THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

06 June 2011

Concertissimo con Al Di Meola a Stresa



Al Di Meola Concertissimo
L'irruenza con la quale si scatenano i ritmi del grande chitarrista
fa vibrare il Palazzo dei Congressi 





"Al Di Meola New World Sinfonia" è il nome della formazione con la quale il notissimo chitarrista americano Di Meola da qualche anno si accompagna, da quando egli stesso l'ha fondata, eseguendo anche quest'anno una impegnativa tournee che lo sta portando in tutto il mondo, e che lo ha condotto domenica scorsa anche a Stresa. Nell'ambito di "Stresa Festival 2011 - Cinquant'anni di Festival", il nutrito programma che l'istituzione stresiana più nota nel mondo propone quest'anno, ed in particolare nella sua piccola ma grande sezione dedicata al jazz, compare infatti quest'anno, per la prima volta qui, il nome di Di Meola, dopo i concerti che lo hanno preceduto delle due settimane precedenti, di Enrico Rava con Luca Petrella, e quello di Charlie Haden con i suoi Quartet West.



Così come quest'ultimo ha portato sul lago Maggiore una ventata di tipica aria da Middle West, di musica notturna e di suburbana melanconia, colma di fascino oscuro e cupo, oltre che d'accenti hollywoodiani anni '30, il chitarrista americano ha sfondato col pubblico entusiasta una porta aperta, letteralmente costellando,  per due intere ore di quella sua serata, di ritmi frenetici e potenti, basati su costrutti melodici d'impianto latino-americano, fatto prevalentemente, e, direi quasi ossessivamente, di struggente nuevo tango, con composizioni dello stesso Piazzolla, da lui tratte e magistralmente articolate, tra fascino ritmico e prepotenti strutture armoniche, dallo stesso protagonista della scena. Ma le contaminazioni musicali del gruppo sono stati anche questa volta delle più varie, appartenenti al repertorio più tipico della world music che lo ha reso famoso, dal flamenco al tango, dalle musica orientale a quella brasiliana ed africana.





Sopra: La chitatta ritmica di Kevin Seddiki. Sotto alla batteria Peter Kaszas, 
entrambi appartenenti al Di Meola New World Sinfonia, che ha suonato al palacongressi di Stresa con Al Di Meola il 4 giugno.


 


Qui Di Meola si mostra completo nel dare sviluppo ai prepotenti pezzi, tra sempre più accesi proposizioni di puro ritmo scatenato e i più rari, tenui e riflessivi arpeggi, fatti di nostalgica dolcezza, a tratti, struggenti melodici passaggi, per lo più d'argentina provenienza, ma poi subito rianimarsi nella più pura ossessione del ritmo incessantemente ed appassionatamente regalato al pubblico, in un crescendo di frequenza e di velocità, costruite su asciutti e precisi stacchi, e conseguenti riprese, all'unisono praticati da tutti i componenti dell'affiatato e tecnicamente preparato gruppo. In quei momenti l'acme del suono diventa rumore ossessivo quando tutto si trasforma in sezione ritmica, il mitragliare del plettro in modo sordo e ripetitivo, mentre vengono schiaffeggiati i dorsi degli strumenti e i telai della grancassa risentono del gran vibrar colpi su di essi.  In questi attimi di brivido orgasmico,  in duo compatto fatto di reciproci contributi al meglio con il protagonista,  spicca per ardore e intelligenza musicale il fisarmonicista Fausto Beccalossi, a volte perfino vocalizzante, ma non da meno la seconda chitarra ritmica di Kavin Seddiki e la batteria di Peter Kaszas, anch'essi in totale sintonia di risultato.




Fotografie di repertorio: con la chitarra Al Di Meola, con la fisarmonica Fausto Becalossi

 

Tutti e quattro i musicisti all'altezza del compito comunicativo ed artistico da Di Meola, proposto, e già con lui in precedenti occasioni. Segnaliamo come particolarmente efficace la fusione tra le chitarre di Di Meola e la fisarmonica cromatica du Beccalossi, bresciano di studi, già internazionalmente noto accompagnatore di Enrico Rava, Gialuigi Trovesi e dell'argentino Lito Epumer.
Una serata all'insegna della migliore chitarra e del più prepotente ritmico ardore sudamericano, con tutte le concessioni che questo tributa all'esplorazione continua dentro alle trame che l'arte del jazz oggi sempre più consente ed assieme impone.

Restano famose le collaborazioni di Di Meola con le superstar della chitarra John McLaughlin e Paco de Lucia e il supergruppo fusion degli anni settanta “Return To Forever” con Chick Corea, Stanley Clarke e Lenny White. Non secondariamente da ricordare anche quelle con Phil Collins, Carlos Santana, Wayne Shorter, Paul Simon, Gonzalo Rubalcaba, Milton Nascimento, Egberto Gismonti, Stevie Wonder, Frank Zappa e Herbie Hancock.

Stasera concessione d'un lungo bis, ed un pubblico davvero entusiasta.

Stresa, 4 giugno 2011
Enrico Mercatali





02 June 2011

Milano: caduta la giunta Moratti...



Milano, città da ri-governare


Rigovernare, come per una casa..., ovvero ridare assetto, riordinare, pulire gettando spazzatura e  superfluo, rimettendo a posto le cose dopo che sono state messe in disordine, dopo che sono state rovinate e male usate secondo criteri anche solo di logica comune ma di buon senso, da buon padre e buona madre di famiglia, ricominciando anche da capo, se occorre onde evitare nuovi traumi. 




Le immagini che accompagnano questo articolo si riferiscono alle opere più note che Gio Ponti, architetto milanese di chiara fama internazionalmente noto, realizzò a Milano tra il 1936 e il 1951, gli edifici per uffici di Montecatini e il grattacielo Pirelli, opere che diedero lustro alla città e che, della immagine d'efficienza e creatività che di essa si ebbe nel mondo in quegli anni, ne divennero il simbolo. Sotto uno dei lampadari disegnati da Ponti per l'atrio del primo edificio Montecatini, in via Turati, del 1936, tuttora in sito  (foto di Enrico Mercatali)


Una casa tanto sottosopra necessita ora un totale cambiamento non solo nell'oggettività di quanto appare ma anche nei comportamenti che l'hanno tanto abusata, nelle perverse logiche adottate nel fare, da parte di chi ne agiva la conduzione, ma richiede anche, da adesso, nuovi modi di pensare al tutto, di gestire, di vedere l'immediato ed il meno immediato futuro non solo per alcuni, ma per tutti.





Queste operazioni sono tanto necessarie quanto possibili, dati i nuovi fattori positivi che vi si sono determinati, e pertanto non è il caso più di pensare tanto ai danni, ai passato, quanto alle prospettive, di concentrarsi sul futuro, compiendo, sia pure a piccoli passi, quei cambiamenti che sono indispensabili per vedere avanti, cercando di guardare anche oltre. Certo ai alcune qustioni urgenti non è il caso di soprassedere, ma di intervenire subito, con energia e senso complessivo di responsabilità.




La città , dopo la bufera (bufera durata tanto a lungo che il panorama che appare oggi, e che ne è l'effetto, non è certo confortante), deve trovare le sue nuove strade per rinnovarsi e vivere, deve imboccare i nuovi percorsi virtuosi che soli la potranno salvare dandole la necessaria speranza, ma anche qualche chance di evidenza immediata, che sappia mostrare quanto il cambiamento non solo sia possibile, ma assolutamente necessario.





Un tassello dietro l'altro, dato l'enorme mole di lavoro da eseguire, potrà condurre, ma non certo in tempi brevi, a vedere nuovi raggi di quella luce che vi fu in passato, nel passato che la fece grande agli occhi del mondo intero dal primo dopoguerra agli anni '80, e che le dettero la spinta per raggiungere le vette che ha raggiunto, in benessere diffuso, in considerazione, in ambiti economico-finanziari, ma anche sociali e culturali.



Fuor di metafora Milano, che ora avvia la sua fase di Ri-governo, ha davanti un compito davvero immane, dovuto al fatto che poco di quanto fatto in precedenza, negli ultimi due decenni, ha senso  logico con le idee di chi oggi è chiamato a riprenderne le fila, ed al contempo con le linee nuove sulle quali muovere i primi passi non hanno nello statu quo alcuna base su cui ancorarsi.





Facciamo riferimento in queste note alle più appariscenti questioni poste in essere dalle scriteriate scelte fatte per aumentare la popolazione cittadina di oltre 700.000 unità, che si sarebbero dovute insediare negli oltre 35 milioni di metri cubi programmati per la città, buona parte dei quali purtroppo già in costruzione, ed in 100 nuove torri che si starebbero per stagliare sullo skyline milanese, sia in ambito centrale che periferico, se l'effetto-cemento, voluto dall'asse Pdl-Lega-Cl (detta anche giornalisticamente per sintesi  "cricca del cemento"), continuasse indisturbato a crescere secondo progetti ed appalti già in corso d'esecuzione.



Dire ora che il problema appare "grande come una casa", sembrerebbe quanto meno riduttivo. Perchè la cricca del cemento ha "picchiato duro" in questi anni per porsi in pole position in termini di "case", e prendere tutto il possibile, al fine di proporre "casa" solamente alle categorie di cittadini che certo non avevano il problema "casa", totalmente ignorando tutte le altre.






Non è un caso infatti che da quando il nuovo Sindaco dei Milanesi, con tutti i gruppi che con lui avevano messo bene il piede al primo turno, incominciò a vedere meglio il prossimo futuro, essi, con al centro l'Associazione Nazionale Costuttori Edili, hanno incominciato ad organizzare convegni su convegni con la finalità d'accapparrarsi gli agganci necessari, coi nuovi conduttori della scena, necessari non solo ad evitare rallentamenti su quanto si stava facendo sui suoli migliori della città, ma anche a completare quanto prima possibile, onde evitare il peggio, le maggiori opere già appaltate ed in fase di costruzione.





Sono in gioco fortune enormi, ora, attraverso anche le esposizioni delle più grandi banche d'europa ed, in proma persona, i personaggi più in vista di questo gotha: i Ligresti, i Cabassi, i Masseroli, gli Ermolli che conducono il gioco, e che non passa giorno che rischiano (ma insieme a loro rischiamo tutti noi) di chiudere in via definitiva con l'Expò, ovvero di perdere l'appuntamento con la più importante occasione economica che il nostro Paese abbia avuto negli ultimi decenni. Le vicende che hanno accompagnato la cronaca quotidiana di quest'ultimo capitolo sono assolutamente incredibili. C'è ancora chi oggi dice che esso è a rischio! Ma quale rischio! L'Expo, almeno come lo si era pensato,  è chiaramente  e definitivamente defunto: chi potrà essere in grado di fare il miracolo nei 3 anni che mancano al suo appuntamento?... di acquisire terreni, fare progetti, avviare le gare e gli appalti, portare a conclusione l'affare del secolo in un Paese, come il nostro, nel quale di norma, in questo lasso di tempo, si riesce a mala pena a portare a compimento, dalla A alla Z,  una villa unifamiliare? Io non ci credo e faccio scommesse.



Ma il contenuto di questo articolo doveva, e voleva, essere un altro, quello che vede l'avvio di un nuovo e diverso percorso da intraprendere, fondato su scelte capaci di imprimere prospettiva, e speranza, per tutti i cittadini, e non soltanto per quei pochi, anzi pochissimi.
Già danno i primi segnali le dichiarazioni a caldo di alcuni personaggi di primo piano, in questi pimi giorni di ri-orientamento. Stefano Boeri, architetto neoeletto è in pista per essere assessore all'Expò, ha  l'intenzione di mettercela tutta,  quantomeno a riprendere le fila con tutti coloro che contano, ma naturalmente, senza distinzioni, con coloro che già ne stavano ponendo le basi, in quanto direttamente o indirettamente implicati in un progetto che ha valenze e ritorni per tutti i cittadini. Roberto Mazzotta è già sul chi va là per risvegliare università e cultura. Italo Lupi già programma espetti non solo globali ma anche di dettaglio, per il miglioramento anche estetico di una città che si è andata via via degradando con gli anni. Una agenda che si arricchisce ogni giorno che passa, nella quale le migliori idee sono già pronte ad essere catalogate in precisi piani, con tanto di organizzazione e scadenze. C'è chi perfino, e Lupi è uno di questi, rievoca l'idea "utopica" (ma che secondo noi di TACCUINI INTERNAZIONALI  ha anche basi reali su cui poggiare) di riimmettere acqua nei canali di Milano, di riproporre tratti di Navigli coperti... Fantastico!!
Ma restiamo coi piedi per terra.
Ciò che ora conta più in assoluto è lo spirito nuovo con cui si affrontano le cose, e l'amore per Milano, che non è, e non deve esere solo amore dei soldi, ma che divenga amore vero di segni veri e di vere promesse di futuro. Riprendere in mano Milano con la sua sapienza e la sua scienza, ricostruendo i tessuti della partecipazione attiva ed entusiastica dei gruppi, dei circoli, dei centri sociali, delle associazioni, delle istituzioni, ridando ad essa cultura e conoscenza, trasparenza e nuova coscienza: una Milano che torni ad assomigliare, nello stile e nelle idee, a quella degli Eugenio Montale e a quella dei Gufi, da quella dei Franco Albini e  quella degli Strehler, da quella dei BBPR e dei Clubs Turati, a quella degli Arturo Schwarz e dei Franco Russoli, da quella dei Giorgio Bocca e degli Indro Montanelli, a quella degli Zanuso e dei fratelli Castiglioni, dei Paolo Grassi e degli Ugo Le Noci, da quella dei Gio Ponti e degli Aldo Rossi, dei Feltrinelli e degli Juker., a quella dei Dario Fo, di Francesco Ogliari.. ma l'elenco potrebbe continuare pagine e pagine, per dire, solo con il loro numero, quanto intensi fossero gli affetti che questa città ha trasmesso e ricodotto a sè attraverso la passionie più autentica del fare che ciascuno di essi, in essa, vi ha espresso.





Milano, 2 giugno (festa della Repubblica) 2011

Enrico Mercatali
per  TACCUINI INTERNAZIONALI

(le fotografie che accompagnano il servizio illustrano parte dell'opera giopontiana nel centro di Milano, relativa agli stabili Montecatini - 1936 e 1951-  e al grattacielo Pirelli -1956-, e sono di Enrico Mercatali)

Biennale Veneziana - di Enrico Mercatali


Bice Curiger, "Patron" di Biennale Arte 2011



BIENNALE  ARTE
2 0 1 1




ILLUMI - NAZIONI 
(Illuminazioni)  
 



Jacopo Robusti, detto Tintoretto, "La creazione degli animali", Venezia, Galleria dell'Accademia, momentaneamente esposta alla Biennale - Arte 2011
Sopra al titolo: Loris Gréaud, l'opera appoggiata su una delle banchine dell'Arsenale, 
"The Geppetto Pavilion"



Apre oggi i suoi cancelli al pubblico la 54a Esposizione Internazionale d'Arte, la Biennale Veneziana (che rimarrà aperta fino al 27 novembre 2011), della quale si è già fatto un gran parlare da mesi, sin da quando si è saputo che, per la prima volta, sarebbe stata una curatrice, anzichè un curatore, ad averne data l'impostazione, e ad esercitarne tutti quei poteri, oggi assai forti, legati alla creazione e alla gestione della più importante manifestazione artistica del mondo, che impone, e consente al contempo, scelte di indirizzo che avrenno ingenti ripercussioni, oltrechè culturali, anche economiche. Ed una curatrice, colei che ha firmato quest'anno Biennale Arte Venezia, peraltro, con credenziali in tutta regola e più ancora: una vera e propria tuttofare in fatto d'avanguardie, una fucina di frequentazioni importanti, e di idee soprattutto, storica e  critica dell'arte, Bice Curiger, 63 anni, svizzera di Zurigo (in alto nella foto).



 Il pubblico delle anteprime, aperte ai critici e ai giornalisti, osserva la grande tela del Tintoretto "L'ultima cena", proveniente dalla Basilica di San Giorgio Maggiore, lunga quasi 6 metri


A lei è stato affidato il compito arduo che, stando agli approcci dei primi giorni di apertura alla sola critica e ai giornalisti, sembrerebbe assai ben svolto, quello di riunire artisti da tutte le nazioni che partecipano tradizionalmente alla manifestazione, ma quest'anno con nuove partecipazioni, mentre per il solo Padiglione Italia, s'è occupato in piena autonomia Vittorio Sgarbi.

Entrambi i risultati, secondo il nostro giudizio, sono da apprezzare, al di là delle numerose polemiche, specie per le scelte che sono state fatte per la sezione italiana.

Illumi-Nations (Illuminazioni) è il titolo che Bice Curiger ha voluto dare alla kermesse  di quest'anno,  costituita da nuove proposte d'arte di ben 83 artisti provenienti da tutto il mondo, assai più che di quanto non sia accaduto negli anni passati, con un numero di paesi espositori ancor più elevato.
Le illuminazioni sono state una vera "trovata", a quanto ci dice la stessa curatrice, in quanto, utilizzando questo termine, lei stessa ha subìto immediate fascinazioni, tanto vaste, diversificate  e "illuminanti" sono le allusioni cui esso ammicca, non appena lo si confronta con le proposte artistiche, e con le differenti "filosofie" le le sottendono. Esse si riferiscono agli aspetti, anch'essi diversificati e ricchi di senso, che l'uso della luce ha nell'arte, che ne è la sostanza primigenia, specie se vissuta in un ambiente come quello veneziano che così profondamente si nutre di luce, nei suoi riflessi sull'acqua lagunare, nelle sue variabili d'ombra e di penombre, come la sua stessa storia pittorica ci ricorda di continuo. Non è un caso infatti che a Tintoretto la nostra svizzera curatrice ha voluto ispirarsi, al punto d'averne posto in sito, all'ingresso delle mostre, ben tre giganteschi teleri, tra i più famosi e belli, peraltro, dell'artista tardo cinquecentesco forse più conosciuto al mondo.



Jacopo Robusti, detto Tintoretto, "Il trafugamento del corpo di San Marco", 151 x 258 cm, Venezia, Galleria dell'Accademia. Di tele con questo soggetto Tintoretto ne ha eseguite più d'una, una delle quali, forse la più pubblicata, alla Pinacoteca di Brera, Milano

Riguardo ai tre teleri tintorettiani in Biennale, trattasi:  dell’"Ultima Cena" proveniente dalla Basilica di San Giorgio Maggiore, e di altre due opere conservate presso le Gallerie dell’Accademia, il "Trafugamento del corpo di San Marco" e la "Creazione degli animali", concesse in prestito alla Biennale. 
"Questi dipinti di Tintoretto, uno degli artisti più sperimentali nella storia dell’arte italiana, esercitano un fascino particolare per la loro luce estatica, quasi febbrile" – ha dichiarato  la Curiger – "e per il loro approccio temerario alla composizione che capovolge l’ordine classico e definito del Rinascimento. Le opere giocheranno un ruolo di primo piano nella mostra, instaurando un rapporto artistico, storico ed emozionale con il contesto locale". Una sfida da raccogliere?
Perchè le tre grandi tele del Tintoretto? , le si domanda: "Perché chi viene in Biennale, di solito, viene a vedere la Biennale e basta: una bolla di arte contemporanea nella città. Volevo ricordare che, fuori, c'è Venezia". Ricordarlo con la luce del Tintoretto, visto che il titolo della "sua" Biennale è "ILLUMInations"? Lei risponde:  "Si, è vero, ho scelto tre tele del Tintoretto dove la luce ha un ruolo importante. Penso agli angeli immateriali dell'Ultima Cena, solo pennellate di luce, appunto; o al temporale nel "Trafugamento del corpo di San Marco". Ma la mia è anche una provocazione per gli artisti presenti in Biennale, un invito al confronto con il passato».


E poichè l'uso protagonistico della componente luminosa quet'anno ha avuto come sponsor nientemeno che Tintoretto, così ricollegando l'arte tenebrosa, cupa e complessa, terribile e latente, paludosa e non sempre limpida di oggi, che parla dell'oggi come di qualcosa difficilmente decifrabile, a quella di un passato che ci appare assai più fulgido, l'interesse del pubblico sembra essere già captato, che meglio di così, noi crediamo, non si potesse. Bice Curiger ne sembra orgogliosa e consapevole, avendo fatto lei stessa, tra le sue scelte coraggiose e innovative quella più potente in assoluto,  quella d'aver fatto di Tintoretto il nume tutelare dell'iniziativa, "in quanto creatore di "folgori di pensiero", e inventore di una abbagliante "luce febbrile". La luce è molto importante per lei, che è nata e vive in Svizzera;  è la luce di Venezia e dell'Italia, in particolare, che affascina da sempre chi viene da Nord.
 
Tornando al titolo della Biennale, "ILLUMI - nations". Un gioco di parole tra luce e nazioni, le nazioni che partecipano, assai più numerose che in passato, come più numerosi sono gli artisti, una componente under 35 assai elevata ed un foltissimo numero di artiste donne, una trentina. 




"Sogno compassionevole", Jean Fabre. Dopo i laboratori tenuti lo scorso marzo, da mercoledì 1 giugno 2011, in concomitanza con la Biennale, l’artista fiammingo presenta quest'anno in Biennale cinque nuove sculture di grandi dimensioni presso la Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia.
Tra le opere, sta facendo parlare molto di sé una personale rilettura della Pietà di Michelangelo, che Fabre ha intitolato Sogno compassionevole (Pietà V). Cristo è raffigurato con il volto dell’artista e la Madonna ha quello di un teschio. Si tratta, per lo scultore, di un’opera performativa, in cui sulla scena sono rappresentate le sensazioni di una madre che vuole sostituirsi al figlio morto.
La fruizione delle sculture avverrà attraverso un rituale particolare. Gli spettatori si dovranno togliere le scarpe e, muniti di un paio di pantofole fornite dall’artista, potranno salire sulla pedana-palcoscenico ed immergersi nella visione.

Ritornando alle donne artiste, la curatrice ha tra l'altro scritto un libro su Georgia O'Keeffe e su Méret Oppenheim... «Quella sulla Oppenheim era una biografia. Dice Bice: "Me l'ha chiesto lei: un onore, perché all'epoca avevo trent'anni, e lei, già anziana, era una delle grandi protagoniste del surreausmo. E' stato molto emozionante conoscerla e lavorare con lei: intelligente, ironica, ancora così aperta al mondo. E mi fece un regalo bellissimo, quando il libro usci: un collage che Max Ernst, suo grande amore, aveva creato per lei, dedicato a lei. Regalarmelo è stato un atto di fiducia, un consegnarmi qualcosa di intimo e prezioso, a cui teneva molto». Le chiede poi l'intervistatore: "Se potesse portarsi a casa qualcosa della Biennale, della sua Biennale, che cosa sceglierebbe?" "Forse la balena di Loris Gréaud?" (ride: è un'installazione all'Arsenale, fotografia in alto, sopra al titolo). "Ma no, nel mio appartamento certo non ci entrerebbe. Però a casa ho molte cose degli artisti che ho conosciuto, di cui ho curato mostre: ho sempre comprato qualcosa, dopo, magari qualcosa di piccolo. Sono per me come pagine di diario, cerchi concentrici di una biografia. Non sono una collezionista: non venderei mai niente". Domanda: "Ha anche qualcosa di Méret Oppenheim?" Risposta "Sì, dei disegni. Nel suo testamento, lasciò scritto che potevo scegliere quello che mi piaceva. Un gesto toccante". Domanda: "Lei spera che una persona venga alla Biennale e...  si senta felice".  Risposta: "Felicità? Nell'arte contemporanea non si parla mai di felicità, è una provocazione? (sorride) "Eppure l'arte riesce, in questo: a illuminarci, a volte anche di gioia".
Questo episodio da lei stessa ricordato mette in una particolare luce la sua grande passione, sin da giovane età,  per l'arte, e per tutto ciò che, dell'arte, e dall'arte, provoca emozione... una strada tracciata da tempo, la sua, senza tema di fuorviare, la strada che l'ha portata a dirigere la Biennale, quest'anno, con un piglio sicuro, senza esitazioni, che farà parlare molto, sia per l'acume dimostrato nella scelta delle opere, sia per le capacità di correlazione continua tra un'artista e un'altro artista, tra una idea e l'altra nel complesso articolarsi dei loro significati, all'interno della fenomenica artistica contemporanea.




 Jacopo Robusti, detto Tintoretto, "L'Ultima Cena", Venezia, Basilica di San Giorgio Maggiore


Le tre opere tintorettiane che hanno affascinato la curatrice della mostra veneziana sono riconducibili alle opere odierne nella  misura in cui la rappresentazione degli accadimenti riesce sottratta dalla sovrapposta presenza in esse di fenomeni paradossali, che descrivono fugaci frammenti di realtà nei quali subentrano fattori abnormi, irreali, e pieni di suspance. In esse l'azione delle figure protagoniste emerge in teatralissime circostanze, nel corso delle quali il loro semplice avverarsi si sovrappongono gli avvenimenti soprannaturali, proposti alla fruizione in termini troppo scandalosi, inconcepibili, e assurdi, per non essere con qualche ironia esposti al giudizio del pubblico. Ed è così che le sublimi, gigantesche tele classiche divengono il viatico per tentare di penetrare l'indecifrabilità del contemporaneo, fatto di oggettivazioni nelle quali è sempre latente il paradosso o l'ironia, l'artificio e la metafora la cui luce si sprigiona solo e unicamente dal rendersi riconoscibile avventura dello spirito critico, ed ancor più spesso dissacrante dell'artista, mentre hitchcockianamente svolazzano e smerdacchiano ovunque gli uccellacci di Cattelan.

Nel mondo dell'arte Bice Curiger è conosciuta soprattutto per aver fondato una rivista di settore sofisticata come "Parkett", creata insieme a un'altra donna, Jacqueline Burkhardt, nel 1984. E di donne artiste la Curiger si è sempre occupata, a partire dal primo libro su Georgia O' Keeffe, o la biografia su Méret Oppenheim. Donne, allora, anche alla Biennale di quest'anno? Chi c'è quest'anno? La Curiger risponde: "Ci sarà Cindy Sherman (fotografa e artista americana, conosciuta per i suoi "auto-ritratti" concettuali), con un "wallpaper", un'inedita carta da parati. Sa che cosa trovo straordinario della Sherman? Che ha saputo reinventarsi. Alla fine degli anni Ottanta di lei dicevano: ha già fatto tutto.... e invece...". "La Biennale quest'anno è stata ferrea: niente dettagli e niente foto prima della vernice."  Donanda: "Ma ci dia un'altra anticipazione, un'altra donna artista che incontreremo... ": "Pipilotti Risi". Pipilotti Risi, videoartista, svizzera anche lei: di recente è stata chiamata dall'archistar Jean Nouvel per il nuovo albergo Sofitel a Vienna. E il suo soffitto decorato e ipercolorato, del ristorante all'ultimo piano, è diventato un nuovo "Landmark" della città, visibile anche da lontano". Domanda: "Le è piaciuto?": "Mi piace il lavoro di Pipilotti Risi, e la seguo da tempo. Per la Biennale ha fatto copiare, in Cina, tre opere della scuola del Canaletto, e ci ha "lavorato", con immagini e video. E' quello che vedete ora nella mostra". Copiare un maestro del passato e reinterpretarlo: una provocazione?"



 "Questo non è un gioco", opera di Lorenzo Quinn, esposta in Biennale
  
Dice Lorenzo Quinn: “Nell’osservare mio figlio che giocava sulla terrazza con dei soldatini e un carro armato di plastica, mi sono reso conto che i bambini cercano di emulare ciò che vedono nella vita quotidiana e che, purtroppo, le immagini di carri armati e di soldati dominano i mezzi di informazione, sono una presenza fin troppo comune."
"La guerra è diventata paurosamente familiare e quasi lascia indifferente chi non vi è coinvolto e la può guardare dal comfort del proprio salotto.
Vedo i leader mondiali usare i loro eserciti come fossero giocattoli che possono manovrare e distruggere con la stessa noncuranza di un ragazzino. Ma questo non è un gioco, queste sono persone vere e vere armi, e il risultato è tutt’altro che un gioco.”
Figura d’artista che negli ultimi vent’anni espone in tutto il mondo ed è presente in molte collezioni private, Lorenzo Quinn non poteva che “inchiodare” con abile maestria la città d’arte per eccellenza, facendola sentire confusa e “imbarazzata” dall’arrivo del suo “non gioco da guerra” che, tenuto sospeso in mare con leggerezza da una mano, ci invita a non dimenticare il dolore passato per evitarlo in futuro. Di dimensioni e colori reali, il site specific che Quinn presenterà alla prossima Biennale è quasi “indisponente” quando ci costringe a pensare, e suscita nodi in gola a chiunque accetti di soffermarsi a guardare e sentire… Io l’ho fatto e l’ho provato, e sono qui a presentare con onore chi è riuscito attraverso l’arte a fermare per un attimo la mia corsa contro il tempo : Lorenzo e il suo realismo simbolico.


Gli artisti che più hanno fatto breccia nell'interesse della curatrice sono perciò quelli che irrompono nel paradosso in modo immediato e soverchiante, se si può dire in modo perfino più elegante e nitido di quanto non avvenisse in passato, così da rinnovare il piacere, che talvolta s'era perso, di trascorrere con essi del tempo, mentre ci si aggira tra i padiglioni: Cindy Sherman, Franz West, Sigmar Polke, Fernando Pratz, sono i più in vista anche per averne la curatrice parlato a  lungo nel corso delle sue interviste. ma anche Yto Barrada, in arrivo dal Marocco, la cinese Son Dong,  Christian Marclay, Urs Fischer, Monica Bonvicini.


 
Sopra e sotto: Fernando Pratz, padiglione cileno. La struttura dell'artista è costituita da tre opere: un intervento sull’impatto dell’eruzione vulcanica a Chaiten (2008); varie parti che si riferiscono al terremoto che ha colpito le zone del centro sud del Cile (2010); e un’installazione con lettere al neon che riproduce l’annuncio che l’esploratore irlandese Ernest Shackleton avrebbe pubblicato, intorno al 1911, per reclutare uomini per la sua spedizione nell’Antartico. Prats produce immagini iniziando dal fumo, mediante il quale riesce a sedimentare fenomeni naturali quali l’acqua espulsa da un geiser o la superficie di un immenso ghiacciaio. La sua tecnica è stata notata da personaggi del calibro del teorico francese Paul Ardenne che da poco ha incluso l’opera di Fernando Prats nell’attuale esposizione presso lo Spazio Louis Vuitton di Parigi, elogiandolo per aver dato inizio a “una forma inedita di pittura”.









Cindy Sherman: "Untitled 2010" (Foto Andrea Pattaro/Vision)
Untitled (2010) from Sherman’s latest work. After completing a ­series, Sherman says she often feels she never wants to take another photo. "I’m just like, forget it, I don’t want to put on any more make-up again, I’m so sick of those wigs, so sick of it all." 
(Photograph: Courtesy Sprüth Magers Berlin London and Metro Pictures).




Sei opere di recente produzione di Allora e Galzadilla con il supporto del Museo d’Indianapolis, hanno trasformato il padiglione Americano in uno spazio dinamico e interattivo, assegnando un titolo eloquente “GLORIA”. Nome femminile italiano e spagnolo, armonioso, con evidenti riferimenti religiosi, economici, culturali, sportivi, di grandezza e forte identità nazionale.
Sarà sicuramente Track and Field a rubare la scena, a rendere ancora più visibile questa invasione culturale pacifica e creativa. Un carro armato capovolto di sessanta tonnellate sormontato da un tapis roulan, dove l’atleta corre ad intervalli regolari durante l’esposizione. Sarà una metafora di pace od una mera allusione alle possibili olimpiadi di Roma del 2020? 




"Signora serenissima", "I’m a Lady", un’opera di Mary Sibande, esposta nel Padiglione del Sud­africa alla Biennale di Venezia.


Totalmente diversa l'impostazione che Vittorio Sgarbi ha dato al Padiglione Italiano, del quale è stato curatore. Titolo polemico della mostra: "L'arte non è cosa nostra". Di opere in mostra ce ne sono 260, che è un numero impressionante. Esse sono state scelte con cura, ma la loro distribuzione nello spazio, come fossero affastellate una sull'altra, messe in ogni dove, sopra e sotto, ai mujri o appoggiate al pavimento, in mezzo alle sale una contra l'altra, vedendone anche il retro, appese ai sofitti, le fa sembrare lì per caso. La scelta di Sgarbi è stata quella di rappresentare uno spazio residuale, quasi si trattasse di un magazzino con oggetti alla rinfusa, una sorta di mercato spontaneo, una fiera. Non vi sono solo tele, ma anche sculture e fotografie, ove capita di imbattersi, quasi fossimo in un circo,  con artisti al posto degli animali, perfino in un cagnolino, dipinto con scarpette rosa, portato dall'attrice Adriana Asti.



"Kopflosi" (senza testa), l'opera di Ivan Landschnaider, giovane artista altoatesino che ha scelto temi relativi alla massificazione, da presentare e per presentarsi all’interno del padiglione della Repubblica araba siriana, sull’isola di San Servolo, alla 54esima Biennale internazionale d’arte di Venezia. Come lui spiega la massificazione è "spersonalizzazione spirituale e morale dell’individuo come diretta conseguenza della civiltà dei consumi"



Vi si trovano ritratti anche di Sgarbi, e poi di Berlusconi, vi si trova di tutto, un po' di sesso anche qua e là che non guasta mai, installazioni, scarabocchi, paesaggi, opere dal gusto naif. Gli artisti, molti mai sentiti, alcuni già noti coi quali Sgarbi lavora da tempo, quali Stefano Di Stasio, Lino Frongia, ("il più grande pittore antico vivente"), Aurelio Bulzatti, Rolando Gandolfi Gandolfi e il fotografo Antonio Biasiucci.
A pensarci bene però, quella di Sgarbi potrebbe essere solo un’operazione commemorativa, anche perché il celebre critico/storico ha dichiarato di voler celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia con le sue scelte diffuse. Così il 2009 è stato l’anno di commemorazione del futurismo è quest’anno quello dell’unità d’Italia, tra due anni si potrebbe parlare di un bell’omaggio a Giuseppe Garibaldi e perché no anche uno a Guglielmo Marconi.




"You too can be in the Biennale, anche tu poi essere in Biennale". Con questo (non volutamente) ironico titolo "The Art Newspaper" fotografa in pieno lo spirito di questa Biennale di Venezia 2011 quando vi si parla di Vittorio Sgarbi. Lo stimato magazine d’arte parla di 1.200 artisti in totale di cui oltre 200 saranno presenti all’interno del Padiglione Italia. Sempre secondo The Art Newspaper,  il Vittorio Sgarbi ha mirato ad inserire all’interno della manifestazione "tutti gli artisti attivi nell’ultima decade", con un particolare accento su coloro i quali sono stati dimenticati o comunque poco conosciuti.


Venezia Arte,  si apre la Biennale con i 200 piccioni tassidermizzati di Maurizio Cattelan, sparsi un po' ovunque in mezzo alle opere degli altri artisti, sul frontone esterno d'ingresso, sulle travi e sui cornicioni interni








Dieci sculture di Vanessa Beecroft realizzate negli Studi Nicoli hanno uno spazio particolare alla Biennale di Venezia. Le ha scelte Vittorio Sgarbi, curatore del "Padiglione Italia" 2011.
Dieci sculture plasmate in rarissimi marmi colorati e bianchi, frutto di calchi alle giovani modelle nude, che nel settembre 2010 dettero vita ai "tableaux vivants" all'interno degli ottocenteschi laboratori Nicoli. È la prima volta che Vanessa Beecroft nel corso della sua vita artistica si dedica alla scultura, tralasciando le sue famose e costosissime "performance" fotografiche. Sgarbi è rimasto affascinato dalla catasta femminile di marmi speciali, perfettamente rifiniti dalle maestranze dei Nicoli. "La performance della Beecroft si pietrifica - ha scritto in un testo critico Francesca Nicoli - verso un antico e moderno concetto di scultura classica. Sono più di 30 anni che l'opera in marmo non compariva in Biennale - ha detto ancora la manager -, solo Vittorio Sgarbi poteva dare loro la giusta dignità, mettendole sotto la didascalia che è anche il titolo della sua Biennale: "L'arte non è cosa nostra"». 


Andare in Biennale d'Arte, crediamo sia sempre un tuffo utile nel senso del gioco, ovvero nella stessa linfa della vita, perchè assumiamo da ciò che di più matto fanno altre persone, mentre agiscono senza limiti, un'idea di libertà, ma soprattutto di questa l'estremo e variopinto assieme delle sue possibili varianti, espresse con il solo limite di proporre senza imporre. E' magico, e corroborante. Un piacere da non togliersi, sapendo che in questo spazio tutto è lecito, tranne che: "Ma che cazzo vuole dire?"

Venezia, 4 giugno 2011

Enrico Mercatali
per TACCUINI INTERNAZIONALI




29 May 2011

Charlie Haden 2011, a Stresa



Charlie Haden 2011 with Quartet West
at Stresa - Palacongressi, Lake Maggiore


Da oltre cinquant'anni sulla scena internazionale, segna ormai da un paio di decenni la sua stagione più matura con il gruppo Quartet West quello che è considerato, se non il più grande contrabbassista esistente, certamente tra i più talentuosi, soprattutto per l'eclettica multiformità delle numerose collaborazioni, con le più note stars mondiali del jazz.



Quartett West: da sinistra Alan Broadbent (piano), Ernie Watts (sax), Charlie Haden (bass), Larance Marable (drums), sul palcoscenico del Palacongressi di Stresa il 29 maggio 2011
(foto Enrico Mercatali)


L'evento, programmato quest'anno nell'ambito del Festival di Stresa, e svoltosi al Palacongressi (doveva svolgersi  nel giardino di Villa Pallavicino, sede poi spostata su richiesta degli artisti), ha visto la partecipazione di un bel numero di fans, accorsi per l'eccezionalità dell'incontro, che si annovera ormai tra i tanti di quella che è divenuta ormai tradizione, qui sul Lago Maggiore: d'avere tra i suoi ospiti, oltre che i più insigni esecutori e direttori della classica, anche i più grandi nomi del jazz internazionale. Siamo ormai abituati da tempo ad avere incontri ogni anno d'altissimo livello, tra i  più grandi protagonisti di questo genere musicale che ha assunto il ruolo di protagonista nell'ambitodelle espressioni artistiche contemporanee.



E così questa volta è toccato al mito di frontiera, a colui che ci ha abituato, sia pure in ascolti trasversali, alle estese atmosfere americane delle grandi pianure, ma anche a quelle  più intime  della  grande stagione hollywoodiana che dal cinema del dopoguerra ha innescato il più potente processo di diffusione del suo sound più tipico ed originario, fatto di musica nera, prevalentemente,  in un primo tempo, ma poi, attraverso il fascinoso apparato melodico che caratterizzava l'intensa vita notturna dei  locali cubani e messicani, fatto anche di musica a volte allegra, ma altre volte anche sognante e melanconica, intrisa delle potenti e variopinte miscele culturali che solo la musica afro americana sapeva fornire.
Già avevamo sentito Haden, una dozzina d'anni fa a Verbania, nell'ormai pluriacclamato tour internazionale in coppia con Pat Metheny, nel corso del quale i due seppero divulgare, assieme, e in grande sintonia di coppia, i migliori motivi tipici della loro comune terra natale, il Missouri, che si tradusse poi uno tra i più venduti albums dalla  produzione jazz, "beyond the Missouri Sky - short stories", per l'etichetta di Verve.




Già negli anni '50 egli avviava le sue "collaborazioni" che fecero gran parte della storia del jazz, allora con Art Pepper (sassofonista) e con Hampton Hawes (pianista), coi quali mise a punto il suo rapporto con lo strumento preddiletto, da che abbandonò per ragioni di salute la giovanile passione per il canto, appresa in famiglia. Ma l'imprinting più incisivo gli derivò dalla lunga ed intensa vicenda che lo vide  assieme a Ornette Colemann, (sassofonista e compositore statunitense, tra i più colti e raffinati, creatore del free jazz, non appena fu lanciatio sulle scene da John Lewis del Modern Jazz Quartett) che tutt'oggi egli ricorda con dovizia di dettagli nei racconti dei ricordi di quell'esperienza che, con grande emotiva passionalità, non smette mai di ricordare quando parla con il pubblico.



 Charlie Haden, oggi
(foto Enrico Mercatali)


Fu Ornette, infatti, che inquadrò la sua attitudine al perfezionismo nella direzione dei quell' "armolodia" che egli stesso gli trasmise, ovvero a quella capacità di argomentare con temi melodici tutto l'apparato ritmico delle sue composizioni, che seppe  far diventare poi  la sua stessa cifra stilistica, e la sua matrice più evidente nella attività anche di compositore.
Con Ornette Charlie stette parecchi anni,  che culminarono con la produzione dell'album assai noto, "The shape of Jazz to Come", durante i quali apprese ad esercitare soprattutto quella che divenne la sua maggiore qualità d'artista, quella cioè di sperimentatore di generi musicali e di impasti timbrici atti a meglio descrivere situazioni ed atmosfere, a tradursi in perfette narrazioni d'ambiente, oltrechè di geniale organizzatore di proposte per eventi, per accostamenti, per collaborazioni sempre nuove.





Questa multiformità d'approccio alla musica che ha caratterizzato tuta la sua carriera, non solo riflette la sua enorme sensibilità musicale, spinta fino al più minuto dettaglio d'espressione, ma anche le sue più spiccate doti d'abbinamento dei migliori, degli artisti migliori che ciascuno strumento sapesse asprimere, il che lo portò ad essere talmente convinto di quanto faceva da diventare perfino produttore di sè stesso. Questa scalata di tappe sempre più alte ebbe inizio con la collaborazione col pianista Keith Jarreth, oggi tra i più grandi che conosciamo, del cui trio egli fu più volte membro, e con l'American Quartett, tra il '67 e il '76, assieme a Paul Motian (batterista e compositore armeno) e a Dewey Redman (sassofonista e clarinettista statunitense di free jazz).



 Ernie Watts (sax), Charlie Haden (bass)
(foto Enrico Mercatali)


Ma lo portò in seguito anche, tale volontà d'accrescersi, ad affiancarsi, per poi divenirne il leader, alla Liberation Music Orchestra, la cui sperimentalità intrinsecamente musicale faceva da sfondo ad una autentica propensione ad esprimersi anche per cause politiche, da cui le  approfondite ricerche  che fece di temi che furono caratteristici della guerra civile spagnola.
All'interno del passaggio tra questa e le prime esperienze con il Quartett West, che ebbero inizio nel 1987, ove sorse sempre più spiccata la tendenza di Charlie Haden a non affidarsi agli standard jazzistici più internazionalmente noti, bensì ai temi, da lui stesso ricercati e ricomposti, tratti dalla realtà che egli più assiduamente frequentava, prendeva anche corpo la spettacolare collaborazione con Pat Metheny. Fu con quest'ultimo che, dal 1996 ebbe inizio una serie di grandiosi tours internazionali, nei quali i due portarono alla conoscenza del mondo le più intense atmosfere della loro comune terra natia, il Missouri. Fu "beyond the Missouri Sky, short stories" l'Album che ne raccoglie il meglio, e che rappresenta uno dei più alti livelli di vendita raggiunti nel 1997 dall'etichetta Verve, (N.Y.C. 1996) del quale ricordiamo con particolare piacere il tema di "Cinema Paradiso (love theme)", del film di Giuseppe Tornatore, di Ennio Morricone, che Haden con Metheny eseguono con amoroso impegno.



E' con West Quartett che tuttora egli si esibisce sulle platee di tutto il mondo, ovvero con quei poderosi artisti, presi uno per uno, che sono  Ernie Watts (sassofono), Alan Broadbent (piano) e Larance Marable (drums), che egli seppe trovare e mettere in gruppo alla fine degli anni '80, e che che ancora dopo vent'anni sanno dargli l'idea d'essere giunto nel migliore dei porti possibili, e dai quali forse non più sapra distaccarsi.



Alan Broadbent (piano), Charlie Haden (bass),
(foto Enrico Mercatali)



I quattro, assieme, sono una esplosione di creatività espressiva all'ennesima potenza, sia nelle singole peculiarità assai ben assaporabili durante i numerosi assoli, sia nella coralità, ove ogni dettaglio è sinonimo di perfetta cura espressiva d'una lunga e corrisposta frequentazione reciproca, fatta d'intese perfette, di grandi sintonie d'intenti. L'assieme, specie nei lenti, e nei "piano", ne dà i migliori frutti. Il bis richiesto a gran voce dalla standing ovation finale del pubblico stresiano, ma anche di appassionati provenienti da più lontano, ne è stata la migliore riprova.




La grande soddisfazione anche degli artisti, resasi evidente a conclusione dell'evento, ha fatto capire a tutti che vale senz'altro la pena di continuare su questa strada, in futuro, nella organizzazione delle Settimane Musicali, così da rendere quanto mai esplicita l'idea che ormai si va formando che non esista luogo migliore, in Alta Italia, per fare buona musica, ma anche in particolare  il miglior jazz, che non sia proprio il Lago Maggiore.



Charlie Haden (bass), Larance Marable (drums)
(foto Enrico Mercatali)


Stresa, 29 maggio 2011

Enrico Mercatali
per Taccuini Internazionali