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18 September 2011

Moderno - Postmoderno. Dopo la Postmodernità torniamo ad essere "moderni"?



 Moderno - Postmoderno 





Terminato lo spirito della Postmodernità 
ritorniamo ora all'etica del Moderno?




Con uno sguardo nostalgico alle origini dell'architetura moderna
guardiamo ora a un futuro più realista e condiviso
attraverso un progredire tecnologico eco-sostenibile.



Progettare partendo dai bisogni primari dell'uomo 



Disincantata rassegna fotografica di Moderno e Postmoderno architettonico per indagare sui temi del dibattito filosofico in corso, sul ritorno al pensiero realista, e il loro germinare nell'odierna teoria e pratica del progetto





moderno

Sopra  al titolo una classica inquadratura della chiesa di Notre-Dame du Haut a Ronchamp, realizzata da Le Corbusier nel 1956. La chiesa, icona del modernismo, ha svolto un ruolo primario nell'ambito della storiografia architettonica del Moderno. Essa infatti emerse come un corpo estraneo, quando apparve per la prima volta la sua immagine all'attenzione dell'opinione pubblica, dalle acque ormai già in fase di logoramento del cosiddetto International Stile,  che il Moderno aveva diffuso nel mondo, destando scalpore ed enorme interesse. Come è tipico di ogni grande genio, il suo autore, già consacrato nel novero dei grandi padri del rinnovamento architettonico del secolo, ha saputo spiazzare, con quest'opera, ogni previsione critica perfino ai più alti livelli di sofisticatezza. La cappella venne subito annovarata tra i capolavori dell'Architettura Moderna, proprio per quei suoi caratteri peculiari che non potrebbero che asciverla altro che al suo autore  per i diversi dettagli che la compongono, ma anche e soprattutto per quell' impronta innovativa che la sua stereometria mostrava,  sapendo presagire quanto vaste avrebbero potuto essere le strade del Moderno se appena vi fossero intraprese, dando così una secca smentita a chi incominciava a vedere nelle formule internazionaliste della nuova architettura i limiti della ripetitività e dell'eccessivo schematismo. Quest'opera continua ad essere un faro della modernità anche se già in essa viene prefigurata quell'idea di libera creatività che altri in seguito fecero diventare moda, fine a se stessa. Deve infatti essere rilevato che, mentre la cappella di Notre-Dame du Haut si pone in termini di eccezione monumentale, connotando il territorio della sua eccellenza di segno, diverse appaiono le caratteristiche morfologiche ancora proposte in quegli anni da Le Corbusier per la residenza, necessariamente basate su schemi modulari ripetibili anche se diversamente aggregabili. Nasceva perciò con estrema evidenza la necessità di articolare gli interventi sul territorio distinguendovi i fenomeni emergenti dai tessuti omogenei. Sotto al titolo una immagine della Ville Savoye di Le Corbusier, a Poissy, del 1929-31, prototipo del razionalismo modernista. L'immagine rappresenta il patio esterno ricavato sulla copertura piana della villa. Essa evidenzia il rigore dell'esperimento,  ove l'ampio soggiorno all'aperto  ne rappresenta il carattere peculiare, e, sia pure all'interno d'una abitazione disegnata per una committenza alto borghese, trattasi qui di una ricerca non basata tanto su nuovi lussi, quanto su di una nuova semplice e naturale visione del vivere, fatta di salubrità e di benessere, di un nuovo rapporto con l'aria, la luce ed il verde, che diverranno il "lait motiv" di tutte le avanguardie moderniste, della prima metà del XX secolo, che faranno dell' "housing sociale" il loro obbiettivo primario.  La Ville Savoye è divenuta "monumento storico " di Francia nel 1965.


In uno dei suoi ultimi libri, "Tre forme di architettura mancata", Vittorio Gregotti afferma che "tra omogeneità globalizzata e stramberia postmoderna, la schizofrenia dell'estetica contemporanea rischia seriamente di distruggere un'antichissima pratica artistica come l'architettura". 
Crediamo che in gran parte l'antica pratica architettonica sia già andata distrutta, o meglio, crediamo che di essa sia stata totalmente distrutta oggi ogni sua possibilità di vedere oltre l'immagine del prodotto, ossia entro il suo contenuto sostanzialmente sociale, fatto di fruizione collettiva (dall'individuo al pubblico numeroso), fatto di profonde conoscenze delle logiche di aggregazione delle persone, e delle sue esigenze essenziali (l'abitare, lo studiare, l'incontrare, il partecipare, lo svagarsi, ecc.).
Crediamo che, per tornare a dare all'architettura questi compiti, suoi propri, fondanti la sua stessa essenza, occorra tornare a concentrare il pensiero architettonico sul significato di realtà, mettendo in gioco un'etica, come ogni professione dovrebbe fare, proiettandola verso una missione, superando le vanità personali e l'idolatria dello star-system. 
Cercare qualità nel senso più ampio del termine, e non solo nel senso del prodotto alla moda (che, nei fatti, è quanto ha perseguito la postmodernità, presa in blocco), è il nuovo compito dell'architettura, oggi.




postmoderno 
Il Walt Disney Concert Hall in downtown Los Angeles, dell'americano Frank Gehry, ottobre 2003, è il prototipo, assieme al precedente costituito dal Guggenheim Bilbao, del decostruttivismo postmodernista più spinto. Qui la ricerca è fatta di purissima estetica formale., come potrebbe essere fatto da uno scultore per una libera forma nello spazio. La volontà prima del suo autore è qui quella di stupire il fruitore con una immagine al limite dell'irreale, del fantastico.  A parte il Guggenheim Bilbao infatti nulla del genere era mai stato fatto prima. L'operazione è simile a quella che, ad esempio, operarono il Bernini o il Borromini nella Roma barocca, con la Scala Regia o con Sant'Ivo alla Sapienza. In questo esperimento ogni genere di comunicazione etica vi è superata dal predominio dell'estetica formale, espressa qui in pura spettacolarità, fine a sè stessa. Una eccezione che non conferma la regola.
Quasi analogo tentativo fece qualche anno prima (1984) l'inglese James Stirling con la Staadtsgalerie di Stoccarda, nella quale, all'interno di una congerie di tipologie miste, tra lo storicista e il moderno, egli vi volle inserire una vetrata a pendenza variabile basata su una curva iperbolica. L'esperimento di Stirling, ricco di interessanti riferimenti surreali spesso deformanti anche i criteri dimensionali della funzione (come vi avviene per esempio con l'uso di una serie di abnormi corrimano di colore rosa), può ascriversi al primo periodo postmodernista, al quale aderì con la grande intelligenza e curiosità che lo contraddistinguevano, in modo ironico, e perfino critico.



Torna alla ribalta in questi giorni la mitica cappella di Notre-Dame du Haut di le Corbusier, che mi fece letteralmente "sballare" , nel vederne le fotografie e i disegni su di un libretto con la copertina rossa che mi regalò mio padre, quando avevo soli 15 anni, delle Edizioni di Comunità (marchio Adriano Olivetti). Amavo già l'architettura moderna perchè avevo letto una biografia un pò romanzata di Frank Lloyd Wright, che ad essa mi aveva avvicinato un anno prima (quando mi iscrissi al Liceo di Brera a Milano), ed alcuni altri libri tra cui "L'uomo a una dimensione" di Mumford,  "Spazio, tempo e architettura di Gedion e qualcosa che ad essa mi aveva ben introdotto, per la penna di Gillo Dorfless. Ma quella chiesa, con quella strana forma, mi "stregò" letteralmente, tanto che incominciai a fare progettini di mio pugno, durante le lezioni di disegno tecnico ed architettura, con dettagli che di quella  ne erano la copia esatta. Capii dopo alcuni anni che essa era parte integrante della Storia del Moderno in architettura, ed una variante speciale della lezione corbusiana presa nel suo insieme, in quanto monumento ad alto valore segnico, che non per questo negava tutta la lezione precedente fatta di schemi concettuali e tipologici astrattamente applicati come era avvenuto nelle famose ville, così come, in grande, nelle Unitè d'Habitation. Ma come avvenuto perfino all'ospedale di Venezia, che, ancorchè non realizzato, metteva chiaramente in luce tutto il "rispetto" che il Maestro attribuiva al  valore del tessuto urbano in quanto tale (peraltro tutt'altro che minore proprio nel caso veneziano) nel quale occorreva "smorzare i toni", operando anche, se necerssario, operazioni di pura serialità. 




moderno
La poetica del futurismo ebbe il suo massimo interprete architettonico in Antonio Sant'Elia. Nei disegni e nei progetti da lui lasciati emerge un desiderio, quasi eroico e tutto modernista, di città nuova ed efficiente, nella quale ogni nuova invenzione tecnica potesse dare il suo positivo contributo in termini di nuove funzionalità ma anche ricco d'una nuova carica simbolica, quale inno futurista ad un futuro che, mentre avanza, già venga celebrato.
All'opposto, mentre i Futuristi inneggiano alla nuova città, tutta dedita al credo nella nuova  tecnica, i Razionalisti vedono utile la cura della persona, e delle collettività, all'interno di spazi salubri e ben progettati, nei quali far emergere il verde della natura ed il bello dell'arte. Diventa primario lo studio dell'abitazione, vista come cellula unifamiliare, e l'attenzione per il suo assetto distriibutivo e per il suo dettaglio. Tra i maggiori esponenti italiani di questa tendenza sono stati Luigi Figini e Gino Pollini, qui rappresentati con un dettaglio della "Villa-studio per artista",  da loro progettata e presentata alla Triennale di Milano del 1933 (vedi anche in TACCUINI INTERNAZIONALI i loro progetti per Adriano Olivetti ad Ivrea: "Memorie di Adriano" e "Memories of Adriano"





 E' tornata alla ribalta, dicevamo, questa icona dell'architettura, perchè Renzo Piano (architetto solidamente ancorato sia alla tradizione, in senso storico, che all'innovazione del Moderno) vi sta completando, accanto, il monastero della Clarisse, progetto attono al quale da tempo si discute (molti ne sono stati i critici anche feroci) e del quale, proprio in questi giorni, è prossima l'inaugurazione. E' interessante notare come questa non accademica discussione attorno al perno indiscusso dell' "interpretazione del moderno" accada proprio mentre anche in letterarura ed in filosofia si decreta la ripresa vigorosa dell'interesse per il pensiero realista, fortemente espresso da tutta la Tradizione del Moderno, mentre si spengono i fuochi che quasi quarant'anni alimentano i diversi filoni della postmodernità. L'idea che anche le regole in architettura, che indirizzino ogni possibile interpretazione individuale della realtà, possano sancire principi etici altrimenti vanificati, sta riprendendo quota, così marchiando l'inadegutezza di talune posizioni non collettivamente assunte rispetto ai temi più urgenti ed essenziali che il progetto è chiamato oggi ad affrontare, ed al quale la bontà della risposta debba e possa essere accertata. Non è un caso che è dai tempi di Le Corbusier che non si tengono più i Congressi Internazionali di Architettura Moderna (CIAM), mentre invece oggi più che mai ve ne si sentirebbe l'esigenza (in settori, ma anche disciplinarmente visti in senso globale), così come avviene nei settori scientifici, medici, ecc.

postmoderno


La Scarzuola, la città buzziana è frutto di un fenomeno postmodernista ante-litteram. Tomaso Buzzi, che ne è stato autore e committente allo stesso tempo, nell'estremo tentativo di creare una Nuova Atene in terra umbra, si è lasciato trasportare nell'onirico viaggio attraverso la storia assecondando una fantasia interpretativa ricca di riferimenti iconici surreali. La sua realizzazione avviene proprio al nascere di quella che diverrà in seguito la tempesta critica antimodernista, a partire dall'anno 1957, quando acquistò i resti di un antico convento francescano del '200. Tomaso Buzzi vi fonda una città ideale, creando un percorso simbolico neo-illuminista basato su conoscenze esoteriche. La Scarzuola è formata da costruzioni raggruppate secondo sette tracciati scenici teatrali, metafore di vita. Dopo la sua morte, nel 1981, la proprietà passa al nipote Marco Solari che ne continua la costruzione, utilizzando i progetti lasciati dallo zio; oggi è praticamente conclusa. Tomaso Buzzi è personaggio di spicco nella cultura italiana: alla fine degli anni venti fonda con Gio Ponti la rivista Domus, nella quale scrive sino al 1937; nel 1932 è direttore artistico di Venini (Venezia), della quale ditta fa crescere il prestigio internazionale, e partecipa a diverse edizioni della Biennale con sue creazioni; sempre negli anni trenta progetta alcuni quartieri di Milano, e si occupa di completare Villa Necchi Campiglio dopo la morte di Piero Portaluppi. Nel 1936, dopo l'emanazione delle leggi razziali, si dissocia dal regime ed inizia un percorso di indipendenza professionale; diviene così uno dei maggiori architetti dell'alta borghesia e della nobiltà italiana. Il germe del suo messaggio, rimasto piuttosto in sordina durante l'espandersi delle teorie del moderno e del successo critico che ebbe in tutto il mondo occidentale la nuova architettura, ebbe a svilupparsi al momento della massima crisi di questo, verso la fine degli anni '60. 
Sopra: la Ca' Brutta" che Giovanni Muzio ha realizzato a Milano nel 1922 è oggi visto già da molti critici, come una anticipazione postmodernista. Quella che è stata successivamente chiamata col termine di "architettura del Novecento" ha dato il proprio lascito storico , assieme a Piero Portaluppi, Pier Giulio Magistretti, Enrico Griffini, Giuseppe De Finetti, attraverso l'espressione di un modernismo storicista, capace di slanci profetici ed arditi, talvolta perfino finemente rappresentati, ma ancora incapace di abbandonare del tutto forme d'una decoratività fin troppo ancora ricercata da parte della committenza altoborghese che la città d'allora espriveva.






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Looshaus a Vienna, in Michaelerplaz, costruito da Adolf Loos nel 1922. Lo scalpore che fece questa architettura, ed il disprezzo che espresse l'Imperatore quando lo vide per la prima volta proprio di fronte al Palazzo imperiale, decretò immediatamente nella critica la sua appartenenza alla Modernità. In esso veniva applicato il principio teorico, espresso dal suo autore in "Oranmento è delitto" secondo cui nella nuova architettura dovesse essere bandita ogni forma di decorazione. Ai suoi detrattori di allora, che fecero campagne di stampa per determinarne la demolizione, esso apparica come un vero e proprio insulto al gusto allora dominante.


postmoderno
Nel 1928-29 a Milano, in via Domenichino, Gio Ponti costruiva questo edificio d'angolo. Il grande Maestro del Moderno milanese, noto nel mondo per il suo affilato ed elegante grattacielo Pirelli, ancora indulgeva, alcuni anni dopo che Loos ebbe pubblicato "Ornamento e delitto", in forme classicheggianti od esotiche, come nel famoso tempietto a cuspide che troneggia in via Domenichino a Milano a simboleggiare quanto parte della città ancora stesse reclamando decoro e storicismo nell'autorappresentazione di sè, mentre altrove già fervevano le nuove istanze dell'architettura, di cui pure Gio Ponti a breve sarebbe divenuto paladino. Una figura piena quella di Ponti, e non certo ambigua, capace di innestare comunque eleganza e chiarezza, piuttosto che rumore e opacità.



 
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Nella sua più famosa realizzazione, "Fallingwater", o casa Kaufmann, Frank Lloyd Wright quando la consegnò finita alle stampe nel 1935, entusiasmò il popolo dei suoi fans, che erano più o meno tutti gli americani. Ebbe inoltre in Europa una eco straordinaria, specie negli artgicoli e nei libri del più organicista dei critici di allora, l'italiano Bruno Zevi, che ne fece quasi un oggetto di culto. Il particolare rapporto che questa casa  evocava nella fantasia di tutti era quello d'una natura sempre fortemente presente intaccata solo sporadicamente dall'intervento umano che in essa sapesse spiccare come un gioiello, ed entro la quale chi la abitava potesse inspirare appieno quello spirito pionieristico che l'America aveva sempre saputo evocare in ogni suo poetico "volare alto". Ancora oggi questa architettura appare avveniristica e piena di fascino, in quel suo sapersi integrare e non mimetizzare, in quel suo volersi collocare sul fiume senza neppure toccarlo. Un'architettura che esprime totalmente il suo anatema contro chi quella natura volesse violare.
Per lo stesso committente Edgard Kaufmann lavorò qualche anno più tardi Richard Neutra, ma non in Pensilvania, bensì a Palm Sring in California, per il progetto della casa con la piscina, uno dei più notevoli esempi al mondo di pura modernità anni '40 (anno di costruzione della casa 1946).
I due esempi, distanti tra loro una decina di anni, rappresentano quanto di più alto abbia saputo esprimere la pratica artistica dell'architettura moderna, ancora oggi osannati dai cultori della disciplina, ma anche dal più vasto pubblico di non addetti, per le loro elevate qualità estetiche e per la quasi paradigmatica espressione complessiva degli enunciati teorici dei rispettivi autori, entusiasti propagandisti, all'epoca, delle loro idee in fatto di architettura.




postmoderno

Qui, di Alessandro Mendini, il "Polo natatorio Bruno Bianchi" di Trieste, del 2002. 

The pointillist man (alias Alessandro Mendini) ha portato in architettura, sulle orme di Ettore Sottsass, la supergrafica cartellonistica e pubblicitaria che riempie le pagine delle riviste di moda, provocando nel paesaggio, con segni dichiaratamente fumettistici ipercolorati ed incisivi, una inevitabile scossa dalle conseguenze disastrose per una realtà già ampiamente martoriata dalle insegne e dai messaggi d'ogni tipo, forma, dimensione e colore già da questi caratterizzata.  Il risultato è semplicemente penoso, nella maggior parte dei casi, anche perchè proprio a causa d'un abuso della ridondanza di quanto sia la cultura che la prassi oggi non sappiano dare. Il compito non è impossibile: in altri paesi d'Europa sembra siano riusciti ad attuarlo: In Italia esso comporterà la fatica doppia del nuovo fare, e di rivedere tutto ciò che vi è stato fatto fin qui di sbagliato segnaletica, tale messaggio non appare affatto, amalgamando le proprie urla a quelle già in essere, generando caos privo di qualsiasi valore estetico. Diverso è il discorso di Mendini se rivolto al solo design, ovvero entro contesti che consentano di dare enfasi a ciò che vuole avere enfasi, ovvero entro contesti neutri o marchiati da segni tutt'affatto opposti. E' questo uno dei casi più clamorosi d'insuccesso di quanto la postmodernità ha proposto. Il paesaggio urbano ed extraurbano, nel quale vivono le moltitudini d'una società globalizzata, ha bisogno di tutt'altro, forse d'un opposto che richieda livelli gestionali certo più difficili e meno permissivi di quanto non sia sia fin qui fatto. In Europa sembra vi siano riusciti in molti casi. In Italia tutto sarà doppiamente difficile perchè, oltre al da farsi, ci sarà da rifare tutto quanto si qui fatto di sbagliato.
Più sopra abbiamo voluto mostrare l'immagine della famosa libreria di Ettore Sottsass "Carlton" per Memphis, del 1981, manifesto dichiarato della postmodernità nel design. All'impatto indubbiamente forte che la sua pubblicazione ha creato nel pubblico ha fatto da contraltare l'effimero, quasi vuoto messaggio reale che il tempo ha diluito nel nulla. Fenomeno più che altro di moda, tanto è vero che il suo maggiore mercato è stato quello americano della upper class losangelese, esso si è subito spompato. La traduzione architettonica del vocabolario sottsassiano nel design può essere oggi guardata alla Malpensa (aeroporto milanese alla cui sistemazioni degli interni l'architetto ha messo mano). Esso appare oggi in tutto il suo decontestualizzarsi: voleva essere salotto buono della ricettività mondiale milanese. E' divenuto il teatrino di un degrado, oggi tutto italiano, dovuto ad insipienza di chi dirige ed amministra, ma spesso anche di chi professa e crea arte.


Mettiamo a confronto, in questo articolo, esempi alterni di Moderno e di Postmoderno architettonico, pigliandone quasi a caso gli esempi. Nei commenti esprimiamo la nostra predilezione per il Moderno, che nacque in noi come vera e propria passione per i suoi Grandi Maestri (il noi è riferito a tutti  gli interlocutori nei gruppi di lavoro coi quali nella mia vita professionale mi sono trovato ad argomentare e a confrontarmi). E naturalmente, inversamente, in essi emerge anche la nostra posizione critica, assunta fin dalle sue prime espressioni, nei confronti le pensiero postmodernista, parallelamente formatosi sulla scia del cosiddetto pensiero debole, che in filosofia dava molto peso ad una visione della realtà condizionata dalla interpretazione individuale, e che in architettura, rispolverava ogni genere di repertorio pur che fosse, a patto che servisse a condizionare, sino ad abbatterlo, il cosoddetto Stile Internazionale (nato appunto dai principi che i CIAM avevano sancito, e che tanta parte avevano avuto nel processo di crescita di tutte le più grandi città occidentali.




moderno


il repertorio formale aaltiano, prodottosi sullo studio della geografia finlandese e nell'amore per la natura, non rinuncia a proporsi come prodotto della natura stessa, mediato dall'attività geniale dell'uomo che rispetta la natura ad essa conformandosi così generando, quale frutto dell'intelligenza umana, la contestualità sociale e collettiva d'un habitat sapientemente equilibrato in ogni suo aspetto. Questa è la modernità diffusa del realismo scandinavo, che manca totalmente nella storia recente del nostro paese se non in rarissime, quasi paradigmatiche,  eccezioni.
Come coprì, nel lontano 1964-69 l'aula magna del Politecnico di Helsinky a Otaniemi, Alvar Aalto, nel 1968 fece analogamente Stirling nel suo notissimo progetto per la facoltà di Cambridge. Una cascata di vetro che inonda di luce, come fosse una piazza, il grande luogo di raduno studentesco. Due modi tra loro lontani nel tempo e nello spazio. Due diverse interpretazioni d'uno stesso tema. Una unica visione modernista della vita collettiva d'una comunità che trasmette cultura. Lo spazio nel quale essa opera, esso stesso, trasmette cultura, ed una visione contemporanea delle risorse infinite di una architettura che sa vivere il proprio tempo, colloquiando con tutti.





 Postmoderno
 

Il Teatro Politeama di Catanzaro, inauguratosi nel novembre del 2002, è opera di Paolo Portoghesi, guru del posmodernismo di stampo italiano lanciato a livello internazionale dal palcoscenico della Biennale del 1980, dedicato alla "Presenza del Passato" col progetto unificante delle esperienze analoghe di altri paesi detto"la Strada Novissima". La facciata del teatro è la summa della visione "barocchista"del famoso studioso di Francesco Borromini, che riassume ogni insofferenza per l'idea modernista che impone rigore ed indubbi limiti alla creatività individuale per il fine più alto che consenta d'avere un ambiente complessivamente più umano. Procedimento sostanzialmente analogo, ancorche applicato, anzichè alla lettura del barocco romano, a quella delle residenze reali francesi del settecento, è quello qui illustrato,  opera di Ricardo Bofil, alle porte di Parigi, quartiere la Marne La Vallée, 1979-83,  per palazzi concepiti in funzione di  potenti operazioni speculative. Densissime volumetrie edilizie, su terreni acquistati a poco prezzo a distanze notevoli dalla città di parigi, ma propagandate quali isole felici per classi agiate, che abbiano l'ambizione di vivere all'interno di palazzi analoghi a quelli che un tempo erano dell'aristocrazia, dotati sì di attualissimi livelli tecnologici nei comforts, ma anche di un look altamente connotato e speciale, come fosse tratto direttamente da progetti di Mansart o di Le Notre.
 


Deve essere infine tolto di mezzo un possibile equivoco: sono in molti ancora a sostenere che proprio all'applicazione generalizzata delle teorie moderniste ai progetti di crescita delle città dal dopoguerra agli anni 80 sarebbe da ascriversi la responsabilità del panorama complessivamente scadente del loro aspetto e della povertà formale divenuta subito la sigla del modo di costruire banale della stragrande maggioranza degli edifici che le formano. Così come, d'altro canto, possono farsi discendere dai più appariscenti esempi del repertorio postmoderno l'impronta caotica che ogni agglomerato urbano degli ultimi decenni mostra di sè.
Vero è che la spinta modernista, tendenzialmente nata per contrastate gli stanchi e ripetitivi decorativismi di facciata delle citta a cavallo dei secoli XIX e XX e per lanciare le nuove risposte sociali che l'architettura si impegnava a dare alle nascenti classi lavoratrici e alle esigenze di emancipazione che gli individui avevano di fronte alla crescita dei diritti. Vero è anche che attorno agli anni 70 si avverte, specie all'interno delle facoltà di architettura, l'esigenza di sperimentare nuove  e più formule espressive, nonchè linguaggi capaci di superare formule fin troppo abusate. Ma non si sintì mai, allora, il bisogno di ricorrere alle formule storiciste (anche se divenne una moda lo studio dell'architettura dell'illuminismo per farsi affascinare dalla geometria pura degli esempi più estremi di Ledoux o Boullee). Francamente ci ispiravamo con più fervore alle grandi geometrie elementari di "My Architect" (il geniale Luois Kahn che seppe ergersi, quasi salomonicamente, sulla linea d'equilibrio delle due sponde di pensiero).




 moderno

L'opera di Mies rappresenta il più straordinario apporto che la storia architettonica contemporanea abbia registrato alla causa del Moderno, per l'estrema sintesi del linguaggio adottato e per la sua attrattiva capacità di coinvolgimento entro le spire della sua sublime raffinatezza e del suo rigore estetico. Ludwig van der Rohe, in queste due opere del primo periodo maturo, la casa Tugendhat a Brno del 1929-30 e il Padiglione tedesco all'expo di Barcellona  del 1929, riesce ha sfondare il muro della notorietà internazionale, per l'altissimo livello della sua sintesi originale, che più tardi egli stesso coagulerà nel motto "Less is More", entrando ufficialmente nel novero di quelli che verranno definiti i Grandi Maestri del Moderno. La sua lezione, che continuò prima della grande guerra come Direttore del Terzo Bauhaus  a Berlino e dopo la guerra negli Stati Uniti d'America, non può dirsi conclusa neppure oggi.





 postmoderno


Michail Graves è stato uno degli esponenti più importanti del posmodernismo architettonico tra il 1970 e il 1995. Pluriinsignito per opere anche di arredamento, è' tuttora attivo in progetti di grande dimensione. Questo nella foto è l' Humana Building, Louisville KY del 1985, uno dei più pubblicati. In esso appaioni evidenti le caratteristiche che lo hanno legato al postmoderismo: ricerca formale tendente ad oggettualizzare l'edificio, attraverso criteri compositivi fortemente simmetrici, dotati d'una forte tendenza all'espressionsmo geometrizzante, fortemente in voga in quegli anni. Tale tendenza ha avuto molto seguito in tutta europa ed anche in Italia, in esempi anche tardivissimi. Ha avuto molta fortuna, Graves, come designer di oggetti per la casa, alcuni dei quali prodotti da Alessi (famoso il bollitore con l'uccellino).
Charles Moore adotta in "Piazza Italia" (New Orleans, 1976-79) un linguaggio volutamente kitch, nel quale tutto, materiali decontestualizzati, colori luminescenti e improbabili, illuminazione "Piedigrotta", forma urbana grottesca ed irreale, edilizia "Las Vegas", concorre a deformare la realtà in modo iperpostmoderno, inseguendo una moda che negli States aveva perfino portato altri progettisti a proporre edifici commerciali semidiroccati (Site architects).




Ci attende ora, direi obbligatoriamente, un ripensamento dell'architettura in termini di veicolo per contribuire alla "felicità dell'uomo", quale disciplina capace di esprimere un'etica, prima ancora che una bella forma, che faccia ampio uso di criteri di realismo nel quadro di obbiettivi da raggiungere, e della psicologia, quale interfaccia con l'uomo e la cognizione che esso ha di sè in quanto individuo (disciplina, quest'ultima, sempre assai poco utilizzata se non all'interno della singola unità abitativa, ma anche in quel contesto assai raramente).




moderno


Il "grande vortice" interno al Guggenheim-New York che Frank Lloyd Wright eresse tra il 1957 e il 1959, costituisce il nucleo strutturale-creativo d'una icona dell'architettura moderna. Il ruolo che l'organicismo americano e specialmente wrightiano ha svolto nelle avanguardie architettoniche del XX secolo è stato ampiamente analizzato, ed entusiasticamente divulgato da Bruno Zevi. Esso, che per certi versi è fenomeno parallelo all'organicismo nord-europeo, ha esercitato una influenza enorme nella crescita dell'interpetazione modernista della realtà, costruita come volontà dell'uomo di emergere e dominare la natura, imitando la natura. Dagli anni delle Prerie Houses agli anni dell'utopia organicista di Arcosanti, ovvero dagli anni '30 agli anni '60 essa sembra una risposta obbligata per le nuove generazioni di architetti. Esse apprendono dall'architettura organica un'idea del Moderno che oltrepassa gli schematismi dell'international style almeno quanto l'ultimo Aalto e i Pietila abbiano oltrepassato nei Paese scandinavi la lezione del Bauhaus, filtrata dallo Stutgard Weissenhof e da De Stijl. Tra il Bauhaus e Kahn stanno quindi le variabili feconde del Moderno americano ed europeo, con i linguaggi personalissimi dei Maestri: Ludwig Mies van der Rohe a Berlino a New York, Frank Lloyd Wright da Taliesin a Marina Country, Eero Saarinen a New York, ecc.
Variabili dipendenti, variabili d'una unica sostanza che regola le personali dinamiche dello stile entro maglie larghe, ma reali: una concezione della città che evolve entro un quadro positivo di regole comuni, una visione del progresso entro una riconoscibile prassi comune del progetto.
In anni non tanto distanti in Italia operava da Maestro nazionale Giovanni Michelucci, assurto alla ribalta mondiale per i suoi bellissimi e plurilodati progetti per la stazione fiorentina di Santa Maria Novella, progetti che marchiarono la sua architettura, fatta di misurati ed equilibrati assetti d'assieme, ma anche di doviziose attenzioni al dettaglio più minuscolo, come appartenente alla più schietta e pura modernità di stampo italiano: un capolavoro del Razionalismo Italiano, del 1934. Dopo la guerra Michelucci continuò ad operare, come docente universitario e come architetto. la sua opera più famosa è, quella di cui è qui illustrato un interno, la Chiesa dell'Autostrada del Sole, inaugurata nel 1963, pochi anni dopo qualla del Guggenheim di New York. Qui il razionalismo anteguerra sembra stato tradito da Michelucci, ed in realtà la chiesa, il cui progetto deve aver subito l'influenza della corbusiana cappella di Ronchamp, appare come un inno alla deregulation. Certamente già le istanze anti International Stile avanzavano anche in casa modernista. Essa però non tradisce l'assunto dell'impegno civile e morale d'essere monumento posto a perno  d'una spiritualità unificante, così come collocata in autostrada all'incrocio con la Firenze-Mare.  Come in Ronchamp anche qui l'intento è moderno, così come anche l'impianto stereometrico rigoroso, fatto coi materiali della tradizione.
Opere diverse, le due qui rappresentate, opposte sia nella funzione che nello stile, ma unificate ed unificanti entro un unico spirito, ancora quello che muove l'uomo verso una condizione di rigore, progettuale, nel quale la struttura del progetto diventi variabile dipendente dalla presa d'atto d'un destino comune  da perseguire, da assecondare e da tenere sotto controllo per un futuro per tutti migliore.



fine prima parte



Lesa, 18 settembre 2011
Enrico Mercatali

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