THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

08 February 2011

A Milano una mostra di delizie, dedicata a Giuseppe Arcimboldo


La statua alta 5 metri, in vetroresina, dell'artista contemporaneo americano Philip Haas, giganteggia davanti alla mostra milanese.
Esso è un omaggio ad una delle più note opere di Giuseppe Arcimboldo: l' "Inverno", ed inoltre ne rappresenta la culturale attualità.

(Foto di Enrico Mercatali)


ARCIMBOLDO ARTISTA MILANESE TRA LEONARDO E CARAVAGGIO

Giuseppe Arcimboldo, L' "Inverno", del 1563, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Milano, a Palazzo Reale, dal 10 febbraio al 22 maggio 2011

Giuseppe Arcimboldo, "Slitta con pavone", penna, inchiostro blu e acquerello, cm 15,7 x 18,75
Gabinetto Disegni e Stampe, Uffizi (Firenze)

L'artista moderno, anticipatore d' avanguardie sette, otto e novecentesche, è protagonista d'una mostra che richiamerà a sè visitatori da tutto il mondo
In questa immagine "Il bibliotecario", Olio su tela cm 97 x 71, dal Castello di Skokloster, Styrelsen, Svezia

Inaugura il prossimo 10 febbraio, a Milano, nelle sale di Palazzo Reale, una mostra tanto attesa, quanto eccellente, per la provenienza delle opere, e per il prestigio dell'equipe che l'ha curata e che ne ha realizzato il progetto.

Giuseppe Arcimboldo, Autoritratto, 1575, Penna ed acquerello blu su carta, cm 23 x 15,7, Narodni Galerie, Praga

La direttrice della Pinacoteca del Kunthistorisches Museum di Vienna, il prestigioso museo che ne possiede la maggior parte delle opere, assieme al Museo parigino del Louvre ne è la curatrice, in collaborazione con la qualificata composizione del Comitato Scientifico formato da Giacomo Berra, Giulio Bora, Chiara Buss, Silvio Leydi, Roberto Miller, Giuseppe Olmi, Caterina Pirina, Francesco Porzio e Lucia Tomasi Tongiorgi.

Giuseppe Arcimboldo, Progetto per costume "Il Drago", penna, inchiostro blu e acquerello su carta, 29 x 19 cm. Gabinetto Disegni e Stampe, Uffizi (Firenze)

Ciò che questa illustre compagine di esperti si è proposto è quello di ricomporre il contesto nel quale ha preso origine l'arte arcimboldiana, nel quale il panorama culturale ed artistico della Milano leonardesca, in pieno Cinquecento, ha avuto il suo massimo peso. Essa inoltre si è proposta di sondare le radici culturali nel quale si è mosso il giovane artista, nell'ambiente milanese, che lo hanno portato ad indagare e a sviluppare il tema della natura morta, che tanta parte lo ha formato, che è il tema che ha tanto avuto seguito poi, con Caravaggio, nel diffondersi come parte integrante di un metodo d'indagine che è all'origine di quel copione arcimboldese che ha avuto tanta fortuna nei secoli successivi in tutta europa, fino a diventare essa stessa matrice delle avanguardie artistiche novecentesche.


Giuseppe Arcimboldo, "L'Acqua", Dipinto ad olio del 1566, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Specie animali che compongono l'allegoria (vedi in basso la legenda):
PESCI: 1. Murena Murena (Teleostei)- 2, Mola Mola, Pesce luna (Teleostei)- 3, Hippocampus Hippocampus, Cavalluccio marino (Teleostei)- 4, Salmo Trutta (Trota adriatica) (Teleostei)- 5, Belone belone, Aguglia (Teleostei)- 6, Sciaena Umbra, Corvina (Teleostei)- 7, Exos Lucius, Luccio (Teleostei)- 8, Lota Elongata, Molva Occhiona (Teleostei)- 9, Cyclopterus, Ciclottero (Teleostei)- 10, Cyclopterus, Ciclottero (Teleostei)- 11, Botide (Teleostei)- 12, Labride, Labrus Tardus, Tordo (Telostei)- 13, Triglide, Capone (Teleostei)- 14, Triglide Capone (Teleostei)- 15, Agonus, Sorcio di Mare (Teleostei)- 16, Pegasus (Teleostei)- 17, Raja, Raja Clavata, Razza (Teleostei)- 18, Testa di un Teleosteo (Teleostei)- 19, Pesce Gatto- 20, Testa di Teleosteo- 21, Testa di Teleosteo dopo essicazione- 22, Testa di Teleosteo- 23, id.- 24, id.- 25, Pinna dorsale di Callyonimus, Dragoncello- 26, Pinna caudale di un Teleosteo- 27, id- 28, Branchie di un Teleosteo- 29, Pelle di Scylioirhinus canicula, Gattuccio, Selaci- 30, Squalo con barbigli (Eterodontide)- 31, Luccio, con branchie soprannumerarie.

ANFIBI: 32, Rana Temporaria- RETTILI: 33, Caretta caretta, Tartaruga Caretta (Chelonidi)- MAMMIFERI: 34, Pelagius Monachus, Foca Monaca (Pinnipedi)- 35, Testa di Foca (Pinnipedi)- 36, id.- 37, Figura di un Pinnipede somigliante a un anfibio- INVERTEBRATI: CNIDARI: 38, Corallium Rubrum, Corallo Rosso (Esacoralli)- 39, Profilo di Penna di Mare (Pennatulacei)- PLATELMINTI: 40, Planaria, Turbellari- ANELLIDI POLICHETI: 41, Anellidi della famiglia dei Phillodocidae- 42, Anellide non identificabile- CLITELLATI: 43, Irudineo, Sanguisuga marina- MOLLUSCHI: 44, Tritonium nodiferum, Tritone nodifero (Prosobranchi)- 45,Buccium, Boccino (Prosobranchi)- 46, 1d- 47, non identificabile- 48, Limacci (Polmonati)- LAMELLIBRANCHI: 49, Arca, Arca (Filibranchi)- 50, Cardium, Cardide (Eulamellibranchi)- 51, id- 52, Perla di Ostrica- 53, Perle di Ostriche- CEFALOPODI: 54, Sepia Officinalis, Seppia comune (Decapodi)- 55, Octopus, Polpo (Ottopodi)- CROSTACEI: 56, Squilla Mantis, canocchia (Oplocaridi)- 57, Astacus fluviatidis, gambero di fiume, Peracaridi Decapodi- 58, Palaemon, (cotto), Gamberetto, Perecaridi Decapodi- 59, Cancer Pagurus, Dormiglione, Peracaridi Decapodi- 60, Astacus Astacus, Gambero di fiume- ECHINODERMI: 61, Asteroideo- ECHINOIDEI: 62, Corona costituita da raggi il cui aspetto ricorda gli aculei di un Cidaroideo. OSSERVAZIONI: Il numero delle specie rappresentate è leggermente superiore al numero di specie identificate. Alcuni animali sono rappresentati in modo troppo msommario per permettere una diagnosi sicura. Si noterà che i diversi animali non sono rappresentati alla stessa scala. Alcini animali rappresentati non corrispondono a forme note. Taluni caratteri anatomici appaiono volontariamente modificati, in particolare gli occhi, che acquistano un carattere umanoide, sia per il mutamento della forma che per l'esagerazione delle dimensioni (Scheda tassonomica stabilita col concorso del Laboratorio di Ittiologia del Museo di Storia naturale di Parigi, di Pierre Noel e di Jean Depeche - Parigi)

Pur essendo, questa quasi lineare interpretazione critica ormai universalmente condivisa, alla base del successo anche più recente che le più importanti mostre organizzate sull'arte di Arcimboldi hanno avuto, ciò che oggi, in questa mostra milanese, l'equipe organizzativa intende fare è indagare nella direzione opposta, ovvero sulle ragioni che hanno portato gli effetti arcimboldiani ad originare tanto numerose imitazioni ed ispirazioni ad essi successive, guardando piuttosto al prima che al dopo, ovvero alle origini del suo percorso.

Giuseppe Arcimboldo, Il Giurista, 1566, Olio su tela, cm 64 x 51, Statens Konstsamlingar Gripsholm Slott, Svezia

Ecco perchè così determinanti sono le indagini lombarde, i legami con la cultura attorno alla quale Leonardo stesso ha operato, le officine artistiche milanesi nel periodo granducale del Moro, il confronto tra i disegni giovanili di Arcimboldo con l'illustrazione naturalistica lombarda tra i '4 e il '500, e l'importante ruolo che ha l'indagine scientifica sistematica, che ha avuto in Leonardo il massimo teorico, i cui studi volti a "tipizzare" le espressioni umane in base ai generi, all'età, ai caratteri, ecc., costituiscono la summa filosofico teoretica che in quegli anni è materia principalmente dell'artista, la cui figura riassume in sè ogni qualità di speculazione. E' nel fervore di questi elementi che cresce la figura d'Arcimboldo, il quale lo fa suo al punto da dedicarvicisi in modo quasi esclusivo, ponendo, certo inconsapevolmente, le basi di un futuro essere dell'arte assai longevo e persistente.

Giuseppe Arcimboldi, "Vertunno", ritratto di Rodolfo II d'Asbirgo (Imperatore del Sacro Romano Impero fra il 1576 e il 1612),
eseguito nel 1590, Olio su tavola cm 70,5 x 57,5, Sloklosters Slott, Svezia

E' questa l'occasione, con Arcimboldi in mostra, per approfondirne i temi, i caratteri e soprattutto il piacere visivo che vi si accompagna!

Forse anche per questo la mostra è anche una occasione per avvicinare i ragazzi all'arte, perchè essa sà far loro sorridere. Così dice infatti, per promuoverla presso i giovani visitatori, il "Giorno dei ragazzi":
"Arcimboldo artista milanese -Tra Leonardo e Caravaggio": Arcimboldo nacque a Milano nel 1527, al secolo Giuseppe Arcimboldi, figlio di Biagio, pittore alla Fabbrica del Duomo. Figlio d'arte dunque, ma classico caso in cui il pargolo supera il padre-maestro per fama e bravura. A Milano conobbe l'arte di Leonardo, dal quale ha tratto ispirazione, si dice, soprattutto dalle sue caricature di teste umane; caricature che l'Arcimboldo elabora in modo originale, usando i frutti della Natura per comporle. Estro che lo porta a essere tra i primi a lanciare un nuovo tema pittorico, quello della "natura morta".
Giuseppe Arcimboldo, "l'Ortolano", Natura morta reversibile, 1590, Olio su tavola, cm 35 x 24, Museo Civico Ala Ponzone, Cremona

Qui per me il motivo dei sorrisi: non perché tale natura sia ridicola in sé, ma per la fantasia di essere rappresentata in modo così "vivo"! Comunque, proprio il tema della natura morta a sua volta ispirerà Michelangelo Merisi, il Caravaggio, nato in questa stessa città e che alle origini della famiglia (Caravaggio, appunto, in provincia di Bergamo) deve il suo soprannome.
Giuseppe Arcimboldo, "l'Ortolano", Natura morta reversibile, 1590, Olio su tavola, cm 35 x 24, Museo Civico Ala Ponzone, Cremona

A Palazzo Reale oltre ai dipinti più famosi dell'Arcimboldo (il ciclo dei Quattro Elementi, delle Quattro Stagioni, le teste "reversibili", cioè guardabili anche sottosopra) ci saranno anche bozzetti e disegni di Leonardo e Girolamo della Porta, oltre a un'opera di un artista contemporaneo, l'americano Philip Haas: 5 metri di vetroresina, ovviamente ispirati al bizzarro pittore milanese."

Giuseppe Arcimboldo, " Il Fuoco " , 1566, Olio su tavola cm 66,5 x 51, Gemaldegalerie, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Così invece si dice su "La Repubblica: "È entrato nella leggenda dell'arte con i suoi trionfi di frutta e verdura, cascate di mele e peperoni rossi orchestrati sulla tela a formare volti di nobili titolati, dame con gli occhi a forma di gamberetto, cavalieri con elmi di melanzane e cortigiani con gorgiere di asparagi ed erbette. Arcimboldo, il pittore del Cinquecento milanese, s'era inventato un genere in bilico fra la ritrattistica e la natura morta.
Giuseppe Arcimboldo, progetto per costume: "Cuoco", penna, inchiostro blu e acquerello su carta, cm 30,5 x 20, Gabinetto Disegni e Stampe, Uffizi, Firenze

Cosa per cui è diventato famoso, ma che ha contribuito a consegnarlo alla storia come un grande caricaturista, anche se, in realtà, la sua vicenda è ben più complessa. Lo rivela la mostra “Arcimboldo – Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio” a Palazzo Reale prodotta dal Comune di Milano e Skira in collaborazione con il Kunsthistorisches di Vienna (da cui arrivano molte opere esposte). Capolavori suoi e di autori che ne intrecciarono la storia, utili a restituire il clima di un'epoca segnata dall'industria del lusso nelle più ricche corti d'Europa.
Orari: 09.30-19.30 (lunedì 14.30-19.30; giovedì e sabato 09.30-22.30). Fino al 22 maggio.

Enrico Mercatali
Milano, 8 febbraio 2011

02 February 2011

Memorie di Adriano


MEMORIE DI ADRIANO

- Ivrea, la città-fabbica democratica di Olivetti -
Una meta piemontese che il turismo internazionale deve saper rilanciare




Sopra al titolo: il moderno ampliamento delle Officine ICO, realizzate a Ivrea tra il 1939 e il '42 da Figini e Pollini. Il clima creatosi ad Ivrea in quegli anni era tale che i dipendenti che entrano nella fabbrica sono pervasi da un nuovo sentimento di appartenenza.
Qui sopra: All'uscita della nuova "Valentina" disegnata da Ettore Sottsas, portatile leggera degli anni '60, la campagna promozionale si avvale di nuove e sofisticate tecniche comunicative, basate sì sui gusti del pubblico, ma anche sul diffondersi unanime d'un condiviso bisogno di cultura nuova, che sapeva ribaltare in positivo antiche paure e frustrazioni.



Il Museo-Ivrea vive da qualche anno ma non sembra così vivo come lo si sarebbe voluto, dato che non molto se ne sente parlare se non si è eporediesi. La stampa è da tempo che ignora o quasi l'argomento e il silenzio totale incombe sulle promozioni turistiche. Chissà poi all'estero com'è la situazione, dato che poco appare dai baedekers, ed ancora meno forse nei periodici dedicati al solo turismo: che non sia più considerata meta turistica degna di nota?... neppure dal turismo cosiddetto culturale?, che non siano faccende di puro specialismo, ancora, che riguardi gli architetti, o giù di lì.

Luigi Figini e Gino Pollini, disegno di un tratto della lunga facciata in acciaio e vetro della nuova
fabbrica Olivetti di Ivrea, su via Jervis, la cui costruzione è stata vviata alla fine degli anni '3o.
La nuova architettura razionalista italiana, ispirata dalle prime esperienze concrete del Bauhaus,
e dalle nuove teorie internazionali dei CIAM (congressi internazionali di architettura moderna),
muove i suoi primi passi proprio ad Ivrea, nutrendosi d'entusiasmo e diffondendo vitale ottimismo.


Noi di Taccuini Internazionali riteniamo che la situazione, se è così come descrita perchè a noi così appare, non sia davvero lusinghiera, e che occorra fare di più per rendere omaggio al grande sogno democratico olivettiano, e per accrescere interesse di tipo non solo specialistico, ma turistico di larga fascia, attorno alle sue realizzazioni , quelle realizzazioni che fecero di Ivrea, a partire dagli anni '30, una fucina di iniziative che coinvolsero le logiche produttive, gli ambienti di lavoro, le strutture sociali, l'idea stessa di tempo libero, così che il tutto potesse tradursi in una nuova idea di città, in una nuova architettura, ma anche e soprattutto in una nuova idea di società, e in nuovi stili di vita per le classi lavoratrici divenute protagoniste del divenire stesso dei nuovi assetti sociali.

La nuova Corporate Identity Olivetti, (Xanti Schawinsky , Giovanni Pintori, Marcello Nizzoli, Renzo Zorzi, Walter Ballmer, Giovanni Ferioli), ha tovato, a partire dagli anni 50 il supporto di una grafica e una cartellonistica pubblicitaria capace di una vera innovazione del gusto che ha reso il prodotto Olivetti identificabile per la prima volta come prodotto dalle qualità tecnologiche elevate appetibile ed accessibile alle grandi masse. In questo manifesto esso diventa un oggetto-regalo.

Oggi tutto ciò appare talmente lontano, nel tempo e nello spazio, e digerito dalla storia, che sembra impossibile come un capitolo tanto importante, non solo della cultura industriale, sociale ed economica, del nostro paese, ma anche e fondamentalmente artistico, a livello planetario, abbia potuto essere tanto trascurato negli ultimi anni, così da non risultare oggi più così appetibile quale meta turistica italiana di primaria importanza, come invece dovrebbe essere (soprattutto da quando non sono più solo le bellezze dell'antichità o della storia dell'arte propriamente detta, a determinare i percorsi del turismo internazionale).

Un ritratto di Adriano Olivetti davanti ai nuovi ampliamenti della ICO, costruita sui nuovi valori della città-fabbrica democratica, da lui stesso propugnati e diffusi attraverso le pagine della rivista Comunità, da lui stesso fondata nel 1952, diretta da Renzo Zorzi

"Mamivrea" si autodefinisce "Museo virtuale" in quanto esso non è fatto di opere appese ai muri di una istituzione museale o di una galleria d'arte, ma è la città stessa che si fa museo di sè stessa, composta come è in gran parte da edifici che sono divenuti parte integrante della storia dell'architettura moderna nel mondo, e simbolo stesso di un'epoca, quella che Adriano Olivetti ha fortemente marchiato della sua forte personalità di imprenditore illuminato, esperto in tema di urbanistica, architettura e design, e propugnatore di una "etica della fabbrica" che portasse in primo piano le tematiche sociali come parte integrante di un nuovo modo di produrre.

Ivrea, l'ala più vecchia delle officine ICO (Ingegner Camillo Olivetti, padre di Adriano, fondatore dell'azienda eporediese)

Fu un periodo, quello nel quale Adriano, continuando l'opera del padre, mise mano in prima persona alla sua grande "utopia della realtà", nel quale si avviarono ad Ivrea le produzioni di avanguardia nel campo della strumentazione per l'ufficio, con le calcolatrici e le macchine per scrivere che riempirono i mercati di tutto il mondo, capaci di unire, in prodotti unici nel loro genere, l'eccellenza tecnologica alle qualità estetiche, nate dalla collaborazione, che fu tra le prime in tutti i mercati mondiali, tra tecnici e designers di fama mondiali.

Una dei primi manifesti pubblicitari della Olivetti, all'epoca delle officine ICO (Ing Camillo Olivetti), 1896

Fu appunto in quell'angolo di mondo che era Ivrea ove nacque il design moderno, e dove si sperimentarono i più innovativi criteri della nuova urbanistica, basata sui principi sanciti dai CIAM (Congressi Internazionali di Architettura Moderna), e dove si trovò campo fertile per la sperimentazione delle teorie della moderna sociologia olivettiana. Fu quello anche il campo nel quale si avviarono gli esperimenti più efficaci nel campo della comunicazione e della promozione, secondo tecniche fino a quel momento mai sperimentate in modo tanto concentrato e ricco di contrubuti autorevolissimi.

La Divisumma MC 24 del 1956, privata della sua scocca. E' stata la calcolatrice elettromeccanica più venduta nel mondo. La calcolatrice elettromeccanica scrivente Divisumma 24 è il risultato di uno straordinario e complesso insieme di meccanismi cinematici. Progettata da Natale Capellaro con design di Marcello Nizzoli e prodotta dal 1956, la Divisumma era all'avanguardia tecnologica per i suoi tempi; ebbe uno straordinario successo commerciale in Italia e sui mercati internazionali. L'innovazione tecnologica e l'eccellenza del prodotto consente di praticare prezzi molto remunerativi: nel 1957 la Divisumma è venduta a 325.000 lire, quando l'acquisto di una FIAT 500 costava 465.000. Per la Olivetti la macchina, rimasta sul mercato per circa 15 anni, si rivela una vera miniera di redditività: il margine lordo, infatti, almeno nei primi tempi si avvicina al 90%. (Fonte: archivio storico Olivetti)


La rivista Comunità, edita dalle Edizioni di Comunità, fondate da Adriano Olivetti nel 1946, fu il banco di prova per i più illustri nomi dell'epoca in campo sociologico, economico, didattico, artistico, urbanistico, architettonico, grafico, progettuale, storiografico, nello sperimentare le nuove teorie.

Ivrea, gli stabilimenti Olivetti in una cartolina storica, ove è rappresentata la via Jervis, con le nuove officine di Figini e Pollini del 1939-42. Numerose Fiat "Topolino" e "Giardinetta" già presenziano sui marciapiedi, delineando l'immagine consumistica che la modernità stava assumendo anche agli occhi di una classe lavoratrice che, fino a quel momento, non aveva neppure potuto pensare di potervi appartenere. Il prodotto Olivetti, in questo scenario, assumeva le medesime valenze.

In campo sociale Adriano fu sempre ispirato all'idea di rendere il benessere dei suoi dipendenti parte integrante delle nuove filosofie applicate alla fabbrica. Fu tale il suo impegno che nel 1956 Adriano Olivetti ridusse ufficialmente l'orario di lavoro dei suoi dipendenti dalle 48 ore alle 45 ore settimanali, cosa che oggi fa addirittura rabbrividire confrontando la situazione socioeconomicha e politica che stiamo vivendo con quella di allora. E tale risultato fu una delle componenti del benessere generale che la fabbrica voleva offire alla città, che quasi per intero era impiegata all'Olivetti, assieme ai grandi benefici di cui i cittadini potevano godere, anche fuori dall'orario di lavoro.

Olivetti Studio 42, del 1935, disegnata da Xanti Schawinsky con Figini e Pollini. Essa fu la prima vera e propria portatile della storia

Era quella una fucina di idee che si incrociavano sulle pagine della rivista mensile e che si misuravano su un campo reale di messa a punto che era appunto Ivrea con le sue fabbriche, con i suoi uffici, con le sue nuove scuole, con i suoi nuovi centri sociali, con le sue strutture per lo svago ed il tempo libero, con i suoi nuovi quartieri residenziali nati attorno alle esigenze biunivoche della grande fabbrica e delle classi lavoratrici in via di emancipazione.

Manifesto pubblicitario della Lettera 22, disegnata da Marcello Nizzoli nel 1950. Essa divenne famosa perchè fu lo strumento di lavoro di Indro Montanelli (grande giornalista e scrittore italiano, 1930-2006). Il manifesto è di Giovanni Pintori.


Del museo virtuale si parla ad Ivrea da quando, nel 1996, l'amministrazione cittadina ha incaricato alcuni studiosi di procedere alla messa a punto di un progetto che vedesse divenire reale la volontà di far rinascere l'interesse per le opere che avevano fatto di Ivrea, a partire dagli anni '30, un luogo unico al mondo. Solo nel 2000 si potè ufficialmente dare avvio a tale iniziativa mediante l'attività dell'associazione Archland, destinataria del compito di catalogare le opere, progettarne il museo, curarne la comunicazione e gestirne i servizi, per vedere poi nascere il Museo Virtuale dell'Architettura Moderna di Ivrea nel 2001 (Mamivrea.it). Nel 2007 si sono raggiunti 3000 visitatori al mese, superando la soglia di 90 visite al giorno.

Di Figini, Pollini e Fiocchi questo è il terzo ampliamento delle officine Olivetti, del 1949, caratterizzato dai frangisole in cemento

In cosa consiste la collezione del Museo? Essa è costituita prevalentemente dagli edifici dell'architettura moderna e razionalista creata da Adriano Olivetti con gli architetti Figini e Pollini. Ma prima di queste la vecchia fabbrica che fece Camillo Olivetti nel 1896. Dall'architettura razionalista le parti più significative sono: il primo ampliamento delle vecchie officine ICO (Ingegner Camillo Olivetti), realizzate da Figini e Pollini tra il 1934 e il '39. Tra il '39 e il '42 il secondo ampliamento, caratterizzato dalla lunga facciata completamente vetrata su via Jervis, anch'esso di Figini e Pollini. Tra il '47 e il '49 il terzo ampliamento ne completò la lunga facciata su via Jervis (Figini e Pollini) e ne aggiunse una parte interna (architetto Fiocchi).

Una foto della corte interna del Nuovo Centro dei Servizi Sociali su via Jervis, realizzato da Figini e Pollini nel 1959. Sullo sfondo si vedono le officine del Primo Ampliamento del '39-'41. Questo edificio denota già la nuova tendenza brutalista del cemento a vista.

Dal '57 al '62 la nuova ICO, e il nuovo corpo di collegamento completarono gli interventi su progetto di Figini e Pollini, mentre i nuovi interventi furono avviati dall'architetto Vittoria, col Centro Sudi ed esperienze, con la nuova centrale termoelettrica. Poi nel 1959 Figini e Pollini fecero il nuovo centro sociale e nel 1961 Gardella fece la mensa.

Ignazio Gardella, la nuova mensa Olivetti, realizzata nel 1961. Completate le officine, l'asilo nido ed il nuovo Centro Sociale, Ivrea incomincia a dotarsi, per iniziativa di Adriano Olivetti, di nuove strutture, quale questa mensa, di uffici, e di numerosi quartieri residenziali e commerciali finalizzati a rendere completa in ogni sua parte la città-fabbrica, secondo i più avanzati modelli teorici. Ivrea diviene in pochi anni banco di sperimentazione di nuove politiche territoriali mostrandosi al mondo quale modello planetario

Oltre all'area della grande fabbrica, a Borgo Olivetti, nel 1941, sorsero l'asilo nido, e nel '42 i primi alloggi, per mano ancora di Figini e Pollini. Dal 1942 al 1974 venne realizzato il quartiere di Castellamonte, con numerosi nuclei di alloggi sperimentali, per la mano di Figini e Pollini, di Nizzoli e Oliveri e di Gabeti e Isola, tutti sommi architetti italiani che ebbero incarico direttamente da Adriano Olivetti. Tra il 1964 e l'88 vennero realizzati i principali edifici per uffici, per mano degli architetti Bernasconi, Fiocchi, Nizzoli e Valle.

Centro di Servizi Sociali e Residenziali Est (divenuto poi Hotel La Serra) degli architetti veneziani Iginio Cappai e Pietro Mainardis. L'edificio, che per molti motivi può ricondurci al Beauburg parigino di Renzo Piano, è stato eseguito ad Ivrea circa 10 anni prima.

Dal 2008 ad oggi si sono date avvio, al Mamivrea (http://www.mamivrea.it/collezione/cronologia.html), alle sezioni riguardanti il design Olivetti ed i prodotti della comunicazione grafica e pubblicitaria.

A coronamento dell'attività che Adriano Olivetti svolse, nel 1957, la General Menagement Association di New York gli assegna uno speciale premio per "l'azione di avanguardia nel campo della direzione aziendale internazionale".

Considerato da tutti un capolavoro, il negozio che Adriano Olivetti ha personalmente voluto a Venezia, in Piazza San Marco, dalle mani di Carlo Scarpa. Dopo decenni di abbandono, oggi il negozio è stato restaurato e dato in gestione al FAI che lo aprirà al pubblico

La Olivetti arrivò ad avere più di 36.000 dipendenti, di cui metà all'estero.

Ivrea, 5 febbraio 2011
Enrico Mercatali

16 January 2011

Scultura e architettura


SCULTURE DA ABITAREe
ARCHITETTURE COME OGGETTI D'ARTE


Oggi fa tendenza sfumare i confini tra scultura e architettura, quasi a volerne identificare i rispettivi processi creativi assiemandoli nell'univoca scia delle pur originariamente distinte matrici linguistiche.
Un articolo di Massimiliano Fuksas apparso sul numero 3 del settimanale L'espresso, del 20 gennaio 2011, nel quale si considera quanto i confini tra le diverse forme di espressione utilizzate negli ultimi trent'anni si siano affievoliti (cosa che ha senz'altro qualche elemento di verità), ci ha portato a confrontare le teorie che stanno alla base delle rispettive tendenze d'espressione, sia nel campo artistico puro, con particolare riguardo alla scultura, sia nel campo dell'architettura, le quali hanno teso a rendersi omogenee nei due campi fino a farli divenire molti simili , specie in talune loro accezioni particolari.


Già in un nostro precedente articolo, su queste stesse pagine (6 novembre 2010 "Il contenitore e il contenuto"), avevamo messo in evidenza quanto più vasto d'una volta sia divenuto oggi il territorio della scultura, nelle sue espressioni più recenti dell'avanguardia, e quanto spesso accada che talune forme di scultura tendano ad assimilarsi a quelle architettoniche, specie quando in esse vengano considerati parte dell'esperienza fruitiva tridimensionale, gli spazi interni che in esse vi si siano ricavate, e si è invitati ad accedervi, a "viverle".


L'argomento credo sia più ampio di quanto si possa pensare a prima vista, trattandone gli aspetti più evidenti, in quanto ai temi del linguaggio (oggi particolarmente in auge: vedi libri quali: La manomissione delle parole Gianrico Carofiglio - Rizzoli) che sono all'origine della maggior parte della mutazione dei segni che regolano oggi la comunicazione dei concetti di cui viviamo, siano parole oppure oggetti che ci circondano o spazi nei quali viviamo, trattasi comunque dei linguaggi che si usano per comunicare regole, comportamenti, azioni, e che a loro volta condizionano le relazioni interindividuali e sociali, permeando di sè la vita stessa che viviamo.

Nonostante che abbiamo grande stima per Fuksas e per molte delle opere che egli ha realizzato (molte delle quali già pubblicate da TACCUINI (vedi le Distillerie Nardini nell'articolo "Cattedrali del Vino" & "Nuove Cantine d'autore") ciò che egli sostiene riguardo alle relazioni tra architettura e scultura, nasce dall'equivoco che per lui l'architettura aspira a diventare oggetto d'arte, ed è per questo che essa tende ad essere scultura, una grande scultura che, anzichè disporsi all'interno di uno spazio ben definito che la raccolga, interno o interno che sia, tenda alla dimensione urbana, o territoriale, inserendosi in un contesto fatto di altre, di tante altre sculture che appaiano gigantesche alle persone che tra loro vi si immergano, o che le osservino come sky line metropolitano se vi sono a distanza.

Noi di TACCUINI non condividiamo affatto questo modo di vedere l'architettura.
E' pur vero che Fuksas, come nello stesso già citato articolo sostiene, prende le distanze dalle analoghe condizioni, si pure a volte alla più piccola scala, nelle quali si vuole porre la scultura d'oggi, quando aspiri ad essere simile all'architettura, quando si voglia porre come "spazio da vivere", come contenitore da sperimentare al suo interno. E tali distanze si fanno ben apprezzare quando si sostiene che tutt'altra e ben diversa complessità l'architettura debba affrontare, per diventare tale, e di buona qualità, a differenza dell'ambito assai più ristretto nel quale la scultura si muova per darsi un territorio autonomodi disciplinarità.

Ma, nonostante tali distinguo certamente logici, perfino ovvi, che il critico di Repubblica esplicita, egli sembra aderire a quella corrente che oggi permea tutto il dibattito moderno che ruota attorno all'architettura, la quale tende oggi ad esaltarne in primo luogo i caratteri di fisica "oggettualità," che la assimilano a qualcosa che attenga alle tecniche scultoree piuttosto che a quelle d'altri campi dell'operare umano.
Noi crediamo invece che l'architettura sia piuttosto "sistema di spazi", o "sistema di relazioni" , il che la allontanerebbe dalle logiche dell'operare artistico e dalle sue specifiche tecniche, avvicinandola piuttosto a quelle dell'operare delle scienze umane, una volta che queste sappiano diventare, attraverso l'uso di tecnologie nuove, materiale capace di imporsi almeno pariteticamente alle tecniche espressive dei nuovi linguaggi estetici, in un mix sempre capace di non perdere di vista l'idea che debba diventare un habitat. Sociologia e psicologia, ancora, perciò, nella definizione d'un sistema degli spazi, piuttosto che semplicemente oggetti scultorei capaci di ben rappresentare il suo autore. Architettura e scultura.

Noi propendiamo decisamente per riallontanarne i significati, e le rispettive essenze, per ridare pieno ed autonomo significato alle opere scultoree e a quelle dell'architettura. Questa confusione di ruoli e di significanze secondo noi non ha fatto che danni all'architettura di oggi, ed è davanti agli occhi di tutti quanto spaventosi sono diventati oggi i paesaggi urbani, colmi come sono diventati di "sculture". Esse sono diventate il campionario delle sculture degli archistar, e musei all'aperto delle loro più spinte bizzarrie, davanti alla totalmente disarmata incapacità di tutti di fermarne il nefasto processo di proliferazione, che ha snaturato i volti delle città, talvolta riuscendo perfino, come sta accadendo nella città di Milano, ad esempio, a modificarle tanto da renderle irriconoscibili (analoga cosa invece non è successa, o non ancora successa, nella città di Torino, che, per i più diversi motivi, ha saputo difendersene)

Enrico Mercatali
Lesa, 18 gennaio 2011


13 January 2011

Torino città del cinema-Grugliasco capitale del cinema



"TORINO CITTA' DEL CINEMA - GRUGLIASCO CAPITALE DEL CINEMA".

STORIA E ATTUALITA' DELL'AREA CHE FU NEL 1913 DI PHOTO DRAMA PRODUCING COMPANY OF ITALY, OGGI PARCO CULTURALE, SEDE DI ATTIVITA' ESPOSITIVO MUSEALI, TEATRALI, MUSICALI E DIDATTICHE.

Sopra: Locandina esposta nella Mostra collaterale al Convegno tenutosi a Villa Ghirlanda Silva in Cinisello Balsamo nell'anno 2005, intitolato "Giardini, contesto, paesaggio - Sistemi di giardini e architetture vegetali nel paesaggio. Metodi di studio. valutazione, tutela". In essa si illustra l'esperienza cinematografica di Grugliasco (Torino), di Photo Drama Producing Company of Italy, e i risultati del programma di recupero dei suoi edifici storici, risalenti al 1913, e della preesistente Villa Boriglione, entro il nuovo Parco Culturale "Le Serre", destinato al riuso degli stessi a sedi di cultura, spettacolo, didattica e tempo libero (grafica di Roberto Petruzzelli).
Sotto al titolo una immagine dell'interno dell'edificio Nave, oggi riportato in vita, assieme agli altri edifici dell'antica cittadella del cinema, quale sede di attività espositive e di eventi culturali della città. La ristrutturazione dell'edificio è stata realizzata da Mercatali e Partners di Milano (Arch. Enrico Mercatali, con gli Ingegneri Sergio Tattoni e Giacomo Della Volta, e l'Ing. Alberto Zambelli)

Nei primi anni del Novecento esisteva a Grugliasco la casa cinematografica Photo Drama, realtà solida e qualificata del panorama torinese.
Ne "La Vita Cinematografica" (rivista specialistica del tempo) veniva definita come: "lo stabilimento più vasto, più grandioso che esista in Italia: ha una splendida dotazione di scenari, mobili ed attrezzi: è costruito secondo i criteri della più esigente modernità. Vi si potrebbero, con poca spesa, dato il completo materiale di ogni genere che il suo teatro contiene, fabbricare rapidamente numerosi ed ottimi films".
Frammentarie ed imprecise sono però le notizie pervenute sull'attività della Photodrama fondata da George Kleine.

Sopra: Due immagini di Villa Boriglione dopo il restauro e la ridestinazione funzionale
(progetto del recupero dell'Arch. Jacopo Chiara e dello staff dell'Ufficio Tecnico comunale di Grugliasco.
Le fotografie sono di Enrico Mercatali)

Grugliasco: Un disegno aereo del centro cinematografico di Photo Drama Producing Company of Italy, completata nel 1913, e realizzata secondo il progetto di George Kleine su un'area compresa tra Torino e Rivoli. L'area, dopo il primo conflitto mondiale, è divenuta sede delle Serre della Città di Torino, e poi Scuola per Giardinieri, e successivamente ancora, nel 2000, Parco Culturale Le Serre, quale sede di attività culturali, musicali, cinematografiche, teatrali ed espositivo museali, su progetto di Mercatali & Partners di Milano.
Sotto, una fotografia dell'epoca, realizzata probabilmente con un mezzo aereo, della cittadella cinematografica di Grugliasco, nella quale sono visibili l'antica Villa Boriglione, trasformata in sede di rappresentanza e uffici amministrativi della società Photo Drama, lo Chalet Allemand in primo piano e il padiglione in ferro e vetro destinato alle riprese esterne. In lontananza, si vedono anche l'edificio (oggi denominato Nave) destinato ai servizi scenici, tecnici, impiantistici e ai camerini per gli attori, ed ancora la palazzina per lo sviluppo delle pellicole.


Kleine iniziò a creare opportunità e preparare piani per affiancare, nei suoi films, i migliori talenti europei ed americani; a tale scopo acquistò una bella villa contornata da un bellissimo giardino nei pressi di Torino: Villa Boriglione (a Grugliasco - Torino), comprata nel 1913 insieme ad Alfredo Gandolfi e ad Alberto Stevani. All'interno del parco intorno alla Villa vennero costruiti teatri di posa e laboratori, magazzini per i costumi, gli arredamenti, le scenografie, le attrezzature per lo sviluppo della pellicola. Si realizzarono in particolare un grande teatro di posa in metallo e vetro, uno chalet svizzero (per le scene alpine), un altro chalet in stile tedesco e il "giardino d'inverno".
Nel 1927 la Città di Torino acquistò la villa, il parco e alcune delle strutture rimaste della Photodrama installandovi la Scuola per Giardinieri "G. Ratti" e le Serre comunali. Nel 1985 l'intero complesso fu ceduto dalla Città di Torino al Comune di Grugliasco e dal 2000 "Le Serre" sono divenute sede di un parco culturale multidisciplinare, destinato ad ospitare mostre, eventi, rassegne e laboratori dedicati alle arti figurative, al cinema, al teatro ed alla musica.
Il luogo, all'epoca in cui fu acquistato da Kleine, ben si adattava per essere usato come studio di produzione su larga scala della "Photodrama Producing Company Italia". Qui il produttore americano fece costruire anche grandi locali per la realizzazione di costumi, laboratori di carpenteria e di pittura, fondali scenografici interni e scenari naturali esterni, creando così uno stabilimento di produzione del tutto autosufficiente. Sfortunatamente gli studi furono terminati solo sessanta giorni prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale ed il sogno di Kleine di girare in questa piccola Cinecittà non fu mai realizzato. La guerra forzò Kleine a interrompere la sua attività in Europa nel 1914 e a confinare le sue produzioni verso speculazioni americane.

Sopra e sotto: Due immagini, una esterna (il lato Nord) ed una interna dell'edificio Chalet Allemand, realizzato da Photo Drama Producing Company of Italy nel 1913 in forme di architettura alpina, finalizzato alle particolari esigenze di ripresa cinematografica.
(L'edificio è stato restaurato ed interamente ristrutturato staticamente , quindi rifunzionalizzato quale Teatro Sudio, centro di produzione e rappresentazione teatrale, nonche sede per conferenze e dibattiti, dallo studio Mercatali & Partners - Arch. Enrico Mercatali, con gli Ingegneri Sergio Tattoni e Giacomo Della Volta, e l'Ing. Alberto Zambelli)


La realtà cinematografica di Grugliasco, nonostante notizie incerte e frammentarie, appare in numerosi testi di ricerca, come si può facilmente evincere dalle seguenti citazioni:
"Dal 1914 riscopriamo il film unico Il suicidio sublime (soggetto V. E. Bravetta, regia R. Tolentino, operatore N. Chiusano, interpreti I. Gramatica, U. Mozzato). Di questo film ci appare quanto mai strana la tripla citazione contenuta ne Storia del Cinema Muto Italiano di M. A. Prolo. La prima attribuisce la produzione alla Photodrama, la seconda alla Film D'Arte italiana di Roma (priva peraltro di indicazioni riguardanti i realizzatori) ed infine la terza alla Leonardo Film di Torino (nel 1915 e con la presenza delle stesse maestranze ed attori citati in precedenza). Si potrebbe pensare ad una concorrenza tra le prime due case di produzione ed eventualmente ad una riedizione nel caso della terza.
Le stesse maestranze della Photodrama (Tolentino, Bravetta e Chiusano) le ritroviamo nella Latina Ars di Torino, con i seguenti film: La nave della
morte; La rivolta del bronzo; Il dottor Antonio da G. Ruffini; Sull'altare della Patria; Il mio Diario di Guerra.

Grugliasco (Torino): Il padiglione di ferro e vetro, interno all'area già appartenuta alla Photo Drama Producing Company of Italy, sede delle riprese cinematografiche, oggi non più esistente. Sullo sfondo si intravede lo Chalet Allemand, costruito da Photo Drama in stile alpino tedesco appositamente per le riprese di un film già in programmazione. Le attività di Photo Drama sono state arrestate dall'inizio del primo conflitto mondiale, che fece naufragare ogni iniziativa produttiva già intrapresa, proprio al termine dei lavori per la realizzazione del centro, allora tra i più innovativi d'Europa

Quest'ultimo film, tratto dal diario di un prete cappellano morto nel Primo Conflitto Mondiale, provocò numerose polemiche a cui diedero ampio risalto i giornali cittadini. I fatti: Padre Semeria negò di aver ceduto i diritti al Cav. Tolentino Direttore della Latina Ars, il quale replicò di aver in precedenza informato il suo interlocutore del proprio progetto. Il film fu un clamoroso successo e Padre Semeria non si fece più vivo. Questa vicenda si può forse ritenere fra i primi esempi di successo avvalorato da uno scandalo cittadino. All'epoca la Latina Ars era ritenuta tra le più valide case di produzione esistenti (II° semestre 1915).
Dalle ricerche effettuate la stessa casa di produzione sembra essere costituita sulle sorti della Photodrama. Inoltre sembra strano che il Cav. R. Tolentino, V. E. Bravetta e N. Chiusano potessero lavorare anche per la Leonardo Film. L'unica spiegazione accettabile può essere quella che vi era un'altra casa di produzione gestita e controllata sempre dallo stesso Tolentino. Spiegazione, questa, che non può trovare conferma in quanto la Storia del Cinema Muto Italiano si conclude nel 1915 e pertanto risulta difficile ricostruire le sorti di Tolentino, delle sue case di produzione ed il ritrovamento dei film".

Fonte: Grugliasco Cinema – Galleria Le Serre – Padiglione Fert Esposizione materiali e proiezione filmati del cinema muto – 23 giugno – 19 luglio 1987

"In quegli anni sorsero a Torino altre case di produzione: la Carlo Rossi & C., più tardi Sciamengo e Pastrone per trasformarsi poi, nel settembre 1908, definitivamente in Italia Film; la ditta Ottolenghi (che nel 1907 diventò Aquila Film); la Pasquali e Tempo (dall'agosto 1910 Pasquali & C.) in via Giacinto Collegno 46 e via Brugnone 22; l'Unitas in via delle Scuole 5, poi in Strada Pellerina 355; la Navone Film in via Romani 17; la Savoia Film in via Asti 20; la Centauro Film; la Volsca Film; la Geymonat Film; la Gloria Film; la Corona Film; e ancora la Eula Film, la Fip (Fabbrica Italiana Pellicole) in via Superga 10; nel 1914 la Giglio Film, la Leonardo Film, in via Sagra di San Michele 47 che tentò addirittura la pubblica (http://www.effettonotteonline.com/news Realizzata con Joomla! Generata: 29 March, 2010, 12:25) vendita di azioni per autofinanziarsi; la Photo Drama a Grugliasco; la Vidali Film; poi, nel 1915, la Benzi Film; la Bonnard Film; la Caserini Film; la Comoedia Drama Film in via Cavour 2; l'Etoile Film in via Saluzzo 17; la Fotocelere Film (che rilevò la Navone Film); la Gladiator Film; la Latina Ars in Via Roma 29; la Niagara Film; la Padus Film in via Canova 52; la Re Film; la Victor Film in via Cavour 14; la Scalera Film; l'Ardita Film (manifattura pellicole) in via Asti 6; la Victoria Film in via XX Settembre 37; la Vitè Film; infine tra le ultime a nascere la Pittaluga e la Fert (nelle quali confluirono le forze di altre ditte secondarie) concludono questo elenco che considera solo le Case che ebbero una produzione ufficiale e quasi
sempre regolare durante la loro esistenza e non altre scomparse subito con il miraggio di facili guadagni talvolta nel giro di pochi mesi.

Il cinema era diventato per Torino e per il Piemonte un'industria di primaria importanza e, in quel periodo di dorata avventura alla conquista di un nuovo Eldorado, la città subalpina fu la capitale cinematografica dello Stato italiano".

Fonte: Giuseppe Valabrega Splendori del Cinema muto da Cultura e lavoro in Piemonte – Eda 1984 – pag. 159
"Dans la collection des manuscrits de la Librairie du Congrès de Washington gît le secret de ce qui aurait dû être une Hollywood européenne. Ce rêve – conçu par un distributeur et producteur américain, George Kleine, mai aussi par deux industriels italiens – aurait dû se concrétiser à Grugliasco, à quelques Kilomètres de Turin, en 1914. Ce rêve fut bien près de se réaliser: les capitaux avaient été réunis; les studios construit; une armée de techniciens, de réalisateurs et
d'interprètes engagée; et la machine administrative de la Photo Drama Producing Company of Italy (tel était le nom de la firme de Kleine) avait déjà mis quatre film en chantier, dont aucun toutefois ne verrait le jour. Avec la déclenchement de la premiére guerre mondiale, en effet, le rêve se transforma en cauchemar: la rupture des équilibres économiques, la position délicate de l'Italie dans le conflit, le repli imprévisible de ceux qui avaient cru, à la réussite d'une entreprise sans précédent en Europe, tout se conjugua pour déterminer la fallite de la plus ambitieuse des opérations de production jamais tentées sur le vieux continent par un industriel venu des Etats-Unis".
Fonte: Paolo Cherchi-Usai, Un Americain a la conquete de l'Italie (George Kleine à Grugliasco, 1913-1914) / Archives
Institut Jean Vigo – Cinematheque de Toulouse n. 22/23 Avril/Mai 89

EFFETTONOTTEonline

Inviato da Sarah Scaparone

(Le foto sono state raccolte negli archivi del Comune di Grugliasco e adattate, o riprese in sito, da Enrico Mercatali, durante i lavori di ristrutturazione dell'area e dei suoi edifici, che egli progettò e diresse con Mercatali & Partners, e con gli studi Ing. Sergio Tattoni e Giacomo Della Volta, e Alberto Zambelli Ingegneria Impiantistica Generale)

10 January 2011


LESA
DEVE ORA COMPLETARE IL SUO LUNGOLAGO
E SALVAGUARDARE LA PARTE COLLINARE DEL SUO TERRITORIO



In altri e precedenti articoli di Taccuini Internazionali (13 settembre 2010, 7 gennaio 2011) abbiamo esposto il nostro punto di vista circa la centralità di Lesa - Lago Maggiore, e naturalmente del territorio nel quale geograficamente e urbanisticamente si trova, comprendendovi anche quelli dei comuni circonvicini della sponda occidentale del lago. Avevamo dato a questo concetto di centralità una connotazione assai vasta che comprendesse non solo aspetti di vicinanza fisica ai luoghi nei quali si concentrano gli interessi economici, sociali e culturali, tale da comportare tempi brevi di trasferimento per raggiungerli, ma anche quelli che costituiscono una attrattiva psicologica, sia nei casi in cui debbano essere fatte scelte di tipo residenziale, sia che vi si individuino i maggiori attrattori sotto il profilo turistico.
In questo articolo vogliamo introdurre aspetti della vita amministrativa di Lesa che concernono sicuramente questioni che molto hanno a fare con quelle prima trattate, oltre a costituire elementi di primaria importanza per la vita dei suoi cittadini, indipendentemente dalle questioni più generali che nei precedenti articoli avevamo messo in luce. Per questo duplice motivo quindi le questioni che si stanno dibattendo in questi giorni nell'ambito delle politiche cittadine devono essere ritenute da tutti (cittadini e amministratori) della massima importanza.

Due questioni sono ora in particolare sul tappeto, anzi sul tavolo di chi sta governando Lesa, piccolo grande comune sulla riva occidentale del Lago Maggiore, che, pur nella loro infinitesimale esiguità, rispetto al quadro generale delle politiche territoriali delle regioni del Nord Italia (nel quadro generale del sistema di governo delle scelte del nostro ambito metropolitano regionale e interregionale), sono comunque assolutamente significative e importanti, pur nell'ambito ristretto che la riguarda, perchè le decisioni che vi saranno prese una volta affrontate e poi tradotte in scelte amministrative produrranno effetti giganteschi e imprevedibili, quando riverberati negli anni a venire negli ambiti territorialmente più vasti della sua centralità.


Lesa sotto la neve - dicembre 2010.
(tutte le fotografie di questo articolo, che illustrano
Lesa dopo la prima nevicata invernale, sono di Enrico Mercatali)
Quali sono tali questioni?.
Primo: cosa decidere circa il destino, purtroppo già in parte tracciato, della Valle dell'Erno (l'area geografica naturale che la unisce al massiccio montuoso del Mottarone), e quindi del bacino del lago d'Orta.
Secondo: come affrontare il completamento del suo lungolago, che riverbera l'effetto delle sue pur moderse strutture sull'intera sponda occidentale del Verbano.


Sembrano essere poca cosa, queste due cose, nel quadro macroeconomico, sociale e culturale prima tracciato, ma non lo sono nel contesto dei sottili equilibri che oggi sorreggono le scelte territoriali ancora da assumere. Sembrano tutti poca cosa i problemi di questa natura ed entità che le centinaia di piccoli comuni di tutta l'area geografica prima evocata. Ma, se posti tutti assieme, uno accanto all'altro, essi danno la misura dell'enormità di scelta che i cittadini di questa parte del pianeta devono operare, e quanto sia sottile il margine che separa il meglio dal peggio, per tutti noi, se, tutti quanti assieme, si sbagli nel scegliere di qui, piuttosto che di là. E quanto grande sia il rischio di assegnare al futuro un segno negativo, per le future generazioni, se non addirittura per la stessa specie umana.


Consci come siamo di questo pericolo, e di quanto sottile sia tale margine, siamo sempre per dare la preferenza alla ponderazione, alla discussione, all'approfondimento conoscitivo, alla giusta misura piccola piuttosto che a quella grande, magari non adeguatamente centrata.

Casabella, struttura lesiana di accoglienza turistica creativa, sotto la neve dell'inverno 2010-11
(foto di Enrico Mercatali)

Anche se tali due problemi (il destino della Valle dell'Erno e l'assetto definitivo del lungolago) sono assai diversi tra loro, per natura e per dimensione, crediamo che debbano essere affrontati, alla luce di quanto prima abbiamo affermato, allo stesso modo: prendere tempo per dare alle risposte la soluzione più ragionata, quella che raccoglie il maggior numero dei pareri.

Una veduta dell'abitato di Lesa dalla Strada Alta che la congiunge a Belgirate

Credo che, più in particolare, alle centrali proposte nella Valle dell'Erno debba dirsi di no, almeno fin tanto che, chi le vorrebbe costruire, non dia garanzie che possano sembrar sufficienti alla maggior parte delle voci cittadine (ma oggi non mi pare che sia ancora così). Perciò che ben vengano supplementi di istruttoria. Credo debba essere ben valutato anche, però, il problema della siccità estiva nelle frazioni, che mi pare sia la principale contropartita pubblica ad un businnes privato. Cercare lì il massimo possibile di garanzia di buona riuscita di tale parte del programma. E naturalmente anche nella attenta disamina delle verifiche di impatto ambientale, non lasciate nelle sole mani di chi le ha prodotte, ma in una pluralità di mani esperte che esprimano tendenze anche diverse in ambito sovracomunale.

Lesa, un particolare dell'Antico Maniero, risort e ristorante con parco, interno all'abitato

Il problema del lungolago, anche se apparentemente di minore importanza, costituisce il biglietto da visita più evidente di una località che, per tanti buoni motivi, oggi sa attrarre turismo sul suo territorio.
Completare il lungolago a Lesa (la porzione che collega l'edificio della Ex Società Operaia) con il territorio del Comune di Belgirate) significa fondamentalmente tracciare un percorso pedonale (e, se si vuole anche ciclabile) su quella fascia di terreno che separa la statale dalle sponde del lago; nulla di meno e nulla di più. Perchè esso è già assai bello così, e non ha bisogno d'ulteriori attrattori. Ha bisogno però d'attuarsi, completandosi.

Stupefacente veduta del golfo di Lesa, del Verbano e del Vergante, in una notte d'estate

In tal senso la nostra proposta sta nel ridurre al minimo le spese per un semplice arredo ed invece far crescere quelle relative alla struttura che ancora occorre a rendere fisico il collegamento tra la statale del Sempione e le sponde del lago. Diminuire il numero delle panchine o dei tavoli, o ancora di eventuali giochi per bambini, ed avviare il necessario sbalzo di sponda, ove esso ancora manca, per creare il definitivo collegamento tra i lungolago esistenti a Lesa e a Belgirate.

Lesa, attraversamento di un riale lungo la Strada Alta, dietro agli abitati di Lesa e Belgirate, che collega a monte le due località
(foto di E.Mercatali)

Analogo consiglio diamo a tutti i comuni che ancora necessitano di tali strutture, così che tra qualche anno si possa dare vita ad un percorso ciclo-pedonale lungo l'intera sponda occidentale del Verbano, opera che saprà attrarre tanto turismo quanto neppure sappiamo immaginare, sempre che lo si sappia concepire in modo ampio e generoso in termini di futuro.

Lesa, Villa Alice, del 1906, oggi in deplorevole abbandono.

Taccuini avanzerà proposte specifiche, su questo stesso magazine, su come affrontare i punti , lungo tale percorso, che sembrano non avere possibilità alcuna di cucitura tra le parti già esistenti, prevalentemente costituiti da proprietà private con accesso al lago.

Enrico Mercatali
Lesa, gennaio 2011