THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

21 November 2010


Il padre della Pop coi suoi "Gluts" in Villa Panza (Varese),
realizzati a vent'anni di distanza dai mitici anni sessanta di
"New York Arte e Persone"




A Villa Panza (Varese) i "Gluts" di Robert Rauschemberg contrastano non poco con il perfetto equilibrio tra gli eleganti ambienti sette-ottocenteschi della casa e i pezzi d'arte moderna della collezione permanente che il suo raffinato e colto proprietario (il Conte Giuseppe Panza di Biumo, recentemente scomparso dopo aver lasciato al FAI la proprietà della Villa e le sue ingenti collezioni d'arte) vi ha assai sapientemente collocato.


I Gluts (letteralmente: gli eccessi) sono composizioni di tipo estemporaneo realizzate con pezzi di lamiera, insegne o altre parti in ferro derivanti da prodotti rottamati, tratti dalle discariche che il suo autore amava visitare nei pressi del suo studio in Florida. Nulla a che vedere con i dissacranti recuperi dei Ready Made duchampiani, che ne sapevano oggettivare l'assoluto della forma in sè, oltre all'oggetto d'uso, nè tanto meno delle delicate ricomposizioni armaniane fatte di vecchi violini o altri oggetti maniacalmente sezionati con estrema precisione. Ma soprattutto, e specialmente, nulla a che vedere con l'ammasso di lamiere d'auto dismesse che John Chamberlain esibiva nelle prime mostre della Pop già negli anni '60.


Ma nulla a che fare anche con quel Rauschemberg, padre e vate della Pop di "Arte e Persone", che Ugo Mulas immortalava nelle sue splendide fotografie scattate all'interno degli studi degli artisti, mentre gli artisti stessi erano "all'opera", colti nel momento in cui stavano creando lo spirito dell'arte che meglio d'ogni altra avrebbe interpretato l'età mass-mediatica dei consumi di massa, nel cuore del XX secolo, secolo della modernità.


Questo nuovo Rauschemberg, che Giuseppe Panza di Biumo ha voluto presente nella sua importante collezione, e che ora riempie alcune sale della Villa con una mostra itinerante con quasi cinquanta opere, "compone" equilibri spaziali mediante la giustapposizione di ritagli di vecchie lamiere e con pezzi d'insegne ed altri oggetti della rottamazione, ottenendone oggetti a sè stanti. Non cè più nulla di provocatorio in queste composizioni, nè nulla di scontato. Esse sono, e basta.


Esistono in quanto tali, e la loro estetica deve essere ricercata nella pura loro composizione spaziale. Ovvero possono piacere o non piacere, ma nessun filosofare è possibile attorno ad esse, circa la materia primigenia che le ha costituite, e nessuna provocazione vi viene consumata, così come nessuna operazione dissacratoria.


Appare perfino esagerato il titolo "Gluts" in tale contesto privo di spigolature, nè di paradossi, e tanto meno d'ironie di sorta. Tutto al loro interno vi è scontato tanto che ogni tipo di mordente che potesse scorgersi nei loro antefatti, qui vi tace. E direi vi muore, assieme alla monotonia che ci assale nel passaggio tra un'opera e l'altra. E' ancora, e soltanto, dal confronto con la villa, e la storicità dei suoi ambienti, che nascono le ultime residue vibrazioni sensoriali, che queste opere sanno suscitare.


E dalla Villa che esse ancora sanno trarre qualche beneficio, in quanto espressione di antagonismi stilemici e formali ancora discretamente funzionanti al momento della loro fruizione. Ma rimane un fatto mentale e basta, perchè i Rauschemberg sono collocati in parte entro le vecchie scuderie, ed in parte negli ambienti del primo piano della villa, e pertanto esse non colloquiano mai con le altre opere selezionate dal Conte Panza, ma solo con gli ambienti della casa. Il contrasto c'è, ed è salutare, ma non è mai abbastanza potente come potrebbe essere con le opere di Robert Irwin o Maria Nordman o Dan Flavin, scelte tra le più minimaliste dei minimalismi, secondo il gusto del suo proprietario e mecenate, fatto di totale eleganza e discrezione, di contrasti perpetrati all'insegna del garbo e della discrezione.

Questa sopra e quelle che seguono sono immagini che si riferiscono alle istallazioni al neon di Dan Flavin (artista minimalista newyorchese tra gli anni '70 e '80), facenti parte della collezione permanente di Villa Panza di Biumo a Varese


Assai più vitali rendimenti, in termini d'immagine e di peso artistico, hanno questi numerosi pezzi che compongono nella Villa di Varese le collezioni permanenti. Sono esse emerse alla ribalta internazionale probabilmente in funzione della Villa, per quella eccelsa e raffinata destinazione, che ha fatto sì che fossero soprattutto i colori, la loro iridescenza mutevole, prima ancora che la concezione che li ha determinati, a dare loro i natali.


Oggi la loro valenza è intrinseca al contenitore, col quale colloquiano senza integrarsi, e mai e poi mai potrebbero sopravvivere se non lì dove vi sono collocate. A volte esse sono capaci di risvegliare gli stessi oggetti e gli arredi classici della casa, la cui sobrietà, investita da monocromie fatte di accesi accostamenti che alimentano il gusto per le cose raffinate ed eleganti, vive di quelle.


Rauschemberg, l'ultimo Rauschemberg che vediamo in questa mostra, non vale davvero l'assieme, l'accoppiata Villa Panza-Arte minimalista, distaccandosene come se non vi c'entrasse per nulla. Il tramonto, perciò, di un artista che ha fatto la Pop, e che non ha saputo distaccarsene totalmente quando si è reso necessario. Analoga vicenda, del resto, ha vissuto l'arte di un altro padre della Pop, di Roy Lichtenstein, recentemente incontrato alla Triennale di Milano, con una sua grande mostra. E' il destino di tanti grandi dell'arte che hanno vissuto per anni dentro al mito, per poi non saperne più uscire al momento giusto. Nessuno di essi se ne è salvato. Sono stati capaci di dare di sè, alla fine della loro carriera, esattamente, l'idea del declino.

Varese, novembre 2010

Enrico Mercatali


15 November 2010

Little exihibitions are sometimes very big tresours. Little sculptures and drawings by Michele De Lucchi

A VILLA SORANZO DI VARALLO POMBIA
MICHELE DE LUCCHI PRESENTA LE SUE RECENTISSIME
PALAFITTE




Partendo da un'ispirazione nata nel Parco dei Lagoni l'architetto milanese, trapiantatosi
ad Angera con la sua residenza e il suo laboratorio privato, ha incominciato a reinventare l'abitazione dell'uomo a partire dalle forme più semplici, utilizzando il legno quale malleabile materiale primordiale che lo lega strettamente all'ambiente naturale nel quale vive.



La mostra "Costruzioni della terra e dell'acqua", dal 5 novembre al 5 dicembre 2010, è stata ideata da Michele De Lucchi, realizzata dallo staff della Pinacoteca "Cesare Belossi" ed organizzata dall'Arch. Rancan e dall'esperta d'arte Moregola.

Nella bella Villa Soranzo di Varallo Pombia l'architetto Michele De Lucchi mette in mostra le sue ultime creazioni, realizzate negli spazi privati della sua abitazione di Angera nei momenti di tempo libero, ovvero al di fuori dagli impegni professionali che lo hanno legato in passato e che lo legano oggi all'impegno di grande costruttore di oggetti urbani alla grande scala, nei recenti impegni georgiani a contatto con il suo presidente col quale ha stretto una solida amicizia.

Michele De Lucchi nel suo laboratorio di Angera-Lago Maggiore

Sono, queste creazioni entro il "Chioso" (il nome che ha dato al suo ritiro d'Angera), il luogo ove emerge forse maggiormente la sua vena più autentica e spontanea di creatore di forme e di spazi, e il momento più poetico che vive plasmando personalmente la materia che lì vi abbonda, il legno. Quasi tutto il suo lavoro, compreso quello professionale, tende a dimostrare che il suo talento propende per le forme nello spazio, più che per le forme dello spazio, ovvero che egli predilige la scultura allo spazio interno dell'architettura, che egli pensa l'architettura in termini eminentemente di scultura, sia che stia trattando un grande edificio, un ponte, un oggetto di design oppure una piccola casa. Non è un caso che perfino nell'allestimento della grande mostra tutt'ora in corso a Venezia,
sulla figura del Piranesi, emerge potente una grande "torre", assai simile concettualmente alle piccole palafitte qui registrate a Varallo Pombia, nella quale vengono proiettate interessantissimi filmati che riproducono digitalmente gli spazi piranesiani a partire dai disegni sull'antica Roma.

Il grande spazio-laboratorio del "Chioso" di De Lucchi in Angera-Lago Maggiore

Nel clima da bottega che si respira entro gli ambienti del suo studio d'Angera, nella cornice naturale entro la quale i semplici ma ampi spazi si collocano nei momenti di maggiore sua tranquillità, tra un lavoro importante e l'altro che lo impegna la sua condizione di archistar (titolo dal quale forse preferirebbe rifuggire),
Michele De Lucchi ripercorre ed affina processi creativi primigeni, richiamandosi alle forme primordiali della semplice capanna, della palafitta, del puro rifugio dalle avversità naturali più estreme, disegnandone gli schemi basilari in più varianti, in primo luogo, per poi passare alla loro realizzazione diretta, in modelli di piccola scala, lavorando il legno col cesello, ma anche con la motosega, partendo dal pezzi più grezzi per arrivare , ma solo a volte, alla levigatura perfetta dei dettagli, passando dagli incastri tra le parti alla semplice giustapposizione legata con i perni, essi stessi fatti dello stesso materiale.
A volte invece il pezzo di legno è così grande da poterne eseguire, direttamente in esso, il modello d'un intero grattacielo, nella scala più appropriata per dare ad esso una funzione simulativa. Altre volte, invece, preferisce procedere, pezzo per pezzo, alla realizzazione di una struttura fatta di parti, per mostrarne il tipo costruttivo, più che l'ordine morfologico. In taluni casi ne lascia ruvida la superficie, come se ciò potesse simulare materiali anche moderni, quali i rivestimenti in lastre di rame o di zinco-titanio.

Altre volte ne leviga a tal punto la superficie da far simulare nella maquette un gran palazzo in scala, oppure un vaso a grandezza naturale o un altro oggetto di design, una scultura fine a se stessa.
Questo gioco di scale, tanto importante quando il problema architettonico diventa un fatto tecnico, non assume più alcuna importanza quando invece, come in questo caso, il vero scopo è quello di sperimentare nuovi linguaggi, quello di ricercare effetti plastici, di provare forme di poesia, di inventare nuove emozioni estetiche.


Ho visto oggi la piccola e bellissima mostra di Varallo Pombia, che desidero recensire, e documentare fotograficamente, per dimostrare che non occorrono grandisimi mezzi o capitali per ottenere qualità ed interesse. E visito solo pochi giorni dopo un'altra mostra da De Lucchi ideata ed allestita: la grande mostra su Piranesi, realizzata in concomitanza con la Biennale Architettura presso la Fondazione Cini a Venezia, all'isola di San Giorgio. Due mostre opposte per concezione e per i mezzi messi in campo, ma analoghe per qualità ed interesse, entrambe assolutamente perfette nella concezione d'assieme che è stata loro assegnata in relazione al rapporto tra involucro e contenuto.


La prima è una piccolissima mostra di piccole e piccolissime sculture e disegni, realizzati da poco del suo autore. La seconda è già stata definita da molti critici quale la miglior mostra che mai sia stata fatta sull'opera del Piranesi.

Varallo Pombia, ottobre 2010

Enrico Mercatali(Tutte le fotografie sono di Enrico Mercatali, con la sola esclusione di quelle scattate ad Angera)


06 November 2010

At "Nave Gallery" in Grugliasco (Torino) great exibition: "European Sculpture - Difference & Diversity"


IL CONTENITORE E IL CONTENUTO
di Enrico Mercatali


Sopra: nella Nave Gallery di Grugliasco (Torino) l'ingresso alla Mostra European Sculpture:
Difference & Diversity (settembre/novembre 2010) e un momento della sua giornata inaugurale



Una mostra di scultura internazionale d'alto livello contenutistico e organizzativo
a Torino - Parco Culturale Le Serre di Grugliasco



European Sculpture: Difference & Diversity
Curated by Patrizia Bottallo



Due spazi interni alla mostra: 1. Daniel Eggli - 2. Ulrike Buhl. Sullo sfondo: Gudrun Nielsen


Organized by
SCULPTURE NETWORK & MARTIN - MARTINI ARTE INTERNAZIONALE

nella sede espositiva
"NAVE GALLERY" nel PARCO CULTURALE "LE SERRE" DI GRUGLIASCO (To), via Lanza 31


Matthaus Thoma (Monaco)


Dopo aver visto, perlustrando per puro caso il network, che oggi era l'ultimo giorno d'una mostra di scultura europea a Torino, intitolata "Difference & Diversity", al Parco Culturale Le Serre di Grugliasco, questa mattina mi ci sono precipitato per vedere di che si trattava. E vi spiego perchè la notizia mi era parsa tanto interessante.


Al piani Mezzanino della Sala Eventi di Nave Gallery, le sculture
in fil di ferro in primo piano sono di Knopp Ferro (Germania)
L'involucro della mostra (l'edificio ora denominato "Nave Gallery") è stato realizzato, su progetto di Mercatali & Partners tra gli anni 1995-2000, nell'ambito dei cosiddetti "Atelier des Actores", della Società Photo Drama Producing Company of Italy, in una delle prime "cittadelle" del cinema muto europeo, ove accanto ai camerini di prova degli attori, venivano realizzate le scenografie dei film


Il motivo di questa mia furia d'interesse è facile da descrivere: è da quasi sedici anni che attendo che un evento di questo tipo e livello fosse organizzato in quell'edificio, proprio in quell'edificio, e nell'intero Parco che vi stava davanti, al quale, mentre stavo progettandone gli spazi e la sua integrale ristrutturazione su incarico del Comune di Grugliasco, in una delle prime relazioni tecniche per ottenerne i finanziamenti europei, avevo attribuito un nome, quasi come fosse un figlio, senza troppo pensarci su: "Nave".


Kees Machielsen (Olanda)


Dopo avervi lavorato per oltre dodici anni, occupandomi non solo di esso ma anche degli altri edifici che costituivano in quel sito il lascito d'una storia epocale, di quell'epopea del "muto" che aveva iniziato a fare di Torino "la" città del cinema italiano, e di Grugliasco in particolare, che aveva assistito alla nascita di quella straordinaria forma di comunicazione che avrebbe rivoluzionato gli usi e i costumi d'ogni gente nel mondo.

Eva Moosbrugger (Austria)


Quell'edificio, che denominai "Nave" per le sue forme razionaliste e le dimensioni allungate da transatlantico (quasi un piccolo Lingotto), ed anche per distinguerlo dagli altri edifici, mentre evolveva la progettazione integrale dei vari spazi del Parco che li conteneva, nelle nuove funzioni dedicate alla cultura che vi erano state indicate, e che in parte io stesso avevo contribuito ad indicare nel tempo, faceva parte del complesso di edifici realizzati, assieme ad un socio americano, da alcuni intraprendenti imprenditori della nuova arte poco prima che scoppiasse la prima guerra mondiale.



E' difficile ripercorrere le tappe di quella appassionante vicenda di progettazione e delle conseguenti realizzazioni che seguii in veste di direttore dei lavori, assieme ai miei collaboratori e ad alcuni assai sensibili tecnici ed amministratori del Comune di Grugliasco. Difficili anni, quei miei anni torinesi, soprattutto da sintetizzare in queste brevi note, per gli infiniti problemi che abbiamo affrontato, dovuti soprattutto al problema di attribuire contenuti nuovi e attendibili alle strutture, e per il conseguente spirito di avventura che tutto ciò aveva suscitato in noi tutti.


Ulrike Buhl (Germania)


Di quest'ultimo mi avvincevano, e mi preocupavano al contempo, non soltanto gli aspetti tecnici della faticosa ascesa verso la completa realizzazione di quegli edifici, ma forse soprattutto, il senso di impotenza che avvertivo in me, mano a mano che le attività arrivavano a completarsi, relativamente all'uso che se ne sarebbe fatto di quei gusci vuoti, una volta completati e resisi disponibili, al problema della loro gestione, che mi vedeva coinvolto se non altro per una particolare forma di affetto che avevo sviluppato in me attorno ad essi, dopo tanto tempo trascorso. Non ebbi poi la fortuna di poter finire ogni cosa come avrei voluto, e come mi ero immaginato dovesse accadere, per un precipitare d'eventi che mi costrinse a lasciare ad altri questo compito, dopo tanto tempo, e forse al momento di trarre dei frutti, ed in particolare poi proprio in un momento che vedeva peggiorato, anzichè migliorato, rispetto a quanto realizzato precedentemente, il risultato delle ultime fasi di lavoro attorno e dentro agli edifici, nel difficile compito di definirne, ma non troppo, le destinazioni funzionali, per renderne sufficientemente flessibili gli spazi sino ad avventa definizione d'una ottimale gestione.


Sulla parete di sinistra, nello spazio basso del Piano Terra della Sala Eventi,
presso l'ingresso: Susanne Kathlen Mader (Norvegia). Stagliata sulla parete
di fondo la Rauminstallation di Rainer Duvell (Germania)


E fu così che, con l'amaro in bocca, chiusi un periodo durato oltre dodici anni di impegno personale e di programmi progettuali attorno agli edifici delle Serre, sempre meno da me dominabili mano a mano che gli spazi interni ed esterni ad essi andavano prendendo forma, pur avendo personalmente, e direi quasi singolarmente avviato ogni iniziativa all'origine dell'intera avventura, a causa dei numerosissimi interessi particolari che molte figure locali andavano dimostrando, ed agli attriti che incominciavano a nascere attorno ai diversi punti di vista che ognuna espriveva.

Ecco perchè allora oggi, dopo anni di distacco, sono corso alla Nave ("Nave Gallery", ho scoperto che è stato chiamato l'edificio più grande di quel complesso, mantenendovi in parte l'originaria matrice), accortomi com'ero che in essa erano lievitate novità d'un rilievo culturale a suo tempo da me tanto auspicato, quanto fino a quel momento mai visto in quella sede, e volevo rendermi conto subito se si trattava di qualcosa che appartenesse al "giusto" livello per il quale l'edificio era stato a suo tempo pensato, e immaginato, oppure se fosse per l'ennesima volta, qualcosa di totalmente inadeguato a quanto il sito meritasse, per la sua storia, ma anche per l'eccezionalità della sua offerta.


All'ingresso della mostra: Daniel Eggli (Svizzera)


Arrivando a destinazione la mia sorpresa è stata tripla: la prima è stata quella di farmi scoprire che il vicino Chalet Allemend (piccola delicatissima ed originalissima costruzione d'epoca alla quale avevo destinato tantissime energie, negli anni del suo integrale retauro per farvi un Teatro Studio) era stato totalmente "ri-ambientato" entro una serie di edifici (che io avevo iniziato a progettare ma che altri hanno poi completato), che mi sono piaciuti molto, entro una ambientazione che mi è parsa complessivamente riuscita. Questa la prima positiva impressione perchè a quell'ambientazione tenevo davvero molto.


Una veduta prostettica assiale del piano mezzanino di Nave Gallery, spazio ideale per l'esposizione di piccole opere, per la
luminosità diffusa e pluridirezionale e per l'arioso affaccio sulla grande sala centrale, a tripla altezza, capace anche
di uno sguardo dall'alto di opere di grande o grandissima dimensione


La seconda sorpresa, anch'essa positiva, è stata quella di trovare entro la Nave , anzi nella Nave Gallery, una bella mostra di scultura, anzi una bellissima mostra, che qui di seguito cercherò di raccontarvi per immagini. Ecco perciò il secondo positivo effetto di quella mia visita.
La terza impressione però, che si accavallava alle prime due un poco stemperandosi in una sorta di neutrale freddezza d'approccio, è stata di ritrovare, dopo almeno sei anni di assenza, il "mio edificio" (la Nave) assai deperito, tanto, forse troppo, degradato per difetto di manutenzione, tanto sciupato, nell'insieme e nel dettaglio, per carenza di maggiore dedizione da parte del gestore o del Comune, in uno stato se non di decadenza almeno di trascuratezza che peraltro poco corrisponde perfino alla qualità della stessa mostra che ora vi è ospitata. Segno, tutto ciò, d'una incuria gestionale che pur negli anni di totale vuoto di idee attorno al tema del suo uso, s'era vista tanto marcata.


Gli spazi della sala espositiva di Nave Gallery, pur nella semplice e limpida stereometria di base che la contradistingue, è capace di fornire agli eventi quattro distinti tipi di volumetria: quello di media altezza rivolto a Nord, che in questa foto vi è rappresentato, adatto ad accogliere ogetti di dimensione media, necessitante di doppia illuminazione,naturale ed artificiale. Il secondo, quello centrale, alto quanto basta ad accogliere oggetti di dimensioni eccezionalmente grandi, necessitanti di abbondante luce naturale. sia laterale che dall'alto. Il terzo, quello basso, rivolto a Sud, ove possono trovare collocazione eventi ed oggetti di piccole dimensioni entro spazi raccolti ed illuminati sia naturalmente che artificialmente. Il quarto, quello al piano mezzanino, capace di raccoglimento, ma anche di forte illuminazione naturale e dotato di visuali anche fortemente angolate rispetto all'orizzontale sugli oggetti e sugli eventi che si svolgono entro lo spazio centrale. Una pluralità di approcci quindi per una necessaria completezza percettiva, adatta alle manifestazioni tri e quadri-dimensionali. Non è un caso, infatti, che la prosecuzione di questi spazi oltre la quinta visiva ovest, ospita, come già previsto nei progetti originari del 1996, una scuola di ballo, con caratteristiche analoghe


Ma veniamo, ora che ho descritto il contenitore, o meglio le vicende che ne hanno determinato l'attuale assetto architettonico ed il suo aspetto, ovvero quell'immagine impregnata quanto basti di quel razionalismo protomoderno per poter fare da sfondo ideale , per sua stessa natura, a qualsiasi evento di cultura, meglio se fortemente espressivo in termini di immagine, quanto il contenuto della mostra, nel suo complesso, sà dare di sè.


Matthias Bildstein/Philippe Glaz (Austria): Frames from videoinstallation



Dice la sua curatrice, Patrizia Bottallo (di Martin - Martini Arte Internazionale, Torino, IT), in apertura del bel catalogo:

" Questa mostra, attraverso un campione selezionato di artisti, si propone di illustrare l'attuale status della scultura contemporanea europea, senza pretesa di esaustività ma con l'ambizione di offrire un panorama realistico del "fare scultura" negli ultimi anni del nostro Continente, in parte ancora alla significativa eredità del vicino Novecento e in parte rivolto alla ricerca di una nuova dimensione creativa. Una mappa di esperienze rappresentative dei diversi paesi d'origine degli artisti invitati che, in qualità di curatore della mostra, mi ha indotto a non imporre un tema, poichè avrebbe certamente vincolato gli artisti o peggio ne avrebbe precluso ad alcuni la partecipazione.

Barbara Szuts (Germania)



"Difference and Diversity", il sottotitolo è la giusta chiave di lettura per capire il creiterio che ha portato a questa selezione 30 scultori da tutta l'Europa. Differernza e diversità nella pratica scultorea, nei materiali utilizzati, nell'approccio compositivo, nell'ideazione creativa, tutte variabili che caratterizzano questa straordinaria selezione di 150 opere, esposte per la prima volta in Italia. Multiformi e personali visioni della scultura contemporanea frutto della fantasia, dell'inventiva, della creatività e dell'immaginazione.


Kees Machielsen (Olanda), in primo piano
In questa foto sono ben visibili gli spazi altamente differenziati in altezza e profondità delle diverse aree espositive. Caratterizzano uniformemente ogni spazio gli elementi che li rendono adatti alla funzione espositiva e alla realizzazione di eventi e performances: l'alta luminosità diffusa, proveniente dall'alto e dai fianchi, il colore bianco diffuso, e l'uniformità delle pavimentazioni, bianche al piano terra e in legno di ciliegio al piano mezzanino



La fantazia è forse la più libera tra le facoltà del nostro intelletto, non tiene conto della realizzabilità o del funzionamento di un oggetto, può permettersi di essere incredibile e impossibile. Proprio la fantasia ritengo che sia il denominatore comune che caratterizza la scultura contemporanea e il segno distintivo di questa mostra.

La scultura oggi non più legata al reale, libera dal giogo della mimesi e della figurazione, diventa un banco di prova su cui sperimentare materiali diversi e inusuali o interpretare in modo innovativo materiali tradizionali. Assumono rilevanza fattori nuovi, di natura percettiva e spaziale, la leziosità accademica è ormai un lontano ricordo che ha lasciato spazio alla ricerca dell'essenza intima, dell'energia oltre la forma. La materia rivendica la sua piena autonomia, si nutre della forza creativa dello scultore e acquista valore grazie alla sua fantasia. Già negli anni Quaranta, Arturo Martini definì morto il linguaggio di una scultura ancorata al passato in quanto non più adeguata a svolgere le funzioni per cui era stata realizzata e inneggia ad una scultura che nasce dalle mani dello scultore semplicemente stringendo la creta.


Pieter Obels (Olanda)



Se dal punto di vista concettuale attraverso la scultura l'artista è ormai libero di rendere concreto e visibile il frutto della sua fantasia, dal punto di vista pratico egli deve fare i conti con la materia, qui sta la sua abilità. La totale libertà di pensiero che contraddistingue il momento creativo svanisce nel momento di realizzazione dell'opera, quando si presentano i vincoli imposti dai mezzi, dai materiali e dai numerosi fattori che ne limitano la creazione. Questo ostacolo è superato grazie alla capacità dell'artista di portare in relazione ciò che conosce e ciò che lo spinge a scoprire nuovi mezzi o materiali che gli permettono di inventare nuove soluzioni tecniche e di raggiungere nuovi traguardi comunicativi.


Tra piccole istallazioni in esposizione. Dall'alto al basso: Alexandra Klawitter (Germania)
e Reiner Fest (Germania), le due più in basso



Il passaggio concettuale da statua a scultura, da Marcel Duchamp in poi, ha dato il via alla possibilità di ritenere che ogni materiale e ogni oggetto compiuto è consono al fare scultoreo, ritenendolo prima di tutto una materia, inevitabile quindi l'icessante processo sperimentale il procedere alla ricerca sempre nuova di mezzi e materiali diversi per fare scultura. Il livello di sperimentazione e le molteplici possibilità espressive dei nuovi materiali sono necessari oggi agli artisti che sono chiamati ad una produttività frenetica, espressione di una realtà rapida e in continuo cambiamento.

Ciò non è privo di conseguenze. Attratti sempre più dai nuovi composti plastici o addirittura da materiale deperibili a discapito di materiali quali ad esempio il bronzo o il marmo, più duraturi, adatti per lasciare una traccia nel tempo, il risultato porta a volte a opere straordinarie, ma la loro deperibilità le rende provvisorie e precarie.


Peter Lindenberg (Germania)



Al contempo grazie alle infinite opportunità creative consentite dai nuovi materiali, la scultura contemporanea si distingue per la sua polidimensionalità percettiva e per una gestualità libera capaci di suscitare emozioni e di sollecitare la nostra fantasia."

Ci sembra questo un grande atto di fiducia nel futuro dell'arte, specialmente indirizzato nel vedere la fonte maggiore di ispirazione nella nascita oggi di nuovi materiali, creati prevalentemente dall'industria chimica, così diversamente dominabili in termini di plasmabilità e colorazione, nonchè di facilità ed immediatezza d'intervento su di essi da parte dell'artista, da apparire adatti, proprio per questo, la crescente bisogno d'una creatività immediata e molteplice da parte sia dell'individio che della società tutta, secondo aspettative di autorappresentazione o di diffusione sempre più rapida delle informazioni.

Dice di "Sculpture Network" il suo Presidente Ralf Kirberg: Essa è un'organizzazione internazionale per il sostegno e la promozione dell'arte contemporanea, con particolare attenzione all'arte tridimensionale in campo europeo. L'organizzazione fondata nel 2004 è senza scopo di lucro ed è basata sull'iniziativa privata sostenuta da volontari.

L'obiettivo di Sculpture Network è di offrire una base per lo scambio tra individui, enti ed istituzioni coinvolti o interessati alla scultura. Il suo ativo scambio professionale e interdisciplinare fornisce una rete affidabile per i seguenti gruppi di interesse:
Artisti,
Mediatori d'arte- curatori, propfessori, storici dell'arte e critici, architetti e urbanisti, , musei, parchi di scultura, università, gallerie, istituzioni artistiche, organizzazioni culturali e fornitori di servizi.

Amici delle arti, come collezionisti, mecenati, sponsor e sostenitori.


Victor Lopez Gonzales (Germania)



Dalla sua fondazione nel 2004, Sculpture Network ha sviluppato una rete molto vasta e ha guadagnato una reputazione significativa nell'ambito specifico della scultura europea e sulla scena dell'arte più in generale. Durante questo periodo di networking hanno avuto luogo importanti occasioni di scambio a differenti livelli con riscontro culturale e produttivo. Attualmente Sculpture Network ha quasi 1000 membri in 43 paesi.

Il nostro programma di lavoro comprende:

Gestione e sviluppo della nostra piattaforma di comunicazione interattiva www.sculpture-network.org
Pubblicazione del "sculpture network Newsletter" in tedesco, inglese e spagnolo
Mediazione di cooperazione e collaborazione tra le organizzazioni culturali, musei e istituzioni artistiche, contribuendo attivamente alla creazione di collegamenti in tutta Europa
Discussioni sul pensiero corrente essenziali e necessarie per la scultura
Organizzazione di iniziative ed eventi come le riunioni regionali ed un Forum annuale internazionale di Scultura

Forum Internazionale di Scultura e simposi hanno avuto luogo a Vaduz (LI), Leeds (UK), Barcellona (S), Graz (A), Varsavia (PL), Berlino (D), L'Aia (NL), Zurigo (CH).

Dice infine Paolo Tormena di martin, Martini Arte Internazionale:
E' questa una organizzazione fondata nel 2000 con lo scopo di promuovere, divulgare e sostenere l'arte contemporanea, favorendo l'interscambio culturale, attraverso l'organizzazione di mostre ed eventi con la partecipazione ed il coinvolgimento di istituzioni e artisti internazionali. Martin è stata fondata da un gruppo di professionisti torinesi che hanno maturato nel corse degli anni una grande passione per il mondo artistico. Finalità dell'associazione è la promozione dell'arte contemporanea internazionale, la divulgazione della cultura e della sensibilità artistica.

L'organizzazione dedica a bambini e ragazzi "martinED, martin Educazione, una sezione volta alla sensibilizazione e alla formazione di nuove generazioni, realizzando visite guidate e laboratori didattici. Martin, tramite la sezione Martin Beats, organizza eventi ed happenings in cui interagiscono Arte e Design, Arte e Spettacolo, Arte e Moda e atre forme creative.


Anke Eilergerhard (Germania)



Nel 2008 è iniziato il programma di residenzialità d'ertista presso la sede storica in Cavagnolo, vicino a Torino. Artisti da tutto il mondo sono ospitati per un mese o due in una villa ottocentesca nella splendida cornice delle colline del Monferrato. Martin si occupa inoltre di progetti di riqualificazione urbana attraverso la selezione, la cura della realizzazione e l'inserimento nel tessuto cittadino di opere d'arte pubblica.



Qui sopra: due manifesti di due differenti mostre di scultura che hanno preceduto a Nave Gallery quella odierna sulla Scultura Europea. La prima, della scultrice svizzera Elena Verri, dicembre 2009 , la seconda "Animals", curata da Patrizia Bottallo, ottobre/novembre 2009



L'organizzazione promuove le seguenti iniziative: mostre di pittura, scultura, installazioni, tecniche grafiche, fotografia, design industrialoe e video arte, laboratori di scultura e pittura, operazioni artistiche di intervento sul territorio, incontri con storici e critici dell'arte, artisti e professionisti operanti nel settore, conferenze su argomenti artistici, culturali e scientifici in una prospettiva interdisciplinare. Favorisce l'interscambio culturale attraverso la collaborazione con artisti ed esperti stranieri e la partnership con accademie, mjusei, scuole, fondazioni ed enti privati e pubblici di tutta Europa. Dal 2003 Martin ha avviato insieme al Comune di Grugliasco un importante progetto di valorizzazione del Parco Culturale Le Serre, dove è attualmente ospitata la sua sede espositiva.


Una delle locandine di European Sculpture "Difference & Diversity" affisse nelle strade di Torino



Nella realizzazione di questo articolo ho inteso anche aderire, per Taccuini Internazionali, ai principi fondativi delle associazioni che hanno ideato e realizzato questa mostra, sia per l'interesse anche specifico che la stessa ha suscitato in me, per le opere esposte in se stesse, sia per la filosofia complessiva che ne sottende l'attività, sia in termini di diffusione culturale ai suoi diversi livelli, sia per le interconnesioni informative e d'azione tra gli enti e le organizzazioni coinvolte, tutte cose che sono alla base stessa della "filosofia" di Taccuini Intrernazionali.
Sono contento infine per aver potuto contribuire personalmente alla riuscita di tali iniziative attraverso l'aspetto così nitido e gli spazi tanto ariosi che Nave Gallery ha saputo loro attribuire, perchè, con un analogo spirito e con finalità del tutto analoghe, al tempo della sua realizzazione, avevo avuto la ventura di seguire personalmente in ogni sua fase, già fin da allora immaginandone il destino che forse solo ora davvero mi pare sia stato raggiunto.


Enrico Mercatali

Grugliasco, novembre 2010

(tutte le fotografie sono di Enrico Mercatali, con la sola esclusione di quelle scattate all'inaugurazione della mostra e dei due manifesti delle mostre che hanno preceduto questa a Nave Gallery di Grugliasco -Torino).

L'edificio Nave, sito nel Parco Le Serre di Grugliasco, poi detto "Nave Gallery" da quando è iniziata la gestione Martin-Martini Arte Internazionale, è stato progettato e diretto da Mercatali & Partners - architetto Enrico Mercatali di Milano, su incarico del Comune di Grugliasco, utilizzando fondi europei.
Nel Parco, è anche presente, dell'architetto Enrico Mercatali, un Teatro Studio detto "Chalet Allemand", storico edificio destinato a riprese cinematografiche all'epoca di Photo Drama Producing Company of Italy, primo realizzatore di tali edifici nel 1913.

Per saperne di più vedi anche le pagine dedicate in Archiportale: http://www.archiportale.com/enrico-mercatali/100713/