornato la sale nelle quali ... l'intera borghesia del Circolo Italia sarebbe stata sottoposta all'elettroshock futurista".
E uno shock sicuramente lo ebbero le persone che intervennero al veglione, per i colori squillanti delle stanze e dell'arredamento, per le strane figurazioni (cavalieri galoppanti, enormi fiori) che coprivano le pareti, per le stalattiti fosforescenti di tanti colori (a forma di piramidi capovolte) che piovevano dal soffitto, e per l'originale trovata finale che vedeva gli organizzatori uscire improvvisamente vestiti da 'locomotive'. Un vero e proprio spettacolo teatrale con musica e luci che Melotti sembra ricordare con piacere rivivendo quello stesso coinvolgimento di allora. Per lui fu un impulso notevole partecipare a queste discussioni, ed operare in questi settori dell'arte applicata quando ancora non si era impegnato seriamente in alcuna attività artistica.






Nulla, però, può dirci se l'artista quando era a Rovereto, tra le varie arti decorative, venne a conoscenza della tecnica della ceramica, ma partire da un periodo così remoto è estremamente importante, in quanto ci permette di inquadrare l'ambiente culturale roveretano, e di capire quali pensieri il giovane Melotti avesse potuto maturare sull'arte.
E' a Torino, dopo una permanenza di circa tre anni (1925-27), che Fausto Melotti impara il mestiere di scultore seguendo gli insegnamenti dello zio Carlo Fait (1877-1968) che lavorava presso lo studio del famoso Pietro Canonica (1869-1959), e contemporaneamente frequentando l'Accademia Albertina. Egli non ricorderà, negli anni seguenti, con piacere questa esperienza perché giudicata priva di un reale valore artistico; essa fu però ugualmente importante se non altro perché determinò la scelta di dedicarsi seriamente alla scultura.
Quando Melotti, già laureato, si stabilisce a Milano (1928), dopo la breve parentesi torinese, decide di seguire definitivamente quella che era la sua inclinazione.






Hangar - Bicocca - Filosofia del nuovo spazio espositivo milanese:

"Sei un pezzo di hangar?
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HangarBicocca appartiene a chi ama l’arte contemporanea, in ogni sua forma ed espressione. E’ di chi si rispecchia in un’istituzione indipendente, senza fini di lucro, che mette al centro la qualità dei progetti artistici e la partecipazione di tutti ad un’iniziativa di respiro internazionale.
HangarBicocca è un progetto democratico ed evoluto con un Direttore Artistico eletto via internet, con un bando aperto a cui hanno partecipato più di 100 candidati, di cui la metà stranieri.
Ti ritrovi in questi ideali? Ecco perché sei già un pezzo di Hangar, perché ami l’arte contemporanea e vuoi costruire per Milano un luogo di condivisione culturale in cui tutto è in continuo divenire, tutto si condivide e vive insieme agli artisti e appassionati.
Per far crescere un progetto di qualità che vuole rimanere indipendente però, abbiamo bisogno di tutto il tuo sostegno.
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Un progetto da vivere tutto d’un fiato, saturo di arte, musica e divertimento, che ti farà sentire quello che veramente sei: un pezzo di hangar! E per questo potrai entrare gratuitamente a visitare le mostre, anteprime di concerti, performance di danza  e teatro, e a tutte le mille iniziative di cui sarai sempre informato grazie alla newsletter di HangarBicocca.
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Insomma, uno strumento in mano ai noi stessi fruitori amanti dell'arte.

Milano,  26 luglio 2011


Testo e Foto di Enrico Mercatali
(dedico queste fotografie a Maria Elena)

19 August 2011

"Castellaccio"- Lago Maggiore: Ruderi di castello medievale presso Lesa. Sito d'alto valore ambientale, da ben conservare





"Castellaccio" di Lesa
Lago Maggiore

Cenni storici. Caratteri del sito. 
Proposte per la conservazione e l'eventuale utilizzo 





Tra Arona e Stresa le coste del Lago Maggiore sono oggi caratterizzate da una maggiore frequenza di piccole insenature e dalle relative spiagge. Particolarmente ampia è quella che si trova alla foce del fiume Erno, nei pressi di Solcio (Lesa). Essa è incorporata nella penisola pianeggiante che da millenni, proprio dove l'estuario del breve ma generoso fiume si allarga creando terreno alluvionale, ospita ampi campi coltivabili e profumati frutteti.

Da millenni questa è una piana (una delle pochissime presso l'alveo del lago) che possiede queste caratteristiche peculiari, le quali hanno determinato l'economia del luogo, e da millenni essa presenta anche, presso i suoi ambiti rivieraschi, oltre alla grande spiaggia presso l'estuario, anche altre spiaggette, le cui dimensioni in larghezza sono variabili in funzione dell'escursione altimetrica del lago, causata a sua volta da numerosi fattori tra cui la piovosità e la necessità d'acqua che l'agricoltura a valle nella pianura padana richiede.





Presso una delle spiagge della penisola si ergono, appariscenti per dimensione planimetrica anche se occultate dal verde rampicante spontaneo che le invadono, le mura perimetrali di un castello d'antiche origini, che, dai reperti che al suo interno vi sono stati rinvenuti, parrebbero altomedioevali. Le mura che oggi possiamo ancora vedere non risalgono a quel periodo così lontano, ma ad un'epoca tardo rinascimentale, che vide la ricostruzione a scopo non tanto e non più soltanto militare-difensivo, ma soprattutto amministrativo, essendo strategica la zona, a quei tempi, per ottenere gabelle daziali e per riscuotere, dai numerosi natanti che solcavano allora le acque del lago tra le acque svizzere e quelle del Ducato di Milano, preziose tasse.

I traffici commerciali su acqua erano allora asasi più sviluppati di quelli di oggi, e le mercanzie pesanti transitavano sul lago come fosse esso un grande fiume che dalle alpi portava nel cuore della grande città, adottando percorsi allora modernissimi, in parte naturali ed in parte artificiali, già dotati di sistemi di chiusa all'avanguardia per renderli rapidi ed efficienti. Fu Leonardo da Vinci che vi sovrintese, ai Navigli che fecero di Milano una delle più efficienti città commerciali di quei tempi, sia nei progetti che nelle direzioni lavori, sotto Lodovico il Moro, per accrescere la mobilità, specie delle merci pesanti, in ingresso quotidiano in Milano.

"Qualcosa di simile alle nostre odierne autostrade", era quell'insieme di passaggi d'acqua capaci di coprire centinaia di chilometri (fugace ed efficace intuizione del Prof. Arch. Guido Canella, grande conoscitore del Lago Maggiore e della sua storia), ma con l'ostacolo del dazio lesiano, che comportava oneri e tempi morti. Sembra che fosse strategico quel sito, per le Casse del grande ed esteso Ducato,  tanto che vi perdurò nelle sue funzioni fino alla sua fine.

Il Castellaccio aveva quindi questa funzione. Non sappiamo come funzionassero esattamernte le operazioni di verifica delle merci e le relative oblazioni, forse mediante accesso diretto nelle sue mura, come fosse un arsenale, forse mediante l'attracco esterno lungo le mura che avevano in acqua le loro fondamenta, e se non proprio nell'acqua, come oggi accade solo un paio di volte all'anno, certamente sul filo del bagnasciuga. Certo è però che qui i natanti vi si soffermavano a lungo, facendo perfino supporre che vi fossero numerose attività di supporto e servizio per approvigiionarsi di cibo e materiali necessari alle riparazioni più urgenti dei navigli.






Ancora oggi le mura del castello sono solide e ben visibili. In un paio di tratti sono ancora presenti bifore e finestre. All'interno, forse costituite dalle rovine dei muri sia perimetrali che interni, cumuli di pietrame ne riempiono gran parte dei volumi, così da determinare un terrapieno sul quale alberi ed arbusti vegetano spontaneamente da secoli. Numerose sono state anche di recente le operazioni di pulizia superficiale esterna, senza però raggiungere apprezzabili risultati, in quanto le ricrescita è talmente rapida da riportare la situazione allo statu quo ante, ricoprendo così interamente ogni struttura, al punto che molti oggi neppure si accorgono più della presenza del Castello, nonostante le sue dimensioni siano tutt'altro che minute.

Oggi vi regna un senso di totale abbandono che non è a nostro avviso giustificato nè dalla presenza di vestigia tanto significative, se non sul piano architettonico, certamente almeno su quello storico, nè per quanto esse potrebbero dare in termini di resa turistica. 
Sotto entrambi i profili Lesa e la Comunità dei tre Comuni di Belgirate Lesa e Meina potrebbero trarre vantaggi da una valorizzazione del Castellaccio.

Non sappiamo se vi sono state in passato proposte a tal riguardo. Noi crediamo se ne debba almeno incominciare a parlare per porre le basi d'una sensibilizzazione attorno ai suoi temi specifici, e per garantire anche che non vi siano possibili speculazioni che, con rapta manus, possano costituire precedenti difficili poi da gestire sul piano amministrativo.


Riteniamo necessario, intanto, che il Castellaccio sia struttura visibile sia esternamente che internamente; che venga perciò tenuta pulita dal verde rampicante che la invade rapidamente e inesorabilmente. La sua visibilità farà così in modo da costituire concreta effige d'un monumento in rovina, già in sè fattore di puro interesse simbolico e fattore strategico d'attrazione, anzichè essere, credo oggi, un fattore valido solo a livello toponomastico (la "via al castello" è ciò che più concretamente appare di esso, dato che l'ammasso di verde è tale, ancora e sempre, che neppure una sagoma al di sotto di esso oggi può essere immaginata).

Alla pulizia fisica credo si debba aggiungere solo un poco di pulizia formale, che faccia ragione d'un civile assetto d'assieme dato che di struttura monumentale trattasi, di fatto, e che di essa possa esserne fatto sfoggio, da parte degli enti preposti alla sua valorizzazione turistica non solo locale, senza alcuna sovrastruttura che ne infici l'attuale aspetto "romantico" ad alta vocazione paesaggistica.

Sarà sufficiente porre allo studio una livellazione interna drenante ed autopulente (per tutto quanto attenga alla crescita spontanea di vegetazione indesiderata), che richieda il minimo possibile in termini di manutenzione, così da collocarvi al massimo qualche panchina, e magari, per le ore serali, una discreta ma efficace illuminazione scenografica, sia dal lago che da terra, sostanzialmente basata sul fotovoltaico.

Crediamo, noi di Taccuini Internazionali, che in tal modo (pertanto con una spesa davvero assai modesta, anzi modestissima se suddivisa tra ente locale e contribuzioni superiori) il Castellaccio possa ricominciare a vivere, per sè stesso, come fattore visibile e quindi punto di focalizzazione visiva importante come avviene per le altre strutture lacuali d'altrettanto peso, ma anche per far vivere di maggiore pregio contestuale l'intera area dell'Erno.

Un progetto di "valorizzazione" assai soft, pertanto, che sappia mantenere, ed anzi rafforzare, l'intima essenza di un luogo, oggi vivibile come lo furono talune rovine romane all'epoca del Piranesi o del Pannini, che, crediamo, richieda, quale modo migliore d'essere vissuto, quello d'essere interpretato quale struttura ricca di interesse evocativo e storico, più che in termini squisitamente architettonici o artistici.

Nessuno, però, se così andassero le cose, potrebbe mai dire di no, ad eventuali altri e superiori usi temporanei, di tipo culturale in senso lato, che in futuro vi si volessero proporre, mai tali però da creare spaesamento e snaturamento di quei caratteri che oggi vediamo in ombra, ma potenziali, tali però, se ben coltivati, da riportare in alto un bel monumento sia pure in rovina, ed in auge l'effige di esso nel quadro territoriale dell'Alto e Basso Vergante, tra Arona e Stresa, fatto anche d'altri gioielli, quali il Castello Visconteo di Massino e la Chiesa di San Sebastiano nella stessa Lesa.

Vorremmo che il Castellaccio sopravvivesse nella memoria del luogo come luogo fisico, più che come pura traccia d'un passato ormai cancellato. Esso fu parte integrante del grande antico progetto, divenuto realtà, che fece del lago una fondamentale componente della mobilità tra Svizzara e Pianura Padana, che fece ricche le nostre regioni tra medioevo ed età dei lumi. Esso farà ancora parte, sia pure a livello simbolico, della rinascita di tale progetto, ora ancora allo studio, ma prossimo ad essere ancora realtà.
(E' in preparazione su Taccuini un articolo sulla Nuovo Sistema Idroviario tra Svizzera e Venezia, con porto di interscambio ad Arona-Lago Maggiore).



Lesa, 18 agosto 2011

Enrico Mercatali



09 August 2011

Postmodernità alla frutta




Una nuova filosofia realista sembra aleggiare
da qualche tempo tra Italia e Germania


TORNA IL PENSIERO FORTE ?

In appendice "L'irruzione della realtà"
(dal fondo di Barbara Spinelli su la Repubblica del 10 Agosto 2011)
 




Il filosofo italiano Maurizio Ferraris, dell'università di Torino (in alto), con i colleghi Markus Gabriel e Petar Bojanic, rispettivamente di Bonn e di belgrado (in basso), sta organizzando per la prossima primavera a Bonn un convegno internazionale intitolato "New Realism", dedicato all'esigenza di riportare il mondo esterno al centro dei fatti, col conseguente abbandono della postmodernità, avvertita ormai come una filosofia incapace di indirizzare le scelte più urgenti e necessarie del mondo d'oggi: un ritorno in auge, pertanto, del "Pensiero Forte".






Parteciperanno al convegno noti filosofi internazionali, tra cui spiccano i nomi di Umberto Eco, John Searle e Paul Boghossian. Il tema è di grande interesse. Il Convegno intende restituire alla nozione di "realismo"  lo spazio che si merita oggi, sia in filosofia, che in politica e nella stessa società, nella vita quotidiana, quello spazio che il mondo postmoderno le aveva tolto considerandola conservatrice, se non addirittura una vera e propria ingenuità filosofica.














Umberto Eco (a sinistra), filosofo e romanziere italiano, che parteciperà ai lavori del Convegno di Bonn, autore tra l'altro del famoso saggio "Kant e l'ornitorinco" (1997), il quale è stato uno dei maggiori assertori della necessità di fare i conti con lo "zoccolo duro" del reale, lungo un percorso che egli aveva già intrapreso sin dagli anni novanta con il saggio "I limiti dell'interpretazione".

John Searle (in alto, al centro), filosofo statunitense che parteciperà a sua volta ai lavori del Convegno, è stato tra i primi a lanciare, nel 1995,  una critica all'idea che tutto sia costituito da una sovrastruttura sociale, e che perfino il mondo naturale a questa sia soggetta, così da togliere spessore al principio di realtà. Tale critica era già presente nel suo famoso saggio " La costruzione della realtà sociale", nel quale la realtà pareva dipendere da fattori ad essa esterni, presenti invece nell'interprazione che ne dava la società.

Paul Boghossian (a destra), direttore del new York Institute of Philosophy e ricercatore di filosofia della mente ed epistemologia del linguaggio, ha sviluppato interessi e studi assai approfonditi anche nel campo dell'estetica con particolare riferimento ad una filosofia della musica, è autore di "Paura di conoscere", saggio nel quale egli sviluppa una critica al relativismo ed al costruttivismo della conoscenza.


Il pensiero debole aveva descritto la realtà come inaccessibile in quanto tale poichè mediata da pensieri e sensi. Con il famoso slogan "l'immaginazione al potere" si giustificava il desiderio inconscio di lasciare che tutto restasse come già era nei fatti, non affrontando la realtà per tutto ciò che essa rappresentava, sia in positivo che in negativo, lasciandoci in posizione sostanzialmente rinunciataria rispetto ai problemi che la realtà imponeva. Oggi, prima tra tutte la politica, ma anche la costruzione populista del consenso mediatico, hanno contribuito a sgretolare il castello delle certezze postmoderne.
Ciò che tempo fa i filosofi proponevano come "via per l'emancipazione", ovvero il principio nietzschiano del "non ci sono fatti ma soltanto interpretazioni" è divenuta occasione per fare sempre e solo ciò che si voleva o più conveniva. La stessa concezione d'una estetica vista non già come una filosofia dell'illusione, quanto d'una filosofia della percezione la dice lunga circa la disponibilità nella quale ci si voleva mettere rispetto a quanto accadeva nel mondo esterno, rispetto ad una realtà che si voleva poter guardare con gli occhi di chi vede, al di fuori da schemi concettuali, secondo formule soggettive. La stessa nozione di "verità", così intimamente connessa alla nozione di "realtà", veniva ritenuta  dalla postmodernità assai meno importante della solidarietà. Sostiene Ferraris , in un articolo da lui pubblicato su "la Repubblica" (8 agosto 2011)  l'esempio di chi va dal medico che non si accontenta d'avere risposte interpretative, creative e solidali circa il suo stato di salute, ma pretende risposte veritiere. Ecco perchè le parole-chiave del "New Realism" devono essere: ontologia, critica e illuminismo.





Già trent'anni fa il filosofo tedesco Habermas vedeva nel postmodernismo una pericolosa ondata anti-illuminista. E con lui anche tanti di noi, già alla nascita di quella ventata di radicali cambiamenti della visione critica della realtà che aveva avuto origine negli anni settanta, dubitavamo della sua consistenza di pensiero, e soprattutto della sua capacità di creare impianti teorici di ragionamento che fossero convincenti quanto da tempo erano state le basi teorico-filosofiche che erano nati con l'illuminismo.



L'errore dei postmoderni stava nel confondere ontologia con epistemologia, ovvero tra ciò che c'è e ciò che sappiamo su ciò che c'è. Insomma, prosegue Ferraris, che l'acqua bagni e che il fuoco scotti è indipendente dal fatto che noi lo si sappia, e tanto più ancora dai linguaggi e dalle categorie. Per distinguere il sogno dalla realtà esiste pertanto un carattere saliente del reale, il quale può essere una limitazione, ma al contempo un sicuro punto di appoggio.
Mentre i postmoderni vedono l'irrealismo come modalità emancipante, c'è chi vede invece la necessità  d'indagare per accertare, ovvero conoscere come stanno realmente le cose, ricorrendo alla critica. Il realismo e subito critico, mentra l'irrealtà pone problemi di interpretazione. Devi pur sapere se stai davvero trasfonrmando il mondo, oppure soltanto immaginare di trasformarlo!
Per quanto concerne l'illuminismo fu Habermas, per primo trent'anni fa, a capire che nel postmodernismo vi era implicita una vera ondata anti-illuminista. E con lui molti di noi ne avevano capito la vera sostanza, fatta di irrealtà, di sogno, d'incertezza di giudizio, di sostanziale debolezza critica di fronte ai veri problemi da affrontare per stare dentro alla realtà delle cose.


L'illuminismo richiede fiducia nell'umanità, nel sapere, nel progresso. Già Kant in esso vedeva l'uscita dell'uomo dalla sua infanzia. Poichè mai un Dio potrà portare salvezza all'umanità, ad essa l'uomo potrà giungere solo con la verità, col sapere, con la conoscenza della verità. Seguire invece, al loro posto, il miracolo, il mistero, l'autorità significa abdicare ai compiti dell'azione realmente salvifica, come hanno fatto tutti i postmodernismi filosofici, e con loro i populismi politici,  le dittature di vecchia e di nuova matrice.




In apertura e in chiusura i ritratti di Kant e di Hegel, nel cui filone di pensiero si innestano tutte le teorie filosofiche che pongono l'uomo di fronte al mondo esterno ed ai fatti della realtà. Ricorre oggi la tendenza a riconsiderare tale filone come essenziale all'esperienza umana, più che mai resasi evanescente nel pensiero e nell'azione con l'avvento delle teorie del pensiero debole propugnate dalla posmodernità



Proponiamo di mantenerci in contatto con tali concetti, e di seguire nella prossima primavera il Convegno di Bonn, che ne svilupperà, credo in modo anche del tutto nuovo, le questioni più dell'attualità che della storia.
Crediamo che i concetti di creatività e trasparenza, da noi evocati nel definire i campi d'attività sottesi al nostro Blog, legati alla necessità che hanno ancora gli umani di conoscere attraverso il viaggio, l'avventura, il peregrinare nel mondo sia pure nelle modalità organizzate del mondo attuale, stiano entrambi, nonostante tutto, ancora ben collocati nell'ambito del pensiero forte, d'un realismo prima di tutto concreto prima che suggestivo, d'una azione fatta di progetto prima ancora che di sogno, d'accertamento prima ancora d'evasione, per la costruzione di sè nella consapevole conoscenza della propria natura.


Lesa, 11 agosto 2011
Enrico Mercatali


P.S.:

"L'irruzione della realtà"
Articolo di Barbara Spinelli su "la repubblica del 10 agosto 2011

Forse non casualmente, il giorno successivo a quello nel quale apprendevamo la notizia del Convegno di Bonn intitolato al "New Realism", un fondo di Barbara Spinelli su "la Repubblica", intitolato "L'irruzione nella realtà", affronta la medesima tematica, ma, anzichè a sfondo filosofico, questa volta a sfondo politico. Del discorso filosofico che aveva solo un giorno prima attratto la nostra attenzione, ricaviamo immediatamente una interpretazione assai vicina alle vicende dei nostri giorni, così rafforzando l'impressione, che avevamo avuto nel leggere l'articolo di Maurizio Ferraris, d'essere di fronte ad una svolta epocale, la cui entità veniva sottolineata proprio dall'essere divenuta necessaria perfino una nuova dimensione filosofica che la sapesse spiegare.

Sostiene la Spinelli, commentando con il suo consueto acume critico la particolare incapacità del Governo italiano, rispetto a quella dimostrata dagli altri paesi, ad affrontare la crisi dei mercati internazionali, che la situazione è totalmente sfuggita di mano a chi, pur avendo le redini del Paese, non ha più la capacità d'affrontare la realtà dei problemi, proprio perchè fino a questo momento non ha fatto che favoleggiare a danno d'una lettura più realistica: un Governo spiazzato ("commissariato") dalle Autorità monetarie superiori (BCE) che si rifiuta di sentirsi esautorato da queste sul terreno d'un realismo a lui non avvezzo, vedendosi depredato dalla visione onirica della quale aveva abituato il Paese a fronte d'una "verita" inaccettabile proprio perchè troppo molesta soprattutto in quanto ineludibile coi soliti strumenti finora adottati del populismo mediatico.
Mai nulla di più chiaro, nella realtà giornalistica, per spiegare ciò che anche la filosofia sta apprestandosi a decretare con le sue strutture logiche.