THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

05 March 2011

NEMETON - High Green Tech Magazine


Hospitable city: la cultura del progetto e il verde
(Luciano Crespi)
La qualità della città contemporanea dipende sempre più dalla qualità dei suoi spazi, interni ed esterni, più ancora che dalla eloquenza dei suoi “monumenti”. In particolare piazze, strade e giardini, pur svolgendo un ruolo differente rispetto al passato, forniscono l’indice di qualità di un territorio e della sua capacità di offrire spazi ospitali ai nuovi viandanti della contemporaneità. E costituiscono la vera sfida del progetto e delle sua capacità di dare risposte alle domande relative alla ricerca di una nuova civiltà dell’ abitare. La stessa questione del verde urbano rientra in questa prospettiva e si offre come occasione per una riflessione sull’attuale ruolo del design.
Luciano Crespi, architetto, ha insegnato Tecnologia dell’architettura del Politecnico di Milano. Attualmente è professore ordinario di design alla Facoltà di design del Politecnico di Milano, dove è presidente del corso di laurea in Design degli interni. E’ membro del collegio del dottorato di architettura degli interni, presso il Politecnico di Milano, e del comitato direttivo della Società italiana del design. Tra le sue ultime pubblicazioni “Neotopie” e “L’allestimento ai tempi del viandante”.



NEMETON
High Green Tech Magazine 
 
 Is now available a new biannual publication dedicated to the newest in greening technologies 
(where the knowledge of the agronomist and of the architect weave together)

 Simbolo della rivista è la foglia di Gynkgo

E' ora disponibile una nuova rivista dedicata alle alte tecnologie per il verde 
(ove i saperi dell'agronomo e dell'architetto si fondono tra loro)



Carla Horat Alberi,
La foresta dei segni, bulino, rame, cm 60x35 (1990)

NEMETON is a word of Celtic origin meaning sacred grove - the palce where the divin  manifests itself that for the Celts an most other peoples that symbolized a sense of profond union with the world. It is where the union between nature and man, his identity, and his sense of belonging is evident.

Technology is noy enough; one must also know what to do and why. These answers can be sought in all areas of human knowledge - in our philosophyes, religions, , and anthropologicals studies, and in the sciences of nature and man.

Becoming ever more diffuse, a new attention in the presence of vegetation is completly changing our traditional understanding of what "green" means. This change involves many things: agricolture and what we eat, architecture and landscape, design and how we live. Now more than ever we are coming to recognize that all of these aspects are inextricabily linked by a common denominator- the green factor.



L’architettura si muove sempre di più verso la sostenibilità, verso una integrazione della natura all’interno degli edifici, e verso una ricerca di materiali che siano il più possibile sostenibili. Dalla nuova integrazione tra natura e architettura nascono giardini pensili, tetti che sono dei veri e propri giardini, muri verdi che permettono agli edifici di respirare.
The Coolist ha stilato la classifica dei 10 capolavori di architettura sostenibile dotati di tetti verdi. Io ho deciso di aprire con la Nanyang School of Arts di Singapore, con il suo tetto mozzafiato piantato nel 2008. Tra i 10 tetti, ad ognuno dei quali The Coolist dedica una gallery per chi vuole ammirare dettagli e particolari, c’è anche l’Accademia delle Scienze della California, opera di Renzo Piano, il cui tetto è uno tra i migliori esempi di green roof al mondo, integrazione perfetta tra architettura e natura: i 2 acri e mezzo del tetto ospitano piante locali per la conservazione della biodiversità.


NEMETON è parola di origine celtica che indica il bosco sacro, iul luogo in cui si manifesta il divino che per quei popoli, come per molti altri, equivale al sentimento di profondea unione con il mondo. Il bosco sacro è il luogo in cui si evidenzia l'unione tra natura e uomo, l'identità, l'appartenenza.

La tecnologia non è sufficiente, non basta sapere come fare, è necessario sapere perchè e cosa fare. E questo va cercato in ogni campo dei saperi dell'uomo, nelle filosofie, nelle religioni, nelle antropologie, nelle sienze della natura e in quelle dell'uomo.

Si sta diffondendo una nuova attenzione all'elemento vegetale che cambia completamente le prospettiva con la quale abbiamo sin'ora considerato il "verde". E' un cambiamento che coinvolge l'agricoltura e quindi l'alimentazione, l'architettura e il paesaggio, il design e l'abitare. Tutte  discipline che si scoprono, ora più che mai, indisolubilmente legate ad uno stesso denominatore comune, l'elemento vegetale.


Avendo fatto la conoscenza,  in Casabella di Lesa-Lago Maggiore, di Giuseppe Rosa, che di Nemeton è il Publishing Coordinator, abbiamo anche conosciuto, tramite lui, che ce ne ha donata qualche copia, questa bella rivista, ricca d'argomenti subito apparcisi di grande interesse e d'immagini accattivanti, incentrata su temi anche molto distanti fra loro, come  "la bellezza", il "sapere-verde", l' "architettura e il design", lo "sky garden e il vertical farm", ma legati dal filo comune d'una visione aperta al futuro, disincantata e convinta che l'oggi deve preparare basi solide se vogliamo un domani capace di arridere a nuova vita per tutti gli abitanti di questa terra.




Boschi sacri e giardini segreti
Paola Maresca


Il bosco è fin dall’antichità luogo sacro e iniziatico. La sacralità del bosco si estese poi a tutta la vegetazione, come scrigno di saperi e di conoscenza. Come nel bosco anche nel giardino si nascondono segreti e allegorie. Un complesso apparato di simboli caratterizza infatti il giardino, dove la natura, appositamente predisposta e sintonizzata con le frequenze dell’anima, entra in contatto con la nostra profonda essenza. Questa sapienza arcana informa il disegno dei giardini a cominciare dal Medioevo, dove l'idea stessa del giardino è associata al Paradiso terrestre e successivamente, dà vita a parchi fantastici e giardini alchemici, fino alle soglie del romanticismo dove itinerari iniziatici ritagliano i sentieri e il giardino diviene scenario per un opera più vasta.
Paola Maresca, architetto, ha pubblicato “Boschi sacri e giardini incantati”(1997), “Giardini incantati,boschi sacri e architetture magiche” (2004), “Giardini, mode e architetture insolite” (2005), “Giardini, donne e architetture” (2006) e “Giardini simbolici e piante magiche” (2007). “Giardini e delizie” (2009). Dirige i Quaderni “Giardino e Architettura”.

Essa si occupa di verde, come già nel nome e nel marchio, risorsa fondamentale e sempre più scarsa, e di argomenti che ne fanno da corollario, quali le tecnologie che ne supportano lo sviluppo, la propagazione ed il suo essere sempre più a contatto con la vita dell'uomo, e la ricerca della ecosostenibilità architettonica, che ne è il veicolo più complesso, e pur ancora pieno di incognite.


Roma, scorcio di Lungotevere

 (fotografia di Alessandro Gabbianelli) 

Sfogliando alcuni numeri di Nemeton ci siamo resi conto, pur essendo noi assai vicini ai temi dell'architettura, dell'ambiente e della città, per passione e per professione da oltre trent'anni, che le diramazioni delle sue specializzazioni divengono sempre più fitte e articolate mano a mano che il tempo passa, e che facciamo fatica ad inseguirne tutti gli episodi più significativi, e le evoluzioni sia sul versante tecnico che su quello teorico.



Certamente questo del verde, visto attraverso una lente particolarmente potente che ne studia e diffonde gli aspetti tecnici che meglio sanno attribuirgli realistico peso all'interno delle attività umane,  nonchè valide prospettive d'estendersi nell'ambito dei grandi progetti di sviluppo urbano e ambientale all'interno della stessa disciplina architettonica, in termini di soggetto (il più delle volte perfino da protagonista) e non più solo di complemento, ha saputo imporsi a tal punto oggi da avere bisogno di un magazine tutto e solo su di esso incentrato.


Parc de Bercy, 1993-1997, Parigi
Bernard Huet, Madeleine Ferrand, Jean-Pierre Feugas, Bernanrd Leroy (architetti)
Ian Le Caisne, Philippe Raguin (paesaggisti)
(fotografia di Alessandro Gabbianelli)



Ecco perciò Nemeton . La rivista appare subito complessa e ricca di sfaccettature gustose. In essa gli argomenti sono trattati così come l'informazione li divulga senza imporre soluzioni scontate o punti di vista teorici precostituiti in partenza. Essa va decisamente oltre tutto ciò che l'argomento verde ha significato e divulgato di sè fino a pochissimi anni fa, attraverso testate che hanno dovuto "cambiare aspetto", e targhet, pur di sopravvivere, attribuendo alle pratiche verdi una interpretazione quasi totalmente decorativa e "fai da te", ancorchè esposte con dovizia di "consigli utili" e di riferimenti alla manualistica d'uso. Tanto da potersi permettere il lusso oggi, Nemeton, ricambiandone totalmente la concezione espositiva e di mercato, di concentrarsi prevalentemente sulle problematiche dei grandi progetti, con orizzonti gestionali a livello d'ampio respiro sociale e istituzionale, piuttosto che sugli aspetti privati della piccola scala, sicuramente più generosi, in termini numerici di lettori e fans, perciò sfidando il mercato sull'utilizzo di nuovi canali comunicativi, e di nuove questioni da risolvere, alcune di importanza vitale per la sopravvivenza stessa di taluni equilibri raggiunti in termini di ecosistemi, Anzi, di più, ciò s'è potuto ottenere adottando un ventaglio di temi trattati, come può evincersi dalla lettura dei suoi indici, capaci di muoversi contemporaneamente tra le grandi questioni filosofiche che sottendono i temi della "bellezza", o del "sapere storico", o quelli ancora del rapporto tra "musica ed architettura", a quelli della conoscenza scientifica e pratica dei modi di coltivazione in determinate condizioni di clima o di impiego, ovvero diluendo ancora ogni possibile specialismo entro questioni generali che attengono all'arte.



Un lavoro perciò di conoscenza e di divulgazione, questo che Nemeton indaga e promuove, che attraversa orizzontalmente e verticalmente ogni livello di discorso che muovasi attorno alle questioni di fondo che essa si pone: diffondere l'idea ecologica nel comportamento scientifico e pratico dell'essere umano; trovare i punti di saldatura tra "bellezza e tecnica"; migliorare l'ambiente diffondendo ed adottando soluzioni "verdi".



Nature urbane: giardini verticali e muri vegetali
Anna Lambertini, Daniele Romare

Nelle città che cambiano, la presenza diffusa di spazi aperti e di vegetazione, l’uso consapevole delle risorse naturali, la gestione creativa dei luoghi pubblici, così come l’attenzione ai temi della memoria culturale e dell’identità estetica dei paesaggi dell’ordinario e della dimensione quotidiana, diventano fattori indispensabili per indurre mutamenti positivi e per promuovere modelli di vita urbana sostenibili. In questo panorama si inseriscono le nuove tecnologie in grado di realizzare giardini verticali, sviluppando una tradizione che usa la tecnologia per aumentare la qualità di vita.
Anna Lambertini, architetto, è dottore di ricerca in Progettazione Paesistica. Dal 1994 svolge attività didattica e di ricerca presso il Dipartimento di Urbanistica e di pianificazione del Territorio dell’Università di Firenze. Attualmente docente il Master in Paesaggistica di II livello di Firenze. Tra le pubblicazioni: “Vertical Gardens” (2007).
Daniele Romare ha introdotto in italia il lavoro di Patrik Blank, si occupa dello sviluppo e distribuzione di prodotti di design e di progettazione di sistemi di verde innovativi.


 Per dare una idea del taglio adottato dalla rivista, nell'esplorare il mondo filosofico che alligna nelle tematiche verdi, ci limitiamo a riportare alcuni titoli degli articoli che essa  propone ai suoi lettori: "Neo-Nature oggi: verso una terza architettura"; "Strategie di esplorazione e comportamento di sciame nelle radici"; "Quando gli uomini nascevano dalle piante"; "Il bello come cura dell'anima"; " Il sentiero dell'architettura porta nella foresta"; "Il luogo della poesia". Ma, d'altro canto non sono pochi gli articoli che hanno come preciso obbiettivo quello di aggredire gli aspetti conoscitivi del livello scentifico, proponendone soluzioni che solo il versante high tech potrebbe adeguatamente affrontare. Anche in tal caso riportiamo dei titoli, presi a caso, per dimostrarne l'assunto: "Il parco storico bioenergetico di Villa Seghetti Panichi"; "Il ristorante sull'albero"; "Fattorie nello spazio"; "Green roofs"; " Una biopiscina da provare"; "L'agricoltura verticale"; "Emilio Ambaz, un'intervista".

 
Gilles Clemént - Parc Henri Matisse, Lille- Alessandro Gabbianelli, architetto paesaggista


Vogliamo segnalare ai nostri lettori questa rivista perchè attraversano, le sue pagine, i temi che anche a noi sono particolarmente vicini, e che spesso ricorrono anche nei nostri articoli. Perchè sappiamo che essi attraggono molti dei nostri lettori e che, facendo con essi sistema, potranno crearsi gli spazi di ancora maggiori incontri e interessi. Crediamo molto, noi di TACCUINI INTERNAZIONALI, in questo scambio, e che non contano tanto i temi trattati, quanto lo spirito che ne anima la ricerca, in quanto modo di essere e di concepire la conoscenza. Il turismo, che è ambito da noi frequentato per essere ancor più frequentato, è esso stesso, come abbiamo detto più volte fin da quando abbiamo aperto la nostra rivista, un modo di concepire l'esistere nel mondo, e di sentirci parte di esso. La conoscenza ne è il principale strumento, ed è in questo che ci siamo sentiti vicini a "Nemeton", quando di esso ne abbiamo parlato, sfogliandolo e poi leggendolo, con Giuseppe Rosa, che ne cura i rapporti con l'ditore, nel cui spirito ci ha introdotti quando gli avevamo indicato i nostri stessi interessi.


Durante questa estate, EcoZoom, come ha sempre fatto, vuole tenervi aggiornati sulle novità e gli eventi che ci saranno!
Si tiene a Bologna, nell’ambito di ExpoGreen, il Symposium internazionale dedicato a verde verticale, giardini pensili, vertical farm. Presso la Fiera di Bologna saranno presenti esperti da tutto il mondo, per descrivere le più avanzate tecnologie di progettazione e gestione degli spazi verdi.
La ricerca più avanzata dell’architettura sostenibile internazionale si dà appuntamento con l’HIGH GREEN TECH SYMPOSIUM, che si preannuncia come uno degli eventi più importanti del 2009. L’attenzione è puntata sulle alte tecnologie per il verde, si mostreranno le ultime realizzazioni in materia di verde verticale, giardini pensili e vertical farm in Europa, formando nell’insieme un evento unico e inedito in Europa.



Una bella ed affascinante rivista, che avremmo forse preferito meno patinata e con una grafica meno dispersiva, più rigorosa, come lo è la piattaforma del suo orizzonte tematico. Ma e certo che ora, che la sappiamo esistere, essa ci accompagnerà nel tempo, sovrapponendosi ai nostri ragionamenti e fondendosi alle nostre altre passioni.

Publisher
Esselibri Spa - Sistemi editoriali, Napoli, Italy
www.sistemieditoriali.it
Publishing coordinator: Giuseppe Rosa
Director: Maurizio Corrado
Chief Editor: Laura Brignoli
Editorial coordination: Carolina Truzzi


Enrico Mercatali
TACCUINI INTERNAZIONALI

Lesa, 5 marzo 2011





02 March 2011

"Il Gran Teatro Francescano" d'Orta - di Enrico Mercatali



"Il Gran Teatro Francescano"
d'Orta

squisito frutto del talento artistico borromaico 
tra Cinque e Seicento



Sacro Monte d'Orta, cappella VII, l'Approvazione della Regola, prima del 1640. Particolare.
Un ambasciatore, statua di Dionigi Bussola
Sopra al titolo:
Sacro Monte d'Orta, cappella XVII, prima del 1600, particolare.
Gruppo statuario di Dionigi Bussola



"I Sacri Monti scandiscono una pia orografia che quasi per intero si sviluppa in un giro breve di laghi e Prealpi, fra Lombardia e Piemonte. Nulla in Europa somiglia a queste scenografiche Bibbie dei Poveri che gli uomini della Controriforma poggiarono, quasi presepi, ai piedi della solenne abside delle Alpi, come una Grande Muraglia del cattolicesimo. Dedicato alla vira di San Francesco, il Sacro Monte di Orta nacque come percorso attrezzato per preghiere e pensieri devoti, ma può esser goduto oggi come pellegrinaggio nella teatralità barocca miracolosamente pietrificata"

Sacro Monte di Orta 
(foto di Enrico Mercatali)


Per accendere nuovo interesse per l'arte piemontese e lombarda tra '500 e '600 tra i visitatori del nostro paese, sempre più numerosi interpreti delle tendenze turistiche internazionali che vedono crescere i flussi verso Nord e vorso i laghi, piuttosto che nella direzione dei litorali della penisola, crediamo interessante l'interpretazione che, dei luoghi sacri dell'intento cattolico della controriforma, ha dato tempo fa la rivista FMR, che dell'esempio eccelso di Orta, e del suo Sacro Monte, ha dato sfoggio di sapienza editoriale e di interesse per questo genere di rappresentazione. 
Noi crediamo che solo centinaia d'anni di critica artistica orientata al Centro (Firenze e Roma) e ad Est (Veneto e Venezia) hanno potuto offuscare le equivalenti, se non talvolta superiori, bellezze artistiche di Milano e di Torino, dei laghi lombardi e delle valli piemontesi, le quali devono oggi riconquistare lo spazio perduto dalle scuole artistiche che, fin dal medioevo, operano in queste regioni, facendo talvolta da ponte tra i flussi di tendenza che hanno unito a più tappe differenti quelle del centro italia con quelli delle fiandre e della mitteleuropa.

Sacro Monte d'Orta, cappella XIII, Umiltà di San Francesco, prima del 1600. Particolare.
Gruppo statuario di Giuseppe Rusnati. 
Sullo sfondo affreschi di Federico Bianchi, Giuovanni Battista e Girolamo Grandi


"Principato ecclesiastico sottoposto all'alto imperio del Ducato di Milano, la Riviera di San Giulio, consistente in poco più di due terzi del lago d'Orta e dei monti contermini, apparteneva dai tempi cupi dell'alto Medioevo al vescovo di Novara, che vi esercitava un blando e paterno dominio. Godendo di una sorta di extraterritorialità all'interno dello stato milanese, godeva anche della costante presenza di bande di malfattori, che trovavano rifugio tra quei boschi e tra gli intrichi della giurisdizione feudale; godeva inoltre di altri malanni tipici dei secoli andati, quali pestilenze, carestie, incursioni estive di lanzi e invernali di lupi, risse a mano armata coi vicini per questioni di dazi e gabelle; ma come tutte le contrade appartate dai rovinosi passaggi della Storia, conduceva una vita tutto sommato serena."

Isola di San Giulio, sul lago d'Orta, vista dal Sacro Monte
(foto di Enrico Mercatali)


"Sovente e volentieri il principe vescovo felicitava di una visita il suo staterello lacustre e silvestre; scampanavano pievi e cappelle, tuonavano archibugi, squillavano pifferi, rullavano tamburi, garrivano stendardi, schioccavano ali angeliche incollate su schiene di adolescenti cinti di bende candide, sparsa di fior la chioma, rombavano cori di pingui chierici al solenne incedere del bucintoro vescovile sulle placide acque del lago, benedette dal loro signore con gran tranciar di crocioni nell'aria, mentre alle sue spalle i famigli gettavano pagnotte alle turbe precariamente ritte su barchette ondeggianti."

Sacro Monte d'Orta
(foto di Enrico Mercatali)


"L'acquatica processione sbarcava all'isola di San Giulio, dove il degno ecclesiastico s'insediava nel vescovil castello, dalle cui torri poteva contemplare l'intero suo dominio; dovunque volgeva lo sguardo, acque, boschi, caslari e campi, tutto ciò che vedeva era suo. Esiguo dominio, rustica signoria; ma datemi un'isoletta lacustre e son disposto anche a fare il vescovo di Novara."


Sacro Monte d'Orta, cappella XVI. Il ritorno ad Assisi, prima del 1660. Particolare.
Gruppo statuario di Dionigi Bussola


Abbiamo virgolettato, riportando in neretto, il testo di Gianni Guadalupi per il n. 81 di FMR (6/90) che molto degnamente chiosa il superbo servizio fotografico di Roberto Ponzani, intitolato "Il Gran Teatro Francescano", dedicato al Sacro Monte di Orta, dedicato al Santo Francesco. E' un  bellissimo testo, questo,  del quale vi proponiamo con piacere qualche passaggio, capace di inoltrarci nelle atmosfere intense di quell'epoca, così lontane da noi, che però ancora possono essere respirate in questo angolo di mondo che è il lago d'Orta, con l'isola di San Giulio, il Sacro Monte ed il paesaggio circostante che tutto li contiene e che con essi determina un unicum, autonomo e perfettamente iscrivibile in un contesto visivo così specifico e tipico, denso di segni storici anche perchè così poco attaccato dai quelli della modernità. 

Sacro Monte d'Orta, il monastero di San Francesco
(foto di Enrico Mercatali)


Ecco perchè questo testo ci è apparso tanto evocativo e capace d'introdurci nella storia di quelle contrade, le cui testimonianze oggi, quali queste che riportiamo in queste pagine, destano in noi ancora tanta emozione, soprattutto per via dell'alta qualità artistica che le contraddistingue, pittorica e  scultorea assieme, in un connubio teatrale barocco, la cui popolare finalità di preghiera in questi paraggi non è certamente da meno di quella ricca e solenne che viene espressa dall'aulica arte del papato romano, o dalle raffinate e colte corti medicee, orsiniane o farnesiane dell'italia centrale.

Sacro Monte d'Orta, cappella XIII. Umiltà di San Francesco, prima del 1660. Particolare.
Gruppo statuario di Giuseppe Rusnati. 
Sullo sfondo affreschi di Federico Bianchi, Giavanni Battista e Gerolamo Grandi


"L'agreste bellezza di quell'anfibio possedimento deve aver esaltato più di una mente episcopale: tra i finestroni del gran palagio ortese campeggiano ancora, benchè sbiadite assai, poppute allegorie settecentesche dei due stati ecclesiastici d'Italia: Roma e Orta.
La mano di Dio, che doveva lasciare la sua santa presa solo col turbine napoleonico, s'era posata su queste plaghe sul finire del IV secolo, con l'arrivo di due fratelli misionari dall'Ellade, i fujturi santi Giulio e Giuliano. Dediti a una evangelizzazione edilizia, costellarono di chiese Verbano, Vergante, Cusio e Ossola."

Sacro Monte d'Orta
(foto di Enrico Mercatali)


"Operavan miracoli di succinta praticità. Aggiogavano lupi ai carri di pietrame, solcavano acque infide stendendovi semplicemente il mantello; facevan sgorgare fonti dalle rocce con il rapido tocco d'un bastone; sa lanciavan piccioni e cazzuole da una vetta all'altra; provocavano morie di ortaggi nei campi dei rivieraschi ostili, sostenevano dragomachie con serpi e vivere, satanassi e orchere, spazzandone intere isole."

Sacro Monte d'Orta, cappella XVII, prima del 1600, particolare.
Gruppo statuario di Dionigi Bussola


"Tanta operosità s'ebbe la devozione degli uomini e la riconoscenza divina: da allora, e per secoli, attorno al campanile della chiesa fondata da San Giulio sull'isola che da lui prese nome apparvero, durante i mionaciosi temporali notturni, baluginanti fiammelle a protezione del suo sepolcro dalla furia degli elementi. Cosparsi di tante tracce di santità e già meta di fervidi pellegrinaggi, quei luoghi parvero, sul finire del Cinquecento, assai adatti ad accogliere un caposaldo di quella Maginot della Fede, di quella Grande Muraglia del cattolicesimo che lungo l'arco delle Alpi Lepontine s'andava costituendo per bloccare con rinnovati slanci di fervore popolare le infiltrazioni della temibile peste protestante, già manifestetasi nell'Ossola."

Sacro Monte d'Orta
(foto di Enrico Mercatali)


"Una catena mdei Sacri Monti santificò santificò l'orografia prealpina; da varallo a Varese, da Crea a Ghiffa, gli uomini della controriforma poggiarono come presepi, ai piedi della solenne abside delle Alpi, scenografiche Bibbie dei Poveri, tridimensionali a maggior gloria di Dio. Fu nel 1583 che la comunità di Orta concepì, probabilmente sull'esempio della vicina e già venerata Varallo, il progetto di edificare un monastero e una serie di cappelle sul monte sovrastante il paese, penisoletta protersa sul lago, in uno smagliante exploit di teatralità paesistica subalpina. Cinque anni dopo, in visita sull'isola antistante, l'Abate novarese Amico Canobio, ricco, pio, colto, mecenatesco, già funzionario alla corte papale di Pio IV, ne venne a conoscenza, se ne entusismò, ne divenne il deus ex machina."

Sacro Monte d'Orta, cappella XX, Canonizzazione di San Francesco, 1600 e anni successivi, particolare.
Gruppo statuario di Dionigi Bussola. Sullo sfondo affreschi di Antonio Busca.
(foto di Enrico Mercatali)


Motivi, tutti questi che abbiamo elencato più sopra per i visitatori delle nostre contrade, ed anche quelli che aleggiano nel testo che vi stiamo riportando dalla prestigiosa rivista di Franco Maria Ricci della quale possediamo una intera raccolta, per cui vale davvero la pena di soffermarsi più a lungo nelle aree dei laghi piemontesi e lombardi, per visitarne gli ingenti e preziosi tesori d'arte e cultura di cui sono costituiti i quadri ambientali dei loro stupendi paesaggi, e di cui sono colme le vestigia monumentali che ne costruiscono l'immenso patrimonio. Vale la pena di aggirarsi per alcuni giorni, se non addirittura dedicarvi una intera vacanza, in tali magnifici e tranquilli siti prealpini, piuttosto che fiondarsi subito nelle certo pur tanto belle regioni del centro italia o del sud. Queste ultime hanno tempo addietro un po' primeggiato, dato che i Bernard Berenson, i Lionello Venturi, i Federico Zeri, i Giulio Carlo  Argan, hanno concentrato, nella prima metà del secolo scorso, i loro interessi, dando minore importanza ad altrettanto meritevoli lidi, con altrettanti e grandissimi artisti, i quali vi lasciavano le loro generose ed alte testimonianze d'arte, in regioni d'Italia che venivano scoperte poi, e valutate con altrettantanto entusiasmo critico e d'analisi.

Sacro Monte d'Orta
(foto di Enrico Mercatali)


"Propose come monaci i Cappuccini, come tema del costruendo Sacro Monte la vita di San Francesco; raccolse finanziamenti tra i signori locali e novaresi, tra cui il vescovo Bescapè; ci mise del suo. I lavori del convento poterono iniziare nel 1590; e l'anno seguente si mise mano alla prima cappella. L'ordine dei Cappuccini inviò sul luogo come architetto padre Cleto da Castelletto Ticino, nato nel 1556, allievo di Pellegrino Tibaldi, detto il Pellegrini. Scelta felice: il frate, oltre al senso dell'architettura aveva quello della natura. Non spianò la selva; vi inseì armoniosamente le cappelle, creando un percorso che teneva conto di ogni scorcio paesaggistico, delle bellezze naturali del lago e dei monti. Adattò i materiali poveri dell'edilizia locale al gusto manierista; recuperò e fuse echi del Quattrocento valsesiano, moduli bramanteschi, forme rinascimentali lombarde. Padre Cleto lavorò a Orta, pur occupandosi di altri cantieri francescani sparsi per la lombardia, per venticinque anni; andò poi a morire il 6 febbraio 1619, nel convento di Cerro Maggiore..."


Sacro Monte d'Orta, cappella XX, Canonizzazione di San Francesco, 1600 e anni successivi, particolare.
Gruppo statuario di Dionigi Bussola. Sullo sfondo affreschi di Antonio Busca.


"... Padre Cleto progettò anche il pozzo e sistemò loa strada di accesso. Per riempire di statue e adornare di affreschi quegli agresti e un po' fiabeschi edifici si ricorse al più vicino cantiere dove già erano all'opera tanti ingegni che si occupavano di un progetto analogo: il Sacro Monte di varallo. Dalla Valsesia vennero dunque a Orta scultori quali il Bussola e il prestinari, pittori quali il Morazzone e i Fiammenghini. Si costruì una fornace per cuocere le statue sul posto, con una terra speciale fatta venire dal Varesotto. Pietà e oblazioni permisero di condurre avanti la grande opera, anche se non di completarla: delle 36 cappelle previste ne furono realizzate 20..."

Sacro Monte d'Orta, cappella XIII, Umiltà di San Francesco, prima del 1600. Particolare.
Gruppo statuario di Giuseppe Rusnati. 
Sullo sfondo affreschi di Federico Bianchi, Giuovanni Battista e Girolamo Grandi



Oggi la grande arte dell'architettura, della pittura e della scultura lombarda e piemontese attraversa i secoli e da prova della sua grandezza non solo a critici ancor più indagatori ed attenti, quanto forse più di moderna formazione, nonchè ad un pubblico che comincia ad apprezzarne il valore, scoprendone le tipicità e i caratteri, talvolta ottenuti anche senza sfoggio di materiali pregiati, l'intelligente uso combinato di maestrie diverse entro lavori di squadra assai complessi: basti ricordare l'esempio delle grandi regge sabaude con i loro giardini da non fare invidia al Re Sole, le alte ed impressionanti cupole antonelliane, nonchè tutta la produzione minore che ne caratterizza l'intelligenza lungimirante e già moderna, i paradisi botanici delle isole lacustri del Cusio e del Verbano coi relativi palazzi principeschi ed i giardini all'italiana. Ricordiamo poi gli ambienti, forse poco sfarzosi, ma colti  e fecondi, che sono stati la culla dei saperi leonardeschi e di tutta la scia che dal Maestro di Vinci conduce a Caravaggio, che coinvolge stuoli di arti e mestieri diffusisi in tutta Europa, ed anche oltre. basti poi soffermarsi alle origini delle avanguardie milanesi che hanno dato vita ai tutti i futurismi ed al moderno razionalista nell'architettura, ricollegandosi agli episodi francesi, per diffondere il suo verbo nel mondo.

Sacro Monte d'Orta
(foto di Enrico Mercatali)


"... L'impresa ortese, concepita e realizzata quasi completamente in quella fase storica  del Ducato di Milano che potremmo chiamare borromaica, ai tempi cioè di San Carlo e del nipote Federico Borromeo, padroni per conto loro di tutto un altro lago adiacente e più grande, il verbano, si inserisce naturalmente nella titanica opera di sacralizzazione del paesaggio portata avanti dai due arcivescovi milanesi nella loro diocesi e in quelle confinanti.: immense croci incoronano le sommità dei monti e dei colli più alti, chiese e cappelle sorgono sulle eminenze, agli incroci delle vie principali, nei punti maggiormente visibili; tabernacoli dipinti costellano i sentieri, cortesi San Cristofori e benevoli Madonne additano compiacenti il giusto cammino all'incerto passeggero nei boschi e sui valichi, benedicono l'acque infide dei guadi, vegliano sui ponti, dominano strade, sostengono rupi precipiti, blandiscono fiumi minacciosi. Il reticolo dei cammini che si intrecciano serpeggiando per monti e valli delle Prealpi lombarde si trasforma in un labirinto cattolico popolato di soccorrevoli immagini pronte a rinsaldare a ogni passo la fede del viandante sottoposto dovunque vada alla protezione superna mediata da una santa effige dipinta o scolpita. Capoluoghi di questa geografia controriformistica sono i grandi santuari, la Madonna del Boden, la Madonna del Sasso, il San Carlone di Arona, Colosso della cristianità; e i Sacri Monti vi si inseriscono come edificanti teatrini in cui le pie greggi convergono ad ammirare la massinscena pietrificata dei migliori copioni di quella religione quanto mai drammatica che è il cattolicesimo: Passioni! Martìri! Ascensioni! Resurrezioni! Stimmate! Piaghe! Tentazioni! Peccati!, originali e comuni! Miracoli, sesquipedali e funambolici! Al Gran Teatro d'Orta va in scena la vita di San Francesco, in venti atti con un centinaio di attori maggiori e minori, comparsate d'angioli, diavoli, lebbrosi e papi, la partecipazione straodinaria del Sultano d'Egitto e notevoli effetti speciali quali il volo del santo su un carro di fuoco..."

Sacro Monte d'Orta, cappella XIII, Umiltà di San Francesco, prima del 1600. Particolare.
Gruppo statuario di Giuseppe Rusnati. 


Con l'obbiettivo di giungere un giorno a recensire per Taccuini Internazionali un quadro più ampio dell'intero "paesaggio sacralizzato" dei laghi lombardi e piemontesi, con la finalità d'orientarvi quanto più ampie scie di turismo internazionale, lasciamo intanto la testimonianza di quello che, a nostro parere, possiede più qualità attrattive complessive per l'interesse del turista colto ma non specialista, ovvero del Sacro Monte di Orta, qui recensito.

Enrico Mercatali

Orta San Giulio, 2 marzo 2011

(sono stati riportati in grassetto  alcuni passi tratti dall'articolo d'analogo titolo apparso su FMR n. 81 6/90 a firma di Gianni Guadalupi. Le fotografie sono di Roberto Ponzani, se non realizzate dall'autore del presente articolo, redatto a scopo promozionale di FMR e del turismo locale)

28 February 2011

Milano Museo Novecento - Taccuini Internazionali propone



Milano
Museo Novecento 
Un futuro di sale meno anguste, più spazio, più qualità ricettiva


"Taccuini Internazionali" propone di aggregare l'Arengario gemello
unificando gli edifici, e di recuperare nuovi volumi sulle coperture.
Il progettista deve essere selezionato con concorso internazionale.


Poco dopo il grande, quasi insperato, successo dei primi giorni di apertura del milanese nuovo Museo del Novecento, già mentre TACCUINI INTERNAZIONALI ne esaltava i notevoli pregi progettuali, sia relativi agli allestimenti interni che alla struttura stessa delle collezioni ospitate, mentre anche il nostro magazine ne suggeriva il dilatarsi futuro oltre gli odierni confini, completandosi con l'edificio gemello, altre voci incominciavano ad azzardare proposte circa la possibilità di un recupero dell'altro Arengario e di un eventuale collegamento con esso.


 Milano, gli "Arengari" gemelli di piazza del Duomo, come appaiono oggi.
Sopra al titolo: 
il rendering evidenzia come potrebbe apparire il complesso "Museo Novecento", una volta uniti tra loro gli Arengari da un passaggio "a ponte", 
ad essi integrato alla quota degli ultimi livelli, ed elevati di un piano, 
per contenervi spazi da adibire a comode ricettività ristorative ed editoriali d'arte
(progetto Mercatali e Partners)



Poichè la geniale idea, che forse a nessuno sarebbe venuta in mente prima dell'apertura ufficiale del Museo, si sarebbe resa possibile forse proprio per via di quell'immediato successo, riteniamo utile rafforzarla mostrandovi un rendering che ve ne faccia valutare, prima ancora di svilupparne pienamente tutti i pro e i contro, almeno il senso complessivo che da essa scaturirebbe in termini generali, riproponendovela a qualche mese di distanza, se non altro per mantenere vivo un dibattito attorno ad essa che riteniamo utile prima di tutto alla causa di un turismo milanese internazionale che debba e voglia espandersi al di là della soglia appena accettabile dell'oggi, per una grande città delle dimensioni e dell'importanza di Milano, sia in termini economici e commerciali, sia in termini di cultura.

Ora che il Museo è stato salutato con estremo entusiasmo da tutti i soggetti possibili che attorno ad esso hanno gravitato, sia direttamente che indirettamente, apprezzandone l'iniziativa, il contesto, il contenitore ed il progetto, ed ora che è terminata la prima fase delle prove generali che hanno registrato un ingente afflusso di pubblico, ora che ci si affaccia alla fase della normalità, proprio da oggi che, dopo il periodo di gratuità alla visita, viene decisa l'applicazione d'un prezzo di ingresso di €. 5,00 a persona, può essere avviata, da parte di tutti i soggetti che se ne sentono investiti, la fase propositiva che sappia sancire definitivamente l'orientamento a completarne gli spazi, aggregandovi ed integrandovi il Secondo Arengario.

 Museo Novecento, disegno prospettico trasparente dal basso del modello tridimensionale del progetto.
Di questo progetto Taccuini ha parlato assai positivamente al momento della inaugurazione del Museo.
Esso non ha però potuto dare adeguata soluzione a taluni nodi, relativi alle problematiche espositive, proprio per le caratteristiche degli spazi e particolarmente per la loro esiguità, specie in talune sezioni.


 Al di là che, in tale prospettiva, l'idea di aggregarne l'edificio gemello affascina di primo acchito, in quanto logica di per sè, per il recupero ad univoca funzione di tutto il complesso realizzato nel 1936 dal gruppo costituito dagli architetti Piero Portaluppi, Enrico Griffini, Piergiulio Magistretti e Giovanni Muzio, a noi appare non solo molto sensata tale idea, prima di tutto per dare respiro alle collezioni del primo ventennio del XX secolo, costituita dalle opere di altissimo pregio che oggi sono costrette entro spazi assai angusti, ma anche per dare ampiezza stessa alle sale, sottolineando l'intrinseca qualità architetonica degli stessi Arengari, specie in quelle sale colonnate del primo piano, oggi terribilmente costrette, e quasi mutilate,  dalla distribuzione a pettine che vi è stata fatta dei pannelli espositivi.

 Museo Novecento, la bella Galleria delle Colonne ha purtroppo dovuto fare i conti con lo spazio insufficiente per le opere da esporre. Così è stata sacrificata la vista prospettica delle colonne marmoree intersecandola coi pannelli a pettine certamente invasivi ed architettonicamente poco congrui. E' chiaro che devono essere recuperati nuovi spazi per dare decente collocazione alle opere protonovecentiste
 

Si ritiene indispensabile perciò il recupero dei nuovi spazi non tanto (ma anche) per allargarne enormemente la componente esposta in permanenza rispetto a quella archiviata nei depositi, quanto soprattutto per espanderne la distribuzione dei quadri, dando a ciascuno maggiore autonomia e adeguatezza di collocazione rispetto a quella attuale, francamente assai costretta, specie in alcune sale  (vedi ad esempio la generale criticatissima collocazione del "Quarto Stato" di Pelizza da Volpedo).

Noi di TACCUINI INTERNAZIONALI ci limitiamo qui a dire quanto pensiamo, ossia che, immaginando un collegamento tra i due corpi di fabbrica gemelli, questo sia preferibile all'altezza del livello più alto, piuttosto che sotterraneo. Il primo motivo riguarda l'assetto dei piani preposti ai locali tecnici e ai luoghi di stoccaggio delle opere, che sarebbe preferibile non rendere conflittuali con quelli per il pubblico, ben separando questi da quelli. Il secondo motivo riguarda la maggiore necessità di spostamento del pubblico a livello delle grandi sale luminose dei piani alti, specie se, come noi pensiamo, potrà esistere un livello ancora superiore da destinare agli assetti funzionali di servizio e ricettività di ristoro. In questo caso certamente un collegamento prossimo alle terrazze si renderebbe indispenabile. Sì, questa infatti la proposta che avanziamo, che non sembra possa porre soverchi problemi di fattibilità: quella di creare una addizione nuova, d'analoga texture di quella del "ponte", su entrambi gli edifici, al posto delle attuali coperture "a padiglione".

 Il rendering che abbiamo posto in apertura, sopra al titolo, serve soltanto ad aviare un dibattito attorno a tutti questi aspetti del problema, non tanto da un punto di vista tecnico, il quale vedrà, al momento opportuno, avviarsi l'ovvia fase di costruzione di un concorso internazionale d'idee che l'importanza stessa dell'operazione impone all'amministrazione comunale, quanto, per il momento, da un punto di vista prettamente amministrativo e culturale, che faccia sì che gli amministratori individuino i criteri di fattibilità legati al necessario svuotamento dell'Arengario 2 dagli uffici che ora ancora lo occupano, e che i curatori si orientino circa tutte le possibilità insite in una siffatta operazione, circa i possibili progetti espositivi con le opere esistenti nelle raccolte pubbliche e con quelle private che potrebbero essere fatte confluire nel progetto di ampliamento. 




Con una elevazione di modestissima entità, che sembrerebbe non destare impatto capace di ledere diritti d'alcuno, si creerebbero due nuove enormi piattaforme, aventi superfici pari a quelle degli edifici stessi, che darebbero ricovero a nuove accattivanti funzionalità ad di sopra della piazza e degli importanti edifici circostanti, per collocarvi luoghi di ristoro d'ampia e comoda ricettività (ricordo, nel dire questo, quanto questo aspetto sia stato fortemente sentito, ad esempio, nel progetto della Tate Modern), per far sì che il Museo venga vissuto anche come un sito di piacevole relax, oltre che come luogo ove fruire cultura tout court, magari tra libri facilmente consultabili sui contenuti del museo. Un ristorante con self service, per esempio, sarebbe assai utile, accanto al risorante esistente che propone lusso a prezzi poco accessibili. Un bar dalle ampie luminose sale, tra la prima e la seconda parte della visita alle sale del Museo, diverrebbe sicura sosta da parte di tutti i visitatori (come avviene nella maggior parte, ormai, dei grandi musei d'Europa.

Auspichiamo rapidità di scelta e di organizzazione, affinchè tale raggiunta complezza museale milanese, assieme al Nuovo Museo d'Arte Contemporanea, sia realtà quando apriranno le porte dell'Expo, nell'ormai vicino 2015.

Forza quindi, istituzioni milanesi, datevi da fare!

Enrico Mercatali
Milano, 28 febbraio 2011

26 February 2011

"ARCA Arte Vercelli" - Arte italiana con Guggenheim

Umberto Boccioni, Controluce, 1910


1900 - 1961
arte italiana nelle collezioni 
Guggenheim
 
Mario Sironi, "Paesaggio urbano", del 1921 (dal catalogo della mostra, di "Giunti arte mostre musei")


Abbiamo oggi visitato la bellissima mostra che quest'anno ARCA Arte Vercelli propone, "1900-1961 arte italiana nella collezioni Guggenheim", dopo le straordinarie precedenti mostre già realizzate da Arca Città di Vercelli in collaborazione con la Guggenheim Foundation, tutte incentrate sul rapporto "storico" tra  la grande l'istituzione americana e il nostro paese.

Giorgio De Chirico, la torre rossa, 1913


La mostra che vediamo quest'anno (aperta fino al 5 giugno 2011), promossa dalla Regione Piemonte in collaborazione con l'assessorato alla cultura del Comune di Vercelli, è stata curata da Luca Massimo Barbero all'interno del prestigioso contenitore costituito dalla chiesa di San Marco,  ed in particolare  dentro allo speciale scrigno in acciaio e vetro che vi è stato allestito all'interno proprio per ospitarvi queste iniziative d'alto livello culturale.

Mario Sironi, Il cavallo Bianco, 1919

Vorremmo che fosse dato risalto all'assieme di queste tre componenti, nello scenario d'un turismo che mostra di gradire sempre di più il binomio "cultura storico artistica" e "intelligenza creativa "  nell'esporre: l'evento in se stesso, che deve esprimere ottimo livello di preparazione e di selezione delle opere, il contenitore storico nel quale possano scoprirsi valori di profondo radicamento culturale storico-artistico e l'allestimento che abbia la qualità di produrre relazione stretta tra le due precedenti componenti. Questa mostra, come anche la precedente trilogia che l'ha preceduta, incentrata sulla figura di Peggy Guggenheim, possiede totalmente queste caratteristiche, ed è perciò che  a pieno titolo merita assolutamente d'essere promossa quale meta di rilievo presso  il turista colto che si appresta a programmare un viaggio nella nostra regione, compreso quello provenente dall'estero. In più, oltre a tutto, deve aggiungersi il piacere di fargli scoprire Vercelli, città d'arte ancora poco accessibile  nei circuiti internazionali, le sue piazze e i suoi mercati, i suoi insigni monumenti e la sua pregevole cucina. Aspetti questi ultimi che meritano una nostra attenzione in altra sede.

Un angolo della mostra, con Burri e Afro. Il "cielo" della teca ove si organizzano le mostre di arte contemporanea, può aprirsi oppure chiudersi alla vista delle volte dalla chiesa di San Marco. L'effetto osmotico tra i due spazi tra loro complementari è di grande respiro scenografico.


Ma veniamo ora ad Arca e alla mostra di oggi, alla chiesa di San Marco che contiene l'Arca, che a sua volta contiene l'arte italiana scelta dalla Grande Mela.
Questo prezioso assieme di valori storico-artistici, uno dentro l'altro, la "teca" che contiene l'Arca che contene lo "scrigno", è ciò che più ci ha colpito, ed in particolare il fatto che tutto sia in fieri, ovvero che la chiesa ed i suoi suggestivi affreschi siano tuttora in corso avanzato di restauro, rendendone visibili i lavori, che lo spazio delle mostre evolva offrendo produzioni di sempre più alto prestigio, e che l'"Arca" che li separa si renda disponibile, all'occorrenza, ad evidenziarne l'osmosi, essendo dotata di un soffitto mobile, capace di aprirsi e chiudersi a seconda delle esigenze di luce ed ombra, di collegamento o separazione che si decida d'adottare, anche nel corso delle stesse manifestazioni.

Un altro angolo della mostra, alla cui inaugurazione è stato presente numerosissimo pubblico


Il congegno della teca dell'Arca desta meraviglia, pur nelle sue modeste dimensioni (m. 29 x 7,5) e predisponendo essa di uno sviluppo espositivo sia all'interno che all'esterno di 374 metri quadrati di superficie, consente al visitatore di coniugare arte moderna ed arte antica,  mettendone a confronto le produzioni della cultura laica con quelle dell'arte sacra, di quell'unicum, nel panorama figurativo piemontese, costituito dalla "Genealogia della Vergine", che rappresenta uno dei migliori esempi d'affresco medievale, dotati d'una tipicità sua propria tanto spiccata, oggi presenti nella nostra area geografica.

Umberto Boccioni, Forme uniche della continuità nello spazio, 1913. Questa è una delle tre versioni di questa scultura: essa appartiene alla collezione Guggenheim. Un'altra versione è esposta al Museo Novecento di Milano. La terza è alla Tate Modern di Londra.


Nella teca, oggi, la mostra curata da Luca Massimo Barbero è dedicata all'arte italiana che affascinò Solomon Guggenheim determinandone la scelta, nella formazione della prestigiosa sua collezione. Abbiamo perciò modo di capire a fondo il gusto americano per le correnti artistiche italiane che hanno attraversato i primi anni del secolo scorso, specialmente quelle milanesi, dal futurismo di Boccioni, di Sironi, di Carrà, ma poi anche di italiani a Parigi, come Modigliani. Una scoperta, quella di Solomon, che ha certamente condizionato ogni successivo evento artistico del moderno, sino ai giorni nostri.

 Peggy Guggenheim nell'anno 1957, accanto a "La nostalgia del poeta" di Giorgio De Chirico,  promuove la nuova moda bigness, 
indossando il gran cinturone e gli orecchini di Alexander Calder (foto tratta dal catalogo della Mostra, di "Giunti arte mostre musei")


Abbiamo anche la possibilità di farci un'idea di ciò a cui il padre di Peggy e Peggy stessa stavano per  votarsi, affezionandosi a tale arte, acquistandone poi le opere per ingrandire la loro collezione, mentre il pioniere dell'architettura americana, Frank Lloyd Wright, stava per progettare e costruire il tempio dell'arte newyorkese negli anni '50, da loro stessi commisionatogli.  Scopriamo perciò Burri, Capogrossi, Fontana, Vedova, quali artisti da loro prediletti, dopo quelli che avevano costituito le avanguardie novecentesche, oltre ai De Pisis e Morandi, già appartenuti alla Collezione Gianni Mattioli, ed approdati a Ca' Venier dei Leoni, quale prestito a lunga scadenza, nel 1997. Di sicuro il Maestro americano che stava costruendone il Tempio (l'Arca primigenia) che li avrebbe contenuti, già se ne immaginava la collocazione lungo il perimetro dell'immensa spirale degradante che il suo genio stava orchestrando, mano a mano che il suo progetto andava progredendo.

Il pubblico è particolarmente attratto dal "Ritratto di uno studente, opera databile tra il 1918 e il 19 di Amedeo Modigliano. Essa, assieme all'opera di Capogrossi, è icona della mostra, essendo stata posta in posizione centrale rispetto all'intero percorso


Ci ha spiegato il curatore le motivazioni che lo hanno indotto ad introdurre nell'allestimento una logica cronologica contraria alla norma, partendo dagli anni '60 per procedere a ritroso sino all'inizio del secolo lungo i percorsi della mostra, quasi una scoperta delle origini della modernità, a partire dalla grande e bella tela di Capogrossi, intitolata "Superficie 512", che hanno segnato anche la formazione di uno specifico gusto artistico nazionale, ben riconoscibile internazionalmente, nelle tappe del centenario dall'Unità ad oggi, che celebrerà il 150° anniversario.

Giorgio Morandi, "Natura morta" del 1954


Le tele, i disegni, le sculture in mostra sono tra le più belle e significative del novecento, e che della grande collezione Guggenheim si potessero qui collocare: citiamo, ad esempio, tra le opere a noi più care, tra le ben 8 opere esposte di Mario Sironi, il Paesaggio Urbano del 1921, tra le più capaci di rappresentare la efficace e sintetica figurazione dell'artista milanese. Vogliamo ricordare poi, bellissima, la "torre rossa", di De Chirico, del 1913, metafisica piazza italiana superbamente orchestrata con poche simboliche figure d'alto imprinting dechirichiano. Di Umberto Boccioni è stupenda la "Periferia", del 1909, ma ancor più forse, "Materia" del 1912. Molto fresco e moderno è anche il disegno "Controluce", del 1910, da noi molto apprezzato, specie nel contesto di questa mostra.

 Umberto Boccioni, "Materia", superbo grandioso olio del 1912, con riprese del 1913, di dimensioni notevoli (226 x 150 cm)
(dal catalogo della mostra, di "Giunti arte mostre musei")


Decisamente di notevolissimo livello i Morandi tra cui spicca "Natura morta" del 1954, per le insolite dimensioni, delicata e soffice come forse nessun'altra del suo autore, e poi tipicissimi i Vedova, i Fontana e i Burri  presenti, credo tra i quali spicchi particolarmente il "Grande Nero di Plastica, di quest'ultimo, del 1964, nel quale la materia povera si rigonfia e quasi ribolle per mostrare quanto l'evento squisitamente materico sappia dare all'arte la propria individuale e nuova interpretazione, di senso quanto materia per la forma. Giuseppe Capogrossi esonda da sè nella mostra per l'essere gigantesco e ben collocato all'ingresso di ogni percorso, ma è opera davvero superiore alle tante altre sue, per respiro, e capacità d'impianto scenotecnico.
Medardo Rosso, Gaetano Previati e Adolfo Wildt, rispettivamente in "Ecce Puer" del 1906, "Fanciulli con cesti di frutta" del 1916 e "Pianto sulla porta chiusa" del 1915, aprono e chiudono l'intena mostra, assieme a Capogrossi, così saldandone gli estremi.

Il pubblico affolla la presentazione del curatore della mostra, Luca massimo Barbero, dell'intera iniziativa. Sullo sfondo il grande quadro di Giuseppe Capogrossi "Superficie 512", 200 x 300 cm, acquistato da Solomon Guggenheim ma mai giunto nella sua sede naturale. Oggi, per diverse vicissitudini, 
è a Roma, al Museo Nazionale d'Arte Moderna


Crediamo possano essere assai utili, mostre di questo genere, assieme al contesto descritto, della stuttura che le contiene, e della città tutta che l'ha saputa esprimere e che ne crea il contesto territoriate e urbano, tutto da conoscere e riconoscere, ad un turismo che alimenti altro e nuovo turismo, ad una economia che tutti sappiamo essere fondamentale per il nostro paese, proprio all'insegna di quell'"Economia della conoscenza" che anche l'assessore vercellese Giorgio Fossale ha saputo riconoscere e valorizzare con questa iniziativa, e che egli stesso vorrebbe si legasse alla produzione di nuovo e possibilmente ampio valore aggiunto. Certamente egli ha ben lavorato in tal senso avendo saputo creare nella sua città un modello che andrebbe riprodotto in tante altre "minori" realtà locali italiane.


La"Teca" dell'Arca, nella chiesa vercellese di San Marco, con il suo soffitto apribile e chiudibile che evidenzia le volte della chiesa ricca di preziosi affreschi. Il progetto è dell'architetto torinese Ferdinado Fagnola. 
La teca (l'Arca) è un parallelepipedo di piccole dimensioni. Essa misura soltanto 29 x 7,5 m e consente un percorso all'interno dei suoi ambienti lungo 110 m. Nonostante queste dimensioni contenute, dovute alle dimensioni della chiesa che la contiene, nella quale pure il pubblico entra per asmmirarne le pareti perimetrali, essa appare del tutto appropriata ad accogliere mostre di medie dimensioni, avendo ciò dimostrato, non solo in quest'ultima mostra della quale parliamo in questo articolo, ma anche in tutte le mostre che l'hanno preceduta, sempre allestite con misura e buon gusto, con armonia ed equilibrio

Noi faremo certamente in modo che ciò possa avvenire, utilizzando i mezzi di cui disponiamo, per dare il nostro contributo alla promozione della realtà culturale vercellese, e per indicare in questa città un polo di significative iniziative, entro un contesto di storia urbana ed artistica dalle origini lontane.

Enrico Mercatali

Vercelli, 26 febbraio 2011
(foto di Enrico Mercatali, se non indicato "dal catalogo della mostra)

18 February 2011

Alessandro Antonelli, il rivoluzionario architetto dell'800, è di casa tra Novara e Torino


Alessandro Antonelli, cupola di San Gaudenzio a Novara. In primo piano Casa Bossi Desanti
(foto di Enrico Mercatali)

ALESSANDRO ANTONELLI
LA CUPOLA NOVARESE DI SAN GAUDENZIO


"Essa costituisce un unicum nella storia dell'architettura mondiale e rappresenta una delle strutture murarie più ardite mai concepite"

di Elena Rame



Alessandro Antonelli - Quarto progetto per la cupola di San Gaudenzio, 1855 Novara, 
Archivio di Stato

Taccuini Internazionali ospita con piacere questo scritto, promosso dall'Agenzia Turistica di Novara nel 2008, col fine di divulgarne il contenuto (anche in lingua inglese, e condividendone lo spirito) allo scopo di riverberarne le finalità turistico-culturali anche oltre i nostri confini nazionali


L'idea di fornire un coronamento monumentale alla basilica di San Gaudenzio era nell'aria da tempo immemorabile, ma sarà solo dopo il 1825 che si creeranno le condizioni ideali per poter finalmente mettere mano al progetto. In quell'anno con un "brevetto" il Re Carlo Felice di Savoia concede alla Fabbrica lapidea, organo che ancora oggi cura la Basilica, il diritto di usufruire del ricavato di alcune imposte; nell'arco di qualche anno si riescono così a reperire i fondi per poter dare inizio ai lavori. Nel 1840 i fabbricieri prendono contatti con l'Antonelli e gli affidano la costruzione della cupola e il rifacimento della facciata della basilica: questo secondo punto non verrà mai completato e verrà realizzata solo la porta in noce con rosoni e teste in ferro fuso ancora oggi in uso.

La costruzione della basilica avvenne tra il 1577 e il 1656 su disegno di Pellegrino Tibaldi. Il campanile, progettato da Benedetto Alfieri, fu eretto fra il 1753 e il 1786. La cupola, che è il simbolo di Novara e che raggiunge i 121 metri di altezza, fu aggiunta tra il 1844 e il 1888 da Alessandro Antonelli. Nella basilica lo Scurolo custodisce l’urna con i resti di san Gaudenzio, primo vescovo della città. Le cappelle ospitano importanti opere pittoriche di Gaudenzio Ferrari (1475-1546), di Tanzio da Varallo, del Moncalvo, del Morazzone, del Fiammenghino (XVI-XVII secolo).


La prima versione della cupola è molto diversa dalla "cupola-torre" di 121 metri che oggi svetta sulla città, frutto di diversi progetti e di numerose piccole, grandi modifiche apportate dall'architetto durante gli oltre quarant'anni di cantiere.
L'estero della struttura è scandito da una "geometria di vuoti e di pieni" e da due colonnati che contribuiscono a dare la sensazione di ancora maggiore slancio; si riesce inoltre ad in tuire la successione di cerchi che la compone e che gradualmente sale verso il cielo.
La cupola è sostenuta da quattro coppie di archi in muratura che, disposti a quadrato, vanno ad innestarsi sui pilastroni d'angolo del presbiterio tardo cinquecentesco.


 La cupola antonelliana novarese vista dall'alto, dominante la città


In anni in cui altrove sta prendendo piede l'"architettura del ferro", l'Antonelli sceglie di utilizzare ben 2046 metri cubi di mattoni di provenienza esclusivamente locale, e dà un saggio dell'abilità delle maestranze novaresi.

L'impresa costituisce un unicum nella storia dell'architettura mondiale e rappresenta una delle strutture murarie più ardite mai concepite. I documenti del cantiere narrano di come l'architettoimponesse nei suoi capitolati che ogni materiale fosse di primissima qualità, così da evitare che la stabilità della sua "invenzione" venisse compromessa.

 Novara, San Gaudenzio: visione della cupola antonelliana dal basso


I lavori verranno completati entro 1887, anno in cui il vescovo potrà celebrarne la conclusione durante la festività patronale. Le operazioni di consolidamento di volte e sottofindazioni proseguiranno comunque fino all'anno successivo.
Anche la Cupola, come il Duomo, è in parte incompiuta: non verrà mai realizzato l'affresco su più livelli raffigurante il Trionfo di San Gaudenzio, così come non verranno mai collocate le statue a completamento del "guscio". Entrambe le proposte saranno abbandonate a causa della carenza cronica di fondi e dei rapporti, spesso burrascosi, tra l'architetto e gli amministratori.
Nella saletta attigua all'ingresso nella basilica, sede della Fabbrica Lapidea, sono esposti due splendidi modelli lignei originali utilizzati dall'Antonelli all'interno del cantiere.

Elena Rame