THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

09 August 2011

Postmodernità alla frutta




Una nuova filosofia realista sembra aleggiare
da qualche tempo tra Italia e Germania


TORNA IL PENSIERO FORTE ?

In appendice "L'irruzione della realtà"
(dal fondo di Barbara Spinelli su la Repubblica del 10 Agosto 2011)
 




Il filosofo italiano Maurizio Ferraris, dell'università di Torino (in alto), con i colleghi Markus Gabriel e Petar Bojanic, rispettivamente di Bonn e di belgrado (in basso), sta organizzando per la prossima primavera a Bonn un convegno internazionale intitolato "New Realism", dedicato all'esigenza di riportare il mondo esterno al centro dei fatti, col conseguente abbandono della postmodernità, avvertita ormai come una filosofia incapace di indirizzare le scelte più urgenti e necessarie del mondo d'oggi: un ritorno in auge, pertanto, del "Pensiero Forte".






Parteciperanno al convegno noti filosofi internazionali, tra cui spiccano i nomi di Umberto Eco, John Searle e Paul Boghossian. Il tema è di grande interesse. Il Convegno intende restituire alla nozione di "realismo"  lo spazio che si merita oggi, sia in filosofia, che in politica e nella stessa società, nella vita quotidiana, quello spazio che il mondo postmoderno le aveva tolto considerandola conservatrice, se non addirittura una vera e propria ingenuità filosofica.














Umberto Eco (a sinistra), filosofo e romanziere italiano, che parteciperà ai lavori del Convegno di Bonn, autore tra l'altro del famoso saggio "Kant e l'ornitorinco" (1997), il quale è stato uno dei maggiori assertori della necessità di fare i conti con lo "zoccolo duro" del reale, lungo un percorso che egli aveva già intrapreso sin dagli anni novanta con il saggio "I limiti dell'interpretazione".

John Searle (in alto, al centro), filosofo statunitense che parteciperà a sua volta ai lavori del Convegno, è stato tra i primi a lanciare, nel 1995,  una critica all'idea che tutto sia costituito da una sovrastruttura sociale, e che perfino il mondo naturale a questa sia soggetta, così da togliere spessore al principio di realtà. Tale critica era già presente nel suo famoso saggio " La costruzione della realtà sociale", nel quale la realtà pareva dipendere da fattori ad essa esterni, presenti invece nell'interprazione che ne dava la società.

Paul Boghossian (a destra), direttore del new York Institute of Philosophy e ricercatore di filosofia della mente ed epistemologia del linguaggio, ha sviluppato interessi e studi assai approfonditi anche nel campo dell'estetica con particolare riferimento ad una filosofia della musica, è autore di "Paura di conoscere", saggio nel quale egli sviluppa una critica al relativismo ed al costruttivismo della conoscenza.


Il pensiero debole aveva descritto la realtà come inaccessibile in quanto tale poichè mediata da pensieri e sensi. Con il famoso slogan "l'immaginazione al potere" si giustificava il desiderio inconscio di lasciare che tutto restasse come già era nei fatti, non affrontando la realtà per tutto ciò che essa rappresentava, sia in positivo che in negativo, lasciandoci in posizione sostanzialmente rinunciataria rispetto ai problemi che la realtà imponeva. Oggi, prima tra tutte la politica, ma anche la costruzione populista del consenso mediatico, hanno contribuito a sgretolare il castello delle certezze postmoderne.
Ciò che tempo fa i filosofi proponevano come "via per l'emancipazione", ovvero il principio nietzschiano del "non ci sono fatti ma soltanto interpretazioni" è divenuta occasione per fare sempre e solo ciò che si voleva o più conveniva. La stessa concezione d'una estetica vista non già come una filosofia dell'illusione, quanto d'una filosofia della percezione la dice lunga circa la disponibilità nella quale ci si voleva mettere rispetto a quanto accadeva nel mondo esterno, rispetto ad una realtà che si voleva poter guardare con gli occhi di chi vede, al di fuori da schemi concettuali, secondo formule soggettive. La stessa nozione di "verità", così intimamente connessa alla nozione di "realtà", veniva ritenuta  dalla postmodernità assai meno importante della solidarietà. Sostiene Ferraris , in un articolo da lui pubblicato su "la Repubblica" (8 agosto 2011)  l'esempio di chi va dal medico che non si accontenta d'avere risposte interpretative, creative e solidali circa il suo stato di salute, ma pretende risposte veritiere. Ecco perchè le parole-chiave del "New Realism" devono essere: ontologia, critica e illuminismo.





Già trent'anni fa il filosofo tedesco Habermas vedeva nel postmodernismo una pericolosa ondata anti-illuminista. E con lui anche tanti di noi, già alla nascita di quella ventata di radicali cambiamenti della visione critica della realtà che aveva avuto origine negli anni settanta, dubitavamo della sua consistenza di pensiero, e soprattutto della sua capacità di creare impianti teorici di ragionamento che fossero convincenti quanto da tempo erano state le basi teorico-filosofiche che erano nati con l'illuminismo.



L'errore dei postmoderni stava nel confondere ontologia con epistemologia, ovvero tra ciò che c'è e ciò che sappiamo su ciò che c'è. Insomma, prosegue Ferraris, che l'acqua bagni e che il fuoco scotti è indipendente dal fatto che noi lo si sappia, e tanto più ancora dai linguaggi e dalle categorie. Per distinguere il sogno dalla realtà esiste pertanto un carattere saliente del reale, il quale può essere una limitazione, ma al contempo un sicuro punto di appoggio.
Mentre i postmoderni vedono l'irrealismo come modalità emancipante, c'è chi vede invece la necessità  d'indagare per accertare, ovvero conoscere come stanno realmente le cose, ricorrendo alla critica. Il realismo e subito critico, mentra l'irrealtà pone problemi di interpretazione. Devi pur sapere se stai davvero trasfonrmando il mondo, oppure soltanto immaginare di trasformarlo!
Per quanto concerne l'illuminismo fu Habermas, per primo trent'anni fa, a capire che nel postmodernismo vi era implicita una vera ondata anti-illuminista. E con lui molti di noi ne avevano capito la vera sostanza, fatta di irrealtà, di sogno, d'incertezza di giudizio, di sostanziale debolezza critica di fronte ai veri problemi da affrontare per stare dentro alla realtà delle cose.


L'illuminismo richiede fiducia nell'umanità, nel sapere, nel progresso. Già Kant in esso vedeva l'uscita dell'uomo dalla sua infanzia. Poichè mai un Dio potrà portare salvezza all'umanità, ad essa l'uomo potrà giungere solo con la verità, col sapere, con la conoscenza della verità. Seguire invece, al loro posto, il miracolo, il mistero, l'autorità significa abdicare ai compiti dell'azione realmente salvifica, come hanno fatto tutti i postmodernismi filosofici, e con loro i populismi politici,  le dittature di vecchia e di nuova matrice.




In apertura e in chiusura i ritratti di Kant e di Hegel, nel cui filone di pensiero si innestano tutte le teorie filosofiche che pongono l'uomo di fronte al mondo esterno ed ai fatti della realtà. Ricorre oggi la tendenza a riconsiderare tale filone come essenziale all'esperienza umana, più che mai resasi evanescente nel pensiero e nell'azione con l'avvento delle teorie del pensiero debole propugnate dalla posmodernità



Proponiamo di mantenerci in contatto con tali concetti, e di seguire nella prossima primavera il Convegno di Bonn, che ne svilupperà, credo in modo anche del tutto nuovo, le questioni più dell'attualità che della storia.
Crediamo che i concetti di creatività e trasparenza, da noi evocati nel definire i campi d'attività sottesi al nostro Blog, legati alla necessità che hanno ancora gli umani di conoscere attraverso il viaggio, l'avventura, il peregrinare nel mondo sia pure nelle modalità organizzate del mondo attuale, stiano entrambi, nonostante tutto, ancora ben collocati nell'ambito del pensiero forte, d'un realismo prima di tutto concreto prima che suggestivo, d'una azione fatta di progetto prima ancora che di sogno, d'accertamento prima ancora d'evasione, per la costruzione di sè nella consapevole conoscenza della propria natura.


Lesa, 11 agosto 2011
Enrico Mercatali


P.S.:

"L'irruzione della realtà"
Articolo di Barbara Spinelli su "la repubblica del 10 agosto 2011

Forse non casualmente, il giorno successivo a quello nel quale apprendevamo la notizia del Convegno di Bonn intitolato al "New Realism", un fondo di Barbara Spinelli su "la Repubblica", intitolato "L'irruzione nella realtà", affronta la medesima tematica, ma, anzichè a sfondo filosofico, questa volta a sfondo politico. Del discorso filosofico che aveva solo un giorno prima attratto la nostra attenzione, ricaviamo immediatamente una interpretazione assai vicina alle vicende dei nostri giorni, così rafforzando l'impressione, che avevamo avuto nel leggere l'articolo di Maurizio Ferraris, d'essere di fronte ad una svolta epocale, la cui entità veniva sottolineata proprio dall'essere divenuta necessaria perfino una nuova dimensione filosofica che la sapesse spiegare.

Sostiene la Spinelli, commentando con il suo consueto acume critico la particolare incapacità del Governo italiano, rispetto a quella dimostrata dagli altri paesi, ad affrontare la crisi dei mercati internazionali, che la situazione è totalmente sfuggita di mano a chi, pur avendo le redini del Paese, non ha più la capacità d'affrontare la realtà dei problemi, proprio perchè fino a questo momento non ha fatto che favoleggiare a danno d'una lettura più realistica: un Governo spiazzato ("commissariato") dalle Autorità monetarie superiori (BCE) che si rifiuta di sentirsi esautorato da queste sul terreno d'un realismo a lui non avvezzo, vedendosi depredato dalla visione onirica della quale aveva abituato il Paese a fronte d'una "verita" inaccettabile proprio perchè troppo molesta soprattutto in quanto ineludibile coi soliti strumenti finora adottati del populismo mediatico.
Mai nulla di più chiaro, nella realtà giornalistica, per spiegare ciò che anche la filosofia sta apprestandosi a decretare con le sue strutture logiche.

03 August 2011

"Il Nome della Rosa", sovviene, tra Ossola e Formazza tardo-medievali, nel suggestivo mix di fede, natura, arte e cultura






 Between Uriezzo Gorges and Waterfalls of the Toce River,
a precious jewel of art in S. Gaudenzio of Baceno.



Tra Orridi d'Uriezzo e Cascate del Toce
una preziosa gemma d'arte in
 S. Gaudenzio di Baceno





 Remembering "The Name of the Rose",
between medioeval Formazza and Ossola,  
we discover a charming center of culture in art


Come ne "Il Nome della Rosa", tra Ossola, Antigorio e Formazza medievali, lungo la via tormentata d'un impervio cammino, appare improvvisamente al viandante pellegrino dei tempi bui un fascinoso luogo di bellezze, un centro di cultura corposo e ricco. 
Dopo ore ed ore di cammino tra boschi e gole rocciose, ecco una meta: un "perno territoriale di civiltà" alle pendici della catena alpina, lontano dal mondo abitato, dalle città di pianura. 






Al viaggiatore errante esso si mostra quale improvvisa meraviglia  quando, oltrepassate valli ed acque, gole ed orridi terrifici, foreste e alpeggi, inaspettata compare maestosa, nel punto largo della valle, la mole di San Gaudenzio di Baceno, eretta sopra l'aspro sperone di roccia che già in epoca alto-medievale era errato anch'esso sino al primo prato in piano, ed ampliata poi sempre più grandiosamente  a più riprese in epoche successive, ricca e splendente d'ogni suo tesoro, d'antiche credenze e di saperi costruito, quale centro di cultura unico e inviolabile nella valle imprevedibile nella tormentata geografia, già densa però a quel tempo di intensi transiti commerciali transalpini.





La Crocifissione, di Antonio Zanetti detto il Bugnate, affresco del 1542. Nel XVI secolo il razionalismo rinascimentale ha raggiunto il suo massimo splendore in quella mimesi aristotelica che ha dato dignità intellettuale all'artista non più considerato artigiano. Divenuto cortigiano ed umanista egli ha potuto rappresentare "la natura" delle cose con lo spirito di chi guarda alla grande tradizione classica, ma che sperimenta con metodo scientifico il divenire del proprio tempo storico. E' nella scia di questa tradizione che lo Zanetti (sembra sia stato allievo di gaudenzio ferrari - 1457/1546) realizza l'ampio affresco: in piena crisi manieristica, soffrendone le difficili condizioni storico-politiche dell'Italia di allora. Vi è nel dipinto come un sentore di battaglie e di trippe occupanti il territorio, ove la natura, controllata prospetticamente, si presenta fedele ed accucciata ai piedi dell'invasore.



Pur tanto lontano dalle città di piana e di lago svizzere e italiane, il  centro religioso è già capace di suoi propri originali irraggiamenti d'arte e di cultura, oltre che di pii messaggi, oggetti di propria autoctona elaborazione d'intelletto e di fede.






Punteggiano l'antico percorso ameni alpeggi e luoghi di transumanze, che si allargano in prati soleggiati di tanto in tanto, tra boschi, dense foreste ed impervi passaggi rocciosi



Tarda in forme e stili, per gli echi che giunsero a lei dal fondovalle , culla del Ducato di Milano e dalle città svizzere, tedesche ed anche anseatiche, attraverso crogiuoli interpretativi d'alte scuole ed approfonditi studi con echi di rimando filtrati da propri talvolta non troppo elaborati idiomi, ma capace di forti slanci non privi d'episodi anche sicuri e già maturi, eleborati secondo gli stilemi mediati dalla cultura che intende parlare soprattutto alla povera gente, ai pastori, ai coltivatori, ed ai pochi artigiani che attorno essa ruotavano ogni giorno e ad essa s'abbeveravano.







La chiesa che oggi mostra di sè il rigoglio delle  sue diverse lingue sovrapposte e dei rifacimenti, delle addizioni e dei restauri, già agli albori del rinascimento esprime la compiutezza d'una piena maturità, degli aneliti espressivi della propria comunità, sempre pronta ad abbevararsi delle novità provenienti da lontano. 





L'ingresso alla chiesa è composito nell'impercettibile strombatura: la parte più interna comprendente l'architrave è tardo-romanica. La lunetta affrescata nel 1400 è stata in seguito ridipinta maldestramente. Nel 1505 vengono aggiunte cornici in pietra cristallina; lavorate con bassorilievi a fiori, capitelli e figurine fantastiche, di gusto rinascimentale, comprendono il giglio di Francia e gli stemmi nobiliari dei Della Silva e dei Rodis-Baceno.


Essa era pronta ad accogliere lo straniero come chiunque altro giungesse in quel terrifico  passaggio delle gole d'Uriezzo che immediatamente la precedono se si giunge da sud, presentandosi come segno del divino, quasi, tanto incombeva dall'alto della rocca quella sua vetusta abside antica, appena puntellata dai suoi intrepidi contrafforti, su chi, conoscendone l'esistenza, s'apprestava a giungervi con animo trepidante e pio, tanta grazia da essa era pronto a ricevervi, secondo quanto la novella di quelle parti andava diffondendo.






Ancor oggi riconosciamo in quelle contrade, perfettamente conservati ed in quadri ambientali integri, i segni della storia che riuscirono a rendere lieto l'itinerario transalpino tra Lago Maggiore e i Quattro Cantoni tra Zurigo e Berna, tra Medio Evo e primo rinascimento. 








Ancora oggi chi s'appresti, muovendo a piedi lungo i sentieri che da Crodo portano alle Cascate del Toce, riconosce lungo le acque che scorrono a fondovalle, lunghi tratti di strada lastricata con le pietre scure della roccia locale, coi suoi ponti e le fontane per la sosta, slarghi prativi e angusti passaggi tra massi erranti. 





Una delle costanti del genere pittorico che distingue parte della storia figurativa ossolana consiste nella dilatazione delle figure dipinte nel tentativo realistico di farle rivivere nello spazio illusorio del sogno. Questa atmosfera, che avvolge le fanciulle ritratte soprattutto negli affreschi a immagine della Madonna, si può ancora cogliere sui muri esterni delle case. Anche in questo affresco, che troviamo presso uno dei pilastri a destra del transetto della chiesa, opera del Cagnola, eseguito agli inizi del '500, ben rappresenta questa propensione. "Ben si comprende qui come questo artista tra il XV e il XVI secolo abbia inserito nel dipinto, oltre l'aspetto "surreale", diverse soluzioni stilistiche, dedicando grande attenzione al "naturalismo" rinascimentale, nel descrivere puntualmente i particolari anatomici, e nel tracciare quella prospettiva centrale, allestendo un baldacchino dalla stoffa setosa che copre e restringe la profondità retrostante"


Nel percorso, prima di giungere all'abside antica di San Gaudenzio, appollaiata sull'alta cuspide rocciosa, contraffortata da archi in pietra, prima d'essere cioè nell'abitato di Baceno, s'attraversano tratti di sentiero immersi nelle gole, dette poi d'Uriezzo, dal nome della località che ancora le conserva, anfratti oscuri tra le rocce dilavate dall'acqua e dal vento definiti orridi per la paura che frequentemente ingenerano in chi le incrocia, per le forme cupe simili a grotte che le caratterizzano e per il cielo che si perde in esse spesso, inoltrandovisi all'interno. 






Ecco perciò accostarsi in un piccolo tratto di territorio, ed in un lasso minuscolo di tempo, due realtà tanto diverse tra loro, l'Orrido ed il Centro Religioso, contesi tra natura e cultura, tra umano e divino, tra terrifico ed eccelso, orribile e stupendo, già divenuto amalgama, nella mente e nello spirito di chi vi si imbatte, di tanto diverse e opposte sensazioni, di tanto differenti motivi di meditazione e di pensiero.






Questo diadema incastonato nella dura roccia della montagna già fu citato in un documento, conservato nella chiesa, datato anno Mille. Trattavasi dell'angolo Sud Ovest dell'attuale presbiterio, la più antica dell'edificio, che venne eretto quale cappella votiva con dedica al santo Gaudenzio quale atto di donazione del Vescovo Gualberto di Novara ai canonici di Santa Maria assieme ad altri suoi possedimenti in quella valle tanto lontana. Sembra che tutt'attorno ad essa vi fossero allora le mura di un castello, poi demolito per fare spazio agli ampliamenti della chiesa.










Una chiesa più ampia, in grado di contenere qualche persona, fu eratta proprio davanti alla cappella, ed integrado questa nelle sue mura, creando un vano rettangolare corrispondente all'odierno presbiterio, non perfettamente in asse con l'impianto a tre navi, quelle centrali, che oggi ancora possono essere viste. L'intervento che portò il piccolo edificio alla lunghezza dell'attuale fu realizzato nel secolo decimoprimo per fare spazio ad una popolazione dell'abitato che andava ingigantendo.






L'assetto dimensionale attuale venne realizzato tra il '2 e il '300, ovvero in epoca basso-medievale, con ampliamenti ancora laterali sino all'ottenimento della larghezza attuale, quasi ampia quanto la lunghezza, i 5 navi distinte, con la caratteristica d'essere le intermedie assai più strette della centrale e delle laterali (cosa del tutto inconsueta e, forse, unica. Con opere murarie e di contraffortatura, con l'aggiunta dell'alto campanile, con  nuove opere interne di controsoffittatura, intonacatura, e decorazione pittorica pressochè integrale dei muri, delle volte, e perfino d'alcune colonne, si lavorò intensamente fino alla fine del 1500, epoca che vide sorgere tutt'attorno addizioni e cappelle private dotate di decorazioni pittoriche molto significative per comprendere il livello di finezza raggiunto, qui in alta valle, dalle scuole che vi posero le mani.






Ecce Homo. Di autore ignoto l'affresco su colonna è datato 1509. 
Sottostante è una preghiera in caratteri gotici


Nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo si potè completare questa sublime opera di montagna con l'aggiunta di una nuova abside e di un coro, vi si aggiunse un organo di grande pregio ed altre cappelle atte ad accogliere i resti di Santa Vittoria, eroina e martire cristiana sotto l'imperatore Traiano Decio (inviato il corpo a Baceno dal Cardinale Gaspare Carpineo nel 1702).





"L'ampia facciata di S. Gaudenzio è un libro aperto di suggestive sovrapposizioni storiche: essa appare come una grande schermo sostanzialmente tardo-romanico, oggi suddivisa in tre parti. la centrale è delimitata da tre pinnacoli che, assieme al frontone, alla cui base vi sporge una sottilissima cornice, vanno a concludere lateralmente il rettangolo spaziale sottostante con due lesene anch'esse pochissimo sporgenti. Le due parti laterali, con occhi di bue a porte racchiuse da cornici rinascimentali, dispiegano pesantemente la grande vela a capanna in rifrante geometrie di primordiale astrazione": così recita il volumetto distribuito nella chiesa. E continua: "La due porte secondarie hanno modanature di pietra chiara, l'una datata 1546 e l'altra, senza timpano ma con lunetta, è coeva alla prima. Il frontone dal lieve chiaroscuro suggerisce una ingenua sequenza di colonnine e archetti pensili che il leggero arretramento della parete guida verso un immaginario interno prospettico. La croce più bassa, vuota, introduce la seconda più alta e luminosa nel rappresentare la religiosa identità del suo percorso simbolico."

"L'affresco esterno, spropositato nelle dimensioni, è dello Zanetti, del 1542, e rappresenta S. Cristoforo che porta il Cristo Bambino. Ponendosi all'attenzione di chi, lontano nei campi, lavorava e sudava faticando, questo gigante buono chiedeva di rappresentare, più d'ogni altro, la Chiesa stessa, sulle cui spalle pesa la responsabilità dell'invito alla preghiera. E' stato oggetto di un accurato restauro nel 2002.






Per quanto attiene l'interno della chiesa, "la sensazione che si prova, guardandoci attorno, è quella di percepirlo più ampio di quanto non sia realmente. Infatti se aggiungiamo la doppia fila di colonne a scandire lo spazio circostante si ha l'effetto di una lieve dilatazione: a suggerire una maggiore profondità prospettica e ad avvolgere le fresche ombre del giorno in misteriose atmosfere".





"Così non era nella chiesa originaria dove i nudi e grigi muri della scatola geometrica servivano a sostenere l'elegante soffittatura a cassettoni in legno dipinto di cui alcuni frammenti sono custoditi in sagrestia. L'attuale soffittatura con impasto di malta con canniccio è stata decorata nel 1824-25."

Chi oggi volesse ripercorrere l'esperienza del pellegrino viandante che in epoche buie avesse voluto compiere l'itinerario alpino attraverso Antigorio Formazza, proponiamo di fare una camminata lungo le acque di Fondovalle, da Sud a Nord tra Crodo e Baceno, così da inserirsi in quadri ambientali tuttora integri capaci di ricondurre a quei tempi, calpestando sentieri acciottolati d'antica origine, attraversando roccie, alpeggi, boschi, cascatelle, orridi e temibili gole scavate nella montagna e corrose dai venti e dalle acque, così raggiungendo il gioiello sopradescritto come fosse un incantesimo inaspettato e stupefacente.


Baceno, agosto 2011
Enrico Mercatali



15 July 2011

Biennale Venezia 2011 - Padiglione Ucraina - di Enrico Mercatali




 Mega - Istallazione di Oksana Mas
nella Chiesa di San Fantin



Biennale Venezia 2011 - Padiglione Ucraina






La spettacolare installazione di Oksana Mas Post-vs-Proto-Renaissance, sezione di un insieme lungo 134 e alto 92 metri per comporre il quale l'artista ha utilizzato 3.640.000 uova di legno



L'installazione di Oksana Mas dal titolo Post-vs-Proto-Renaissance, presentata - a cura di Achille Bonito Oliva e Oleksiy Rogotchenko -alla Biennale di Venezia nel Padiglione ucraino realizzato nella Chiesa di San Fantin, è la sezione di un'opera monumentale, lunga 134 e alta 92 metri, composta da 3.640.000 uova di legno. Il riferimento iconografico è l'opera dei fratelli Van Eyck, artisti proto-rinascimentali che hanno dipinto "I giardini del paradiso" per una celebre pala d'altare nella città fiamminga di Gand. Le uova realizzano una vera e propria architettura che ricorda la struttura di un mosaico i cui singoli tasselli sono costituiti dal tatuaggio iconografico sulle uova. Qui arte antica e moderna si fondono in un'immagine che contiene storia dei peccati e desiderio di riscatto, speranza per il futuro e desiderio di purezza. Nella Chiesa di San Fantin, l'installazione interloquisce in modo ideale con lo spazio sacro nel quale è inserita: a seconda della distanza l'opera si scompone come in un file digitale di uova-pixel, dove ognuna rappresenta il drammatico destino dell'uomo. La contemplazione dell'opera di Oksana Mas è una forma di iniziazione verso una nuova vita, una vita piena.



Ritratto dell'artista ucraina Oxana Mas


L'arte è il tentativo di riparare un lutto, la perdita della totalità e la caduta in un mondo parziale e frammentario. In tal senso la creazione diventa un processo di accrescimento e di recupero da parte dell'artista che usa la forma come approdo lampante di una riconquistata totalità. La sfera è l'emblema di una circolarità che scorre e unisce, come dimostra la storia dell'arte che dal Medioevo in avanti ha sempre coniugato ragione e intuito, razionalità e spiritualità.



L'istallazione nella Chiesa di San Fantin durante l'allestimento



Oksana Mas lavora da molti anni nel recupero della sfera come forma geometrica capace di contenere dentro di sé un principio di unità universale. L'artista parte dall'usanza popolare ucraina dei "krashenki", uova di legno coperte da tradizionali decorazioni per la Pasqua. Per la realizzazione di questa grande installazione, l'artista ha fatto dipingere le uova, incarnazione della sfera, a migliaia di persone: carcerate, intellettuali e soggetti di professione ed estrazione sociale diverse, di quarantadue Paesi, per poi assemblarle nel proprio studio a ricostruire su enorme scala la pala di Gand.
Oltre al Padiglione a San Fantin, per l'intero periodo della Biennale, sarà visibile in Campo San Stae un'installazione all'aperto sempre ad opera dell'artista Oksana Mas.





Oksana Mas è nata nel 1969 a Ilyichevsk in Ucraina, nel distretto di Odessa. Nel 1986 si è diplomata alla scuola d'arte della sua città e nel 1992 alla Scuola statale d'Arte di Odessa. Senza mai abbandonare la sua attività di artista nel 2003 si è laureata in filosofia, vive e lavora a Odessa.



L'artista davanti ad una sua opera


Mostre personali
2010
Helium-3. Aidan Gallery, Mosca
Oksana Mas. Fundació Casamor', Museu Dali e Rambla de Figueras, Figueras, Spagna
Spheres of Good and Spiritual Reneissance. Kiev Pechersk Lavra, Kiev, Ucraina
2009
When Stars Align. Zorya Fine Art, New York
2008
Unique Sides of Routine. Mimesis Gallery, Ginevra
MAS. Museo d'Arte Moderna di Mosca, Russia
2007
Hired to Dream. Aidan Gallery, Mosca, Russia.
2006
Point of assemblage. Ladyzhinskaya Gallery, Odessa, Ucraina
Infanta. Da Vinci Gallery, Kiev, Ucraina
Jaguar's valve. Arena "City", Kiev, Ucraina
2005
Epidermis's phenomenon. "Karas" Gallery, Kiev, Ucraina
2004
Oksana Mas. Paintings. Aidan Gallery. Mosca, Russia
Black/white reverse. IRIS Gallery, Barcellona, Spagna



Oksana Mas, artista Ucraina, presenta l'installazione dal titolo Post-vs-Proto-Renaissance che è una sezione  dell'omonima opera monumentale lunga 134 e alta 92 metri, composta da 3.640.000 uova di legno dipinte. Il riferimento iconografico è l'opera dei fratelli Van Eyck che hanno dipinto nel 1432 il  polittico dell'Agnello Mistico per l' altare della chiesa di San Bavone a Gand, qui sopra riprodotto.


2003
Oksana Mas. Museo d'Arte Occidentale-Orientale, Ucraina
Everyday originality. Sala delle Esposizioni del Ministero degli Esteri dell'Ucraina, Kiev
Oksana Mas. Centro di Arte Contemporanea "Soviart". Kiev, Ucraina
2002
365.Centro Espositivo Morvokzal, Odessa, Ucraina
2001
Oksana Mas. Museo Statale Korolenko, Odessa, Ucraina
1997
Oksana Mas. Art Gallery Valkenburg, Paesi Bassi
Oksana Mas. M-Gallery, Praga
Oksana Mas. Museo di Belle Arti, Ilyichevsk, Ucraina
1995
Oksana Mas. Museo di Belle Arti, Ilyichevsk, Ucraina
Oksana Mas. Spazio Espositivo dell'Unione degli Artsti Ucraini, Kiev



    

"POST-VS-PROTO RENAISSANCE" è il titolo dell'opera presentata in Biennale. Qui un'altra opera dell'artista, precedente a quelle presentate in Biennale, basata sull'utilizzo delle uova di legno dipinte, che sono parte della tradizione decorativa e simbolica del suo paese d'origine







Un'opera dell'artista basata sulla forma sferica, da lei prediletta,
in quanto simbolo stesso di perfezione. Una sfera di piccole sfere. Una sfera di pixel-sfere



Oltre al Padiglione a San Fantin, per l'intero periodo della Biennale, sarà visibile in Campo San Stae un'installazione all'aperto sempre ad opera dell'artista Oksana Mas.




Oksana Mas, dettaglio dell'opera esposta a San Fantin, che mostra l'uso che è stato fatto delle pixel-uova, fatte dipingere a mano dall'artista secondo precise criteri ottenuti con elaborazioni informatiche studiate ad hoc





Sopra: due opere dell'artista realizzate prima di approdare al linguaggio odierno: una perfetta sintesi tra tradizione e internazionalismo, tra spiritualità e materia, tra sentimento e tecnica apprezzata sia dalla critica che dal numerosissimo pubblico che ad essa si è accostato con grande entusiasmo




Un altro ritratto dell'artista ucraina Oksana Mas



Padiglione della Repubblica Ucraina 54. Esposizione Internazionale d'Arte La Biennale di Venezia
Artista Oksana Mas
Commissario Victor Sydorenko
Curatori Achille Bonito Oliva Oleksiy Rogotchenko
Co-curatori Ute Kilter Diana Fedorova-Pecherskaya
Organizzazione Ministry of Culture of Ukraine Modern Art Research Institute NAAU Fedorova Cultural Foundation Change Performing Arts Venezia


Luogo: Chiesa di San Fantin
Dal 4 giugno al 27 novembre 2011
dalle 10.00 alle 19.00 chiuso lunedì (tranne 6 giugno, 15 agosto e 21 novembre)
 

Ufficio stampa Studio Systema Tel. +39 041 5201959 Fax +39 041 5201960
systema@studiosystema.it
Dott.ssa Adriana Vianello 349.0081276 Dott. Giovanni Sgrignuoli 328.9686390
Change Performing Arts Dott.ssa Laura Artoni 335.7324796 





Lesa - Lago Maggiore, 15 luglio 2011
Segnalato da Enrico Mercatali
TACCUINI INTERNAZIONALI

14 July 2011

The Biennale of Arte in Venezia 2011

Actually on production, but already readeable:



 Venetian Biennale



Bice Curiger, "Patronnese" of Biennale Art 2011


BIENNALE  ART
2 0 1 1



"ILLUMI - NATIONS"
(Illuminations)  




Jacopo Robusti, called Tintoretto, "the animals’ creation", Venice, Gallery of the Academy, momentarily exhibited at the Biennale- Art 2011-07-12 Above the title: Loris Gréaud, the work leaning against a wharf of the Arsenal,


"The Geppetto Pavilion"



Today the 45th International Art Exposition, the Venetian Biennale, (which will remain open until November 27th 2011), has opened its doors to the public. People have been talking about it for months, especially since they have discovered that the curator, this year, would  be a woman, in charge of the exhibition’s setting-out, and all those powers linked to the creation and management of the most important artistic event of the world, which imposes and allows some choices that will have great cultural and economical repercussions. A curator, the lady who has this year signed the Biennale Art in Venice, with many credentials: an out-and-out all-able in the field of vanguards, a breeding ground of important frequentations and ideas, an art historian and critic, Bice Curiger, aged 63, Swiss and native of Zurich (above in the picture).




 The poublic of previews, opne to critics and journalists, looks at the big canvass by Tintoretto “The Last Supper”, coming from Saint Giorgio Maggiore Basilica, almost 6 meters long



She has been put in charge of an hard task, and considered the first approaches with critics and journalists during the first days of opening, it looks like she has done a good job. She had to assemble those artists from every Country who traditionally partecipate  to the event, in addition to many new artists, while Vittorio Sgarbi has taken care of the Italia Pavilion.

We think that both the results must be appreciated, besides the numerous polemics, especially regarding the choices made for the italian section.

Illumi-Nations (Illuminations) is the title that Bice Curiger has wanted to assign to this year’s kermesse, constituted by new art proposals of 83 artists coming from all over the world, with a number of Countries which is way higher than the years before.

The Illuminations have been a real “brainwave”, like the curator herself says, because this term is full of different and “illuminating” allusions, as soon as you compare it with the artistic proposals and with the different “philosophies” that they bring. They concern all the aspects linked to the use of light in art, especially in a context like the Venetian one, which deeply feeds on light, with its reflections of lagoon water, in its variables of shade and half-light, as its history keeps reminding. It’s nota n accident that the Swiss curator has wanted to draw her inspiration from Tintoretto, one of the most well-known artist of the 16th Century, to the extent that she has put at the entrance of the exhibitions three of its canvasses, between the most famous and beautiful ones.




Jacopo Robusti, called Tintoretto, “Body snatching of San Marco”,151 x 258 cm, Venice, Accademia Gallery. Tintoretto has painted many canvasses with this same subject, and one of them, maybe the most published, is in Brera picture gallery in Milan.



The other three canvasses by Tintoretto in Biennala are “The Last Supper”, coming from Saint Giorgio Maggiore Basilica, and other two works kept in the Accademia Galleries, the “Body snatching of San Marco”, and the “Animals Creation”, lent to Biennale.
“These paintings by Tintoretto, one of the most experimental artists of the italian art, are particularly fascinating  for their ecstatic light, almost feverish”- has declared Curiger- “and for their reckless approach to the composition that reverses the classic order of Renaissance. These works will play a fundamental role in the exhibition, establishing an artistic, historical and emotional relation with the local context”. A challenge to welcome?
Why these three great canvasses by Tintoretto?, they have asked her: “Because peopole who come to the Biennale, usually, want to see only the Biennale: a contemporary art bubble in the city. I wanted to remind that, outside of it, there is Venice”. Did you want to remind it through Tintoretto’s light, since the title of “your” Biennale is “ILLUMInations”? She answers: “Yes, it is true, I chose three canvasses by Tintoretto where light ha san important role. I’m thinking about the immaterial angels of “The Last Supper”, pure brushstrokes of light; or the rainstorm of the “Body snatching of San Marco”. But my decisioni s also a provocation for all the artists in Biennale, an invitation to a comparison with the past”.



The use of the light component as a protagonist this year has had Tintoretto as a sponsor, reconnecting the gloomy, dark and complex, terrible and latent, marshy and not always limpid contemporary art, which speaks about reality as it was something hard to decode, to the art of a more shining past. Bice Curiger seems to be proud and conscious of this, since she has made the corageous and innovative choice of Tintoretto as a guardian angel to the event, “because he was a creator of “bolts of thought”, and an inventor of a dazzling “feverish light”. Light is really important for Bice Curiger, who was born and now lives in Switzerland; the Italian and Venetian light always fascinates people who come from the North.

Let’s talk about the title of the biennale, “ILLUMI – nations”. A word game between light and nations, those nations that participate, way more numerous than in the past; more numerous are the artists too, a big part of them is younger that 35 and there are about 30 women.



“Compassionate Dream”, Jean Fabre. After the laboratories of the past March, staring from June 1st 2011, in conjunction with the Biennale, the Flemish artist presents this year five new sculptures of big dimensions in the New Big School of Saint Mary of Mercy. It is, for the artist, a performative work, which represents the sensations of a mother who wants to replace her dead son.
Between the works, one of the most popular is a new reading of Pity by Michelangelo, entitled by Fabre Compassionate Dream (Pity V). Christ is portraied with the artist’s face, and Mary with the one of a skull.

The fruition of the sculptures will take place through a particular ritual. The spectators will be asked to take off their shoes, and once equipped with slippers provided by the artist, they will be allowed to go up to the platform-stage and immerse themselves into the sight.



Coming back to the ladies between the artists, the curator has written a book about Georgia O'Keeffe and Méret Oppenheim...« The one about Oppenheim was a biography. Says Bice: “She asked me to do that: an honour, because at that time I was 30, and she was already aged and one of the protagonists of surrealism. Getting to know her and working with her was really exciting: intelligent, ironic, still so open to the world. And she gave me a beautiful gift, when the book was published: a collage that Max Ernst, her big love, had created for her, dedicated to her. Giving it to me was an act of trust, a donation of something intimate and precious, that she really treasured». The interviewer then asks her: “ If you could bring home something of the Biennale, your Biennale, what would you choose?” “Maybe Loris Gréaud’s whale?” (she laughs: it’s an installation at the Arsenal, picture above the title). “Just kidding, it wouldn’t certainly fit in my apartment. But I have many works made by the artists I have known, whose exhibitions I have cured: I have always bought something, afterwards, maybe something small. They’re like pages of a diary for me, concentric circe of a biography. I’m not a collector: I would never sell anything”. Question: “Do you own something by Méret Oppenheim?” Answer: “Yes, some drawings.In her testament she wrote that I could choose what I liked. A touching act.” Question: “Do you wish that a person come sto the Biennale and feels…happy”. Answer: “Happiness? In the contemporary art you never talk about happiness, is it a provocation? (she smiles) “ And yet art can do it: it illuminates us, sometimes even with joy”.
This episode reminded by her can explain us her big passion, since she was young, for art, and everything of art and from art that can cause an emotion…a way traced long since, which has brought her to direct the Biennale, this year, with a sureness of touch, without any hesitation; she will be really appreciated for the acumen in the choice of the works, in the ability to continously correlate an artist with another, an idea and another in the complex articulation of their meanings, inside contemporary art.



 Jacopo Robusti, called Tintoretto, “The Last Supper”, Saint Giorgio Maggiore Basilicas

The three works by Tintoretto that have fascinated Bice Curiger have reference to some contemporary works in so far as the events’ representation is overlapped by paradoxical phenomena, which describe fleeting fragments of reality in which factors abnormal, unreal and full of suspence arise. The action of the protagonist figures emerges in theatrical circumstances, some supernatural events overlap them, and are presented in scandalous, inconceivable, absurd terms, and exposed to the public’s judgment.
That’s the way the sublime, gigantic classic canvasses become a viaticum for an attempt to penetrate contemporary art, made out of objectifications in which paradox and irony are always latent; but also artifice and metaphor, whose light emanates a san adventure of critical and desecrating spirit of the artist, while Cattelan’s birds flutter and defecate everywhere in an Hitchcock way.

In the world of art Bice Curiger is especially known for the creation of a sophisticated trade magazine like “Parkett”, created together with another lady,
Jacqueline Burkhardt, in 1984. Curiger has always dealt with women who were artists, starting from the first book about Georgia O’ Keeffe, or the biography about Méret Oppenheim. What about women at the Biennale of this year? Who will be there this year? Curiger answers: “Cindy Sherman will be there (american photographer and artist, known for her conceptual “self-portraits”), with an original “wallpaper”. Do you know what I find extraordinary about Sherman? That she has been able to reinvent herself. At the and of the 80’s they said” she has already done everything… whereas …”. The Biennale this year has been strict: no details and no pictures before the paint.” Question: “ Give us another anticipation, another woman that we will meet…”; “Piplotti Risi”. Piplotti risi, videoartist, Swiss: she has been recently called by the archistar Jean Nouvel for the new hotel Sofitel in Vienna. And its decorated and ipercoloured ceiling, in the restaurant at the highest floor, has become a new “Landmark” of the city, visible also from far away”. Question: “Did you like it?” : “I like Piplotti Risi’s work, and I have been following her for a while. For the Biennale she has had three works of Canaletto’s school copied, in China, and she has “worked” on them with images and videos. It’s what you can see right now in the exhibition”. Copying a master of the past and reinterpreti t: a provocation?



 "This is not a game", work by Lorenzo Quinn, exhibited in the Biennale
  
Lorenzo Quinn says: “While observing my son who was playing on the terrace with some toy soldiers and a plastic tank, I realized that children try to emulate what they see in everyday life and that, unfortunately, images of tanks and soldiers dominate the media, they are a really common presence.”
“War has fearfully become familiar and whoever is not involved and can watch it from the comfort of its living room, remains indifferent.
I see the world leaders using their armies as they were toys that you can maneuver and destroy with the same carelessness of a boy. But this is not a game, there are real people and real weapons, and the results isanything but a game.”
Figure o fan artist that in the past twenty years has showed his works al lover the world and is present in many private collections, Lorenzo Quinn couldn’t avoid to “nail down” the town of artistic interest par excellence, making it feel confused and “embarassed” about the arrival of his “not game of war” that, kept suspended with lightness on the sea by a hand, asks us not to forget the past pain  so as to avoid it in the future.
Of real dimensions and colours, the site specific that Quinn will show at the next Biennale is almost “unsympathetic” when it forces us to think, and causes a lump in the throat of anybody accepts to stop and look or feel… I have done it and felt it, and now I’m here so as to introduce a person who has been able,through art, to stop my race against time for a moment: Lorenzo and his symbolic realism.

The artists that have been more appreciated by the curator are those ones who break into paradox in an immediate and overwhelming way, with more elegance and clearness than in the past, so as to renew the pleasure, sometimes lost, of spending some time with them, as you walk between the pavilions: Cindy Sherman, Franz West, Sigmar Polke, Fernando Pratz, are the most visible ones, since the curator has much talked about them during her interviews. But also Yto Barrada, coming from Morocco, the chinese artist Son Dong, Christian Marclay, Urs Fischer, Monica Bonvicini.




Above and below: Fernando Pratz, Chilean pavilion. The structure of the artisti s constituted by three works: an intervention on the impact of the volcanic eruption in Chaiten (2008); many parts have reference to the earthquake that struck the south centre area of Chile (2010); and an installation with neon letters that reproduces the announcement that the irish explorer Ernest Shackleton had published, arpund 1911, so as to recruit men for his expedition in Antarctica. Prats produces images starting from smoke, through which he can accumulate natural phenomena like the water expelled by a geyser or the surface of an immense glacier. His technique has been notice by figures like the French theorist Paul Ardenne, who has included  Fernando Prats’ work in the current exhibition in the Space Luis Vuitton of Paris, praising him because he has given start to an “uncommon form of painting”.





Cindy Sherman: "Untitled 2010" (Picture Andrea Pattaro/Vision)
Untitled (2010) from Sherman’s latest work. After completing a series, Sherman says she often feels she never wants to take another photo. "I’m just like, forget it, I don’t want to put on any more make-up again, I’m so sick of those wigs, so sick of it all." 
(Photograph: Courtesy Sprüth Magers Berlin London and Metro Pictures).



Sei opere di recente produzione di Allora e Galzadilla con il supporto del Museo d’Indianapolis, hanno trasformato il padiglione Americano in uno spazio dinamico e interattivo, assegnando un titolo eloquente “GLORIA”. Nome femminile italiano e spagnolo, armonioso, con evidenti riferimenti religiosi, economici, culturali, sportivi, di grandezza e forte identità nazionale.
Sarà sicuramente Track and Field a rubare la scena, a rendere ancora più visibile questa invasione culturale pacifica e creativa. Un carro armato capovolto di sessanta tonnellate sormontato da un tapis roulan, dove l’atleta corre ad intervalli regolari durante l’esposizione. Sarà una metafora di pace od una mera allusione alle possibili olimpiadi di Roma del 2020? 





"Signora serenissima", "I’m a Lady", un’opera di Mary Sibande, esposta nel Padiglione del Sud­africa alla Biennale di Venezia.


Totalmente diversa l'impostazione che Vittorio Sgarbi ha dato al Padiglione Italiano, del quale è stato curatore. Titolo polemico della mostra: "L'arte non è cosa nostra". Di opere in mostra ce ne sono 260, che è un numero impressionante. Esse sono state scelte con cura, ma la loro distribuzione nello spazio, come fossero affastellate una sull'altra, messe in ogni dove, sopra e sotto, ai mujri o appoggiate al pavimento, in mezzo alle sale una contra l'altra, vedendone anche il retro, appese ai sofitti, le fa sembrare lì per caso. La scelta di Sgarbi è stata quella di rappresentare uno spazio residuale, quasi si trattasse di un magazzino con oggetti alla rinfusa, una sorta di mercato spontaneo, una fiera. Non vi sono solo tele, ma anche sculture e fotografie, ove capita di imbattersi, quasi fossimo in un circo,  con artisti al posto degli animali, perfino in un cagnolino, dipinto con scarpette rosa, portato dall'attrice Adriana Asti.




"Kopflosi" (senza testa), l'opera di Ivan Landschnaider, giovane artista altoatesino che ha scelto temi relativi alla massificazione, da presentare e per presentarsi all’interno del padiglione della Repubblica araba siriana, sull’isola di San Servolo, alla 54esima Biennale internazionale d’arte di Venezia. Come lui spiega la massificazione è "spersonalizzazione spirituale e morale dell’individuo come diretta conseguenza della civiltà dei consumi"




Vi si trovano ritratti anche di Sgarbi, e poi di Berlusconi, vi si trova di tutto, un po' di sesso anche qua e là che non guasta mai, installazioni, scarabocchi, paesaggi, opere dal gusto naif. Gli artisti, molti mai sentiti, alcuni già noti coi quali Sgarbi lavora da tempo, quali Stefano Di Stasio, Lino Frongia, ("il più grande pittore antico vivente"), Aurelio Bulzatti, Rolando Gandolfi Gandolfi e il fotografo Antonio Biasiucci.
A pensarci bene però, quella di Sgarbi potrebbe essere solo un’operazione commemorativa, anche perché il celebre critico/storico ha dichiarato di voler celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia con le sue scelte diffuse. Così il 2009 è stato l’anno di commemorazione del futurismo è quest’anno quello dell’unità d’Italia, tra due anni si potrebbe parlare di un bell’omaggio a Giuseppe Garibaldi e perché no anche uno a Guglielmo Marconi.





"You too can be in the Biennale, anche tu poi essere in Biennale". Con questo (non volutamente) ironico titolo "The Art Newspaper" fotografa in pieno lo spirito di questa Biennale di Venezia 2011 quando vi si parla di Vittorio Sgarbi. Lo stimato magazine d’arte parla di 1.200 artisti in totale di cui oltre 200 saranno presenti all’interno del Padiglione Italia. Sempre secondo The Art Newspaper,  il Vittorio Sgarbi ha mirato ad inserire all’interno della manifestazione "tutti gli artisti attivi nell’ultima decade", con un particolare accento su coloro i quali sono stati dimenticati o comunque poco conosciuti.



Venezia Arte,  si apre la Biennale con i 200 piccioni tassidermizzati di Maurizio Cattelan, sparsi un po' ovunque in mezzo alle opere degli altri artisti, sul frontone esterno d'ingresso, sulle travi e sui cornicioni interni










Dieci sculture di Vanessa Beecroft realizzate negli Studi Nicoli hanno uno spazio particolare alla Biennale di Venezia. Le ha scelte Vittorio Sgarbi, curatore del "Padiglione Italia" 2011.
Dieci sculture plasmate in rarissimi marmi colorati e bianchi, frutto di calchi alle giovani modelle nude, che nel settembre 2010 dettero vita ai "tableaux vivants" all'interno degli ottocenteschi laboratori Nicoli. È la prima volta che Vanessa Beecroft nel corso della sua vita artistica si dedica alla scultura, tralasciando le sue famose e costosissime "performance" fotografiche. Sgarbi è rimasto affascinato dalla catasta femminile di marmi speciali, perfettamente rifiniti dalle maestranze dei Nicoli. "La performance della Beecroft si pietrifica - ha scritto in un testo critico Francesca Nicoli - verso un antico e moderno concetto di scultura classica. Sono più di 30 anni che l'opera in marmo non compariva in Biennale - ha detto ancora la manager -, solo Vittorio Sgarbi poteva dare loro la giusta dignità, mettendole sotto la didascalia che è anche il titolo della sua Biennale: "L'arte non è cosa nostra"». 


Andare in Biennale d'Arte, crediamo sia sempre un tuffo utile nel senso del gioco, ovvero nella stessa linfa della vita, perchè assumiamo da ciò che di più matto fanno altre persone, mentre agiscono senza limiti, un'idea di libertà, ma soprattutto di questa l'estremo e variopinto assieme delle sue possibili varianti, espresse con il solo limite di proporre senza imporre. E' magico, e corroborante. Un piacere da non togliersi, sapendo che in questo spazio tutto è lecito, tranne che l'eterno: "Ma che cazzo vuole dire?"

Venezia, 4 giugno 2011

Enrico Mercatali
per TACCUINI INTERNAZIONALI